Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale il terreno su cui la polemica borghiana incise più profondamente fu quello della lotta prettamente sindacale. L'opposizione al socialismo democratico invece si mantenne su un piano teorico e il motivo di ciò va ricercato nel fatto che il movimento anarchico e il partito socialista riformista si muovevano su piani affatto differenti. Il partito infatti aveva praticamente rifiutato, se non a livello di mera ipotesi teorica, la tesi della conquista rivoluzionaria del potere: ciò privava in parte del suo mordente la critica borghiana che finiva per appuntarsi contro un obiettivo astratto nel quadro della scontata tematica antiautoritaria e anti-legalitaria. È solo negli anni imme-diatamente precedenti alla guerra, con la crisi del riformismo e il revival delle forze rivoluzionarie, determinato nel partito socialista soprattutto dalla prepotente personalità di Benito Mussolini, che troviamo nel pensiero del Borghi un primo spunto aggressivo ben definito nei confronti del partito socialista, o meglio della sua corrente rivoluzionaria. E ancora una volta dal sindacato e dalla necessità della sua autonomia dai partiti che il Borghi prende spunto per avviare la sua polemica, nella quale si avverte la perfetta comprensione del disegno mussoliniano mirante a stabilire il controllo su tutto il movimento operaio organizzato («incapace da sé di un'azione rivoluzionaria») per affidare il compito e le finalità politiche al partito. In realtà i sindacalisti dell'Unione Sindacale, creando un'organizzazione autonoma, mentre da un lato si precludevano la possibilità di agire all'interno della CGL, d'altro lato non erano abbastanza forti per esautorarla; e ciò costituiva una forte remora alla realizzazione del disegno rivoluzionario di Mussolini, in cui il sindacato doveva svolgere una funzione essenziale. La posizione del Borghi non poteva essere che di netta opposizione nei confronti del tentativo di unire la Confederazione e l'Unione Sindacale in una lotta comune sotto l'egida del partito. Il motivo politico che nel corso di questa polemica veniva ad innestarsi concretamente alla questione sindacale doveva trarre ulteriori occasioni di sviluppo nel primo dopoguerra. Infatti le diverse posizioni assunte dalle forze politiche italiane di sinistra di fronte agli avvenimenti russi misero in luce le profonde divergenze esistenti fra la concezione rivoluzionaria anarchica e quella marxista, coinvolgendo una quantità di problemi collaterali vecchi e nuovi, non ultimo quello della posizione del sindacato nel processo rivoluzionario e nella costruzione della nuova società. Com'è noto la notizia della rivoluzione russa in un primo momento provocò in Italia un moto di generale entusiasmo e agì come potente coefficiente di mobilitazione del potenziale rivoluzionario delle masse. Nel «biennio rosso» anche agli anarchici sembrò che fosse giunto il momento in cui si sarebbe potuta realizzare quella rivoluzione liberatrice che essi ponevano al sommo delle proprie aspirazioni. In questo periodo la loro azione fu volta principalmente a realizzare l'unione di tutte le forze che si dichiaravano disposte a scendere sul terreno della lotta rivoluzionaria. L'unione doveva realizzarsi sia a livello di base con l'estensione dei moti a tutti i lavoratori delle città e delle campagne, sia a livello di direzione politica. Nella loro azione - afferma il Borghi - essi erano spinti da una duplice preoccupazione: da un lato quella di non alimentare rischiose polemiche con le forze politiche di sinistra che potessero mettere in urto fra di loro i lavoratori; dall'altro lato quella di non sottovalutare il pericolo che il partito socia-lista e la confederazione del lavoro portassero il movimento «ad infrangersi e ad esaurirsi contro gli scogli del riformismo». Perciò il Borghi preconizzò una scissione dei socialisti massimalisti dalla corrente riformista del partito. «Un tracollo della situazione in Italia nel 1919-20 - scrive - si poteva ottenere certamente anche per il concorso sicuro degli anarchici; ma non era da sperare il prevalere degli anarchici. Senza il concorso delle forze socialiste, almeno di quelle che si dicevano estremiste, non c'era niente da fare. Ma quelle forze, mentre alla base non desideravano che di agire, agivano al vertice, tutto sommato, concordi colle forze riformiste. Ecco perché in quel momento una scissione nel partito socialista sarebbe stata più proficua che non quella unità la quale attaccava allo stesso carro un cavallo davanti e uno dietro, spingendoli entrambi a frustate in direzioni opposte».
