Il decreto del novembre 1917 suscitò dei contrasti sia tra i rap-presentanti bolscevichi - fautori della preminenza dei sindacati sui comitati di fabbrica -, sia tra i rappresentanti di questi comitati che rivendicavano giustamente il controllo di ciascun comitato sulla fabbrica nel quale esso operava (Il leader dei comitati di fabbrica, Jivotov, nel suo intervento al consiglio panrusso del 28 novembre così dichiarava: «Da noi, nei comitati di fabbrica vengono elaborate le istruzioni che provengono dal basso per abbracciare tutti i rami dell'industria; e sono appunto queste istruzioni quelle che possono avere importanza giacché provengono dal luogo di lavoro e dalla vita. Esse dimostrano di che cosa siano capaci i comitati di fabbrica ed è per questo motivo che debbono avere la preminenza su tutto ciò che riguarda il controllo operaio»), e trovò degli avversari in alcuni leader bolscevichi ed in seno alla frazione dei «comunisti di sinistra» che già s'era creata all'interno dello stesso apparato centrale del partito bolscevico. L'opposizione alla concezione leninista di controllo operaio si concretò, tra l'altro, in un Manuale pratico per l'esecuzione del controllo operaio (redatto dai membri non bolscevichi del consiglio panrusso dei comitati di fabbrica) in cui veniva specificato che «il controllo operaio sull'industria, in quanto parte indivisa del controllo sull'insieme della vita economica del paese, non deve essere considerato nel senso stretto di verifica, ma nel più lato senso dell'ingerenza»: si voleva, cioè, ribadire che il controllo non poteva che essere inteso nel senso della gestione delle aziende o, quanto meno, non essendo in quel periodo di tempo stata eliminata la categoria degl'imprenditori-proprietari, di cogestione collegiale e paritaria. E si ebbero infatti molti esempi di gestione diretta, particolarmente nelle industrie del nord della Russia, nei mesi che vanno dal novembre 1917 al gennaio 1918, tanto che un testimone poteva così esprimersi : «I comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa e si sforzavano di risolvere i soli problemi di produzione, di ripartizione, che sembravano loro più urgenti al momento e nel settore più diretto. Le imprese si trasformavano per così dire in comunità anarchiche ». Poiché il contenuto del Manuale e, soprattutto, l'atteggiamento pratico degli operai che confiscavano e gestivano direttamente le aziende non si adeguavano evidentemente allo spirito ed alla lettera del decreto bolscevico del novembre 1917, si dovette ricorrere da parte dei bolscevichi alla redazione di un Contromanuale, in cui veniva esplicitamente riaffermata la subordinazione dei comitati di fabbrica ai proprietari-imprenditori e, conseguentemente, l'esclusione della gestione formale e sostanziale delle aziende da parte degli organismi operai. Gli articoli 7 e 9 di detto Contro-manuale sono esemplificativi: «Il diritto di dare ordini circa la gestione dell'impresa, del suo andamento e del suo funzionamento, spetta soltanto al proprietario. La commissione di controllo non partecipa alla gestione dell'azienda e non ha alcuna responsabilità circa il suo andamento e funzionamento. Questa responsabilità continua a spettare al proprietario» (art. 7) ; «La commissione di controllo di ogni singola azienda può, attraverso la mediazione dell'organo di controllo operaio, sollevare davanti alle istituzioni centrali del governo la questione del sequestro dell'azienda e di altre misure restrittive nei confronti dell'impresa, ma essa non ha il diritto di appropriarsi dell'azienda e di dirigerla » (art. 9).
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
Translate
giovedì 7 maggio 2026
KITOES – Péter Bacsò
In Kitores, è Laci - 23 anni - che non sa troppo bene che fare della sua esistenza, si sposa un po' per caso, cerca di passare senza successo in Occidente, divorzia, entra in fabbrica perché suo fratello gli fa capire che, avendolo mantenuto da dieci anni, ciò comincia a bastare; destinato ad un calcolatore, sotto la direzione di Pray, uomo intelligente, buon compagno, presto egli ne condivide la passione per la programmazione e trova così la sua inserzione nella società. Ma noi siamo in regime socialista... E i suoi problemi sono anche quelli che pone il calcolatore di Kitores. Pray e Laci possono ben rallegrarsi all'idea che esso sta rivelando tutte le occupazioni inutili per ridurre lo standard di lavoro e aumentare così il tempo libero, lasciando a ciascuno il tempo per pensare. Ma quelli che ne sono lesi si difendono: Pray e Laci perderanno il loro posto, la fabbrica non sarà più riorganizzata, questo aneddoto aiuta senza dubbio a comprendere come un paese quale l'URSS, ha fallito la rivoluzione dei calcolatori. Il problema certamente non è così semplice. Ma ci si attende un'altra soluzione da un paese socialista. Non c'è in tutto ciò niente di veramente nuovo: i fatti si conoscono. Il merito di Bacsò è quello di portarli alla luce, di rompere la cospirazione del silenzio; di far comprendere ciò che c'è di degradante per la coscienza civica in questa paura di affrontare i problemi, e ciò che c'è di ingiusto e di assurdo in un sistema che, poiché non assicura a ciascuno le garanzie elementari, non permette agli innovatori di far beneficiare la collettività dei loro sforzi. Ciò ci conduce ai problemi più generali della garanzia dei diritti individuali, del ruolo dei sindacati in un sistema socialista, del potere operaio. Un operaio può essere licenziato senza una ragione plausibile, inoltre può essere anche dequalificato; ciò spiega perché non si osi mai rifiutare e perché quelli che osano sono l'oggetto d’un vero ostracismo da parte della collettività che degenera in complicità. Ma si dirà, a che serve il sindacato? Un tempo Trotsky pensava che non c'era bisogno di sindacati in un regime socialista; Lenin aveva un punto di vista più sfumato della questione che fu una delle più controverse all'indomani della rivoluzione. Ora, vista sotto questo angolo, la questione non si pone neppure più: c'è bisogno del sindacato per difendere l'operaio.
