L’avv. Merlino si alza a parlare alle 16,55. Parlerà per 40 minuti, fra interruzioni e minacce di togliergli la parola e non soltanto... Viene invitato più volte a… “restringersi”, a voler riportare l’espressione del presidente. Dichiara subito che la sua non è una difesa di connivenza: “non vengo qui a portare le mie convinzioni politiche – afferma – vengo ad adempiere ad un dovere qual è quello della difesa”. Ad un certo punto afferma: “Il Bresci è colpevole, sì; ha commesso un delitto, deve farne l’espiazione”. Un opuscolo pubblicato nel 1905, da un club anarchico (“Aurora-Club” di Paterson), contenente l’arringa, annota in questo modo l’affermazione di Merlino: “rammentiamo che Merlino parla come avvocato e dal punto di vista delle leggi vigenti. Naturalmente ciò non implica l’adesione degli editori”. Merlino rileva nell’esordio della sua arringa che “fare a meno di tutte le formalità solite di un giudizio… trasandare alle esigenze della legge… è una esagerazione… indegna di uomini seri e di un popolo civile”, ed implica una “rinuncia alla dignità”, al saper dimostrare di saper assolvere il compito di essere giusti “senza lasciarsi sopraffare da sentimenti di odio e di vendetta”. Piuttosto, egli osserva, “certi gravi delitti come l’attuale, rispondono a gravi problemi sociali.” E subito rileva: “Il regicidio non è e non può essere un principio anarchico. Ammazzare un uomo, sia un re, sia un capo di governo, sia un avversario qualsiasi non può risolvere nessun problema sociale”. E ricorda che il regicidio, “non è un’invenzione degli anarchici… prima e molto tempo prima che fosse praticato dagli anarchici… e da alcuni anarchici soltanto, è stato praticato da tutti gli altri partiti politici… è un’idea che ricorre alla mente degli uomini che lottano contro un dato ordine sociale e che si illudono di poter colpire quest’ordine sociale in colui che esteriormente lo rappresenta”. La storia offre facili e numerose prove di questa sua affermazione. Piuttosto – egli rileva – è interessante considerare che “gli anarchici degli altri paesi non ricorrono al regicidio: vi ricorrono i soli italiani”. Perché? Respinge la tesi di quanti affermano che in Italia si commettono più omicidi e che gli anarchici italiani sarebbero dunque più sanguinari. I grandi assassinî premeditati – egli osserva – sono più numerosi negli altri paesi, in Italia sono più numerosi gli omicidi passionali, di impeto. E non accetta nemmeno la spiegazione che causa del reato siano le condizioni economiche di disagio degli operai italiani: vi sono operai più poveri degli italiani in altri paesi d’Europa, nei quali non si è mai ricorsi al regicidio. E allora? Egli indica due fattori: un fattore storico, ed un fattore politico. Il fattore storico. Sopravvivono in Italia le tradizioni dei governi assoluti, automatica è dunque nell’immaginario popolare la personificazione del governo nel re. “Noi non abbiamo ancora l’educazione politica degli altri popoli, abbiamo bisogno di semplificare la nostra concezione dello Stato e lo Stato lo vediamo nel capo di esso”. Purtroppo, una tale convinzione è confortata da una propaganda retriva sempre presente, rileva Merlino: “Nei giornali voi leggete spesse volte frasi di questo genere: Quanto sarebbe bene che il re mandasse a casa i deputati e governasse lui solo!”. L’esempio era fortemente calzante. Proprio tre anni prima nelle austere colonne della «Nuova Antologia» Sidney Sonnino aveva lanciato un messaggio: “Torniamo allo Statuto”: bisognava spazzare via mezzo secolo di democrazia parlamentare, ricordarsi che a’ termini dello Statuto albertino il potere esecutivo “al re solo appartiene”, rendere responsabili i ministri, nella lettera dello Statuto, nei confronti soltanto del re, e non anche della Camera. Sonnino voleva insomma ridurre la funzione del presidente del consiglio dei ministri… a quella di un maire du palais! Erano ricette, nella sostanza, per… sconfiggere la questione sociale e per garantire l’ordine! Il fattore politico. Merlino richiama implicitamente i fatti di Sicilia che portarono alla proclamazione dello stato d’assedio nel ’94, ed i fatti di Milano del ’98: tumulti per il caropane, stato d’assedio, ed il generale Fiorenzo Bava Beccaris che fa sparare colpi di cannone contro la folla: centinaia di morti. Il re, il 6 giugno di quell’anno conferì poi a Bava Beccaris la Gran Croce dell’ordine militare di Savoia, per il servizio reso “alle istituzioni ed alla civiltà”.
