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giovedì 28 maggio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) I°

L'anarchismo italiano nel primo ventennio del secolo fu caratterizzato dall'ingresso di molti suoi esponenti nelle organizzazioni sindacali. Il ruolo che essi vi esercitarono coincide in larga misura con l'impegno politico diretto di Armando Borghi, che introdusse nel movimento le direttive di Errico Malatesta relative alla partecipazione anarchica al movimento operaio organizzato arricchendole di elementi autonomi e determinanti. Il Borghi non è un teorico; altri anarchici meglio di lui hanno esposto, in maniera più precisa e più approfondita, la loro posizione riguardo al problema specifico della partecipazione al movimento sindacale. Il suo pensiero tuttavia è particolarmente interessante perché rappresenta il punto di vista dell'Unione Sindacale Italiana, l'organizzazione ufficiale del movimento sindacale rivoluzionario, rappresentato a maggioranza dagli anarchici dopo che ne uscirono il De Ambris e i compagni interventisti nel 1914 e di cui dal 1914 al 1921 il Borghi fu segretario generale. Inoltre le opere del Borghi costituiscono uno dei nuclei più rilevanti e accesi di testimonianze anarchiche dirette sui fatti più salienti del primo '900 e propongono temi che sono ancora oggi di attualità, quali la polemica contro l'ingerenza dei partiti nei sindacati, la critica contro i dogmatismi e la disciplina imposta dall'alto, l'opposizione all'apparato burocratico emerso dalla rivoluzione russa. I suoi scritti, raccolti in libri, opuscoli e antologie, sebbene traggano spunto da occasioni diverse e contingenti, rivelano una notevole omogeneità e completezza. Quelli che ricoprono l'arco di tempo compreso fra l'inizio del secolo e l'avvento del fascismo ci danno una suggestiva testimonianza degli avvenimenti e rivelano un pensiero in continua evoluzione che accompagna l'evoluzione del movimento operaio stesso, ma nel quale rimane integro il nucleo centrale sul tema della necessità della partecipazione anarchica ai sindacati, per farne l'organo propulsore dell'azione rivoluzionaria diretta alla costituzione di una società senza autorità. Sono frequenti le ripetizioni: il motivo di ciò riteniamo si debba ricondurre proprio al permanere di alcuni capisaldi del suo pensiero che, se talvolta lo portarono a dare una valutazione troppo soggettiva delle condizioni di fatto in cui egli si muoveva, tuttavia sono indicativi della sua mirabile tenacia di propositi e della forza delle sue convinzioni. «Il lettore confronti le prime con le ultime pagine» scriveva nel 1932 nel presentare dall'esilio una sua raccolta di scritti «se vi trova uguaglianza, forse ripetizione di pensiero lo metta nel conto del fatto che io non progredii che in un tempo in mia vita: quando mi occupai di politica la prima volta, adolescente, e divenni anarchico» II pensiero del Borghi deriva la sua unità dal carattere dell'uomo, dalla sua personalità che emerge con chiarezza nelle sue memorie. Il suo accostamento ai problemi politici avvenne quando, ancora ragazzo, intraprese la lettura dei libri del padre. «La mia vera scuola - scrive il Borghi - fu un vecchio armadio.Là dentro mio padre aveva stipato tutto quanto aveva comprato di libri, opuscoli, giornali. collezioni di giornali internazionalisti e anarchici di tempi lontani, numeri unici, almanacchi, ritratti; opere di Ausonio Franchi, Guerrazzi, Mazzini, Garibaldi, Bakunin, sulla Commune; storia di Roma antica, storia del brigantaggio in Calabria. «Gli ultimi casi di Romagna» di Massimo D'Azeglio, la «Gerusalemme Liberata», la « Divina Commedia», un opuscolo di Bartolomeo Giardi, un grande ritratto di Oberdan. Quelle stampe mi misero a tu per tu con gli sviluppi dei movimenti di avanguardia in Italia, le loro origini, le loro crisi, le persecuzioni a cui erano stati soggetti».



