Nella prima conferenza pan-russa dei comitati di fabbrica -convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» - si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza, infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei clubs, ed oltre alla precisazione che l'idea del controllo operaio, quale espressione dell'aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull'impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro - condizioni favorevoli permettendola - dell'instaurazione dell'autogestione operaia. E ciò, quando già l'iniziativa operaia dal basso indicava nell'espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori. In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d'intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell'ora attuale, essere le cellule dell'avvenire le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai» e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L'allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall'arbitrato obbligatorio, all'arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo - per come scriverà Stefanov nell'opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia - «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome».
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
Translate
giovedì 16 aprile 2026
PIOGGIA DI APRILE – Luigi Pirandello
nuovi, sui vecchi tetti
guardano gli uccelletti,
mettendo acuti gridi,
cadere l’invocata
pioggia di mezzo aprile.
Tu dietro la vetrata,
dalla finestra bassa
come loro guardi e ridi.
È nuvola che passa.
Viva la Rivoluzione Sociale di Charles Gallo
“Mi sono proposto di dare agli aggiotatori una lezione che fosse anche un ammonimento togliendone di mezzo il maggior numero e dei più facinorosi. Voi, che dal vostro banco non misurate agli umili la pietà, giacché uffizio vostro, cittadino Presidente, è la giustizia e senza melanconie umanitarie-sentimentali, implacata ed inesorata, voi sapete che cosa sono gli aggiotatori, gli organizzatori impunitari del sacco alla pubblica fortuna, gli organizzatori delle crisi, del panico della fame e della rovina di tutti su cui accatastano la dovizia ladra ed invereconda. Voi li conoscete, cittadino Presidente, ne conoscete i misfatti, gli arrembaggi, i delitti, la corruzione, e se la vostra è coscienza onesta, quante volte non avete fremuto voi nell’accertare la vostra impotenza, l’impotenza della vostra legge ad attingere codeste scellerate associazioni di malfattori e di briganti da cui è costituito tutto il mondo venerato ed inchinato della finanza. Perché esso è fuori dalla legge, poiché la legge la legge è per se stessa la più impudica delle frodi, la più cinica e più infausta delle menzogne perché, e nessuno lo sa meglio di voi, cittadino Presidente, essa, la vostra legge, esse, le vostre istituzioni, la vostra giustizia compresa non sono che la muraglia esosa con cui i ladri contendono ai derubati la ripresa del prodotto accumulato del loro lavoro. Ieri, oggi, domani hanno conteso e contenderanno, ma dopodomani? Non avevo di mira poveri commessi, tirai nel gruppo degli agenti di cambio e dei cambieri; ma se taluni commessi ebbero le loro ferite inseguendomi, non me ne duole. Quando si nasce al di qua non si sta coll’animo, colla devozione, coll’accanimento dall’altra riva; non si ha diritto alla nostra solidarietà ed alla nostra pietà. Deve bastare ai mastini del capitale, siano sbirri o gendarmi, soldati o lacchè, la pietà dei padroni. Viva l’anarchia! viva la Rivoluzione sociale!”
(Dichiarazione di Charles Gallo accusato dell’attentato alla Borsa di Parigi, nell’udienza del 16 luglio 1886 al Presidente Dupont e a tutta la corte)
giovedì 9 aprile 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) V°
Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere» essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto». Fu in questa stessa conferenza - di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» - che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l'indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale» (Comunque – così conclude la Pankratova - «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima vlta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»). Da questo momento dunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi (Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di « consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto»), e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro « l'anarchismo operaio» - reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati - invocando il bene della patria, la situazione economica precaria del paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell'industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l'idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere (La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi).
THE BEAT GOES ON – Sonny and Cher
ll battito non si ferma, il battito continua
La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello
La rabbia cresceva al tempo di Charleston
La storia ha voltato pagina
La minigonna è la cosa di oggi
La ragazzina alla moda è il nuovo re appena nato
Il battito non si ferma, il battito continua
La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello
La drogheria è il supermercato
Le ragazzine continuano ad avere il cuore spezzato
E gli uomini continuano ancora ad andare in guerra marciando
Tengono nota del punteggio di baseball con la calcolatrice
Il battito non si ferma, il battito continua
La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello
Le nonne si siedono sulle sedie e ricordano
I ragazzi continuano a inseguire le ragazze per ricevere un bacio
Le macchine vanno sempre più veloci
E i mendicanti chiedono ancora: "Ehi amico, hai un centesimo?"
