Fedele all'insegnamento malatestiano che poneva l'accento principalmente sulla lotta armata, e avversario di ogni forma di organizzazione sociale rigidamente stabilita, il Borghi rifiutò il concetto della dittatura provvisoria del partito per affermare invece le virtù organizzatrici dell'azione diretta proletaria e popolare, procedente dal basso per libera iniziativa per mezzo degli organismi nati e formatisi nel suo seno. Un potere centrale, secondo il Borghi, non solo non era indispensabile alla resistenza, alla vitalità e all'azione delle masse, ma limitava ogni loro funzione e finiva per ridurre a strumenti di potere i liberi organismi che esse avevano creato per rappresentarle. Nel processo rivoluzionario invece era a questi organismi - e in primo luogo ai sindacati (Durante il «biennio rosso» il Borghi considerò anche i consigli di fabbrica come un prezioso strumento rivoluzionario. Naturalmente egli non accettava la concezione comunista che, istituzionalizzando i consigli, preconizzava il loro assorbimento in un sistema di soviet e la loro subordinazione a un potere politico centrale; ma auspicò la loro utilizzazione nel processo rivoluzionario come strumenti di auto-organizzazione dei lavoratori nella fabbrica, necessari per continuare la produzione e per provvedere e distribuire le materie prime nel periodo della lotta, e come possibili cellule della succes-siva gestione comunista. Soprattutto egli sottolineò che l'esperienza di auto-direzione operaia nella fabbrica avrebbe conferito al moto rivoluzionario un carattere sociale e produttivo che ne avrebbe fatto «non la rivolta degli straccioni o degli oziosi, ma delle masse organizzate già allenate all'auto-pedagogia dell'azione collettiva e del funzionamento dell'azienda produttiva») - che bisognava fare ricorso quale unico strumento atto a rivalutare il principio della violenza rivoluzionaria che doveva essere applicata non solo nella tattica, ma anche nell'esercizio e nell'organizzazione del potere. Dalla conferenza risulta l'esaltazione del sindacato come organo catalizzatore delle forze autenticamente rivoluzionarie, cioè quelle dei lavoratori oppressi e sfruttati, e come unico strumento «tecnico » utilizzabile per costruire la società futura, in cui i mezzi di produzione e di amministrazione devono essere gestiti pubblicamente. In essa inoltre si ribadisce la necessità dell'assoluta indipendenza del sindacato da qualsiasi partito politico, anche dal movimento politico anarchico che nel primo dopo guerra aveva trovato la sua espressione nell'Unione Anarchica Italiana. Rispondendo all'accusa avanzata dai comunisti di aver asservito l'Unione Sindacale al «partito» anarchico, il Borghi chiarisce ancora una volta il significato e la funzione dell'anarchismo nei suoi rapporti con il movimento sindacale. «Le coincidenze, in certi punti, dei programmi di azione dei sindacalisti-rivoluzionari con le ideologie del movimento anarchico - egli scrive - sono la conseguenza del fatto che il movimento sindacale è stato la risultante dell'azione di una massa di militanti, che hanno voluto mettersi sul terreno rivoluzionario antiparlamentare. In ogni modo queste coincidenze non stabiliscono nessuna sottomissione, ma sono il riflesso di posizioni teoriche e pratiche che corrispondono al valore intrinseco di ciascuna dottrina». Il sindacalismo per gli anarchici che credono in esso come metodo d'azione non è l'anarchismo, ma le sue ideologie «in quanto si riferiscono all'azione che deve svolgere il sindacato e in quanto al fine che si deve proporre, sono identiche alla concezione che l'anarchismo di classe, rivoluzionario, ha del movimento operaio». Questo significa che «il sindacalismo fa parte delle ideologie che l'anarchismo ha in sé», mentre questo «abbraccia un insieme di dottrine che esorbitano dal sindacato». Fiancheggiandolo e spingendolo sulla strada dell'azione rivoluzionaria, esso intende portarlo alla costruzione di una società «in cui non si parlerà più né di sindacalismo e delle sue differenze, né di scuole anarchiche e di partiti diversi, perché la realizzazione della società ad ordinamento libero e produttore avrà accomunato tutti gli uomini sotto una sola denominazione generale: quella di essere liberi, redenti mercé la rivoluzione sociale ed organizzati nel regime libertario che è la società libera da tutte le oppressioni, da tutte le schiavitù».
