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giovedì 14 marzo 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo VI)

9 giugno: NICOSIA (Enna). I detenuti scendono in lotta: chiedono tra l’altro il rientro nelle carceri di Napoli di venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.
9 giugno: CATANIA. Tutti i detenuti della sezione minori si barricano nelle loro celle impedendo agli agenti di avvicinarsi. Si temevano trasferimenti punitivi. La parola d’ordine è: “No ai trasferimenti, sì all’amnistia e alla libertà”. La polizia circonda il carcere e carica i numerosi proletari e parenti raccolti attorno alle mura.
9 giugno: SULMONA. Molti detenuti fanno lo sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale, per l’amnistia e la riforma dei codici.
11-14 giugno: TORINO. Un centinaio di detenuti dopo l’ora d’aria non rientrano in cella e si riuniscono in un cortile (malgrado piova), rientrano solo con l’assicurazione che una delegazione sarà ricevuta dalla direzione. Obiettivi: amnistia generale, riforma dei codici, più libertà all’interno (più ore d’aria, colloqui, abolizione della censura, dei letti di contenzione, delle celle d’isolamento, paga sindacale per i lavoranti). Qualche giorno dopo alcuni compagni sono pestati a sangue dalle guardie e trasferiti. Dopo la denuncia, venti secondini riceveranno un avviso di reato per “abuso di potere”!
13 giugno: SALERNO. Sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale.
8 luglio: FIRENZE, LE MURATE. Verso le ventitré e trenta le guardie con a capo il direttore ed alcuni sottufficiali trascinano fuori dalle celle alcuni detenuti e li pestano a sangue nelle celle di punizione, senza alcuna ragione. Dopo cinque giorni di isolamento, i compagni vengono trasferiti e denunciati per “rivolta”.
8 luglio: LUCERA (Foggia). I detenuti organizzano una protesta per il caldo e la segregazione in cui sono tenuti.
10 luglio: ROMA-REBIBBIA. Nuova protesta di centocinquanta detenuti del carcere “modello” di Rebibbia. Il giorno dopo quarantacinque detenuti sono massacrati di botte nei sotterranei alla presenza dei due vicedirettori del carcere. I detenuti da pestare sono scelti in base alla lista nera dello stesso direttore del carcere, che verrà incriminato, il 28 luglio, insieme ai due vicedirettori e a diverse guardie per violenza privata, lesioni, abuso di potere..
19 luglio: PIACENZA. I detenuti protestano contro l’attuale sistema carcerario. Vengono domati a raffiche di mitra.
5 agosto: SULMONA. Protesta dei detenuti contro la censura sui programmi radio, T.V., giornali, eccetera.
5 agosto: VOLTERRA. I detenuti per sette ore si rifiutano di entrare nelle celle e chiedono di parlare con un magistrato.
6 agosto: VICENZA, CARCERE DI SAN BIAGIO. Protesta contro le condizioni igieniche disastrose di questo carcere, costruito nel 1300, umido, sporco, senza luce.
8 agosto: VOLTERRA. Per la seconda volta in pochi giorni i detenuti del Mastio di Volterra si rifiutano di rientrare in cella e chiedono di parlare con il magistrato. Richieste: maggior tempo di “aria”, fine della censura, cibo mangiabile, che nessuno venga punito per la protesta.
15 agosto: SASSARI. I detenuti si rifiutano di rientrare in cella e impongono la presenza di un magistrato, al quale motivano le parole d’ordine collettive della lotta: amnistia, riforma dei codici, migliori condizioni di vita. Nei giorni seguenti dura repressione, con trasferimenti all’Asinara e cinquanta denunce contro i detenuti.
15 agosto: CITTANOVA (Reggio Calabria). Protesta contro le “bocche di lupo” ed i vetri opachi alle finestre.
21 agosto: TRIESTE. Due detenuti di diciassette anni muoiono bruciati vivi durante la rivolta del carcere. La rivolta è scoppiata per protestare contro l’uso continuo del letto di contenzione. I detenuti si barricano, danno fuoco a qualche suppellettile. La direzione risponde con centinaia di poliziotti e carabinieri armati. La zona della rivolta viene (come dicono loro) “circoscritta”, cioè posta in stato d’assedio, mentre le fiamme fanno il loro lavoro, gli assedianti si guardano bene dall’aprire vie di scampo. Due detenuti così bruciano vivi: ragazzi di diciassette anni, Giorgio Brosolo e Ivano Gelaini, quest’ultimo trasferito qui per rappresaglia dalle Nuove di
Torino. Il giorno dopo la rivolta, il dottor Alessandro Brenci, sostituto procuratore della repubblica di Trieste, annuncia che emetterà ordine di cattura per “concorso in omicidio” contro i detenuti scampati al rogo umano. Così giustizia verrà fatta, e si dimostrerà che nelle carceri italiane se non si viene assassinati si ha comunque buone probabilità di restare dentro per sempre.
26 agosto: MASSA. I detenuti si mobilitano e danno una severa lezione ai due fascisti appena arrestati, dopo il tentato omicidio nei confronti di un compagno di Massa di Lotta Continua. Questa è una ennesima dimostrazione di come cresce l’organizzazione e la coscienza antifascista dei detenuti.

