L’udienza inizia alle ore 9,10. Merlino presenta subito un’eccezione sul sorteggio dei giurati, ch’era stato fatto prima dell’assegnazione della causa, e dunque non era valido. La corte si ritira per deliberare e rientra in aula alle 10,05 respingendo l’eccezione e ordinando il sorteggio di 14 fra i 40 giurati eletti. Il sorteggio termina alle 10,25. È significativa la sequenza dei tempi. Merlino avanza una nuova eccezione. Dichiara di avere saputo della sua nomina a difensore poco più di 24 ore prima del processo, e di non avere dunque potuto né studiare la causa né avere opportuni colloqui coll’imputato, intesi al tentativo di comprendere “in seguito a quali impulsi o suggestioni egli si sia deciso a consumare il reato”. Inoltre, egli rileva che ha appreso ascoltando il PM in udienza che era in istruzione un altro processo per complotto, relativo al regicidio, e che essendo unico il fatto non poteva che essere unico il giudizio. A tanto fondate ragioni, il PM risponde in pieno dispregio del rito, semplicemente… che “è necessario che al delitto mostruoso succeda rapida l’espiazione”! Merlino controreplica che, a voler per davvero fare un giusto processo, è proprio la eccezionalità della causa ad esigere scrupolosamente che sia eliminato ogni dubbio su “incompletezze” della difesa e del rito. La Corte si ritira e rientra alle 11,25. Eccezione respinta, in adesione alla tesi del PM. Viene data lettura degli atti, ed alle 11,55 inizia l’interrogatorio dell’imputato. Alla domanda: “Da quanto tempo avevate pensato di compiere l’efferato delitto?”, risponde: “Fu dopo gli stati d’assedio di Sicilia e di Milano, illegalmente stabiliti con decreto reale, che io pensai di uccidere il re per vendicare le vittime pallide e sanguinanti”. Il Presidente osserva che il re non è responsabile dei decreti emessi dai suoi ministri, e il Bresci ribatte: “Ma li aveva firmati lui”. E soggiunge: “i fatti di Milano, in cui si adoperò il cannone, mi fecero piangere di rabbia e pensai alla vendetta”. L’interrogatorio si conclude alle 12,15. Si dà lettura delle perizie. L’udienza è poi sospesa alle 12,30. Si riprende dopo poco più di un’ora. Il reingresso di Bresci avviene alle 13,45. Merlino non si ripresenta. Ha pregato l’avvocato di ufficio di rappresentarlo per un’ora. È in un’aula a fianco a preparare mentalmente la sua arringa, sdraiato su di una panca di legno, stremato dall’incalzare degli avvenimenti. Di nessuna pregnanza processuale furono le deposizioni dei testimoni. Alle 15,15 prende la parola – presente il Merlino – il PM. La sua requisitoria ripete schemi risaputi: contrapposizione fra la figura nobilissima del sovrano, tutta patriottismo e bontà (era “il Re buono”), e la mostruosa efferatezza del regicida: da una parte la patria ferita e dall’altra la criminosa realtà dell’anarchismo. Bisognava affermare giustizia, negando le attenuanti e condannando il regicida al massimo della pena prevista dalla legge. L’ergastolo.
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 29 ottobre 2026
Pensieri e parole – Laurie Anderson
La musica. Non riesco a non apprezzare ciò che ha detto Steve Martin: «Parlare di musica è come danzare di architettura». Puoi discutere sui testi, sulle intenzioni di partenza, ma non riuscirai mai a capire tutto. Perché l'arte è spesso prodotto dell'inconscio e molte volte tu stessa non sai quello che fai. Tra le tante definizioni che i media e la gente mi hanno dato apprezzo quella di cantastorie, ma il termine più adatto potrebbe essere trainsurgeon, neurochirurgo.
