Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende.
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
Translate
giovedì 2 aprile 2026
INCIDENTE A OGLALA – Michael Apted
1975. A Pine Ridge, una riserva indiana nel Sud Dakota, regna il terrore: omicidi, risse e inspiegabili incidenti mortali istigati da Richard Wilson, il capo della riserva, e dalla sua banda, la Goon Squad, costituiscono la norma. Wilson, odioso burattino manovrato dagli uomini del governo, intende rafforzare il proprio potere istituendo uno stato di illegalità e violenza ed eliminando i capi del Movimento Indiano Americano venuti per proteggere gli abitanti della riserva. Il 16 giugno 1975, due agenti speciali dell'FBI attraversano la riserva senza permesso all'inseguimento di un furgone. Questa inosservanza si conclude con uno scontro a fuoco che costa la vita a un abitante della riserva e ai due agenti. La morte di questi ultimi scatena la più grandiosa caccia all'uomo nella storia dell'FBI. Dei quattro uomini incriminati, uno viene rilasciato per insufficienza di prove e due assolti nel luglio del 1976 in seguito alla sentenza della giuria che considera il loro un atto di legittima difesa. Il quarto uomo, Leonard Peltier, incriminato sulle stesse basi degli altri imputati, viene processato l'anno seguente. Nonostante l'ambiguità e la natura fraudolenta delle prove, Peltier è giudicato colpevole di omicidio di primo grado con due capi d'accusa. Il testimone chiave che lo aveva accusato di aver sparato agli agenti dichiarerà in seguito di essere stato costretto a firmare la sua deposizione dai metodi "duri" degli agenti dell'FBI.
Incident at Oglala è un agghiacciante documento sugli eventi di quel giorno e sulla persecuzione implacabile di Leonard Peltier, raccontata dai diretti protagonisti della vicenda. il regista Michael Apted torna a raccontare i nativi americani attraverso un documentario che unisce immagini di repertorio a ricostruzione fiction. Apted, prendendo spunto dall'omicidio di due agenti dell'FBI, indaga la violenza e la povertà insita nella riserva di Pine Ridge e la dilagante corruzione dei funzionari indiani che dovrebbero proteggere il proprio popolo. Forte atto di accusa contro l'atteggiamento di omertà del governo statunitense ai problemi dei nativi, vittime dell'abuso di potere della polizia che costruisce prove false per incastrare innocenti senza giusto processo, è un'opera dall'alto valore civile e morale. In assoluto uno dei lungometraggi più efficaci e interessanti della carriera di Michael Apted. La voce narrante è quella di Robert Redford.
“Il 26 giugno 1975, due agenti dell'FBI e un pellerossa trovarono la morte in un violento scontro a fuoco. L'incidente scatenò la più grande caccia all'uomo della storia americana. I colpevoli della morte del pellerossa non furono mai incriminati. Leonard Peltier, invece, venne condannato a scontare il resto della sua vita in carcere per l'omicidio dei due agenti. Verrà scarcerato nel 2035. Ho lavorato alla realizzazione di questo film perché ritengo che Leonard sia un prigioniero politico, la vittima di un complotto del governo statunitense inteso ad annientare la voce della popolazione indigena. Vorrei inoltre che il suo caso ci obbligasse a non dimenticare che la guerra contro gli indiani dura da trecento anni e non è ancora finita”.(Michael Apted)
Il lavoro non è vita
Sottrarre la nostra vita al dominio ed allo sfruttamento, al lavoro forzato ed al bisogno, alla mercificazione ed alla sopravvivenza significa non solo combattere contro questa forma della realtà, ma anche mettere in atto una realtà altra, mettere in atto forme e modi di vita differenti.
Significa immaginare una vita degna di essere vissuta e praticare questa immaginazione trasformando, subito, la forma, i modi, i tempi della nostra esistenza.
La nostra vita è unica, singolare, irripetibile. Essa può diventare l'unica e sola opera d'arte che valga davvero la pena di realizzare.
Dobbiamo imparare a stimarla come cosa rara. Dobbiamo imparare ad assegnare, ad ogni suo momento, il valore che merita. Non possiamo svenderla ad un padrone, buttarla via nella noia della sopravvivenza, mortificarla con il lavoro forzato e con la vuotezza in cui cercano di imprigionarla.
giovedì 26 marzo 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) III°
Se non è possibile calcolare l'entità della spinta - e, quindi, il concreto contributo - da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d'ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici - come: abbattimento dell'autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. - e che, prima dell'estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l'idea della rivoluzione sociale tra le masse». E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico», diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all'affermazione del principio dell'autogestione. Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione». Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto - secondo quanto scrive Volin - «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d'ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali : la presa del potere e il problema dello Stato», consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l'istinto e l'interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.
«Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell'industria che in quello dell'agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria».
Dopo l'occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine).
