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venerdì 1 maggio 2026

giovedì 30 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VIII°

In breve il decreto del novembre 1917 - che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica - il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende - ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell'economia nazionale, e ne schiacciava l'autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d'ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all'estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d'altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili - alla pari dei rappresentanti degli operai - «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell'ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un'unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gl'intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale». 


OPPIO di Graham Greene

Dopo due pipe provai una certa sonnolenza, dopo quattro la mia mente era vigile e calma; l'infelicità e il timore divennero come il vago ricordo di un qualcosa che un tempo avevo considerato importante. Io, che mi vergogno a mostrare la rozzezza del mio francese, mi trovai a recitare a chi stava con me una poesia di Baudelarie. Tornato a casa, quella sera sperimentai per la prima volta la notte in bianco dell'oppio. Si resta distesi, rilassati ma svegli, senza desiderare il sonno. La veglia ci fa paura, quando abbiamo dei pensieri agitati, ma in questo caso si è tranquilli, e sarebbe sbagliato anche dire che si è felici: la felicità agita il polso. E poi, improvvisamente e senza avvertimenti, ci si addormenta. Si dorme per una notte intera, di un sonno profondo come non mai, poi ci si sveglia, e il quadrante luminoso dell'orologio dice che sono passati venti minuti del cosiddetto tempo reale.

(Henry Graham Greene nato a Berkhamsted, il 2 ottobre del 1904, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario inglese. Soffriva di un disturbo bipolare che influenzò profondamente la  sua scrittura e lo portò a degli eccessi nella vita privata)



Il Governo come Organo di Dominio

Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – ho cercato di dimostrare che è possibile un approccio di tipo anarchico a quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità sono ricorso a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare”. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava. Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.



sabato 25 aprile 2026

TORINO 25 APRILE 1945

Nell’aprile 1945 a Torino si respira un clima intriso di sangue e tensione: operai e militanti sono arrestati, torturati e uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI. Di fronte al rifiuto operaio di appoggiare il fascismo sostenitore della guerra e al servizio dei tedeschi, la repressione colpisce duramente. Di contro, il movimento antifascista reagisce con imboscate, attacchi e agitazioni. Maturano lentamente le condizioni per una prova generale che ripeta, su scala più ampia, quanto avvenuto il 1 marzo 1944. Le forze antifasciste preparano lo sciopero del 18 aprile come un atto politico unitario, mirando a coinvolgere, oltre alle fabbriche, anche le altre categorie di lavoratori. Fascisti e tedeschi non stanno a guardare e cercano di opporsi, impartendo disposizioni atte a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso”. La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara all’agitazione: gli operai e i sappisti, coadiuvati da unità partigiane armate, affiggono volantini e manifesti inneggianti alla protesta. La mattina del 18 aprile si fermano tutti gli apparati produttivi: le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici. Di fronte a questa situazione la repressione colpisce soltanto la Fiat Fonderie Ghisa e la Grandi Motori, mentre alla Fiat Mirafiori è impedita l’uscita agli operai, che restano in sciopero all’interno delle officine. Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appare lampante: Torino è pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945. 

Testimonianze 

La mattina del 18 aprile 1945 inizia lo sciopero generale voluto dal Comitato di Liberazione Nazionale di Torino come prova generale dell’insurrezione. Si fermano per primi gli operai di Borgo San Paolo e di Regio Parco, ma a metà mattina l’intera città è paralizzata.

"18 aprile. La strada è piena di iscrizioni, manifestini inneggianti allo sciopero, alla rivolta: anche per le zone periferiche che attraverso, Regio Parco, Barriera di Milano, è altrettanto. Verso le 9.30 cominciano a circolare le prime notizie di scioperi in Borgo S. Paolo: nel giro di neppure mezz’ora tutte le industrie sono ferme.”



giovedì 23 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VII°

Dopo la rivoluzione d'ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre 1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l'essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotzky e Kamenef, era stato l'ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo "controllo operaio", poiché questa parola d'ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l'organo del potere di una classe. Di quale classe?... Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all'apparato oppressore - quale l'esercito, la polizia ed i funzionari - anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest'ultimo apparato “non può e non deve essere abbattuto”, che bisogna “sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione”, concludendo che si poteva ottenere ciò “se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo” (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo)». Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l'azione politica, ripudiando, di conseguenza, l'azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d'industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti - che credevano nella possibilità di organizzare l'economia mediante un'autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme -dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l'espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l'alternativa all'autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in despotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull'ipotesi di un'organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall'altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall'entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l'occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito». E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l'insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capacità auto-organizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall'alto. Esso è alieno dall'automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l'opera delle stesse masse popolari». 


Stregoni e aquile per gli Zuni

Gli Zuni, popolo Pueblos del Sud-Ovest degli Stati Uniti, avevano la religione più complicata  d'America e la "medicina" più evoluta. I loro sciamani (stregoni-dottori), a seconda del tipo di malattia di cui s'intendevano, facevano parte di singolari società segrete di iniziati. Ne esistevano 12, ciascuna specializzata in particolari malattie: la Confraternita del Legno curava le malattie della digestione, quella  del Piumaggio d'Aquila  curava le malattie della gola, quella del Grande Fuoco curava le malattie infiammatorie, quella del Piccolo Fuoco le bruciature e le malattie della pelle, molto comuni tra gli Zuhi che, per farsi i pantaloni, scuoiavano gli animali e si arrotolavano le pelli ancora fresche intorno al corpo, lasciandosele essiccare  addosso. Dopo la diffusione della religione cattolica è nata la confraternita dei Newekate. l suoi membri per parodiare i preti cristiani mangiavano, al posto dell'ostia, teste di topo ed escrementi. Gli sciamani Zuhi assicuravano l'ottenimento della guarigione soltanto a quei malati che avevano sempre pagato i tributi alla corporazione. Le malattie, specie quelle interne, nascoste,  erano scoperte osservando il corpo del paziente con un cristallo magico e  trasparente. Scoperto il male, lo stregone entrava in estasi e succhiava  via gli spiriti malvagi dal corpo. Durante  il rito di guarigione anche i presenti, familiari e membri della tribù, entravano in trance e vedevano chiaramente i vetri, piume, pelli, interiora di animali, estratte dallo stregone, uscire dalle parti dolenti del corpo. Poiché solo chi era di costituzione forte superava la fanciullezza, spesso accadeva che, "nonostante"  gli sciamani, i malati riuscissero a vincere naturalmente la malattia e guarire.