Il battito non si ferma, il battito continua
La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello
La nascita di Umanità Nova
Rientrato a Milano il 9 febbraio, Malatesta si occupava principalmente di Umanità Nova. Erano ormai passati dieci mesi dal Convegno di Firenze, nella cui sede si era deliberato di lanciare la campagna di sottoscrizione pro-quotidiano anarchico. Ormai tutto era pronto per l'inizio delle pubblicazioni: il fondo-cassa, i redattori, parte dei diffusori, il programma del giornale, il materiale tipografico ecc. Mancava «solo» una cosa essenziale: la carta. Il governo, tramite la cartiera di Isola del Liri, non sembrava per niente disposto a fornirne agli anarchici per il loro quotidiano, per cui la scadenza del 24 gennaio - preannunciata come data d'uscita del quotidiano - era passata invano. Nel mentre si occupava delle molte questioni connesse con il quotidiano, Malatesta non trascurava la sua consueta attività propagandistica. Il 17 febbraio, per esempio, parlava a Voghera. Tre giorni dopo teneva una conferenza a Milano, il 22 era a Legnano e il 23 a Turro Milanese. Il 27 febbraio, infine, vedeva la luce il primo numero di Umanità Nova, che recava la data «26-27 febbraio 1920»: come presentazione redazionale del nuovo giornale veniva pubblicata, con il titolo «I nostri propositi», la circolare programma che Malatesta aveva scritto a Londra cinque mesi prima e che in quella veste era già stata pubblicata su II Libertario del 9 ottobre 1919. Per salutare la nascita di Umanità Nova, l'Avanti! pubblicava una vignetta del suo disegnatore politico, il noto Scalarini, accompagnata da un favorevole commento redazionale. Per tutto il 1920, Umanità Nova restava l'unico punto di riferimento quotidiano alla sinistra del P.S.I., coagulando intorno a sé l'attenzione ed a volte anche il sostegno dei vari settori della sinistra rivoluzionaria italiana: dall'U.S.I. al Sindacato Ferrovieri, dalla Federazione dei Lavoratori del Mare alla Federazione Giovanile Socialista, dalle correnti massimaliste del socialismo alla Federazione dei Lavoratori dei Porti. Va rilevato che Umanità Nova non si presentava - programmaticamente - come portavoce dei soli anarchici aderenti all'Unione Anarchica Italiana, bensì di tutto il movimento anarchico nel suo insieme. Oltre che dall'Avanti!, l'uscita del quotidiano anarchico era salutata con vivo favore e grandi speranze da tutte le pubblicazioni libertarie, di ogni sfumatura o tendenza. Particolarmente significativa la posizione della Cronaca Sovversiva di Torino, redatta da Luigi Galleani e Raffaele Schiavina, noti esponenti della tendenza anti-organizzatrice. I mesi successivi avrebbero confermato in pieno il successo di Umanità Nova. Per la prima volta nella storia del movimento anarchico di lingua italiana centinaia, forse migliaia di militanti e di simpatizzanti erano quotidianamente mobilitati per diffondere con regolarità e capillarità un giornale quotidiano. Naturalmente, era nelle zone di radicata tradizione libertaria che la diffusione toccava le sue punte superiori. Va d'altra parte rilevato che in alcune zone, dove la tradizionale presenza dell'Avanti! limitava la potenziale penetrazione di Umanità Nova, quest'ultimo riusciva egualmente a prendere piede e perfino, a volte, a sopravanzare il quotidiano socialista. Interessante, in proposito, la testimonianza di una osservatrice attenta come la socialista riformista Anna Kuliscioff, la quale in una lettera a Filippo Turati rilevava: “La classe operaia passa adesso un brutto quarto d'ora di contagio anarchico. Ormai l'Avanti! è quasi boicottato, e gli operai non leggono che l'Umanità Nova, che mi dicono superi ora la tiratura delle centomila copie. Lo affermano i frequentatori della Camera del Lavoro e i viaggiatori nei tram del mattino, ove non si trovano più operai senza l'Umanità Nova in mano. Gli articoli del Malatesta contro la dittatura di qualsiasi governo, fosse anche comunista, distaccano dal massimalismo, ma sono qualche cosa di peggio, perché un'esaltazione dei «buoni» istinti del popolo, che, a rivoluzione compiuta, saprà regolare da sé la produzione e la distribuzione.”
giovedì 2 aprile 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IV°
Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende.