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 9 luglio 2026
PAPA WAS A ROLLIN’ STONE – The Temptations
Era il 3 settembre
Quel giorno lo ricorderò per sempre, sì lo farò
Perché quello è stato il giorno in cui mio padre è morto
Non ho mai avuto la possibilità di vederlo
Non ho mai sentito altro che cose cattive su di lui
Mamma, dipendo da te, per dirmi la verità
La mamma ha semplicemente abbassato la testa e ha detto, figliolo
Papà era un vagabondo
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
Papà era un vagabondo (si, figlio mio)
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
Hey Mamma!
È vero quello che dicono che papà non ha mai lavorato un giorno, in vita sua
E mamma, alcune brutte dicerie girano per la città dicendo questo
Papà aveva altri tre figli
E un'altra moglie, e non è giusto
Ho sentito alcune chiacchiere, papà che predicava in un negozio
Parlava di salvare anime e per tutto il tempo si scioglieva
Finiva nello sporco e rubava nel nome del Signore
La mamma ha semplicemente abbassato la testa e ha detto
Papà era un vagabondo (figlio mio)
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
Hey papà era un vagabondo (papà gumma it)
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
,
Hey Mamma!
Ho sentito che papà si definiva un tuttofare
Dimmi è questo che ha mandato papà a una tomba così presto?
La gente dice che papà elemosinava, prendeva in prestito, rubava
Per pagare i suoi conti
Hey Mamma!
La gente dice che papà non ha mai pensato molto
Trascorreva la maggior parte del tempo a caccia di donne e a bere
Mamma, dipendo da te, per dirmi la verità
La mamma alzò lo sguardo con una lacrima negli occhi e disse, figliolo
Papà era un vagabondo, (si, si, si, si)
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli (soli, soli, soli, soli)
Papà era un vagabondo
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli
Mio padre era, sì lo era, sì lo era
Papà era un vagabondo
Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua
(È l’adattamento moderno moderno della vecchia storia di Stagger Lee, il nero bullo e malavitoso raccontato nell’omonimo vecchio blues di inizio del novecento).
L’individuo civilizzato
Nessuno può restare indifferente davanti all'intollerabile sproporzione che esiste tra il numero di quanti comandano e di coloro che ubbidiscono. Allo stesso modo, nessuno può sottovalutare la violenza sempre più devastante delle moderne forme di sopruso e il moltiplicarsi degli inganni della domesticazione sociale, che i primi infliggono ai secondi. Perché non sono più le configurazioni politiche ed economiche dell'impero dei capitali quelle che contano, ma le ragioni segrete che lo hanno inverato, che ora lo proteggono dal doverle rivelare. Ragioni che smentiscono ogni sogno rivoluzionario degli ubbidienti, infangando la loro storia. Quanto ai risultati, è sufficiente riflettere sul crepuscolo della nuda vita e sulla efficacia delle forme di corruzione della società introdotte dall'idealismo nella società spettacolare, un regno che ha fatto del profitto un dio. Ma c'è che ha dedicato altari alla peste. C'è chi denunciò questa sproporzione - questo stato di eccezione della nuda vita - era tanto convinto della grossolana e disonorevole ingiustizia contenuta in essa, che non volle pronunciare nessuna esortazione al popolo affinché si liberasse dal tiranno. Sarebbe stato superfluo, considerati che, perché tutti gli uomini si lascino assoggettare è necessario una delle due: essere costretto o ingannati. Appuntò, piuttosto, la sua attenzione sull'evidenza infamante della condizione di sudditi, una condizione educativa più di qualunque appello alla rivolta recitata dai tribuni di turno, di per sé, uno stimolo potente a riprendersi la libertà adesso, rifiutando qualsiasi consolatoria visione di future e ideali forme di governo. Una esortazione che nella storia europea è progressivamente caduta nel vuoto, almeno da quando l'individuo civilizzato è divenuto una preda dell'insieme delle consuetudini e delle abitudini che determinano la vita corrente.