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 5 novembre 2026
L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI di Ermanno Olmi
Vita quotidiana di un gruppo di famiglie contadine che vivono in una cascina della campagna bergamasca, fra il 1897 e il 1898. La vedova Runk chiede — e ottiene — la grazia divina affinché una mucca malata guarisca; il Finard perde una moneta d'oro e per la rabbia si sente male (viene curato da una “donna del segno”), il nonno Anselmo riesce a far maturare i pomodori qualche giorno prima degli altri: Stefano e Maddalena si sposano e vanno in viaggio di nozze a Milano, nei giorni delle cannonate di Bava Beccaris; il Battisti taglia un albero del padrone per farne un paio di zoccoli per il figlio, e viene cacciato. La vita di tutti si svolge secondo codici fissi come riti, i legami sociali della comunità sono quelli sanciti dalle regole della religione cattolica. Il contadino compiva certo dei grandi atti di fede. Del resto, la natura stessa del suo lavoro richiedeva continuamente un atto di fede; lui non conosceva il fenomeno biochimico attraverso il quale un seme si trasforma in albero da frutta, ma lui, affidandosi alla natura in questa collaborazione straordinaria, seminava, chiudeva il seme sotto terra e attendeva con un grande atto di fede che a primavera spuntasse da sotto qualcosa. Noi invece siamo continuamente espropriati da questi atti di fede dall'attuale assistenza sociale, dalla cassa per le malattie e gli infortuni, tutte queste cose che ci assicurano (in nome poi di chissà cosa e con quali pretese?) la tranquillità. Ma quale tranquillità? Vediamo come i paesi più assicurati del mondo sono i paesi più avviati al suicidio! (Ermanno Olmi, in “Positif”, n. 210, settembre 1978)
La visione del mondo che Olmi comunica col suo film è questa: la storia è una lotta tra colpa e innocenza, tra peccato e santità, non c'è nessun altro movente. Su questa strada Olmi va più avanti, e dice: tutta l'innocenza da pane dei contadini, i contadini non possono che essere santi. Olmi non descrive soltanto, ma sostiene e propone una morale che non serve altro che a perpetuare lo stato di miseria e di sofferenza che lui stesso racconta. E la morale che non esclude soltanto la ribellione e la violenza, ma anche la denuncia e addirittura la presa di coscienza. Ogni volta (senza eccezioni) che un artista (scrittore o regista o altro) offre a un pubblico borghese la descrizione del mondo proletario o sottoproletario, lo fa, cosciente o no, per ottenere uno di questi due scopi: offendere il pubblico oppure cercarne la complicità. Olmi cerca la complicità. Il film fa appello ai buoni sentimenti e riduce la storia a favola. Olmi descrive a lungo la miseria economica e sociale del mondo contadino, ma dice che tanta grandezza religiosa si accompagnava a quella miseria: non gli viene mai il sospetto che questa grandezza e quella miseria stiano tra di loro in un rapporto di causa ed effetto. (Ferdinando Camon, in “Il Giorno”, 19 ottobre 1978)
Lotte e territorio
Negli ultimi anni le lotte ambientali e territoriali hanno assunto un carattere capillare, espandendosi in aree che magari politicamente e socialmente parlando sono da sempre dormienti. Il grado di penetrazione di una grande opera o di uno stravolgimento paesaggistico e urbanistico è estremamente elevato nella cittadinanza, basti pensare alla miriade di comitati sorti spontaneamente e contrari a nuove autostrade, gasdotti, centrali idroelettriche, termovalorizzatori, biogas e via discorrendo. Tutte queste battaglie si aggiungono alla lunga marcia del movimento No Tav, al serpentone No Triv che – partendo dalla Puglia e risalendo la catena appenninica – arriva nella bassa padana, e alle sempre attuali lotte contro il Muos, le basi NATO e il nucleare, soprattutto quello ad uso militare. Non si tratta di essere a prescindere contro ogni opera impattante, né di invalidarne l’utilità