derive verso la liberta'
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 23 luglio 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IX°
Fedele all'insegnamento malatestiano che poneva l'accento principalmente sulla lotta armata, e avversario di ogni forma di organizzazione sociale rigidamente stabilita, il Borghi rifiutò il concetto della dittatura provvisoria del partito per affermare invece le virtù organizzatrici dell'azione diretta proletaria e popolare, procedente dal basso per libera iniziativa per mezzo degli organismi nati e formatisi nel suo seno. Un potere centrale, secondo il Borghi, non solo non era indispensabile alla resistenza, alla vitalità e all'azione delle masse, ma limitava ogni loro funzione e finiva per ridurre a strumenti di potere i liberi organismi che esse avevano creato per rappresentarle. Nel processo rivoluzionario invece era a questi organismi - e in primo luogo ai sindacati (Durante il «biennio rosso» il Borghi considerò anche i consigli di fabbrica come un prezioso strumento rivoluzionario. Naturalmente egli non accettava la concezione comunista che, istituzionalizzando i consigli, preconizzava il loro assorbimento in un sistema di soviet e la loro subordinazione a un potere politico centrale; ma auspicò la loro utilizzazione nel processo rivoluzionario come strumenti di auto-organizzazione dei lavoratori nella fabbrica, necessari per continuare la produzione e per provvedere e distribuire le materie prime nel periodo della lotta, e come possibili cellule della succes-siva gestione comunista. Soprattutto egli sottolineò che l'esperienza di auto-direzione operaia nella fabbrica avrebbe conferito al moto rivoluzionario un carattere sociale e produttivo che ne avrebbe fatto «non la rivolta degli straccioni o degli oziosi, ma delle masse organizzate già allenate all'auto-pedagogia dell'azione collettiva e del funzionamento dell'azienda produttiva») - che bisognava fare ricorso quale unico strumento atto a rivalutare il principio della violenza rivoluzionaria che doveva essere applicata non solo nella tattica, ma anche nell'esercizio e nell'organizzazione del potere. Dalla conferenza risulta l'esaltazione del sindacato come organo catalizzatore delle forze autenticamente rivoluzionarie, cioè quelle dei lavoratori oppressi e sfruttati, e come unico strumento «tecnico » utilizzabile per costruire la società futura, in cui i mezzi di produzione e di amministrazione devono essere gestiti pubblicamente. In essa inoltre si ribadisce la necessità dell'assoluta indipendenza del sindacato da qualsiasi partito politico, anche dal movimento politico anarchico che nel primo dopo guerra aveva trovato la sua espressione nell'Unione Anarchica Italiana. Rispondendo all'accusa avanzata dai comunisti di aver asservito l'Unione Sindacale al «partito» anarchico, il Borghi chiarisce ancora una volta il significato e la funzione dell'anarchismo nei suoi rapporti con il movimento sindacale. «Le coincidenze, in certi punti, dei programmi di azione dei sindacalisti-rivoluzionari con le ideologie del movimento anarchico - egli scrive - sono la conseguenza del fatto che il movimento sindacale è stato la risultante dell'azione di una massa di militanti, che hanno voluto mettersi sul terreno rivoluzionario antiparlamentare. In ogni modo queste coincidenze non stabiliscono nessuna sottomissione, ma sono il riflesso di posizioni teoriche e pratiche che corrispondono al valore intrinseco di ciascuna dottrina». Il sindacalismo per gli anarchici che credono in esso come metodo d'azione non è l'anarchismo, ma le sue ideologie «in quanto si riferiscono all'azione che deve svolgere il sindacato e in quanto al fine che si deve proporre, sono identiche alla concezione che l'anarchismo di classe, rivoluzionario, ha del movimento operaio». Questo significa che «il sindacalismo fa parte delle ideologie che l'anarchismo ha in sé», mentre questo «abbraccia un insieme di dottrine che esorbitano dal sindacato». Fiancheggiandolo e spingendolo sulla strada dell'azione rivoluzionaria, esso intende portarlo alla costruzione di una società «in cui non si parlerà più né di sindacalismo e delle sue differenze, né di scuole anarchiche e di partiti diversi, perché la realizzazione della società ad ordinamento libero e produttore avrà accomunato tutti gli uomini sotto una sola denominazione generale: quella di essere liberi, redenti mercé la rivoluzione sociale ed organizzati nel regime libertario che è la società libera da tutte le oppressioni, da tutte le schiavitù».