PERCHÈ NON HO SALIVA di Anne Waldman

perché non ho saliva
perché non ho robaccia
perché non ho la polvere
perché non ho quello che c’è
nell’aria
perché io sono aria
lasciate che vi tenti col mio magico
potere:
sono una donna che grida
sono una donna di discorso
sono una donna di atmosfera
sono una donna sotto vuoto spinto
sono una donna di carne
sono una donna flessibile
sono una donna con i tacchi alti
sono una donna di stile alto
sono una donna automobile
sono una donna mobile
sono una donna elastica
sono una donna collana
sono una donna sciarpa di seta
sono una donna nonsoniente
sono una donna so-tutto
sono una donna a giornata
sono una donna bambola
sono una donna sole
sono una donna tardo pomeriggio
sono una donna orologio
sono una donna vento
sono una donna bianca
SONO UNA DONNA LUCE D’ARGENTO
SONO UNA DONNA LUCE D’AMBRA
SONO UNA DONNA LUCE DI SMERALDO
sono una donna conchiglia abalone
sono la donna abbandonata
sono la donna confusa, la babelica
donna
la donna aborigena, la donna latitante
la donna assente
la donna trasparente
la donna assenzio
la donna assorbita, la donna
tiranneggiata
la donna contemporanea, la donna
beffarda
l’artista in sogno dentro la sua casa
sono la donna gadget
sono la donna druido
sono la donna Ibo
sono la donna Yoruba
sono la donna vibrato
sono la donna ondeggiante
sono la donna sventrata
sono la donna con le ferite
sono la donna con le tibie
sono la donna che erode
sono la donna sospesa
sono la donna seducente
sono la donna architetto
sono la donna trota
sono la donna tungsteno
sono la donna con le chiavi
sono la donna con la colla
sono una donna che parla in fretta
acqua che pulisce
fiori che puliscono
acqua che pulisce al mio
passaggio

(tratta da: Donna che parla veloce. Anne Waldman (1945), poetessa, saggista, docente universitaria e attivista politica, nel 1974 ha fondato, insieme ad Allen Ginsberg, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics presso il Naropa Institute di Boulder, Colorado, dove tuttora insegna.)