giovedì 2 luglio 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VI°
Dotato di una visione maggiormente pratica delle necessità allora attuali del movimento operaio organizzato («La scissione fra le organizzazioni operaie - scrive il Borghi - è un male. Chi ne dubita? Si creano falsi amor propri e rivalità entro le stesse categorie operaie; si intralciano gli scioperi; si avvelenano gli animi. Bisogna fare di tutto per evitarla. Non ci sarà mai nessuno che vorrà la scissione per principio. Ma se la scissione comporta gravi danni, danni maggiori comporta la falsa unità») e più ottimista del Malatesta e del Fabbri sulla possibilità di conferire a un movimento, che pure, per sua natura, è eminentemente economico, un'impronta rivoluzionaria, il Borghi trasse motivo anche dalle crisi come dalle prime dolorose esperienze di sconfitta del movimento, per un rinsaldamento dei suoi propositi di azione all'interno del sindacato. Assente al congresso costitutivo dell'Unione sindacale Italiana (Modena, 1912), perché esule in Francia, egli fu presente l'anno successivo al secondo congresso con un intervento interamente rivolto ad innestare alla questione dello sciopero generale il motivo più tipicamente insurrezionale. «L'arma del sindacalismo rivoluzionario - affermò nella sua relazione il Borghi - è lo sciopero generale sindacalistico di conquista tendente a stabilire l'autonomia di classe del proletariato e ad avviare la rivoluzione proletaria accoppiando alle rivendicazioni economiche di attacco le necessità ideali della lotta, nella direzione dei principi proclamati dall'Internazionale». All'infuori di questo tipo di sciopero generale solo quello «politico difensivo» poteva essere accettato come necessario «sebbene dominato da condizioni esteriori di politica governativa, mutevoli e obiettive, non dipendenti dal proletariato»; nessun altro mezzo era concesso perché «la separazione netta delle classi che si raggiunge sul terreno della mobilitazione con lo sciopero generale sarebbe follia raggiungerlo con tutte le altre manifestazioni ideologiche della democrazia sociale». Com'è noto, di lì a qualche mese gli anarchici tentarono di provocare concretamente quel moto insurrezionale che sovrastava come obiettivo finale ogni loro proposito di azione. La «settimana rossa» (giugno 1914) che vide alleati sul fronte della lotta i repubblicani, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari guidati da Mussolini, ebbe nell'Unione Sindacale Italiana, inserita ormai come forza attiva in varie zone dell'Italia settentrionale e centrale, e nel Borghi fra i suoi dirigenti, uno dei suoi maggiori punti di forza. «La settimana di giugno - scriverà l'anno successivo il Borghi - ha insegnato che solo le grandi idee possono dare anche i medi risultati e la forza per raggiungerli; che solo applicando la predicazione teorica al fatto proletario sindacale si possono scuotere delle gigantesche energie». Al di là del risultato negativo immediato della lotta, che egli considerò, al pari di Malatesta, provocato dal «tradimento» della CGL, egli apprezzò nell'episodio la straordinaria prova di forza data dal proletariato italiano e lo slancio ideale innestato nella lotta concreta.
LA COLLINA DEL DISONORE – Sidney Lumet
Cinque uomini condannati dalla corte marziale per diserzione, furto e violenza contro i superiori, sono spediti in un campo di disciplina nel deserto africano. Sono Roberts, che si rifiutò di portare i suoi soldati al macello, Stevens, il nero King, e due altri. Subito cadono nelle grinfie di Wilson, un sergente maggiore che è il vero padrone del campo perché il fiacco comandante gli lascia mano libera. Convinto che per abbattere la volontà dei prigionieri e per farne dei soldati disposti sempre e ovunque a obbedire, se ne debba fiaccare il fisico, egli li affida al sergente Williams, un boia che li obbliga a salire e scendere per ore, carichi di sacchi, una piramide di sabbia e di pietra costruita in mezzo al campo. Distrutti dal sole, dalla sete, dalle corse e dalle rauche grida di comando, i cinque si trascinano fino al limite delle loro forze, ma Roberts, l'osso più duro, è sempre l'ultimo a cedere; sebbene il corpo cada sfinito, la sua volontà è indomabile: come al fronte egli si ribellò a un ordine che gli sembrò assurdo, così ora resiste a queste punizioni disumane e al clima di terrore creato dagli aguzzini. Quando il più debole del gruppo, Stevens soccombe, e Wilson, per coprire le responsabilità di Williams, d'accordo con un pavido ufficiale medico, fa passare la sua morte per accidentale, Roberts decide di accusare il terzetto agli occhi del comandante. Ma già fra i suoi compagni di cella c'è chi non è disposto a testimoniare, attanagliato dalla paura della vendetta del boia: una sommossa dei prigionieri, dettata dallo sdegno per la morte di Stevens, è finita nel nulla, perché tutti salvo Roberts e King sono rimasti atterriti dalle minacce dei due sergenti. Per impedire a Roberts di portare avanti la sua denuncia, Williams e due guardie lo picchiano a sangue; trasportato all'infermeria, Roberts trova un alleato nel sergente Harris, che è disposto a testimoniare contro Williams; King, dal canto suo, superato il limite d'ogni sopportazione, si è strappata l'uniforme e, saltando nudo come uno scimmione, si è presentato al comandante del campo e gli ha aperto gli occhi sulle perfidie dei guardiani. Messi l'uno contro l'altro Williams e Wilson, Roberts sta per vedere trionfare la giustizia quando i suoi compagni di cella, ormai esasperati, approfittano di un momento favorevole e uccidono Williams. Ancora una volta la violenza è un circolo chiuso, la giustizia è impossibile quando si sono superate le barriere dell'umanità. Il tema di fondo, che più interessava il regista Sidney Lumet, è quello della paura, come egli ha detto, della natura della paura, dell'uso della paura come mezzo di potere, e della vittoria sulla paura come fonte di forza. Infatti nessuno dei guardiani, durante il lavoro, alza mai la mano sui prigionieri: l'identificazione fra i metodi della Gestapo e quelli dei sergenti inglesi avviene (ed è suggerita esplicitamente più volte nel corso del film) negli effetti distruttivi della volontà fisica e morale riscontrabili sulle vittime. Roberts, che ha resistito più di tutti gli altri, è infine sconfitto dai suoi stessi compagni nel momento in cui si rende conto che la sua ribellione è la logica continuazione del gesto compiuto, forse per viltà, al fronte.