Vivere il proprio tempo
C'è un modo di essere comunisti che non deriva dal sapere delle scienza sociali, né dall'assalto della classe degli sfruttati ai bastioni del Capitale, provvede la vita corrente.
E' un costume inebriante di vivere il proprio tempo, spesso nella forma di un'avventura, sempre nelle vesti di una tragedia.
L'esperienza ha mostrato che questa avventura, finora, non è mai durata più di quanto duri un sogno, con il quale, per altro, condivide certi poteri, terrorizza i nemici e i cattivi compagni di strada, spaventa i dogmatici, rovescia le tavole delle ideologie e le illuminate illusioni della borghesia.
Questa materna epifania della storia dell'uomo è quella che porta all'espressione più alta del vissuto, è quella che salda e dà un senso a tutte le passioni, anche le scellerate. Essa non consente mediazioni né ritorni alle posizioni di partenza, così, gli eletti sono le sue vittime, destinati al massacro perché la ferocia degli idealismi, nessuno escluso, da quelli che diffondono la peste religiosa a quelli che si piegano ai meriti delle democrazie borghesi e alla signoria delle armi, non lasciano scampo.
E' successo a Parigi nel 1871, a Monaco e a Budapest, nel 1919, a Kronshtadt, nel 1921. Questa ultima avventura, in particolare, è stata la più breve e la più crudele delle primavere della rivolta. Diciotto giorni appena.
In ogni caso, dallo sventurato destino della Comune di Kronshtadt ne è derivata una lezione importante per i suoi figli, le strutture della modernità sono sempre e inevitabilmente repressive, non importa il credo che le anima. A Parigi, come a Pietrogrado, come a Barcellona, Varsavia e ancora a Budapest, i versaillais sono puntualmente dietro l'angolo, nell'ombra, ad affilare i coltelli. Nascosti e protetti dietro l'oscuro e vuoto spazio da cui la forma di capitale gestisce le strutture irrazionali che governano lo spettacolo della politica e la lebbra della alienazione sociale, questo lievito che muta la vita corrente in merce.
Amicizia e solidarietà
Ci hanno abituati a un’idea neutra dell’amicizia, come pura affezione senza conseguenze. Ma ogni affinità è un’affinità in una comune verità.
Ogni incontro è un incontro in una comune affermazione, foss’anche quella della distruzione.
Non ci si lega innocentemente in un’epoca in cui tenere a qualcosa e non demordere conduce regolarmente alla perdita del lavoro, in cui bisogna mentire per lavorare e, poi, lavorare per conservare i mezzi della menzogna.
L’unione di chi, partendo dalla fisica quantistica, giurasse di trarne tutte le conseguenze in ogni campo sarebbe altrettanto politica di quella dei compagni che lottano contro una multinazionale agroalimentare. Sarebbero condotti, prima o poi, alla defezione, e allo scontro.