L'ultimo discorso del sub comandante Marcos - parte quarta

Cominciò allora la costruzione del personaggio chiamato “Marcos”.
Il caso è che il Sup Marcos passò da essere il portavoce ad essere un distrattore. Se per intraprendere il cammino della guerra, cioè della morte, ci avevamo messo 10 anni; per intraprendere quello della vita ci occupò più tempo e necessitò di maggiori sforzi, per non parlare di sangue. Perché, anche non lo crediate, è più facile morire che vivere. Avevamo bisogno di tempo per essere e per incontrare chi sapesse guardarci per quello che siamo. Avevamo bisogno di tempo per incontrare chi non ci guardasse dall'alto, né dal basso, ma di fronte, che ci guardasse con lo sguardo di compagno. Vi dicevo che cominciò allora la costruzione del personaggio. Marcos un giorno aveva gli occhi azzurri, un altro li aveva verdi, o marroni, o miele, o neri, dipendendo da chi facesse l'intervista e facesse la foto. Così fu una riserva di una squadra di calcio professionista, impiegato in un negozio, autista, filosofo, cineasta, e i differenti eccetera che potete incontrare nei mezzi di comunicazione commerciali di quei tempi e nelle diverse geografie. C'era un Marcos per ogni occasione, cioè per ogni intervista. E non fu facile, credetemi, non c'era allora wikipedia. Se mi permettete definire Marcos il personaggio, allora direi senza dubbio che fu un pupazzo. Diciamo che, perché mi intendiate, Marcos era un Mezzo di comunicazione Non Libero. 
Nella costruzione e nella gestione del personaggio commettemmo alcuni errori. Durante il primo anno finimmo il repertorio dei “Marcos” possibili. Così che all'inizio del 1995 eravamo in difficoltà ed il processo dei villaggi stava dando i suoi primi passi. Così che nel 1995 non sapevamo come fare. Però allora è quando Zedillo, con il PAN alla mano, “scopre” Marcos con lo stesso metodo scientifico con cui incontra ossa, cioè per delazione esoterica. La storia del tampiqueño ci dette fiato, anche se la frode successiva della Paca de Lozano ci fece temere che la stampa commerciale mettesse in discussione pure la “scoperta” di Marcos e scoprisse che era una ulteriore frode. Fortunatamente non fu così. Così come questa, i mezzi di comunicazione continuarono a  credere ad altre cose simili. Più tardi il
tampiqueño arrivò a queste terre. Insieme con el Subcomandante Insurgente Moisés, parlammo con lui. Gli offrimmo allora una conferenza stampa congiunta, così avrebbe potuto liberarsi dalla persecuzione visto che sarebbe stato evidente che non erano Marcos e lui la stessa persona. Non volle. Venne a vivere qua. Uscì alcune volte, e la sua faccia si può incontrare nelle fotografie di ricordo dei suoi genitori. Se volete potete intervistarlo. Adesso vive in una comunità, Non diremo nient'altro così che lui, se così lo desiderasse, possa un giorno raccontare la sua storia che visse dal 9 febbraio del 1995. Da parte nostra ci interessa solamente ringraziarlo per averci passato dei dati che ogni tanto usiamo per alimentare la “certezza” che il Sup Marcos non è chi è in realtà, cioè un pupazza o un ologramma, ma un professore universitario, originario del attualmente doloroso Tamaulipas. Nel frattempo continuavamo a cercare, cercandovi a voi, a coloro che adesso sono qui e a quelli che non sono qui però ci sono. Lanciammo una iniziativa dietro l'altra per incontrare l'altro, l'altra, l'altro compagno. Differenti iniziative, cercando di incontrare lo sguardo e l'udito di cui avevamo bisogno, che meritavamo. Nel frattempo continuava il miglioramento dei villaggi ed il cambio di cui si è parlato molto o poco, però che si può constatare direttamente, senza intermediari. Nella ricerca dell'altro, una volta dietro l'altra abbiamo fracassato. Chi incontravamo o voleva dirigere o voleva che lo dirigessimo. C'era chi si avvicinava e lo faceva con il tentativo di usarci, o per guardare indietro, sia con la nostalgia antropologica che con quella militante. Così per alcuni eravamo comunisti, per altri trotskisti, per altri anarchici, per altri maoisti, per altri millenaristi, e così avanti, vi lascio i vari “isti” perché poniate quello che vi pare.
Fu così fino alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, la più audace e la più zapatista delle iniziative che abbiamo lanciato fino ad ora. Con la Sexta alla fine abbiamo incontrato chi ci guarda di fronte e ci saluta e abbraccia, e così si saluta ed abbraccia.
Con la Sexta alla fine abbiamo incontrato voi.
Alla fine, qualcuno che capiva che non stavamo cercando né pastori che ci guidassero, né greggi da condurre alla terra promessa. Né padroni né schiavi. Né capi, né masse senza testa. Però mancava di vedere se era possibile che riuscivate a guardare e a sentire ciò che essendo siamo. Internamente, i passi avanti dei villaggi erano stati impressionanti. Così arrivò il corso “La Libertà secondo gli/le zapatisti/e”. In 3 volte, ci rendemmo conto che c'era già una generazione che poteva guardarci di fronte, che poteva ascoltarci e parlarci senza aspettare una guida, né pretendere sottomissione né che la si seguisse.

giovedì 7 marzo 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo V)