Questa collina artificiale alta dieci metri che esteriormente somiglia maggiormente a una piramide (forse un richiamo agli schiavi) non è solo un esercizio impegnativo per mettere alla prova volontà e atletismo, che ben altri strumenti di tortura potevano allora prendere il suo posto. È il fulcro e il fine dell'attività militare. È guerra. E come la guerra è un supplizio di Tantalo, infinito e inutile. La collina che in tanti film bellici è l'obiettivo da conquistare, la vetta simbolica, la vittoria, qui non può essere conquistata definitivamente, è un sacrificio che conduce a un altro sacrificio e ancora ad altri all'infinito. E uccide o rende pazzi come ci si dovrebbe aspettare dal suo riflesso.
Il malato nella società capitalistica
La malattia è la condizione essenziale del processo di produzione capitalista, il preliminare ed il risultato. Il processo di produzione capitalista è un processo di distruzione della vita. Continuamente si distrugge la vita e si produce capitale. L'accumulazione è infatti l'unico scopo del capitale. La malattia si produce collettivamente: il lavoratore produce collettivamente il suo isolamento nei processi di lavoro e questo isolamento aumenta con l'apparizione dei primi sintomi della malattia. L'organizzazione sanitaria, infatti, interpreta la malattia non come un destino collettivo, ma come una défaillance individuale. Il capitalismo produce la malattia che è l'arma più pericolosa per la sua esistenza. E' per questo che il capitale si scatena contro il momento progressista della malattia con tutte le armi disponibili (polizia, organizzazione sanitaria, ecc.). Il malato è perciò sfruttato due volte: quando cessa di essere sfruttabile sul luogo di lavoro, viene isolato e destinato al ruolo di consumatore dei prodotti farmaceutici. Il momento progressista della malattia, la protesta, viene soffocato; il suo momento reazionario, l'inibizione, è riprodotto nel momento della guarigione. Si toglie al malato il suo bisogno di trasformazione. Vivere significa trasformare, lottare contro la violenza della natura e per la sua appropriazione produttiva. Opponendosi alla trasformazione, la società capitalista si oppone alla vita stessa e si rende colpevole di un assassinio permanente e organizzato, chiamato educazione, famiglia, scuola, il cui unico scopo è il soffocamento di ogni esigenza umana in favore della violenza naturale, l'accumulazione capitalistica.