senza averne studiato l’effettiva portata. Ma di riconoscere che nelle nuove forme di accumulazione del capitale, e nelle modifiche della catena del valore, anche lo spazio e il territorio sono funzionali ed essenziali alla estrazione del profitto. L’urbanizzazione e la realizzazione di infrastrutture occupano e assumono importanza indispensabile al progetto del capitale. La stessa vita delle persone, viene piegata a queste esigenze, il tempo si spende in un sistema urbanistico costruito per persone indebitate e per consumatori funzionali alla riproduzione del capitale. La motivazione che ci deve guidare deve sempre essere quella anticapitalista: le grandi opere, le infrastrutture impattanti, i mega impianti energetici servono in primis al capitale e solo secondariamente – e nemmeno sempre – ai territori. Una politica seria e che realmente avesse a cuore le sorti della cittadinanza coinvolta si consulterebbe con le persone, i comitati spontanei e le associazioni, fornirebbe dati, esporrebbe pro e contro e valuterebbe le proposte alternative che arrivano da chi sul territorio ci vive. Ma sappiamo tutti che questo è il mondo reale, non il regno delle fiabe. L’iter è sempre scientificamente uguale a sé stesso invece: accordi tra imprese, piani industriali decisi nei consigli di amministrazione, finanziamenti bancari e comunitari, prebende a cascata a politica e ditte in subappalto, leggi approvate d’urgenza per consentire di velocizzare l’opera, articoli compiacenti e massivi sulla stampa (pena la perdita del finanziamento tramite pubblicità), via all’opera, decantata come indispensabile. Grande opera o barbarie verrebbe da dire. E i territori? Mai ascoltati, anzi tacciati di ottusa ostilità per partito preso, enclave di luddisti contrari al progresso, con successivo corollario di repressione delle lotte, inasprimento delle leggi e delle pene e addirittura carcere per reati anche meramente d’opinione. Per questi motivi è necessario estendere la lotta alle lotte territoriali ed ambientali: oggi come oggi rappresentano un punto di scontro con il capitale che è ineludibile. Anche le nostre città vengono pesantemente ridisegnate privilegiando logiche predatorie legate alla mercificazione della cultura e logiche di investimenti immobiliari (gentrificazione) piuttosto che alle reali esigenze degli abitanti, a spese degli strati più deboli. Quando un territorio viene devastato e sfruttato a scopo di profitto, è inquinato, spogliato dalle proprie risorse per i profitti di pochi, a pagarne le conseguenze in termini economici e di salute, sono sempre gli strati sociali più deboli. Un capitalismo che ha bisogno di prebende statali (alla faccia del neo-liberismo) per grandi opere inutili, disponibile, pur di mantenere alti i suoi profitti, a devastazioni territoriali e a trovare politici che lo sostengono. Il sostegno alle iniziative di lotta e di resistenza, per quanto possano apparire piccole e periferiche è quindi una pratica indispensabile per gettare dei piccoli granelli nel meccanismo perverso di un capitale che rispetta solo sé stesso, sperando di incepparlo quanto prima.
giovedì 29 ottobre 2026
F.S. Merlino, la difesa del regicida Gaetano Bresci II°
L’udienza inizia alle ore 9,10. Merlino presenta subito un’eccezione sul sorteggio dei giurati, ch’era stato fatto prima dell’assegnazione della causa, e dunque non era valido. La corte si ritira per deliberare e rientra in aula alle 10,05 respingendo l’eccezione e ordinando il sorteggio di 14 fra i 40 giurati eletti. Il sorteggio termina alle 10,25. È significativa la sequenza dei tempi. Merlino avanza una nuova eccezione. Dichiara di avere saputo della sua nomina a difensore poco più di 24 ore prima del processo, e di non avere dunque potuto né studiare la causa né avere opportuni colloqui coll’imputato, intesi al tentativo di comprendere “in seguito a quali impulsi o suggestioni egli si sia deciso a