22 marzo 1972: PALERMO. Viene denunciato un fatto accaduto qualche tempo prima: le guardie, avvertite da una spia che i detenuti dell’Ucciardone stavano preparando uno sciopero, salgono alla sezione e scaraventano i detenuti giù dalle scale, dove vengono picchiati da altri poliziotti. Quando viene il giudice sono costretti dalle minacce a dire di essersi feriti cadendo dalle scale.
8-9 aprile: SAN VITTORE. I detenuti del terzo, quarto, quinto raggio e del braccio femminile protestano contro le centinaia di trasferimenti di sfollamento predisposti dal ministero degli interni per far posto ai “politici” arrestati durante la campagna elettorale. Il 9 aprile decine di bandiere rosse sventolano dai raggi in lotta. Duecento detenuti vengono trasferiti all’Asinara, a Mamone, a Favignana, a Noto.
9 aprile: IMPERIA. Un gruppo di detenuti si rifiuta di rientrare in cella per protestare contro la censura dei giornali.
14 aprile: MESSINA. Rivolta nel carcere per migliori condizioni di vita. P. L. R. per punizione è legato al letto di contenzione, e poi trasferito con altri.
17 aprile: FORLÌ. Scoppia una rivolta per avere più libertà nel carcere-scuola. L’anno prima i detenuti si erano già ribellati contro il regolamento e le dure condizioni di lavoro nel carcere.
22-23 maggio: VENEZIA. Un braccio del carcere si rivolta perché un loro compagno, R. C., è stato legato al letto di contenzione. I detenuti resistono per due ore ai lacrimogeni della polizia, fino a quando il C. viene slegato e riportato in cella. Numerosi i trasferimenti punitivi.
24 maggio: ROMA-REBIBBIA. Il reparto giovani del carcere “modello” è in rivolta. Cinquanta detenuti sui tetti, strade bloccate dalle pantere e camionette della polizia. La protesta è contro i sistemi fascisti del direttore e del personale di custodia.
01 giugno: NAPOLI, POGGIOREALE. Dopo aver chiesto inutilmente di parlare col direttore di Poggioreale e col procuratore capo, i detenuti riescono ad uscire dalle celle, dopo aver scardinato i cancelli, si radunano nei cortili e salgono sui tetti. Gli agenti di custodia, a cui giungono in aiuto trecento poliziotti armati, sparano colpi di pistola contro i detenuti: A. N. è ferito alla gola da una pallottola ed è ricoverato in fin di vita all’ospedale. Altri due detenuti sono colpiti al viso e alle gambe. Il direttore dichiara: “Questo era un piano preordinato, la rivolta covava da tempo, vogliono l’amnistia”. E difatti già da tempo tra i detenuti c’erano state discussioni e scioperi della fame per l’amnistia. Il giorno dopo i detenuti si rifiutano ancora di arrendersi, malgrado l’intervento massiccio della polizia, che spara lacrimogeni e raffiche di mitra contro i dimostranti, e il tentativo di prenderli per fame e per sete impedendo l’accesso al magazzino dei viveri. Intorno al carcere ci sono centinaia di proletari che gridano “Amnistia e libertà” insieme ai detenuti. Il 3 giugno incomincia la deportazione in massa (più di cinquecento trasferimenti). I detenuti si oppongono in modo duro e organizzato fino all’ultimo. I colpi di mitra, moschetto o pistola sparati all’interno del carcere sono stati centinaia. I detenuti di Santa Maria Capua Vetere organizzano una protesta per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
5 giugno: TORTONA. Nel pomeriggio una quarantina di detenuti dopo l’aria si rifiutano di entrare in cella, per protesta contro il sovraffollamento dei bracci e per la riforma carceraria.
7 giugno: BERGAMO. Dopo due giorni di sciopero della fame, i detenuti del carcere di Sant’Agata si rifiutano di rientrare nelle celle dopo la televisione: il carcere è posto subito in stato d’assedio. La polizia spara a raffica, lo stesso direttore del carcere si fa avanti contro i detenuti con la pistola in pugno. La protesta è nata per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
7 giugno: ALESSANDRIA. I detenuti del carcere giudiziario, tutti giovanissimi, sono in lotta già da due giorni. Sul tetto sventola uno striscione: “Vogliamo la riforma carceraria”. Sui tetti delle case vicine ci sono centinaia di carabinieri coi mitra spianati.
9 giugno: NICOSIA (Enna). I detenuti scendono in lotta: chiedono tra l’altro il rientro nelle carceri di Napoli di venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.

DESERTO ROSSO di Michelangelo Antonioni

Un bambino chiede alla mamma: ” Perché quel fumo è giallo?” “Perché è veleno” risponde la donna. “Allora se passa un uccellino li in mezzo muore!”, prosegue incuriosito il bambino. “Si, ma gli uccellini ora lo sanno e non ci passano più..”, conclude la mamma.