L'armonia degli opposti. Mi piace presentare nello stesso brano punti di vista differenti, a volte diametralmente opposti. Ho scritto Kokoku pensando a una scena di un libro di James Joyce in cui una donna, osservandone un'altra seduta sulla spiaggia, ne commenta positivamente l'abbigliamento. E, dalla direzione opposta, proviene un uomo che si domanda, a proposito della donna seduta, 'chi sia quell'orribile rospo'. Oppure mi piace mescolare realtà e finzione, incubo e sogno. Ho collaborato con un talento dell'avanguardia viennese, Valie Exploit, a un film che nasce dalla considerazione, apparentemente banale, di come una città possa influenzare i rapporti tra uomini e donne, coinvolgerli in un misto di comicità e paura. Lo spunto per il brano Coolsville è stata New York, una città dove la gente vive al contrario di come vorrebbe, desidera esattamente il contrario di ciò che finge di volere, lavora duramente dicendo che presto cambierà vita, oppure senza sapere cosa davvero vuole. Per questo canto: «Nel tuo sogno ci sono due voci: una dice "io brucio", l'altra dice "tu sogni di bruciare"; una dice "io parlo", l'altra dice "tu sogni di parlare"».
L'avanguardia. Avanguardia è una parola subdola, ingannevole, traditrice. New York, culla dell'avanguardia, oggi pullula di studenti frustrati che frequentano le gallerie d'arte alternativa e i circuiti underground. Dopo un po' capiscono di non possedere il talento, o anche solo la pazienza, per emergere in quell'ambiente, e trovano lavoro nelle agenzie pubblicitarie. Ma restano nel giro, così ogni piccola intuizione della vera avanguardia diventa in una settimana uno spot pubblicitario. In questo modo gli studenti frustrati si guadagnano l'appellativo di 'creativi'. Chi fa avanguardia non lavora in laboratorio, ma pensa d'avanguardia. Pensiamo ai nostri cinque sensi. Vedere, ascoltare e pensare sono parte di una stessa esperienza. Se tieni queste cose distinte nel processo creativo, il risultato mancherà di spontaneità. E per essere originali non è necessario conoscere tutto alla perfezione. Io non sono una grande strumentista. Il suono dovrebbe nascere solo da te stesso e quindi solo tu puoi sapere come realizzarlo. Che il modo sia giusto o sbagliato poco importa. Una volta, in studio, ho prodotto un suono e ho chiesto se qualcuno era in grado di riprodurlo uguale. E dal fondo della sala mi è arrivato lo stesso, identico suono. Qualcuno aveva capito esattamente quello che avevo chiesto. Gli ho urlato: “Dove sei? Fatti vedere. Vuoi sposarmi?” ed è uscito fuori un musicista sudafricano. Ecco cos'è la musica: fare qualcosa, poco importa come, e credere che da qualche parte esista almeno un'altra persona sintonizzata sulla tua stessa lunghezza d'onda. Esistono linguaggi che paiono incomprensibili a tutti, ma non lo sono. In famiglia eravamo tutti appassionati del linguaggio. Ero la seconda di otto fratelli e ricordo che i gemelli, quando avevano sei anni, usavano una lingua tutta loro. Facevano persino canzoni in quella lingua. Era una specie di telepatia verbale.
In prospettiva. L'ultima volta che sono stata ad Amsterdam ero ospite di un astronauta che è stato a lungo in orbita con alcuni tecnici e, al ritorno, si era reso conto, al pari dei suoi compagni, che non era più la stessa persona. Mi diceva: “Non mi ero mai reso conto di cosa significasse veramente il termine rotondo fino a quando non ho visto quanto era rotonda la terra dallo spazio”. Aveva visto le cose in prospettiva diversa. Io adoro quando il mio lavoro, e quello degli artisti che ammiro, possiede una prospettiva. Perché riesci a valutare meglio quando ti allontani da ciò che hai fatto e ti guardi indietro.
UN MANIFESTO SUL CONCETTO DI RIVOLUZIONE – David Graeber
Il termine «rivoluzione» ha perso inesorabilmente di importanza nell’uso ordinario, al punto che adesso può significare qualsiasi cosa. Ormai abbiamo una rivoluzione ogni settimana: rivoluzioni nei servizi di credito, rivoluzioni cibernetiche, rivoluzioni mediche, una rivoluzione su internet ogni volta che qualcuno inventa un software più intelligente. Una retorica del genere è possibile soltanto perché la definizione comune di rivoluzione ha sempre implicato l’idea di un cambiamento di paradigma: un’interruzione netta, una rottura fondamentale nella natura della realtà sociale in seguito alla quale la realtà funziona diversamente e le categorie invalse non sono più valide. In questo senso è possibile affermare che il mondo moderno è il risultato di due «rivoluzioni», quella francese e quella industriale, nonostante il fatto che non abbiano niente in comune al di là di essere uno spartiacque con tutto quello che le precedeva. Ellen Meskins Wood ha osservato che abbiamo preso la strana abitudine di parlare della «modernità» come se questa implicasse una combinazione tra la dottrina economica inglese del laissez faire e le teorie francesi sul governo repubblicano, anche se queste due tendenze non si sono mai realizzate insieme: la rivoluzione industriale si realizzò sotto una costituzione inglese stravagante, antiquata e ancora in gran parte medievale, mentre la Francia del XIX secolo non aveva niente a che fare con il laissez faire.