Gli iniziatori del movimento operaio avevano l’officina e poi la fabbrica per trovarsi. Avevano lo sciopero per contarsi e smascherare i crumiri. Avevano il rapporto salariale, che poneva lo scontro tra il partito del Capitale e il partito del Lavoro, per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.
Noi abbiamo la totalità dello spazio sociale per trovarci. Abbiamo i comportamenti quotidiani d’insubordinazione per contarci e smascherare i crumiri.
Abbiamo l’ostilità verso questa civilizzazione per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.
giovedì 16 luglio 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VIII°
L'analisi del Borghi sulla situazione italiana nel primo dopo-guerra è assai acuta e dimostra come la sua posizione di fronte a quegli avvenimenti storici decisivi fosse dettata da un notevole intuito di rivoluzionario (È significativo a questo proposito il fatto che egli, più vicino come rivoluzionario alla base, abbia riconosciuto nei moti per il caroviveri diretti nel '19 dalle camere del lavoro il punto culminante del «biennio rosso» e il momento in cui i rapporti di forza erano più favorevoli a una rivoluzione). Altrettanto significativo che egli abbia appoggiato un tentativo di accordo, per un progetto insurrezionale, con i legionari fiumani cui partecipò Errico Malatesta nel 1920: la sua adesione in questo caso rivela che egli acutamente percepì la necessità di allargare il moto rivoluzionario anche agli strati di ceto medio potenzialmente rivoluzionari, nella convinzione che, «in certi momenti storici occorre non rifiutare nessuna possibilità di alleanza). Egli condannò il demagogismo dei massimalisti che pur sostenendo la necessità e l'inevitabilità della rivoluzione non si decidevano a scendere sul piano concreto della lotta. «Costoro - scriverà nel '20 su " Guerra di Classe " - rallentano senza saltarlo il processo della trasformazione graduale legale del potere borghese con l'impedire ai riformisti del partito socialista di fare il male ed il bene che potrebbero fare esaurendosi nel loro esperimento; nello stesso tempo di fronte al ripetersi inquietante di movimenti di natura sicuramente rivoluzionaria essi continuano a rimproverare agli anarchici una eccessiva precipitazione». «Dal fatto che noi intendiamo orientare in senso rivoluzionario la lotta sindacale e cerchiamo di dare un senso di prepara-zione rivoluzionaria anche alle minime conquiste del giorno per giorno, alcuni erroneamente deducono che noi anarchici crediamo al colpo di bacchetta magica. Il concetto che l'anarchismo sia una dinamica dell'istinto è falso. L'anarchismo parte invece dalla convinzione che le rivoluzioni debbono essere influenzate da uomini che sanno dove vogliono andare». Il proposito di unire tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, anche quelle espresse dai partiti, non significava però che il Borghi fosse venuto meno alle sue concezioni sindacaliste antipartitiche e antiautoritarie. Infatti, come abbiamo notato, esse rimasero il nucleo centrale del suo pensiero e costituirono il motivo di fondo della polemica che egli ingaggiò con i sostenitori acritici del nuovo statalismo russo. Recatosi in Russia nell'agosto 1920 per presenziare, come delegato dell'Unione Sindacale, al congresso del Comintern, egli ne riportò una amara disillusione, constatando l'avvenuta evoluzione della rivoluzione russa verso forme di accentramento dei poteri e di burocraticismo, e soprattutto verificando come la rivoluzione libertaria si fosse trasformata, per imposizione di un partito, «in dittatura dei capi del partito comunista che organizzano il loro potere». Dimessosi nell'ottobre 1921 da segretario dell'Unione (Il motivo contingente delle sue dimissioni furono le divergenze sorte fra gli aderenti all'Unione Sindacale a proposito della questione della partecipazione dei sindacalisti al parlamento; ma il fatto va collocato nel