consumare il reato”. Inoltre, egli rileva che ha appreso ascoltando il PM in udienza che era in istruzione un altro processo per complotto, relativo al regicidio, e che essendo unico il fatto non poteva che essere unico il giudizio. A tanto fondate ragioni, il PM risponde in pieno dispregio del rito, semplicemente… che “è necessario che al delitto mostruoso succeda rapida l’espiazione”! Merlino controreplica che, a voler per davvero fare un giusto processo, è proprio la eccezionalità della causa ad esigere scrupolosamente che sia eliminato ogni dubbio su “incompletezze” della difesa e del rito. La Corte si ritira e rientra alle 11,25. Eccezione respinta, in adesione alla tesi del PM. Viene data lettura degli atti, ed alle 11,55 inizia l’interrogatorio dell’imputato. Alla domanda: “Da quanto tempo avevate pensato di compiere l’efferato delitto?”, risponde: “Fu dopo gli stati d’assedio di Sicilia e di Milano, illegalmente stabiliti con decreto reale, che io pensai di uccidere il re per vendicare le vittime pallide e sanguinanti”. Il Presidente osserva che il re non è responsabile dei decreti emessi dai suoi ministri, e il Bresci ribatte: “Ma li aveva firmati lui”. E soggiunge: “i fatti di Milano, in cui si adoperò il cannone, mi fecero piangere di rabbia e pensai alla vendetta”. L’interrogatorio si conclude alle 12,15. Si dà lettura delle perizie. L’udienza è poi sospesa alle 12,30. Si riprende dopo poco più di un’ora. Il reingresso di Bresci avviene alle 13,45. Merlino non si ripresenta. Ha pregato l’avvocato di ufficio di rappresentarlo per un’ora. È in un’aula a fianco a preparare mentalmente la sua arringa, sdraiato su di una panca di legno, stremato dall’incalzare degli avvenimenti. Di nessuna pregnanza processuale furono le deposizioni dei testimoni. Alle 15,15 prende la parola – presente il Merlino – il PM. La sua requisitoria ripete schemi risaputi: contrapposizione fra la figura nobilissima del sovrano, tutta patriottismo e bontà (era “il Re buono”), e la mostruosa efferatezza del regicida: da una parte la patria ferita e dall’altra la criminosa realtà dell’anarchismo. Bisognava affermare giustizia, negando le attenuanti e condannando il regicida al massimo della pena prevista dalla legge. L’ergastolo.
Pensieri e parole – Laurie Anderson
La musica. Non riesco a non apprezzare ciò che ha detto Steve Martin: «Parlare di musica è come danzare di architettura». Puoi discutere sui testi, sulle intenzioni di partenza, ma non riuscirai mai a capire tutto. Perché l'arte è spesso prodotto dell'inconscio e molte volte tu stessa non sai quello che fai. Tra le tante definizioni che i media e la gente mi hanno dato apprezzo quella di cantastorie, ma il termine più adatto potrebbe essere trainsurgeon, neurochirurgo.
L'armonia degli opposti. Mi piace presentare nello stesso brano punti di vista differenti, a volte diametralmente opposti. Ho scritto Kokoku pensando a una scena di un libro di James Joyce in cui una donna, osservandone un'altra seduta sulla spiaggia, ne commenta positivamente l'abbigliamento. E, dalla direzione opposta, proviene un uomo che si domanda, a proposito della donna seduta, 'chi sia quell'orribile rospo'. Oppure mi piace mescolare realtà e finzione, incubo e sogno. Ho collaborato con un talento dell'avanguardia viennese, Valie Exploit, a un film che nasce dalla considerazione, apparentemente banale, di come una città possa influenzare i rapporti tra uomini e donne, coinvolgerli in un misto di comicità e paura. Lo spunto per il brano Coolsville è stata New York, una città dove la gente vive al contrario di come vorrebbe, desidera esattamente il contrario di ciò che finge di volere, lavora duramente dicendo che presto cambierà vita, oppure senza sapere cosa davvero vuole. Per questo canto: «Nel tuo sogno ci sono due voci: una dice "io brucio", l'altra dice "tu sogni di bruciare"; una dice "io parlo", l'altra dice "tu sogni di parlare"».