Un incidente d'auto provoca in Giuliana uno choc che, aggravato dall'ambiente particolare in cui la professione del marito, ingegnere elettronico, la costringe a vivere, si tramuta in uno stato di nevrosi depressiva. Questa forma di malessere spinge la donna a vagare senza meta, con appresso il bimbo, nelle aree industriali che circondano l’apparato industriale; sullo sfondo, oltre ai fumi velenosi che incorniciano cieli plumbei e si stagliano sopra arbusti e vegetazione stremata, alcune nascenti sommosse operaie si insinuano a contrastare la perfetta coincidenza tra domanda ed offerta di occupazione, nell’ambito di un boom economico che, fino a quel momento, aveva proteso chiunque all’ottimismo, dopo le disgrazie e le rovine della guerra. 
Corrado, un amico del marito, si sente attratto verso la donna e tenta di aiutarla ad uscire dalla sua solitudine piena di incubi, intrecciando con lei una fuggevole ed amara relazione. Tale esperienza non fa che aggravare lo stato depressivo della donna che si vede inconsapevolmente ingannata anche dal suo figlioletto, il quale finge d'essere colpito da una grave malattia. Fallito il tentativo di porre fine violentemente alla propria esistenza senza scopo, Giuliana continuerà la sua vita in precario equilibrio tra rassegnazione e pazzia.
Le scene si svolgono a Ravenna nella sua parte più industriale. Siamo agli inizi degli anni '60 in pieno miracolo economico. Il tipo di industrializzazione è selvaggio: basato su numerosi impianti petrolchimici quasi tutti privi di depuratori e una centrale termoelettrica che espelle tonnellate di polveri. Un'industrializzazione che appare subito allo spettatore come portatrice di traumi profondi. Alcune anguille al ristorante conservano nel sapore tracce di petrolio. Il degrado territoriale è molto avanzato e ne risente anche la vita dei cittadini. Questi ultimi diventano oggetto di disagi nevrotici e depressivi. Disagi fortemente accentuati dalla scomparsa di ogni bellezza naturale. Il funesto complesso petrolchimico ha sostituito sia le pulite e ordinate baracche dei vecchi pescatori che gli impianti artigianali.
Insomma tutto il film sembra evidenziare un senso di smarrimento, di angoscia, che non è solo la “pessimistica riflessione sull’incapacità della borghesia di uscire dalla propria gabbia”, ma piuttosto, come un po’ in tutto Antonioni, quell’innata capacità di raccontarci il mondo reale “che verrà” attraverso il presente, anticipando problematiche e inquietudini degli anni a venire. 
È il male del secolo, tutti ne siamo affetti. Matti incurabili, l’unico conforto ci viene dal tenere per mano un bambino e dall’avere coscienza della nostra condizione. La colpa di tutto? Innanzi tutto, della civiltà industriale. Gli uccellini, che hanno un cervello da uccellino, l’hanno capito che dalle ciminiere esce un veleno mortifero, e non ci passano più. Gli uomini, invece, testoni, ci vanno a vivere in mezzo, peggio per loro.
Antonioni non aggiunge nessun zuccherino alla sua pessimistica analisi del mondo contemporaneo, disumanizzato dal progresso scientifico; ma la sua condanna della civiltà delle macchine sembra ormai coinvolgere l’eterna condizione dell’uomo. Giuliana, per far star quieto il bambino, favoleggia di un mondo primitivo, di una ragazzina libera e felice nell’acqua di un’isola. 

Ci sono luoghi che rappresentano un deserto senza sorta di fine, dove delle piccole formiche si agitano continuamente, lavorano, portano provviste, si incuneano, si scontrano e ostinate proseguono senza chiedersi il perché. Piccole formiche che non comunicano, hanno paura, si costruiscono un personaggio, ti sfuggono, al limite ti rincorrono sempre. Il presente è terra bruciata, semplicemente perché lontani da un gesto spontaneo si cerca la strada più semplice: la fuga giustificata.