quadro della più vasta polemica che si sviluppò in quel periodo all'interno dell'organizzazione fra la corrente libertaria e quella sindacalista favorevole al comunismo russo. Quest'ultima faceva capo a un piccolo gruppo di sindacalisti che avevano il loro centro a Verona, dove pubblicavano il settimanale «L'Internazionale». Dopo le dimissioni del Borghi la segreteria dell'Unione Sindacale passò al sindacalista-rivoluzionario Alibrando Giovannetti), egli si impegnò in una serie di conferenze e di contradditori con i comunisti. Dopo il congresso di Roma dell'Unione Sindacale (marzo 1919) che affermò la tendenza libertaria nei rapporti internazionali, si scatenarono infatti vivaci polemiche fra gli anarchici da un lato e i sindacalisti autoritari e i comunisti dall'altro lato. Era naturale e logico questo fervore di critiche e di dissensi, poiché l'Unione Sindacale, sulla scia del generale entusiasmo che aveva accompagnato la rivoluzione russa, in un primo tempo aveva aderito alla Terza Internazionale e alla Internazionale dei sindacati rossi. Ma i voti successivi sanzionarono dapprima la sua uscita dal Comintern e poi l'adesione alla nuova centrale sindacale internazionale di ispirazione libertaria costituita dal convegno di Berlino nel 1922. Con ciò si decideva di sottrarre l'Unione Sindacale Italiana all'influenza di un'organizzazione che, essendo sotto le direttive di un regime dittatoriale, finiva per allontanare l'organizzazione operaia dalla via rivoluzionaria che doveva condurre al comunismo libertario. Spariva così di fatto la potenziale antitesi fra sindacalismo e anarchismo che si era profilata con la questione dell'adesione allo statalismo russo e sostanzialmente la concezione sindacale accettata dall'Unione rimaneva quella che il Borghi tratteggia in una delle sue ultime conferenze tenuta prima dell'avvento del fascismo. I concetti di rivoluzione, espropriazione e organizzazione comunista della produzione erano stati in quegli anni al centro della polemica borghiana. Al riguardo egli aveva espresso la sua opinione contraria a quella di coloro che intendevano sottrarre all'azione delle masse il compito della costruzione della società socialista per affidarlo a un governo rivoluzionario o post-rivoluzionario.
Afa di Luglio. Il canto che non varia – Camillo Sbarbaro
Afa di luglio. Il canto che non varia
delle cicale; il ciel tutto turchino;
intorno a me, nel gran prato supino,
due fili d'erba immobili nell'aria.
Un sopor dolce, una straordinaria
calma m'allenta i muscoli. Persino
dimentico di vivere. Mi chino
coi labbri ad una bocca immaginaria...
E sento come divenute enormi
le membra. Nel torpore che lo lega,
mi pare che il mio corpo si trasformi.
Forse in macigno. Rido. Poi mi butto
bocconi. Nell'immensa afa s'annega
con me la mia miseria, il mondo, tutto.
NON VOGLIAMO VIVERE DISIMPARANDO
Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.
E' tempo che il memento vivere prenda il posto del memento mori che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.
Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c'era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boy caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all'infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!
Per spezzare l'oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l'ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell'amore, della conoscenza, dell'avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua "linea di cuore" inaugura ad ogni istante.
La società nuova comincia dove comincia l'apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell'animale, regni da cui l'uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull'autenticità, non sull'apparire; sull'esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell'obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza.
Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.