(Un tempo i «paesi in via di sviluppo» subivano il fascino della rivoluzione russa, forse perché in essa le due rivoluzioni sembravano coincidere: una conquista del potere nazionale che conduceva a una rapida industrializzazione. Di conseguenza nel XX secolo quasi ogni governo del Sud del pianeta determinato a raggiungere i livelli di sviluppo economico delle regioni industrializzate doveva anche dichiarare di essere un regime rivoluzionario). Se dietro a tutto questo si nasconde un errore logico, esso si basa sull’ipotesi che il cambiamento sociale e tecnologico prenda la stessa forma di ciò che Thomas Kuhn ha definito «la struttura delle rivoluzioni scientifiche». Kuhn si riferisce a eventi come il salto dall’universo di Newton a quello di Einstein: all’improvviso si verifica un passo in avanti di tipo intellettuale, e dopo l’universo è differente. L’applicazione di questo principio al di fuori delle rivoluzioni scientifiche implica l’equivalenza tra la nostra conoscenza del mondo e il mondo stesso, con il corollario che nel momento in cui cambiamo i principi alla base della nostra conoscenza, anche la realtà si modifica. Ma di fatto il mondo non è obbligato a rispondere alle nostre aspettative, e se la «realtà» si riferisce a qualcosa, questo qualcosa è proprio ciò che non può essere interamente racchiuso nelle nostre costruzioni mentali. Le totalità, in particolare, sono sempre un parto dell’immaginazione. Le nazioni, le società, le ideologie, i sistemi chiusi, niente di tutto questo esiste veramente. La realtà è sempre più caotica di così, anche se la fiducia in concetti come questi fornisce un’innegabile forza sociale. Di fatto, l’abitudine a pensare il mondo o la società come un sistema totalizzante (in cui ogni elemento acquista il proprio senso solo in relazione con gli altri) conduce quasi inevitabilmente a un’immagine della rivoluzione come di un cataclisma devastante. Senza una rottura del genere, come potrebbe infatti un sistema totalizzante essere sostituito da un sistema completamente differente? La storia umana si trasforma quindi in una serie di rivoluzioni – la rivoluzione neolitica, la rivoluzione industriale, la rivoluzione informatica, etc. – e il sogno politico diventa controllare in qualche modo questo processo: raggiungere il punto in cui noi stessi riusciamo a produrre una rottura, un balzo in avanti che non si limita semplicemente ad accadere, ma viene prodotto come risultato diretto di una qualche volontà collettiva. «La rivoluzione» propriamente detta. Allora non desta meraviglia che nel momento in cui i pensatori radicali hanno dovuto abbandonare questo sogno, la loro prima reazione è stata quella di raddoppiare i loro sforzi per vedere rivoluzioni ovunque, al punto che agli occhi di Paul Virilio la rottura è lo stato permanente del nostro essere, mentre per Jean Baudrillard il mondo cambia completamente ogni due anni, ogni volta che lui ha un’idea nuova.
Con questo non voglio rifiutare drasticamente queste totalità immaginarie, anche ammettendo l’ipotesi, alquanto improbabile, che sia possibile rifiutarle completamente, considerato che sono probabilmente uno strumento necessario del pensiero umano. Voglio soltanto che sia chiaro che non sono nient’altro che strumenti del pensiero. Ad esempio, non è male porsi domande come le seguenti: «Dopo la rivoluzione, come organizzeremo i trasporti di massa?», «Chi finanzierà la ricerca scientifica?», «Esisteranno ancora le riviste di moda?». È un utile esercizio mentale, anche se dobbiamo riconoscere che in realtà – a meno che non si vogliano massacrare migliaia di persone, e forse anche in quel caso – la rivoluzione quasi certamente non sarà una rottura così semplice come possono far pensare domande del genere.