L'avanguardia. Avanguardia è una parola subdola, ingannevole, traditrice. New York, culla dell'avanguardia, oggi pullula di studenti frustrati che frequentano le gallerie d'arte alternativa e i circuiti underground. Dopo un po' capiscono di non possedere il talento, o anche solo la pazienza, per emergere in quell'ambiente, e trovano lavoro nelle agenzie pubblicitarie. Ma restano nel giro, così ogni piccola intuizione della vera avanguardia diventa in una settimana uno spot pubblicitario. In questo modo gli studenti frustrati si guadagnano l'appellativo di 'creativi'. Chi fa avanguardia non lavora in laboratorio, ma pensa d'avanguardia. Pensiamo ai nostri cinque sensi. Vedere, ascoltare e pensare sono parte di una stessa esperienza. Se tieni queste cose distinte nel processo creativo, il risultato mancherà di spontaneità. E per essere originali non è necessario conoscere tutto alla perfezione. Io non sono una grande strumentista. Il suono dovrebbe nascere solo da te stesso e quindi solo tu puoi sapere come realizzarlo. Che il modo sia giusto o sbagliato poco importa. Una volta, in studio, ho prodotto un suono e ho chiesto se qualcuno era in grado di riprodurlo uguale. E dal fondo della sala mi è arrivato lo stesso, identico suono. Qualcuno aveva capito esattamente quello che avevo chiesto. Gli ho urlato: “Dove sei? Fatti vedere. Vuoi sposarmi?” ed è uscito fuori un musicista sudafricano. Ecco cos'è la musica: fare qualcosa, poco importa come, e credere che da qualche parte esista almeno un'altra persona sintonizzata sulla tua stessa lunghezza d'onda. Esistono linguaggi che paiono incomprensibili a tutti, ma non lo sono. In famiglia eravamo tutti appassionati del linguaggio. Ero la seconda di otto fratelli e ricordo che i gemelli, quando avevano sei anni, usavano una lingua tutta loro. Facevano persino canzoni in quella lingua. Era una specie di telepatia verbale.
In prospettiva. L'ultima volta che sono stata ad Amsterdam ero ospite di un astronauta che è stato a lungo in orbita con alcuni tecnici e, al ritorno, si era reso conto, al pari dei suoi compagni, che non era più la stessa persona. Mi diceva: “Non mi ero mai reso conto di cosa significasse veramente il termine rotondo fino a quando non ho visto quanto era rotonda la terra dallo spazio”. Aveva visto le cose in prospettiva diversa. Io adoro quando il mio lavoro, e quello degli artisti che ammiro, possiede una prospettiva. Perché riesci a valutare meglio quando ti allontani da ciò che hai fatto e ti guardi indietro.
UN MANIFESTO SUL CONCETTO DI RIVOLUZIONE – David Graeber
Il termine «rivoluzione» ha perso inesorabilmente di importanza nell’uso ordinario, al punto che adesso può significare qualsiasi cosa. Ormai abbiamo una rivoluzione ogni settimana: rivoluzioni nei servizi di credito, rivoluzioni cibernetiche, rivoluzioni mediche, una rivoluzione su internet ogni volta che qualcuno inventa un software più intelligente. Una retorica del genere è possibile soltanto perché la definizione comune di rivoluzione ha sempre implicato l’idea di un cambiamento di paradigma: un’interruzione netta, una rottura fondamentale nella natura della realtà sociale in seguito alla quale la realtà funziona diversamente e le categorie invalse non sono più valide. In questo senso è possibile affermare che il mondo moderno è il risultato di due «rivoluzioni», quella francese e quella industriale, nonostante il fatto che non abbiano niente in comune al di là di essere uno spartiacque con tutto quello che le precedeva. Ellen Meskins Wood ha osservato che abbiamo preso la strana abitudine di parlare della «modernità» come se questa implicasse una combinazione tra la dottrina economica inglese del laissez faire e le teorie francesi sul governo repubblicano, anche se queste due tendenze non si sono mai realizzate insieme: la rivoluzione industriale si realizzò sotto una costituzione inglese stravagante, antiquata e ancora in gran parte medievale, mentre la Francia del XIX secolo non aveva niente a che fare con il laissez faire.