L'ultimo discorso del sub-comandante Marcos - parte terza

In questi 20 anni c'è stato un cambio molteplice e complesso nell'EZLN.  Alcuni hanno notato solo il più evidente, quello generazionale. Ora stanno portando avanti la lotta e dirigendo la resistenza, quelli che erano piccoli o ancora non erano nati all'inizio dell'insurrezione. Però alcuni studiosi non si sono resi conto di altri cambiamenti. Quello di classe: da quello di classe "media istruita” a quello dell'indigeno contadino. Quello di etnia: dalla direzione meticcia alla direzione nettamente indigena.
E il più importante: il cambiamento di pensiero. Dall'avanguardismo rivoluzionario al comandare obbedendo; dalla presa del Potere in Alto a la creazione del potere dal basso; dalla politica professionale alla politica quotidiana; dai dirigenti ai villaggi; dall'emarginazione di genere, alla partecipazione diretta delle donne; dalla discriminazione dell'altro, alla celebrazione della differenza.
Non mi estenderò ulteriormente su questo, perché è stato proprio il corso “La Libertà secondo gli/le zapatisti/e” l'opportunità di constatare se nel territorio organizzato conta più il personaggio della comunità. Personalmente, non capisco perché della gente pensante che afferma che la storia la fanno i popoli, si spaventi così tanto di fronte all'esistenza di un governo del popolo dove non appaiono gli “specialisti” nel governo. Perché gli dà così tanto timore che siano i villaggi quelli che comandano, quelli che dirigono i loro propri passi? Perché muovono la testa con disapprovazione di fronte al comandare obbedendo?
Il culto dell'individualismo incontra nel culto dell'avanguardismo il suo estremo più fanatico.
Ed è stato questo precisamente, che gli indigeni e che adesso un indigeno sia il portavoce e il capo, quello che li terrorizza, li allontana, ed alla fine se ne vanno per continuare a cercare qualcuno che parli di avanguardie e leader. Perché c'è razzismo anche nella sinistra, soprattutto in quella che si pretende rivoluzionaria. 
L'"ezetaellenne" non è di questi. Per questo non chiunque può essere zapatista.
Prima dell'alba del 1994, ho passato 10 anni in queste montagne. Conobbi e mi relazionai personalmente con alcuni,nella cui morte morimmo in molti. Conosco e mi relaziono con tanti altri che oggi sono qui con noi. Molte albe ho trovato me stesso cercando di digerire le storie che raccontavano, i mondi che disegnavano con silenzi, mano e sguardi, la loro insistenza nel segnalare qualcosa al di là. 
Era un sogno quel mondo, così altro, così lontano, così altrui? A volte pensai che erano andati troppo avanti, che le parole che ci guidarono e ci guidano venivano da tempi per i quali non c'erano ancora calendari, persi come stavano in geografie imprecise: sempre il dignitoso sud onnipresente in tutti i punti cardinali. Poi ho saputo che non mi parlavano di un mondo inesatto e, per tanto, improbabile. Questo mondo già andava nel loro passo. Voi non lo vedeste? Non lo vedete? Non abbiamo ingannato nessuno in basso. Non nascondiamo che siamo un esercito, con la sua struttura piramidale, il suo centro di comando, le sue decisioni dall'alto verso il basso. Non per ingraziarsi con i libertari né per moda neghiamo quello che siamo. Però chiunque può vedere adesso se il nostro è un esercito che soppianta e impone.
E devo dire questo, per il quale ho già chiesto l'autorizzazione al compagno Subcomandante Moisés per farlo: "Niente di ciò che abbiamo fatto, nel bene e nel male, sarebbe stato possibile se un esercito armato, quello zapatista di liberazione nazionale, non si fosse alzato contro il cattivo governo esercitando il diritto alla violenza legittima. La violenza di colui che sta in basso di fronte alla violenza di colui che sta in alto. Siamo guerrieri e come tali sappiamo quale è il nostro ruolo ed il nostro momento."
Nell'alba del primo gennaio del 1994, un esercito di giganti, cioè di indigeni ribelli, scese sulle città per far tremare il mondo con il suo passo. Appena pochi giorni dopo, con il sangue dei nostri caduti ancora fresco nelle strade cittadine, ci rendemmo conto che quelli da fuori non ci vedevano.
Abituati a guardare gli indigeni dall'alto, non alzavano lo sguardo per guardarci. Abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna rivolta. Il loro sguardo si era fermato nell'unico meticcio che videro con il passamontagna, cioè non guardarono. I nostri capi e le nostre cape dissero: “Vedono solamente quanti piccoli che sono, facciamo che qualcuno diventi piccolo quanto loro, così che a lui lo possano vedere ed attraverso di lui ci vedano”
Cominciò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meravigliosa, una maliziosa mossa da parte del cuore indigeno.
Cominciò allora la costruzione del personaggio  chiamato "Marcos"

giovedì 28 febbraio 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo IV)