Cosa sarà allora la rivoluzione? Ho già proposto alcune idee. Una rivoluzione di dimensioni mondiali avrà bisogno di molto tempo. Ma forse è già in corso. La maniera migliore per rendersene conto è smettere di pensare alla rivoluzione come a una cosa – «la» rivoluzione, il grande cataclisma, il punto di rottura – e chiedersi invece: «Che cos’è un’azione rivoluzionaria?». Ecco la nostra risposta: un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere, e che nel frattempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali, anche all’interno della collettività. L’azione rivoluzionaria non si propone necessariamente di rovesciare i governi. Ad esempio, sarebbe un atto di per sé rivoluzionario il tentativo di creare delle comunità autonome nei confronti del potere (con le parole di Castoriadis, comunità che si auto-istituiscono, decidendo collettivamente le proprie regole e i propri principi operativi e riesaminandoli costantemente). E la storia ci insegna che la continua accumulazione di atti di questo tipo può cambiare (quasi) qualsiasi situazione.
giovedì 22 ottobre 2026
F.S. Merlino, la difesa del regicida Gaetano Bresci I°
Il processo, ch’egli senz’altro definì “processo politico”, e che gli valse rinomanza quale “avvocato dei malfattori” in tutta Europa, fu celebrato davanti alla Corte d’Assise di Milano. A seguito di una sensazionale vicenda. Agosto 1900. L’avv. F.S. Merlino difende un anarchico, ma la sua non è una difesa di connivenza. Egli è rimasto fedele ad alcune idee dell’anarchia, è rimasto nemico implacabile dell’assolutismo marxista, ma seguendo un suo percorso ideale si è accostato ai principi del socialismo. Di un suo socialismo, libertario e legalitario insieme. L’imputazione è quella di regicidio. Il suo difeso si chiama Gaetano Bresci; un anarchico di Prato, il quale ha ucciso a revolverate a Monza, mentre rientrava in carrozza dopo aver presenziato ad una cerimonia sportiva, il re d’Italia, Umberto I. Il delitto è stato commesso il 29 luglio 1900. Il 29 agosto, esattamente un mese dopo ci sarà la sentenza della Corte d’assise, dopo un’udienza durata nei suoi tempi reali, circa otto ore. Fu una gara di velocità. Nella quale i magistrati si profusero. L’arrestato aveva immediatamente confessato: “Io ho commesso questo fatto perché ho voluto attentare al Capo dello Stato che rappresenta il regime che ci governa”. Il giorno dopo, 30 luglio, erano già pronte la requisitoria del Procuratore Generale e la sentenza di avocazione alla Sezione di accusa. Il 7 agosto venivano trasmessi gli atti al P.G. per le sue conclusioni definitive. Le quali vennero presentate lo stesso giorno alla Sezione di accusa. Il mattino successivo: notifica delle requisitorie e deposito degli atti in Cancelleria. Venne nominato difensore di ufficio l’avv. Mario Martelli presidente dell’ordine degli avvocati di Milano. L’imputato chiese di avere un difensore di fiducia e nominò l’avv. Filippo Turati, il grande leader del socialismo riformista italiano, anche se questi, da dieci anni non esercitava più la professione forense. Molti giornali, per esempio il quotidiano «Sera», scrissero che “Non c’era punto bisogno di questo incarico per fare persuaso il pubblico che malgrado ogni contraria affermazione in fatto, socialisti ed anarchici sono destinati a intendersi”. Ma l’«Avanti!» aveva preso le distanze sul piano morale e politico dal regicidio, e malgrado il dissenso di piccole minoranze fra i socialisti, sosterrà poi la linea di Turati. Il quale scrisse che “per un elementare dovere di umanità”, s’era recato al cellulare ove Bresci era stato trasferito dalla caserma di Monza. Il 