EDERA
Pianta arbustiva alta 6-20 metri; fusto rampicante con rametti e rami con radice avventizia adesiva; foglie alternate, sempreverdi, lucenti, 3-5 lobate su rametti non fioriferi, da ovato-lanceolate a romboidi su rametti fioriferi; fiori in ombrelle emisferiche, verdi, petali carnosi, bruni esternamente, verdi internamente; frutto come bacca blu scuro; semi nerastri o giallastri. Fiorisce da settembre a ottobre. Cresce in boschi umidi, boschi decidui con querce o faggi, su pareti e rocce (0-800 m). Comune, invadente. Tra gli antichi Egiziani, l'edera era sacra a Osiride. Nel Papiro Magico di Leida (III sec. d.C.), è riportata una ricetta per favorire il sonno, composta da radice di mandragora, giusquiamo egiziano ed edera, il tutto miscelato in vino. Dioscoride afferma che i corimbi o il succo delle fronde, se presi in eccesso, rendono il corpo languido e conturbano la mente. Secondo Plutarco (Latines quaestiones) l'edera contiene uno "spirito violento" che causa scoppi di delirio e convulsioni. Dà una "ebbrezza senza vino", una specie di possessione, con tendenza all'estasi. Le foglie addizionate al vino causano delirio e disorientamento, come il giusquiamo. Soprattutto, l'edera era in relazione con il culto di Dioniso, a cui era sacra; Dioscoride infatti, descrive tre specie di edera, una delle quali era nota come dionysos. Probabilmente, la furia delle Baccanti era causata da una bevanda a base di edera. Plinio il Vecchio riporta che, presa in pozione, in dose massiccia, provoca turbe mentali e che, internamente, confonde i sensi, purifica la testa e danneggia i sensi stessi, mentre esternamente alleggerisce il mal di testa. Bere il succo delle bacche protegge dall'ebbrezza. Probabilmente, il termine che nell'antichità indicava l'edera nascondeva in realtà un'altra pianta rampicante dall'azione psicoattiva, per esempio il vilucchio tricolore. Oppure, il termine "edera" era lo pseudonimo di una pianta psicoattiva oggi ignota. Nell'antichità, le foglie erano addizionate al vino e alla birra. Nella tradizione celtica, troviamo la Dea Madre Cerridwen. Il suo calderone conteneva la bevanda dell'ispirazione e della conoscenza. Chi l'avesse bevuta, sarebbe stato illuminato e avrebbe conosciuto presente, passato e futuro in un unico istante. Secondo alcune interpretazioni, la bevanda era costituita da orzo, ghiande, miele, sangue di toro, edera, alloro e veratro bianco. L'edera era anche un ingrediente della spongia somnifera. Nella fitoterapia moderna, si usa per pertosse, bronchite cronica, tracheite, laringite, gotta, reumatismi, litiasi biliare, mestruazioni insufficienti, leucorrea, ipertensione, cellulite, nevralgie, reumatismi, nevriti, postumi di flebiti (edemi circolatori), piaghe, scottature, calli, duroni e polipi al naso. Fitochimica: Contiene acido chlorogenico, inoside, la saponina a-ederina e l'alcaloide emetina. Effetti:Nella moderna letteratura tossicologica si riporta che le foglie ingerite causerebbero allucinazioni. Inoltre, le foglie essiccate e fumate sarebbero inebrianti.
Due parole o tre su "L'Internazionale Lettrista"
L'Internazionale Lettrista si propone di realizzare una struttura appassionante della vita. Sperimentiamo comportamenti, forme di decorazione, di architettura, di urbanismo e di comunicazione atte a provocare situazioni attraenti.
E' un argomento di continua discussione tra noi e molti altri, alla fine trascurabili perché conosciamo bene il loro meccanismo e la sua usura.
Il ruolo di opposizione ideologica che manteniamo viene necessariamente prodotto dalle condizioni storiche. A noi spetta soltanto trarne partito più o meno lucidamente, e conoscerne gli obblighi e i limiti allo stadio attuale.
Lo sviluppo finale delle costruzioni collettive che ci piacciono sarà possibile soltanto dopo la scomparsa della società borghese, della sua distribuzione dei prodotti, dei suoi valori morali.
Daremo il nostro contributo alla rovina di questa società borghese perseguendo la critica e la sovversione totale della sua concezione dei piaceri, e anche fornendo slogan utili all'azione rivoluzionaria delle masse.
(POTLATCH: Michèle Bernstein, M. Dahou, V'era, Gil J. Wolman)
giovedì 19 marzo 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) II°
Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall'alto? - che è del giugno 1905 - sono già contenute in nuce le linee direttive dell'azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l'attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall'alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un'epoca rivoluzionaria e dell'azione dall'alto, chi non sa determinare le con-dizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni "situazione rivoluzionaria seria" impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l'insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un'audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario».
Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione - sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale - tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l'idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione (Rosa Luxemburg nel 10 luglio 1904, denunciava già «l'ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d'uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno»), l'affermazione dell'attività dall'alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l'utilizzazione del potere rivoluzionario; dall'altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l'affermazione dell'azione diretta, dal basso, e l'opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo.
La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bockarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un'influenza estremamente stimolante».