giovedì 9 luglio 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VII°
Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale il terreno su cui la polemica borghiana incise più profondamente fu quello della lotta prettamente sindacale. L'opposizione al socialismo democratico invece si mantenne su un piano teorico e il motivo di ciò va ricercato nel fatto che il movimento anarchico e il partito socialista riformista si muovevano su piani affatto differenti. Il partito infatti aveva praticamente rifiutato, se non a livello di mera ipotesi teorica, la tesi della conquista rivoluzionaria del potere: ciò privava in parte del suo mordente la critica borghiana che finiva per appuntarsi contro un obiettivo astratto nel quadro della scontata tematica antiautoritaria e anti-legalitaria. È solo negli anni imme-diatamente precedenti alla guerra, con la crisi del riformismo e il revival delle forze rivoluzionarie, determinato nel partito socialista soprattutto dalla prepotente personalità di Benito Mussolini, che troviamo nel pensiero del Borghi un primo spunto aggressivo ben definito nei confronti del partito socialista, o meglio della sua corrente rivoluzionaria. E ancora una volta dal sindacato e dalla necessità della sua autonomia dai partiti che il Borghi prende spunto per avviare la sua polemica, nella quale si avverte la perfetta comprensione del disegno mussoliniano mirante a stabilire il controllo su tutto il movimento operaio organizzato («incapace da sé di un'azione rivoluzionaria») per affidare il compito e le finalità politiche al partito. In realtà i sindacalisti dell'Unione Sindacale, creando un'organizzazione autonoma, mentre da un lato si precludevano la possibilità di agire all'interno della CGL, d'altro lato non erano abbastanza forti per esautorarla; e ciò costituiva una forte remora alla realizzazione del disegno rivoluzionario di Mussolini, in cui il sindacato doveva svolgere una funzione essenziale. La posizione del Borghi non poteva essere che di netta opposizione nei confronti del tentativo di unire la Confederazione e l'Unione Sindacale in una lotta comune sotto l'egida del partito. Il motivo politico che nel corso di questa polemica veniva ad innestarsi concretamente alla questione sindacale doveva trarre ulteriori occasioni di sviluppo nel primo dopoguerra. Infatti le diverse posizioni assunte dalle forze politiche italiane di sinistra di fronte agli avvenimenti russi misero in luce le profonde divergenze esistenti fra la concezione rivoluzionaria anarchica e quella marxista, coinvolgendo una quantità di problemi collaterali vecchi e nuovi, non ultimo quello della posizione del sindacato nel processo rivoluzionario e nella costruzione della nuova società. Com'è noto la notizia della rivoluzione russa in un primo momento provocò in Italia un moto di generale entusiasmo e agì come potente coefficiente di mobilitazione del potenziale rivoluzionario delle masse. Nel «biennio rosso» anche agli anarchici sembrò che fosse giunto il momento in cui si sarebbe potuta realizzare quella rivoluzione liberatrice che essi ponevano al sommo delle proprie aspirazioni. In questo periodo la loro azione fu volta principalmente a realizzare l'unione di tutte le forze che si dichiaravano disposte a scendere sul terreno della lotta rivoluzionaria. L'unione doveva realizzarsi sia a livello di base con l'estensione dei moti a tutti i lavoratori delle città e delle campagne, sia a livello di direzione politica. Nella loro azione - afferma il Borghi - essi erano spinti da una duplice preoccupazione: da un lato quella di non alimentare rischiose polemiche con le forze politiche di sinistra che potessero mettere in urto fra di loro i lavoratori; dall'altro lato quella di non sottovalutare il pericolo che il partito socia-lista e la confederazione del lavoro portassero il movimento «ad infrangersi e ad esaurirsi contro gli scogli del riformismo». Perciò il Borghi preconizzò una scissione dei socialisti massimalisti dalla corrente riformista del partito. «Un tracollo della situazione in Italia nel 1919-20 - scrive - si poteva ottenere certamente anche per il concorso sicuro degli anarchici; ma non era da sperare il prevalere degli anarchici. Senza il concorso delle forze socialiste, almeno di quelle che si dicevano estremiste, non c'era niente da fare. Ma quelle forze, mentre alla base non desideravano che di agire, agivano al vertice, tutto sommato, concordi colle forze riformiste. Ecco perché in quel momento una scissione nel partito socialista sarebbe stata più proficua che non quella unità la quale attaccava allo stesso carro un cavallo davanti e uno dietro, spingendoli entrambi a frustate in direzioni opposte».