giovedì 25 giugno 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) V°
A una visione superficiale la tematica può apparire assai simile a quella che ispirò nella loro azione i sindacalisti rivoluzionari italiani; tuttavia è il Borghi stesso che ci mette in guardia contro il pericolo di assimilare le due correnti, quella anarchica e quella sindacalista-rivoluzionaria. Il sindacalismo anarchico italiano risalendo alle esperienze organizzative francesi del primo '900 si rifaceva in realtà soprattutto alla concezione bakuniniana che affidava alle organizzazioni operaie, quali primi nuclei del movimento rivoluzionario, la funzione di espropriazione capitalistica e poi di assunzione immediata ed unica, sulla base del decentramento federalista, della gestione della proprietà organizzata, mentre i sindacalisti-rivoluzionari italiani - nota polemicamente nelle sue memorie il nostro autore - «erano imbevuti soprattutto di sorelismo». «Noi - afferma il Borghi - ci trovammo a camminare spesso a fianco coi cosiddetti sindacalisti. E molti di noi ci dichiaravamo, spesso e volentieri, sindacalisti. Questo però posso in coscienza affermare: non consentimmo mai alcuna confusione fra il nostro pensiero e quello dei sindacalisti provenienti dal marxismo parlamentare nessun anarchico si considerò mai sindacalista alla loro maniera. Noi partivamo da Bakunin. Essi partivano da Marx, per quanto un Marx riveduto e corretto da Georges Sorel». Oltre al «confusionismo teorico» («sindacalismo senza fisionomia, senza possibilità di autodefinirsi; indeciso sui punti essenziali, come l'elezionismo, il parlamentarismo, lo statismo, il partito politico ecc.») il Borghi rimproverava ai sindacalisti-rivoluzionari di fare del sindacato non un mezzo ma un fine in se stesso, ponendo gli interessi di una sola classe al di sopra del vero ideale anarchico di una rivoluzione il cui scopo era la liberazione completa di tutta l'umanità. «Per noi la classe era un fatto, non un ideale. Quel fatto era inevitabile e benefico in una società divisa in privilegiati e non privilegiati, ma da quel fatto bisognava evadere e non chiudervisi dentro». Rimproverava inoltre ai sindacalisti-rivoluzionari quello stesso spirito fatalistico che, se da un lato privava i social-democratici di ogni volontà di azione inducendoli ad attendere dalla necessaria evoluzione degli eventi la realizzazione delle condizioni del riscatto delle classi lavoratrici, d'altro lato portava i sindacalisti-rivoluzionari ad esaurire la loro azione in una pura ginnastica rivoluzionaria, nell'attesa di una mitica palingenesi sociale. Su questi punti la posizione del Borghi non differiva sostanzialmente da quella di Errico Malatesta e di Luigi Fabbri, che dell'anarchismo organizzatore furono simpatizzanti; ma l'evoluzione successiva degli avvenimenti doveva rivelare una profonda differenziazione di pensiero. È del 1913 la prima edizione dello scritto del Borghi, Fernand Pelloutier nel sindacalismo, in cui si ravvisa un'adesione forse eccessiva al sindacalismo-rivoluzionario francese. «I più vecchi fra noi - riconoscerà più tardi il Borghi - Malatesta, Bertoni, Galleani, avevano notato l'involuzione lenta e non sempre manifesta del movimento (sindacalista-rivoluzionario francese). Perciò si tenevano in guardia». Anche il Fabbri, che in un primo tempo aveva creduto di trovare nel sindacalismo la leva possente che avrebbe aiutato a rovesciare il vecchio mondo capitalistico, sentì il bisogno di rettificare le sue posizioni in rapporto alla teorizzazione fatta dai sindacalisti-rivoluzionari. Questo processo di rettificazione non andava disgiunto da un certo timore che gli interessi strettamente economici di una classe prendessero il soppravvento sull'ideale rivoluzionario anarchico di salvazione integrale dell'umanità. Nello stesso tempo traeva ulteriori motivi di conferma dalla constatazione che di fronte alle crisi interne era impossibile mantenere l'unità del movimento operaio, mentre le ragioni ideologiche dell'anarchismo imponevano che esso «oltre a non essere un movimento di esclusivismi classisti, non avesse dei proletari preferiti e degli altri non preferiti». Dopo aver visto sfuggire la possibilità di esercitare dall'interno del movimento operaio organizzato una pressione rivoluzionaria, a maggior ragione essi dovevano trarre motivo di dubbio sulla validità del sindacato quale strumento rivoluzionario nel constatare l'evoluzione di alcuni membri del movimento sindacalista-rivoluzionario italiano verso forme di «politicantismo», e successivamente verso l'adesione all' intervento in guerra, e nel dover prendere atto dell'inevitabilità di una nuova scissione. Dalla scissione della CGL nacque nel 1912 l'Unione Sindacale Italiana; i suoi primi dirigenti furono Alceste De Ambris, che ricoprì fino al novembre 1914 la carica di segretario, e i compagni sindacalisti-rivoluzionari facenti capo alla camera del lavoro di Parma. «L'Internazionale» di Parma era l'organo ufficiale dell'organizzazione. Le dispute sulla questione dell'intervento in guerra provocarono una successiva divisione delle forze sindacali rivoluzionarie: nel novembre 1914 il gruppo deambrisiano uscì dall'organizzazione per formare l'Unione Italiana del Lavoro interventista, mentre Armando Borghi prendeva la direzione dell'Unione Sindacale e del suo nuovo giornale «Guerra di Classe».