L'esigenza amorosa

Come insegnano ormai i bambini, il piacere di vivere non deve più affermarsi pagando un tributo alla retorica della sua sconfitta. A dispetto delle antiche oppressioni, l’amore di sé, quale lo scoprono l’infanzia e la nuova coscienza degli amanti irradia da una potenza di cui la potenza industriale, perfettamente concentrata nell’irradiazione nucleare, sarà stata il mortale surrogato. È il motivo per cui noi consideriamo l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile. O l’economia porterà a compimento la perdizione del vivente, o la società si fonderà sulla predominanza dei desideri affrancati dall’universo mercantile. O noi periremo nella stupidità crescente del profitto e del prestigio promozionale, o il primato del godimento porterà alla rovina il lavoro attraverso la creatività, lo scambio mediante il dono, il senso di colpa tramite l’innocenza, la volontà di potenza grazie alla volontà di vivere, gli appagamenti angosciati per mezzo del ritmo naturale del piacere e del dispiacere. Una scommessa è aperta. Tra la tendenza ad abbandonare il meglio per il peggio, e la trasmutazione dell’Es individuale. Tra il disprezzo di sé, questa virtù, di cui si onora lo schiavo, di rimettersi ad una guida uomo politico, prete, medico, psicanalista, pensatore, istituzione, governo, e un arte di godere, pazientemente decantata dalle impregnazioni della morte.

Il trionfo del generale Ludd

(Non è facile scoprire l’autore e la data di composizione precisa di questo testo, che può essere considerato una delle prime canzoni di protesta del movimento operaio. Ludd è presentato come un nuovo Robin Hood, che finalmente porta ai poveri un po’ di giustizia.)

Tema pure il colpevole ma egli (il generale Ludd) non si propone alcuna vendetta

sulla vita o sugli averi dell’uomo onesto,

la sua collera è interamente limitata ai telai larghi

e a coloro che abbassano i vecchi prezzi.


Questi strumenti di malanno furono condannati a morte

dall’unanime voto del Mestiere

e Ludd che può sfidare ogni opposizione

ne fu reso il Grande giustiziere.

Può censurare l’irriverenza del grande Ludd per le Leggi

colui che non riflette neppure per un attimo

che una vile imposizione fu l’unica causa

che produsse quei deplorevoli effetti.

Fate che i superbi cessino di opprimere gli umili

e Ludd rinfodererà la spada vittoriosa,

fate che le sue doglianze trovino immediato sollievo

e la pace sarà prontamente restaurata.

Fate che i saggi e i grandi prestino il loro aiuto e consiglio

e non ritirino mai la parola assistenza

finché un lavoro ad opera d’arte e al prezzo convenuto

sia stabilito dal Costume e dalla Legge;

e il Mestiere, quando l’ardua contesa sia finita,

risolleverà la testa in tutto il suo splendore,

e il colting, il cutting e lo squaring

non priveranno più del loro pane gli onesti lavoratori.