La famiglia del regista ungherese si trasferì a Budapest negli anni '40. Si laureò all'Accademia di Teatro e Cinema nel 1950. All'inizio della sua carriera, divenne drammaturgo di Hunnia, per poi lavorare come sceneggiatore. Il suo primo lavoro da regista fu il film Nyáron észpert? nel 1964. Nel 1969, diresse il leggendario film Il testimone , che riprende i processi degli anni '50. Il film era troppo audace per la politica culturale dell'epoca, quindi rimase inedito per dieci anni, ma riscosse un grande successo al Festival di Cannes del 1981 ed è ora diventato un film cult in Ungheria. Dal 1973 al 1991, fu direttore artistico di Dialóg Stúdió. Il volume Bacsó Filmkönyv, dedicato al suo mezzo secolo di lavoro, è stato pubblicato nel novembre 2007.
William Blake - fuoco alle prigioni di Newgate
Il 6 giugno 1780 una folla di scalmanati appiccò il fuoco alle prigioni di Newgate. Fra la folla c'erano due poeti: George Crabbe e William Blake. Per caso, si dice, né si sa esattamente che parte attiva possa avere avuto nel tumulto il ventitreenne Blake, artista eccentrico convinto delle funzioni profetiche della poesia, destinato a rimanere isolato (quanto a fama contemporanea) pur dovendosi considerare il più estremo dei romantici ante litteram, e più vicino di tanti altri, nella sua impetuosa passione visionaria, ai rivoluzionari più radicali e agli «immoralisti» degli anni di transizione fra il «secolo dei lumi» e il romanticismo codificato come tale. Non è semplice scorgere nelle stravaganti e labirintiche allegorie dell'autore dei «proverbi» di The Marriage of Heaven and Hell (Il matrimonio del cielo e dell'inferno, 1790) una precisa concezione rivoluzionaria legata, per esempio, ad eventuali ordinamenti sociali (non si nota mai né intenzione né effettivo passaggio, salvo il caso prima riferito, a qualcosa che si possa definire azione), e tuttavia nella sua opera i segni di un'insofferenza ai limiti dell'anarchia è sempre percepibile. Fortemente razionalista da un lato, educato all'anticonformismo di pensiero di Voltaire e compagni, e dall'altro ferocemente avverso ad una pura logica, nutrito di occultismo, di gnosticismo, sostenitore ispirato dei diritti «divini» dell'Immaginazione, Blake non nega affatto, come il Diderot del Système de la Nature (Il sistema della natura), il fine ultimo della felicità e del piacere degli uomini. Piuttosto, lo supera per avventurarsi in una zona da cui sia possibile rovesciare letteralmente, portando il discorso alle sue conseguenze estreme, il dispotismo della morale e delle religioni. «Il Bene è l'elemento passivo, che obbedisce alla Ragione. Il Male è l'elemento positivo, che sorge dall'Energia». Pur nella tradizione liberale del dissenso, una simile affermazione suona esplosiva: speranza e incitamento ad una sovversione, terrorismo ideologico che affida all'energia e a ciò che ne deriva (considerato Male) il compito di rovesciare il mondo, la società, per un suo benefico rinnovamento.
venerdì 1 maggio 2026
giovedì 30 aprile 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VIII°
In breve il decreto del novembre 1917 - che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica - il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende - ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell'economia nazionale, e ne schiacciava l'autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d'ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all'estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d'altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili - alla pari dei rappresentanti degli operai - «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell'ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un'unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gl'intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale».
Etichette:
anarchia,
Archivio Storico,
Soviet
OPPIO di Graham Greene
Dopo due pipe provai una certa sonnolenza, dopo quattro la mia mente era vigile e calma; l'infelicità e il timore divennero come il vago ricordo di un qualcosa che un tempo avevo considerato importante. Io, che mi vergogno a mostrare la rozzezza del mio francese, mi trovai a recitare a chi stava con me una poesia di Baudelarie. Tornato a casa, quella sera sperimentai per la prima volta la notte in bianco dell'oppio. Si resta distesi, rilassati ma svegli, senza desiderare il sonno. La veglia ci fa paura, quando abbiamo dei pensieri agitati, ma in questo caso si è tranquilli, e sarebbe sbagliato anche dire che si è felici: la felicità agita il polso. E poi, improvvisamente e senza avvertimenti, ci si addormenta. Si dorme per una notte intera, di un sonno profondo come non mai, poi ci si sveglia, e il quadrante luminoso dell'orologio dice che sono passati venti minuti del cosiddetto tempo reale.
(Henry Graham Greene nato a Berkhamsted, il 2 ottobre del 1904, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario inglese. Soffriva di un disturbo bipolare che influenzò profondamente la sua scrittura e lo portò a degli eccessi nella vita privata)
Etichette:
Charles Baudelaire,
droghe,
Graham Greene,
Oppio
Il Governo come Organo di Dominio
Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – ho cercato di dimostrare che è possibile un approccio di tipo anarchico a quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità sono ricorso a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare”. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava. Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.
Etichette:
anarchia,
errico malatesta,
governamentalità,
Pierre-Jooseph Proudhon
Iscriviti a:
Post (Atom)