(Un tempo i «paesi in via di sviluppo» subivano il fascino della rivoluzione russa, forse perché in essa le due rivoluzioni sembravano coincidere: una conquista del potere nazionale che conduceva a una rapida industrializzazione. Di conseguenza nel XX secolo quasi ogni governo del Sud del pianeta determinato a raggiungere i livelli di sviluppo economico delle regioni industrializzate doveva anche dichiarare di essere un regime rivoluzionario). Se dietro a tutto questo si nasconde un errore logico, esso si basa sull’ipotesi che il cambiamento sociale e tecnologico prenda la stessa forma di ciò che Thomas Kuhn ha definito «la struttura delle rivoluzioni scientifiche». Kuhn si riferisce a eventi come il salto dall’universo di Newton a quello di Einstein: all’improvviso si verifica un passo in avanti di tipo intellettuale, e dopo l’universo è differente. L’applicazione di questo principio al di fuori delle rivoluzioni scientifiche implica l’equivalenza tra la nostra conoscenza del mondo e il mondo stesso, con il corollario che nel momento in cui cambiamo i principi alla base della nostra conoscenza, anche la realtà si modifica. Ma di fatto il mondo non è obbligato a rispondere alle nostre aspettative, e se la «realtà» si riferisce a qualcosa, questo qualcosa è proprio ciò che non può essere interamente racchiuso nelle nostre costruzioni mentali. Le totalità, in particolare, sono sempre un parto dell’immaginazione. Le nazioni, le società, le ideologie, i sistemi chiusi, niente di tutto questo esiste veramente. La realtà è sempre più caotica di così, anche se la fiducia in concetti come questi fornisce un’innegabile forza sociale. Di fatto, l’abitudine a pensare il mondo o la società come un sistema totalizzante (in cui ogni elemento acquista il proprio senso solo in relazione con gli altri) conduce quasi inevitabilmente a un’immagine della rivoluzione come di un cataclisma devastante. Senza una rottura del genere, come potrebbe infatti un sistema totalizzante essere sostituito da un sistema completamente differente? La storia umana si trasforma quindi in una serie di rivoluzioni – la rivoluzione neolitica, la rivoluzione industriale, la rivoluzione informatica, etc. – e il sogno politico diventa controllare in qualche modo questo processo: raggiungere il punto in cui noi stessi riusciamo a produrre una rottura, un balzo in avanti che non si limita semplicemente ad accadere, ma viene prodotto come risultato diretto di una qualche volontà collettiva. «La rivoluzione» propriamente detta. Allora non desta meraviglia che nel momento in cui i pensatori radicali hanno dovuto abbandonare questo sogno, la loro prima reazione è stata quella di raddoppiare i loro sforzi per vedere rivoluzioni ovunque, al punto che agli occhi di Paul Virilio la rottura è lo stato permanente del nostro essere, mentre per Jean Baudrillard il mondo cambia completamente ogni due anni, ogni volta che lui ha un’idea nuova.
Con questo non voglio rifiutare drasticamente queste totalità immaginarie, anche ammettendo l’ipotesi, alquanto improbabile, che sia possibile rifiutarle completamente, considerato che sono probabilmente uno strumento necessario del pensiero umano. Voglio soltanto che sia chiaro che non sono nient’altro che strumenti del pensiero. Ad esempio, non è male porsi domande come le seguenti: «Dopo la rivoluzione, come organizzeremo i trasporti di massa?», «Chi finanzierà la ricerca scientifica?», «Esisteranno ancora le riviste di moda?». È un utile esercizio mentale, anche se dobbiamo riconoscere che in realtà – a meno che non si vogliano massacrare migliaia di persone, e forse anche in quel caso – la rivoluzione quasi certamente non sarà una rottura così semplice come possono far pensare domande del genere.
Cosa sarà allora la rivoluzione? Ho già proposto alcune idee. Una rivoluzione di dimensioni mondiali avrà bisogno di molto tempo. Ma forse è già in corso. La maniera migliore per rendersene conto è smettere di pensare alla rivoluzione come a una cosa – «la» rivoluzione, il grande cataclisma, il punto di rottura – e chiedersi invece: «Che cos’è un’azione rivoluzionaria?». Ecco la nostra risposta: un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere, e che nel frattempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali, anche all’interno della collettività. L’azione rivoluzionaria non si propone necessariamente di rovesciare i governi. Ad esempio, sarebbe un atto di per sé rivoluzionario il tentativo di creare delle comunità autonome nei confronti del potere (con le parole di Castoriadis, comunità che si auto-istituiscono, decidendo collettivamente le proprie regole e i propri principi operativi e riesaminandoli costantemente). E la storia ci insegna che la continua accumulazione di atti di questo tipo può cambiare (quasi) qualsiasi situazione.