giovedì 21 maggio 2026

L’attentato del 1961 al consolato spagnolo di Ginevra

Un episodio di solidarietà internazionale antifranchista

Martedì 21 febbraio 1961, il quotidiano ginevrino “La Suisse” esce con un’edizione speciale: poco prima delle 4 di quella mattina ci sono state delle esplosioni al consolato spagnolo, vicino alla route de Chene. Questo attentato è d’altronde ripetutamente firmato. La sigla FAI [Federación Anarquista Iberica] è scritta in vernice nera sui muri, sul marciapiede, sulla porta stessa del consolato. Sono visibili anche altre scritte, in nero o in bianco, fin sull’asfalto della strada, come “Morte a Franco”, “Viva l’anarchia”, ecc. Sei bottiglie molotov hanno fatto qualche danno materiale, altre non sono esplose. Il 23 febbraio Claude Richoz, sullo stesso quotidiano, si ricorda di aver letto il Manifesto del gruppo anarco-comunista-rivoluzionario, distribuito a Ginevra poco tempo addietro, che si apre con una citazione di Kropotkin: “Un solo atto può fare più propaganda di migliaia di opuscoli”. Due settimane più tardi la “Tribune de Genève” può titolare: “In prigione i bombaroli del consolato spagnolo”. Dopo vane ricerche negli ambienti spagnoli della città, la polizia ha arrestato i quattro membri del Gruppo Ravachol, che le erano peraltro noti da più di un anno. Dopo la vittoria del generale Franco, nel marzo del 1939, i partiti e le organizzazioni di sinistra europee hanno continuato a sostenere, attivamente o solo a parole, il campo repubblicano spagnolo. Delle centinaia di migliaia di rifugiati spagnoli molti hanno trovato asilo in Francia o nelle Americhe; altri hanno scelto l’Unione Sovietica. Socialisti, comunisti, anarchici hanno ricostituito in esilio i loro partiti e i loro sindacati, pur in condizioni materiali ancora precarie. Tuttavia, per una ventina di anni si sa poco in Svizzera della situazione dell’interior, della Spagna. Pochissimi esiliati spagnoli hanno trovato rifugio in Svizzera e sono rari gli spagnoli che hanno i mezzi o il permesso di viaggiare e la loro presenza resta insignificante. Il Parti du travail e la sinistra socialista e sindacale aderiscono in teoria alla parola d’ordine del boicottaggio del turismo in Spagna, ma il governo elvetico è stato uno dei primi a riconoscere Franco nel 1939. Per vent’anni migliaia di guerriglieri hanno passato clandestinamente i Pirenei, hanno fatto propaganda, agitazione, attentati, hanno cercato di destabilizzare il regime. E molti hanno pagato le loro azioni con la vita. La grande stampa non ne parla. Nel 1959, pressata dalle difficoltà economiche e politiche, la Spagna comincia a rilasciare più facilmente i passaporti ai suoi emigranti, in particolare viene abolito il visto tra Spagna e Svizzera. Si stima che l’anno successivo siano 80.000 gli emigrati alla ricerca di un lavoro all’estero, senza contare i 25.000 stagionali agricoli in Francia. Lo stesso anno, secondo il Congrès europeen pour l’amnistie, 246 persone sono state condannate per reati politici dai Tribunali speciali spagnoli, che hanno inflitto complessivamente 1.007 anni di carcere: cinque volte di più dell’anno precedente. Nel gennaio del 1961 diverse migliaia di lavoratori spagnoli arrivano in Svizzera, la metà si ferma a Ginevra. Alloggiano in pensioni, si ritrovano in locali religiosi o nelle sedi di associazioni, non hanno contatti con la popolazione locale. Il loro numero si moltiplicherà per dieci nei dieci anni successivi. Sulla rivista francese “Esprit”, poco prima dell’attentato al consolato spagnolo, Jean-Jacques Langendorf, uno degli arrestati, aveva letto “un articolo che parlava della repressione, del terrore e della tortura nelle carceri franchiste: “Una nuova ondata di prigionieri politici, abbandonati dall’esterno e negati ufficialmente dalle autorità, si ammassa nelle carceri provinciali e nei penitenziari: El Duesco, Burgos, Ocana, San Miguel de Los Reyes. Essi si aspettano qualcosa di più del sostegno verbale degli amici benintenzionati che, a titolo individuale, ricordano al mondo ogni tanto la nostra esistenza. Avvocati, giornalisti, studenti, non solo di sinistra