20 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Il fascista Casagrande e camerati sono severamente pestati dai compagni del secondo raggio e vengono trasferiti “precauzionalmente” al carcere di Rho.
25-26 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame al secondo raggio per chiedere l’abolizione del codice Rocco e la liberazione dei detenuti incarcerati per consumo di droga.
14 gennaio 1972: MILANO, SAN VITTORE. I detenuti del secondo raggio rifiutano i colloqui con la commissione di psichiatri e psicologi così come sono stati organizzati dal direttore C., e chiedono che siano ammessi ad assistervi dei compagni esterni, scelti dai detenuti stessi.
20 gennaio: MILANO, SAN VITTORE. Trecento detenuti del terzo raggio attuano uno sciopero della fame di ventiquattro ore per protesta contro il vigente regolamento carcerario fascista.
20 gennaio: NAPOLI, POGGIOREALE. Tutti i detenuti del padiglione Genova si sono rifiutati di mangiare. Le rivendicazioni sono: la riforma dei codici e l’amnistia. A Poggioreale su 1625 detenuti (presenti al 24 gennaio), 817 sono in attesa di giudizio, 522 aspettano l’appello, 138 la cassazione, solo 130 sono definitivi. Cioè, se non esistesse il carcere preventivo, Poggioreale sarebbe vuoto. Invece è pieno come un uovo (anche venti detenuti per ccamera, senza gabinetto, di 5 metri per 4).
23 gennaio: ALGHERO, CARCERE MANDAMENTALE. I detenuti, al termine dell’ora d’aria si rifiutano di farsi chiudere in cella, salgono sul tetto del carcere, al centro di Alghero, gridando slogan contro agenti di custodia, poliziotti, e chiedendo a gran voce la riforma carceraria e l’abolizione del codice Rocco.
23 gennaio: MODICA (RAGUSA), CARCERI DI PIANO DEL GESÙ. I detenuti minorenni incendiano materassi e coperte delle loro celle per protestare contro la carcerazione preventiva dei minori.
27 gennaio: SPOLETO. Protesta contro la carcerazione preventiva.
2 febbraio: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame articolato nei vari raggi per ottenere dal ministero il diritto di riunione e assemblea, e che a queste assemblee possano partecipare giornalisti “esterni”. Nello stesso giorno la questura proibisce al corteo della Statale di recarsi a San Vittore, sostenendo che la “situazione interna al carcere è estremamente tesa ed un sostegno esterno la renderebbe esplosiva!"
3 febbraio: ANCONA. Nella notte tra il 3 e 4 febbraio, mentre a causa delle scosse di terremoto la città si va svuotando rapidamente, e mentre anche le guardie carcerarie si riversano sulla piazza antistante il carcere, i detenuti vengono lasciati chiusi a chiave nelle celle con la prospettiva di fare la fine del topo! Malgrado le proteste dei detenuti che si danno alla distruzione di quanto c’è nelle celle, che gettano all’esterno del carcere stracci incendiati, che cercano di sfondare le porte delle celle, solo nel tardo pomeriggio una parte di loro viene trasferita. Per gli altri, niente, perché in altre carceri non c’è più posto!
9 febbraio: CATANIA, CARCERE PER MINORI. I detenuti minorenni si ammutinano per protesta contro l’infame condanna a due loro compagni: due anni e due mesi di reclusione per tentato furto. In trenta si arrampicano sui tetti, reclamando a gran voce l’amnistia che Leone non vuole concedere. La polizia e i carabinieri subito circondano l’edificio, ma sono accolti da nutri te scariche di tegole e pezzi di cemento rotti con piccone. È la quarta rivolta durissima di questi giovani reclusi, in meno di un anno, oltre a decine di altre proteste.
12-13 marzo: due giorni di lotta nelle carceri di NOTO. I detenuti nel carcere di Noto si rifiutano di entrare nelle celle dopo le due ore d’aria. Chiedono: abolizione dell’isolamento diurno, libertà di riunione dentro il carcere, amnistia, libertà di portare le loro donne in cella, la riforma carceraria. Il giorno dopo i dieci detenuti più attivi che hanno organizzato la lotta sono trasferiti nelle carceri di Siracusa, Augusta, Caltanissetta e Trapani.