20 agosto ebbe con lui un colloquio di due ore. Non accettò tuttavia l’incarico. Uscì dall’incontro col compito che s’era assunto di contattare F.S. Merlino per proporgli la difesa. Ottenuta da questi risposta affermativa ne scrisse subito al Bresci. Ma la lettera venne trattenuta 21 ore prima di essere consegnata all’imputato. Si verificò così una grave irregolarità: il 22 agosto scadeva infatti il termine per proporre ricorso alla Cassazione contro la sentenza della Camera d’accusa, che aveva rinviato il Bresci dinanzi alla Corte d’Assise. Il difensore d’ufficio Martelli non propose ricorso ritenendolo infondato. Tale ricorso avrebbe tuttavia portato fatalmente ad un rinvio del dibattimento. Utile secondo il Bresci per citare testimoni residenti in America e di Prato. Inoltre, col processo che era fissato per il 29 agosto, c’era l’esigenza sacrosanta di ottenere un rinvio per dare la possibilità al Merlino di studiarselo il processo (che un più lungo iter processuale rientrasse poi nei piani di propaganda tipici dell’anarchismo, è un altro discorso). L’avv. Martelli propose istanza di rinvio per citare i testimoni, ma la Corte la respinse, ammettendo tuttavia a deporre i testimoni pratesi. Merlino giunse a Milano da Roma la sera del 28 agosto. Il 29, avendo potuto leggere in treno soltanto l’atto di accusa, si presentò per la difesa, in assise. Dichiarò ai giornali che non conosceva “una sola parola del processo”: “chiederò un rinvio – dichiarò – non posso farne a meno”. Il «Corriere della Sera» scrisse: “Tutti saranno curiosi di vedere come Francesco Saverio Merlino vorrà e saprà difendere l’assassino che si professa alunno della stessa scuola di errore a cui, in giovinezza, egli dedicò con impetuoso slancio: cuore, ingegno ed avvenire, e le cui dottrine, quando sortono gli effetti del regicidio di Monza, sono maledette da tutta l’umanità” .
SHULGIN Alexander
Alexander "Sasha" Shulgin, Ph. D. è certamente uno dei più rappresentativi e eclettici chimici e farmacologi del Novecento, padre della MDMA (Ecstasy) e di quasi 200 altri composti empatogeni, Anche se Shulgin non ha inventato la MDMA, sintetizzata già nel 1914, a lui si deve un nuovo e migliore processo di sintesi.
Conquistò il dottorato (Ph.D.) nel 1954, alla Berkeley University, e dalla fine degli anni Cinquanta all'inizio degli anni Sessanta svolse il tirocinio post dottorato in psicofarmacologia alla U.C. di San Francisco e lavorò come direttore della ricerca presso presso i Laboratori della DioRad, prima di diventare ricercatore alla Dow Chemical Co.
Nel 1960 provò per la prima volta la mescalina, e dopo l'esperienza incominciò la sperimentazione e la ricerca di molecole simili alla mescalina, tra cui il DOM (STP).
Dopo aver lasciato la Dow Chemical Co. nel 1965, Sasha si dedicò completamente alla ricerca indipendente, lavorando sia come consulente che come conferenziere. Nel 1967 contribuì a far conoscere la potenzialità terapeutiche della MDMA nell'Università di San Francisco, in un'epoca in cui il consumo della sostanza e le informazioni su di essa erano quasi zero.
Nel 1976 fece conoscere la MDMA a Leo Zeff, psicologo di Oakland che già utilizzava gli psichedelici nella sua pratica clinica. Questi, a sua volta, contribuì a far conoscere la sostanza a centinaia di psicoterapeuti e anche al di fuori della comunità scientifica, prima che venisse messa fuori legge negli Stati Uniti nel 1985.
Ancora oggi Sasha è attivissimo e partecipa a conferenze, rilascia interviste, dedicando le forze a creare nelle nuove generazioni una coscienza razionale e scientifica legata al consumo delle droghe psicoattive.