ma anche cattolici, liberali e perfino falangisti, vengono arrestati all’alba, pestati, incarcerati senza condanna, condannati senza appello. La Legge d’emergenza del 1943, sempre in vigore, equipara ogni attività politica al delitto di ribellione militare armata. Lo slogan fascista “Morte all’intelligenza” continua a regnare, nel silenzio e nell’ignoranza dell’opinione pubblica mondiale”. Quell’articolo ha suscitato in me una viva indignazione: ha in qualche modo attualizzato la questione spagnola. La lettura di quell’articolo ha dato uno scopo preciso all’azione che ci proponevamo e di cui abbiamo parlato nel nostro Manifesto”, dichiara Langendorf al giudice istruttore. Quando si tiene il processo, nel maggio 1962, nessuno ignora più la questione spagnola. I minatori e i metallurgici si sono messi in sciopero in tutta la Spagna, hanno addirittura “preso” Oviedo, capoluogo delle Asturie, trascinando nello sciopero decine di migliaia di altri operai. Escono allo scoperto un po’ in tutto il Paese delle organizzazioni cattoliche di opposizione: la JOC (Gioventù operaia cristiana) e la HOAC (Fratellanza operaia di azione cattolica). Si delinea un tentativo di alleanza tra i sindacati “storici”: la UGT (socialista), la CNT (anarchica) e la STV (basca). Nelle Asturie si costituiscono le Commissioni operaie (CCOO), di origine cattolica. Le università sono in piena agitazione, centinaia di studenti e di insegnanti vengono periodicamente arrestati. Si tengono in varie località d’Europa riunioni tra militanti dell’interior, dell’emigrazione e dei comitati di solidarietà. In Svizzera la UGT ha stretto un accordo con l’Unione sindacale svizzera e pubblica una “Información social española” che dà notizie sulla Spagna e fa una modesta opera di formazione politico-sindacale. Il Comitato svizzero per un’amnistia politica in Spagna, che ha sezioni a Zurigo e Ginevra, conduce un paziente lavoro di informazione e di raccolta fondi. Nella primavera del 1962 il giornale “Ravachol” (i suoi redattori, incriminati, sono in libertà provvisoria dal settembre del 1961) ha pubblicato un numero speciale sulla Spagna: Ci si trovano scritti di Albert Camus e Georges Bernanos, il già citato articolo di “Esprit”, documenti vari. Gli avvocati degli imputati hanno chiamato a deporre, al processo, testimoni di un certo peso: lo scrittore Leon Savary, il direttore del Musée des Beaux-Arts di Lausanne René Berger, il professor Robert Junod, il presidente della Ligue des Droit de l’Homme Henry Bartholdi, i vecchi anarchici André Bosiger e Carlo Frigerio, gli ex-anarchici diventati socialisti Georges Borel e Alex Burtin (presentato, quest’ultimo, come direttore tecnico della squadra ciclistica svizzera al Tour de France), Jean Zigler, di ritorno da un’inchiesta in Spagna per conto della Commissione internazionale dei giuristi, Miguel Sanchez Mazas, traduttore al Bureau International du Travail, arrestato in Spagna nel 1956 per avere firmato un manifesto che chiedeva la democratizzazione della scuola, e altri esuli e militanti spagnoli. Se il console, nel febbraio dell’anno prima, aveva segnalato alla polizia dei “sospetti” spagnoli (molti di loro furono espulsi dalla Svizzera, come pure 16 persone collegate a gruppi anarchici della regione ginevrina), al processo l’ambasciatore dichiara che “in Spagna non ci sono prigionieri politici”. Smentito clamorosamente dai testimoni: “Le carceri spagnole sono piene, ma sarà sempre l’intelligenza a vincere. Né le prigioni né i poliziotti potranno tenere in piedi il regime”. Il 22 maggio Jean-Jacques Langendorf, studente, Claude Frochaux, libraio, e Alain Lepère, tipografo, sono condannati a un anno di prigione con il beneficio della sospensione condizionale (il quarto complice era minorenne all’epoca dei fatti); hanno passato più di sei mesi in carcerazione preventiva. È il “processo al franchismo”, la “vittoria dell’antifascismo”, titola la “Voix Ouvrière”. Due giorni dopo, il Partito socialista ginevrino e il Partido socialista obrero español organizzano una manifestazione di solidarietà con il popolo spagnolo nella Salle du Fauburg…