giovedì 22 ottobre 2026
F.S. Merlino, la difesa del regicida Gaetano Bresci I°
Il processo, ch’egli senz’altro definì “processo politico”, e che gli valse rinomanza quale “avvocato dei malfattori” in tutta Europa, fu celebrato davanti alla Corte d’Assise di Milano. A seguito di una sensazionale vicenda. Agosto 1900. L’avv. F.S. Merlino difende un anarchico, ma la sua non è una difesa di connivenza. Egli è rimasto fedele ad alcune idee dell’anarchia, è rimasto nemico implacabile dell’assolutismo marxista, ma seguendo un suo percorso ideale si è accostato ai principi del socialismo. Di un suo socialismo, libertario e legalitario insieme. L’imputazione è quella di regicidio. Il suo difeso si chiama Gaetano Bresci; un anarchico di Prato, il quale ha ucciso a revolverate a Monza, mentre rientrava in carrozza dopo aver presenziato ad una cerimonia sportiva, il re d’Italia, Umberto I. Il delitto è stato commesso il 29 luglio 1900. Il 29 agosto, esattamente un mese dopo ci sarà la sentenza della Corte d’assise, dopo un’udienza durata nei suoi tempi reali, circa otto ore. Fu una gara di velocità. Nella quale i magistrati si profusero. L’arrestato aveva immediatamente confessato: “Io ho commesso questo fatto perché ho voluto attentare al Capo dello Stato che rappresenta il regime che ci governa”. Il giorno dopo, 30 luglio, erano già pronte la requisitoria del Procuratore Generale e la sentenza di avocazione alla Sezione di accusa. Il 7 agosto venivano trasmessi gli atti al P.G. per le sue conclusioni definitive. Le quali vennero presentate lo stesso giorno alla Sezione di accusa. Il mattino successivo: notifica delle requisitorie e deposito degli atti in Cancelleria. Venne nominato difensore di ufficio l’avv. Mario Martelli presidente dell’ordine degli avvocati di Milano. L’imputato chiese di avere un difensore di fiducia e nominò l’avv. Filippo Turati, il grande leader del socialismo riformista italiano, anche se questi, da dieci anni non esercitava più la professione forense. Molti giornali, per esempio il quotidiano «Sera», scrissero che “Non c’era punto bisogno di questo incarico per fare persuaso il pubblico che malgrado ogni contraria affermazione in fatto, socialisti ed anarchici sono destinati a intendersi”. Ma l’«Avanti!» aveva preso le distanze sul piano morale e politico dal regicidio, e malgrado il dissenso di piccole minoranze fra i socialisti, sosterrà poi la linea di Turati. Il quale scrisse che “per un elementare dovere di umanità”, s’era recato al cellulare ove Bresci era stato trasferito dalla caserma di Monza. Il 20 agosto ebbe con lui un colloquio di due ore. Non accettò tuttavia l’incarico. Uscì dall’incontro col compito che s’era assunto di contattare F.S. Merlino per proporgli la difesa. Ottenuta da questi risposta affermativa ne scrisse subito al Bresci. Ma la lettera venne trattenuta 21 ore prima di essere consegnata all’imputato. Si verificò così una grave irregolarità: il 22 agosto scadeva infatti il termine per proporre ricorso alla Cassazione contro la sentenza della Camera d’accusa, che aveva rinviato il Bresci dinanzi alla Corte d’Assise. Il difensore d’ufficio Martelli non propose ricorso ritenendolo infondato. Tale ricorso avrebbe tuttavia portato fatalmente ad un rinvio del dibattimento. Utile secondo il Bresci per citare testimoni residenti in America e di Prato. Inoltre, col processo che era fissato per il 29 agosto, c’era l’esigenza sacrosanta di ottenere un rinvio per dare la possibilità al Merlino di studiarselo il processo (che un più lungo iter processuale rientrasse poi nei piani di propaganda tipici dell’anarchismo, è un altro discorso). L’avv. Martelli propose istanza di rinvio per citare i testimoni, ma la Corte la respinse, ammettendo tuttavia a deporre i testimoni pratesi. Merlino giunse a Milano da Roma la sera del 28 agosto. Il 29, avendo potuto leggere in treno soltanto l’atto di accusa, si presentò per la difesa, in assise. Dichiarò ai giornali che non conosceva “una sola parola del processo”: “chiederò un rinvio – dichiarò – non posso farne a meno”. Il «Corriere della Sera» scrisse: “Tutti saranno curiosi di vedere come Francesco Saverio Merlino vorrà e saprà difendere l’assassino che si professa alunno della stessa scuola di errore a cui, in giovinezza, egli dedicò con impetuoso slancio: cuore, ingegno ed avvenire, e le cui dottrine, quando sortono gli effetti del regicidio di Monza, sono maledette da tutta l’umanità” .