Il 19 luglio a Barcellona – Parte seconda
E sentire le guardie d'assalto gridare «Evviva la CNT e la FAI» sembra una cosa dell'altro mondo. Ma le rivoluzioni sono così fatte. Un popolo in armi ritrova tutti i suoi figli. La fraternizzazione fu completa. Sui fucili era la coccarda rossa e nera. La parola d'ordine era: CNT. I lasciapassare dovevano recare il suo bollo. Negli intervalli di tregua, tutti i combattenti fraternizzavano nei ristoranti comuni della Confederazione e del fronte popolare, giacché lo sciopero fu completo sino al venerdì seguente. Poliziotti e carabinieri tributavano i più caldi elogi ai combattenti anarchici, per il grande valore spiegato al fuoco, e brindavano assieme. La soffocazione del movimento fascista a Barcellona è costata molto sangue proletario, ma il fascismo non è passato. Lo scontro più arduo è stato quello di domenica e lunedì. Si combatteva dappertutto. I fascisti imboscati nei conventi, sui campanili delle chiese, mitragliavano chiunque giungesse a tiro, combattenti e non combattenti, e persino la croce rossa, per cui fu necessario ai rivoluzionari di sloggiarli a colpi di bombe. Le vittime furono numerose. Un ferito grave dovette restare lunghe ore a terra senza soccorso, perché le infermiere del vicino ospedale venivano prese di mira dalle finestre di un convento, e dovettero desistere dalla loro opera di soccorso. Perduta la pazienza, il popolo diede fuoco a tutti i conventi e a tutte le chiese. Si è salvata la cattedrale, ma il palazzo vescovile fu dato alle fiamme. Il fuoco di purificazione è durato parecchi giorni e continua, con gioia del popolo. I nove decimi almeno delle chiese e dei conventi di Barcellona non sono più che rovine. Si calcola che i morti nostri siano circa cinquecento, i feriti qualche migliaio. Sono molti, ma sarebbero certo stati di più se i soldati stessi non si fossero in molti quartieri ribellati agli ordini dei loro ufficiali. In altri, combatterono di malavoglia e non s'impegnarono a fondo. Con tutto questo c'è voluto un grandissimo concentramento di forze antifascista per sloggiare il fascismo dai suoi focolari. E ancora non è battuto dappertutto. Saragozza, Toledo, Siviglia e molti altri centri della Spagna ne sono ancora infestati. Da Barcellona partono migliaia di volontari contro i fascisti di Saragozza, e da Madrid pure, contro altri centri. Alla vittoria dell'antifascismo a Barcellona ha contribuito enormemente il bombardamento aereo. Alla lotta della strada hanno contribuito eminentemente, e per numero e per valore, i seguaci della CNT e della FAI. L'iniziativa fu sempre di queste organizzazioni. Molti ufficiali superiori e subalterni pagarono il fio del loro tradimento. Gli anarchici non volevano che questa cambiale restasse oltre in bianco. Troppi morti già avevano lasciato sul terreno, e nella rappresaglia i nemici erano stati atroci. E pietà non incontrarono neppure i preti e i frati, che dai loro conventi e dalle chiese mitragliavano il popolo. All'estero dicano quel che vogliono, ma furono proprio i monarchici, i fascisti e i preti, i primi ad attaccare ed è giusto che il popolo li abbia colpiti della sua vendetta. Peccato che le caserme non abbiano subita la stessa sorte delle chiese, delle chiesuole e dei conventi, dei quali non resta molto più che le mura esterne pericolanti. Ora la battaglia si concentra intorno a Saragozza, dove circa diecimila fascisti organizzati militarmente, colla popolazione chiamata alle armi si difendono accanitamente. Egualmente pericolosi sono gli altri centri di concentrazione fascista, ma il popolo sta reagendo dappertutto. Nuovi gruppi di difesa sorgono dappertutto, tutti sono concordi nella determinazione di non lasciarsi più disarmare. Si saprà esigere questo? Certo il governo incomincia a mostrare il disagio in cui si trova di fronte ad un popolo in armi. A Madrid ha decretato il divieto di circolare armati su automobili, e l'obbligo pei cittadini armati di restare nelle caserme. Speriamo che quei lavoratori sappiano imporsi. A Barcellona qualche cosa di simile accenna a spuntare. Io stesso ho visto le autorità disarmare due compagni che non avevano altro titolo che la tessera della CNT. Prima questo bastava per essere armati, adesso non basta più. Anche i compagni devono denunziare le proprie armi al sindacato. La volontà di non lasciarsi togliere le armi esiste ed è un buon segno. Si nota però che coloro che hanno il potere insistono perché la fraternizzazione delle forze di polizia con i rivoluzionari, specialmente anarchici e sindacalisti, abbia fine. Adesso i corpi che rappresentano l'autorità costituita viaggian separatamente. Si saluta ancora alla comunista col pugno in aria, ma è diventato estremamente raro che i membri dei corpi di polizia gridino: «Viva la FAI e la CNT». I colori rosso e nero sono scomparsi, e così anche le iniziali delle due organizzazioni prevalenti. La CNT ha reagito. Venerdì, nei posti di controllo, ho veduto dei gruppi di compagni verniciare di nuovo le ormai famose sei iniziali tanto in voga nei giorni del pericolo. Si nota pure che anche gli agenti di polizia incominciano a mal tollerare il controllo e i bolli della Confederazione. Però i confederali vi insistono.
Nel popolo l'ardore non è scemato. Speriamo che non si accontenti del nuovo programma del fronte popolare, che è poi su per giù quello approvato dal Congresso di Saragozza. Il fascismo resta sempre da sconfiggere, ma la sconfitta del fascismo non deve essere che l'inizio di un'era luminosa di libertà e di benessere.
Barcellona, 26 luglio 1936
(Adunata dei refrattari, anno XV, n. 33)
giovedì 15 ottobre 2026
Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso V°
Svolta autoritaria
Si giunge così all’epopea della contestazione dal ’68 fino alla fine degli anni ’70, periodo in cui lo Stato chiede ad un paio di noti esponenti della politica del tempo, ovvero ad Oronzo Reale e successivamente a Francesco Cossiga, di studiare il modo per poter risolvere i problemi d’ordine pubblico, un ‘nuovo’ modo per sedare le proteste di piazza. La paura che avevano generato negli organi istituzionali la rivolta studentesca del ’68 e la conseguente saldatura con la protesta operaia nell’autunno caldo del ’69 porta nel 1975 alla legge di Oronzo Reale (legge Reale), Ministro della Giustizia dell’epoca. Una legge, quella Reale, che tende a punire non solo gli atti di terrorismo ma soprattutto il movimento, in quanto le predisposizioni previste colpiscono soprattutto le nascenti organizzazioni extraparlamentari a prescindere se queste hanno commesso atti di violenza o di terrorismo. Successivamente il decreto Cossiga del 1979, che nasce pochi mesi dopo il delitto Moro e quindi dall’esigenza delle istituzioni di riportare tutto alla normalizzazione, va a sommarsi al resto delle normative repressive in vigore, ma mira a colpire soprattutto le realtà armate del movimento dell’epoca. Questa nuova svolta autoritaria nell’ordinamento giuridico italiano si rifà al principio della ragion di Stato secondo cui la salvaguardia delle istituzioni giustifica l’azione di governo attraverso qualsiasi mezzo. In tal modo il vecchio "delitto" politico diventa delitto «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento democratico». Una nuova dicitura che di fatto estende largamente i poteri di polizia e introduce un diritto penale ‘speciale’ rispetto a quello ordinario, ‘speciale’ quanto alle sostanziali figure di reato (come nel caso degli elastici e indeterminati reati di associazione sovversiva), ‘speciale’ rispetto al trattamento carcerario. Dopo aver tracciato a grosse linee la genesi e lo sviluppo delle legislazioni che colpiscono le varie forme di opposizione, non possiamo non notare il mantenimento di un filo conduttore, dal Regno Sabaudo ad oggi, di alcune norme che permettono la repressione di determinati atteggiamenti politici. Il fatto che ancora oggi il Codice Rocco sia vigente, che si mantengano i reati associativi e che sostanzialmente la stessa legge Reale e lo stesso decreto Cossiga non siano state abrogati, dimostra una volontà dei governi che si sono succeduti nel mantenere quella continuità di controllo e repressione verso ogni forma di opposizione. Un moderno Stato di diritto e che voglia dirsi democratico deve necessariamente procedere verso la totale abrogazione del Codice Rocco e l’assoluta cancellazione dei reati associativi anche in nome di quel diritto di resistenza, concepito come diritto naturale di una parte, o di un intero popolo, ad opporsi contro l’esercizio arbitrario e tirannico del potere statale. Una tradizione di resistenza antichissima che trova le sue origini nell’Antigone di Sofocle e che leggi e complessi artifici giuridici non sono mai riusciti a interrompere.