 

NIGHTS IN WHITE SATIN - The Moody Blues


Notti in raso bianco

Che non finiscono mai

Lettere che ho scritto

Non per essere spedite

La bellezza di questi occhi

Che prima mi è sempre mancata

Cosa sia in realtà la verità

Non lo so più dire

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Guardo la gente mano nella mano

Quello che io sto passando non lo possono capire

Alcuni cercano di raccontarmi pensieri che sfuggono

Quello che tu vuoi essere lo sarai solo alla fine

Ed io ti amo

Sì ti amo

Oh, come  ti amo

Oh, come  ti amo

Notti in raso bianco

Che non finiscono mai

Lettere che ho scritto

Non per essere spedite

La bellezza di questi occhi

Che prima mi è sempre mancata

Cosa sia in realtà la verità

Non lo so più dire

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Oh, come ti amo

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Oh, come ti amo



URMUZ l’anarchico

Nato il 17 marzo 1883 nella provinciale Curtea di Arges, in Valacchia, il bambino che i familiari chiamarono col soprannome Mitica ebbe un’infanzia normale, ma con un evento d’eccezione, quando la famiglia – cosa allora piuttosto rara, giustificata probabilmente con la necessità di aggiornamento professionale del padre medico – si trasferì per qualche tempo a Parigi. Dopo il ritorno in Romania, Mitica seguì i corsi della scuola primaria, finché al liceo la sua curiosità e la sua inventiva lo faranno riconoscere a compagni e docenti come l’architetto di imprese insolite che già portavano l’inconfondibile marchio “dada”. Più tardi, l’autore e teatrologo Gorge Ciprian, suo compagno alle scuole secondarie, avrebbe descritto le avventure di Mitica nel dramma Testa d’oca, rappresentato negli anni ’40 al teatro Nazionale di Bucarest con grande successo. Studente di diritto, Demetrescu-Buzau ottenne il diploma di laurea e, nel 1913, partecipò alla campagna bellica nei Balcani e poi alla guerra mondiale – ciò che contribuì in buona misura al suo ultimo dramma intimo che lo stava conducendo al suicidio quando, appena compiuto i quarant’anni, si andavano pubblicando i suoi testi con grande fortuna presso le giovani generazioni. Gran parte della vita la divise, tragicamente, fra un’amara solitudine in  misere città di provincia, dove disimpegnò la sua professione di giudice, e l’amore per musica e letteratura – praticate con l’ardore del timido debuttante, lasciando un’opera che non supera le 50 pagine a stampa. Le sinfonie che compose sembrano essere perdute per sempre. Nel numero 586, del 25 novembre 1923, il giornale “Lupta” (la lotta) di Bucarest, Romania, pubblicava in cronaca la seguente notizia: “Oggi alle sette del mattino, venne ritrovato in un bosco presso l’angolo di via Janiu con la via Dem Ghica, il cadavere di uno sconosciuto. La sua mano destra serrava un revolver, ciò portò alla conclusione che si trattava di un suicidio.

Il cadavere presenta certe particolarità le quali provano che la morte sopravvenne circa 7-8 ore prima. Dopo una sommaria osservazione su corpo e abiti, venne rinvenuto un documento intestato a D.Dematrescu-Buzau, Via Apolodor 13. le indagini si conclusero con la certezza che il suicida è Dar. Demetrescu-Buzau, scrivano alla Suprema Corte di Giustizia". 



giovedì 14 maggio 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) X°

Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d'intendere il controllo operaio, il quale - essi sostenevano -se aveva avuto un significato come parola d'ordine rivoluzionaria sino all'ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d'essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» - considerato come una «mezza misura» - alla «gestione operaia», sia pure attraverso l'intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell'economia nazionale socializzata. Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali - di fronte al controllo operaio - avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione. In con-sequenza gli anarchici rigettavano la parola d'ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l'espropriazione - progressiva ma immediata - dell'industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva». Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell'economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell'autoritarismo attraverso i decreti ed i contro-manuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l'azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell'anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l'incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici. Dopo la creazione del soviet supremo dell'economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto - scrive M. Lewin - «di una spinta libertaria d'ispirazione anarcosindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione, ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità ben spiccate del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d'un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia. Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d'affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici». I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall'alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l'antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario.