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giovedì 15 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso V°

Svolta autoritaria

Si giunge così all’epopea della contestazione dal ’68 fino alla fine degli anni ’70, periodo in cui lo Stato chiede ad un paio di noti esponenti della politica del tempo, ovvero ad Oronzo Reale e successivamente a Francesco Cossiga, di studiare il modo per poter risolvere i problemi d’ordine pubblico, un ‘nuovo’ modo per sedare le proteste di piazza. La paura che avevano generato negli organi istituzionali la rivolta studentesca del ’68 e la conseguente saldatura con la protesta operaia nell’autunno caldo del ’69 porta nel 1975 alla legge di Oronzo Reale (legge Reale), Ministro della Giustizia dell’epoca. Una legge, quella Reale, che tende a punire non solo gli atti di terrorismo ma soprattutto il movimento, in quanto le predisposizioni previste colpiscono soprattutto le nascenti organizzazioni extraparlamentari a prescindere se queste hanno commesso atti di violenza o di terrorismo. Successivamente il decreto Cossiga del 1979, che nasce pochi mesi dopo il delitto Moro e quindi dall’esigenza delle istituzioni di riportare tutto alla normalizzazione, va a sommarsi al resto delle normative repressive in vigore, ma mira a colpire soprattutto le realtà armate del movimento dell’epoca. Questa nuova svolta autoritaria nell’ordinamento giuridico italiano si rifà al principio della ragion di Stato secondo cui la salvaguardia delle istituzioni giustifica l’azione di governo attraverso qualsiasi mezzo. In tal modo il vecchio "delitto" politico diventa delitto «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento democratico». Una nuova dicitura che di fatto estende largamente i poteri di polizia e introduce un diritto penale ‘speciale’ rispetto a quello ordinario, ‘speciale’ quanto alle sostanziali figure di reato (come nel caso degli elastici e indeterminati reati di associazione sovversiva), ‘speciale’ rispetto al trattamento carcerario. Dopo aver tracciato a grosse linee la genesi e lo sviluppo delle legislazioni che colpiscono le varie forme di opposizione, non possiamo non notare il mantenimento di un filo conduttore, dal Regno Sabaudo ad oggi, di alcune norme che permettono la repressione di determinati atteggiamenti politici. Il fatto che ancora oggi il Codice Rocco sia vigente, che si mantengano i reati associativi e che sostanzialmente la stessa legge Reale e lo stesso decreto Cossiga non siano state abrogati, dimostra una volontà dei governi che si sono succeduti nel mantenere quella continuità di controllo e repressione verso ogni forma di opposizione. Un moderno Stato di diritto e che voglia dirsi democratico deve necessariamente procedere verso la totale abrogazione del Codice Rocco e l’assoluta cancellazione dei reati associativi anche in nome di quel diritto di resistenza, concepito come diritto naturale di una parte, o di un intero popolo, ad opporsi contro l’esercizio arbitrario e tirannico del potere statale. Una tradizione di resistenza antichissima che trova le sue origini nell’Antigone di Sofocle e che leggi e complessi artifici giuridici non sono mai riusciti a interrompere.


UN VIAGGIO CHE DOMANI DEVO RIPETERE – Piera Oppezzo

Ho capito.

Ci sono più i giorni che la vita.

C’è di più il mattino tutto in avanti

poi il pomeriggio che sprofonda giù

la sera che ricomincia, dove andrà a finire?

mi piace non mi piace

conta l’avventura che sono riuscita a inventarmi.

La concludo raggiungendo il cuscino.

uno spazio dove mi dico

che ho consumato quanto potevo

usando tutto:

il colore di una maglietta

la curiosità il silenzio i toni di voce

una frecciata di intelligenza

il cuore che batte troppo in fretta

l’amore per l’entusiasmo

l’apatia che fa passare il tempo

la vigilanza che alimenta la paura.

Poi non è tardi ma è tardi.

È stato un viaggio che domani devo ripetere

facendo in modo che sia diverso.

ogni volta mi devo accorgere

che si tratta di un pezzo di vita

che tutti questi pezzi (dicono)

dovrei metterli insieme

controllare se di fatto prendono forma

quali linee, che tratti vorrei

e se proprio ho bisogno (mi domando)

di guardarmi in una forma definita.


Il 19 luglio a Barcellona – Parte prima

Da tempo gli alti ufficiali dell'esercito macchinavano un vasto complotto contro la repubblica per instaurare una dittatura fascista e monarchica. Non si comprende perché il governo si sia lasciato sorprendere da questo colpo che poco mancò non lo polverizzasse. Certo è che il governo sapeva di questi maneggi più o meno segreti, ma o non volle o non seppe prendere i provvedimenti necessari. Faceva arrestare una quantità di fascisti di terza o di quarta categoria, ma non toccava i dirigenti. La morte di Sotelo, deputato monarchico e fascista, fu la scintilla da cui i cospiratori presero pretesto a lanciare il colpo lungamente preparato. Il governo aveva bensì operato qualche trasferimento negli alti quadri dell'esercito, ma da un lato non metteva i "sospetti" in grado di non nuocere, dall'altro li sostituiva con altri personaggi della medesima specie. Così gli uni e gli altri poterono continuare indisturbati il proprio lavoro di preparazione. A rivolta scoppiata, il governo non seppe far altro che consegnare qualche arma al fronte antifascista costituitosi all'ultimo momento. E tra quelle armi ve n'erano di antiquate. Il sollevamento militare incominciò nel Marocco, ma anche nella Spagna propria da parecchi giorni si sentiva nell'aria, e i partiti sovversivi da varie notti vegliavano armati nelle sedi delle rispettive organizzazioni. Così il risveglio della mattina del 19 luglio a colpi di cannone, allo strepitare delle mitragliatrici e al crepitio dei fucili, non sorprese veramente nessuno, sebbene producesse una certa emozione nel popolo non combattente e, chissà, forse, anche un po' d'allegria nella classe borghese che credette intravedere la prossima fine dell'agitazione operaia che si faceva ogni giorno più intransigente. Le sirene delle officine chiamavano le forze proletarie alle armi. Barcellona aveva preso la fisionomia di una città in guerra. Non tram, non veicoli in circolazione. Tutti i negozi chiusi. Per le strade, soltanto gente armata. Dalle finestre e dai balconi, i curiosi, numerosissimi, seguivano dalle volute del fumo dei cannoni, dalle evoluzioni degli aeroplani che gettavano bombe sulle caserme in rivolta, le fasi della lotta. Sulle porte i capannelli si formavano per sparire al primo sparo di fascisti imboscati dietro le finestre. I più audaci si agglomeravano intorno ai piccoli gruppi di rivoluzionari armati di vecchi fucili e pistole. Appena arrivava un camioncino carico di armi, uomini, donne, ragazzi, gli davano l'assalto e si contendevano le armi. Le guardie d'assalto erano mescolate ai compagni della confederazione e della federazione anarchica. I primi soldati agli ordini dei fascisti, che uscirono sulla strada, furono quelli della caserma Pedralba, che arrivarono quasi senza ostacoli fino alla Piazza Catalogna, il posto più eccentrico della città, dove sono raccolte tutte le ricchezze della borghesia. Lì si trova la centrale telefonica, e vicino le questure, la grande via Layetana che conduce al mare, alla caserma della Capitaneria, al nuovo distretto militare, alla grande caserma e arsenale di Atarazana, che invano gli anarchici e i sindacalisti avevano tentato di espugnare la sera dell'8 gennaio 1933. Questa truppa doveva ricongiungersi con l'altra proveniente dalla caserma di artiglieria nel Parco. Ma la congiunzione non potette verificarsi per la pronta reazione popolare. Tuttavia, la soldataglia giunta in Piazza Catalogna aveva installato le mitragliatrici e i cannoni, e i primi prigionieri che fece, fucilò immediatamente, in gruppo, sulla piazza, a mo' d'esempio. Contro questi soldati stavano schierati gruppi rivoluzionari d'ogni tendenza, mischiati alla guardia civile, guardie d'assalto, guardie di finanza, mozzi di squadra (polizia catalana) e guardie urbane in armi. I soldati, ch'erano stati ubriacati da tre giorni di vino e di liquori e di discorsi patriottici con cui si era fatto loro credere che dovevano combattere contro la marmaglia, insorta per abbattere la repubblica, quando si videro di fronte le forze regolari della repubblica lottanti insieme al popolo, compresero d'essere stati ingannati; la resistenza cominciò ad affievolirsi e le truppe finirono per non ubbidire più agli ordini dei capi, i quali dovettero scappare all'interno dell'Hotel Colombo, dove, dopo un tentativo di barricamento, furono fatti prigionieri. Nello stesso tempo si assaltarono varie caserme, la caserma Aterazana, ove trovò morte gloriosa il compagno Francesco Ascaso, quella di Barcellonetta, del Parco e di S. Agostino. A Barcellonetta furono presi cinque cannoni. In queste azioni tutti combatterono con valore, da quei dell'Esquerra ai socialisti, dai comunisti agli anarchici, dalle guardie d'assalto alle guardie civili. Certo è quasi sbalorditivo vedere al fuoco di battaglia combattere insieme poliziotti e anarchici, e circolare insieme su automobili recanti bandiere rosse e iscrizioni con le sei iniziali: C.N.T. e F.A.I., che ogni automobile doveva recare.  



giovedì 8 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso IV°

Dal domicilio coatto al confino

Proprio in questo contesto veniva istituito nel 1926 il confino. ‘Figlio’ del domicilio coatto prevedeva l’allontanamento dell’individuo dal suo luogo di residenza verso determinate zone, piccole isole solitamente, per un periodo di tempo compreso tra 1 e 5 anni. In questo caso, a differenza del domicilio coatto, siamo in presenza di una norma preventiva, perché si punisce chi è sospettato, quindi ante delictum. Le persone costrette ad andare in esilio, 3 o a volte anche 5anni, si recavano in quei luoghi con il loro carico di sofferenze, un bagaglio di privazioni e nell’impossibilità di continuare a svolgere alcuna attività politica.

Non bisogna poi dimenticare che il regime attraverso altri organi come l’Ovra (la polizia segreta) si occupava anche di monitorare ed eliminare i ‘sovversivi’ fuoriusciti come nel celebre caso dei fratelli Rosselli e di altre centinaia di militanti che erano riusciti ad espatriare.

Il punto più alto del sistema repressivo fascista si ha con la promulgazione del Codice Rocco nel 1930, tutt’ora in parte vigente, che introduceva i reati associativi fino a quel momento inesistenti.

Ma, cosa forse ancor più grave, il codice Rocco tendeva ad unificare i reati politici ai reati comuni. Il suo ‘padre’ Alfredo Rocco non aveva dubbi nell’adottare la formula onnicomprensiva dell’articolo 8 secondo cui «Agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende l’interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino. È altresì considerato delitto politico il delitto comune, determinato in tutto o in parte, da motivi politici». Era chiaro come l’obiettivo perseguito non fosse quello di diminuire le pene per i delitti comuni compiuti con motivazioni politiche, ma quello di aggravarle.

Con il Codice Rocco vengono puniti tutti coloro i quali si prefiggono lo scopo di attaccare o sovvertire lo Stato, nonostante non abbiano ancora commesso nessun reato, ma ne abbiano semplicemente discusso o espresso la volontà di poterlo o volerlo fare un ipotetico giorno.


THE IMMIGRANT LAD – Eric Burdon & The New Animals

E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me

E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me


Da bambino la sognavo, sulle rive lontane del fiume

Sapevo che non poteva essere raggiunta, perché la mia mente vagava per sempre

Molto al di sopra della sua testa, mentre faceva del suo meglio per insegnarmi

Il fiume era fangoso e nero, nero come il carbone che trasportava

Impossibile da attraversare, molti uomini ci avevano provato

Il vecchio marinaio mi disse, un'altra vita è perduta


E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me

E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me


Il nero era il colore dei miei sogni infantili, impressioni che sarebbero durate

Carbone nero, carbone nero La faccia dello yacka della miniera, che sfugge all'esplosione di polvere di carbone

Un pony cieco che inciampa verso la luce del giorno, per ritirarsi nei campi verdi per sempre

E mi costruirò un ponte d'acciaio, per battere il fiume nero per sempre

Batterò quel fiume nero per sempre, Batterò quel fiume fangoso per sempre


E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me

E qui siedo con una lacrima nell'occhio, le acque del Tyne tra te e me


[Conversazione in un bar di Londra, riportata sul disco alla fine della canzone]

[Cockney:] Non so perché voi vecchietti veniate sempre a Londra, perché sembrate sempre così infelici, sai.

[Geordie:] È vero, non sono stato troppo felice, ma quello che ci ha portato qui sono stati tre anni al porto e vengo qui solo per lavoro e per soldi e per mettere un po', un po' più di sterline in tasca.

[Cockney:] Sì, ma venendo giù in questo fumo, amico, hai bisogno di gente da vedere, avrai bisogno di amici, per andare a vedere perché è una città dura qui.




La rivolta luddista II°

Il luddismo fu una forma di protesta attuata dagli operai contro le macchine moderne, ma soprattutto fu una rivolta per le cattive condizioni in cui la popolazione inglese si trovò a vivere al tempo della guerra contro Napoleone. Il moto, inoltre, non ebbe affatto carattere spontaneo, ma fu ben diretto e ben organizzato da capi che, verosimilmente, simpatizzavano per gli ideali della Rivoluzione francese. [Nel marzo 1811] più di duecento telai furono demoliti nei villaggi del Nottinghamshire nord-occidentale da bande che agivano separatamente e attaccavano diverse località simultaneamente. Si diceva che tali bande agissero sotto la guida di un «generale» (o «capitano ») di nome Ludd, sotto il vincolo del giuramento e del segreto, e che la disobbedienza agli ordini del generale fosse punita con la morte. Si diceva anche che Ludd si fosse assunto l’impegno di combattere le iniquità ai danni dei lavori e di punire con la morte tutti coloro che non rispettavano le regole del mestiere. Apparve subito palese alle autorità che le ondate di disordini nulla avevano a che fare con le manifestazioni di protesta dei decenni precedenti, ma erano l’opera di un’organizzazione dotata di una struttura paramilitare efficiente e disciplinata, che agiva con estrema tempestività e segretezza. I gruppi ludditi seguivano piani accuratamente predisposti, appostando sentinelle armate in punti strategici prima di ogni attacco, chiamando gli uomini all’appello con numeri e non con nomi. Essi erano giovani intorno ai vent’anni, armati con oggetti rudimentali (picche, bastoni, accette) o con spade o fucili. Erano mascherati o travestiti, e comunicavano fra loro mediante parole d’ordine. Durante le operazioni, mentre gli uomini armati di accetta e martello si facevano rapidamente strada fino ai telai per distruggerli, quelli armati di fucili o coltelli facevano la guardia all’ingresso. Un colpo di pistola o di fucile significava l’inizio delle operazioni o della ritirata in caso di pericolo. La fulmineità e la contemporaneità degli attacchi, spesso portati a termine da gruppi separati in luoghi diversi, e la temerarietà dei singoli individui, disposti al sacrificio della propria vita, circondarono i ludditi di un alone mitico e li consegnarono alla memoria popolare come tanti Robin Hood che emergevano dal fitto della foresta di Sherwood per riparare i torti e le ingiustizie sociali, rendendo manifeste le motivazioni ideologiche delle loro violenze sia fra le vittime che fra il resto della popolazione. All’inizio di aprile 1811 vi fu un periodo di relativa calma che, nonostante l’aggravarsi della situazione economica, si protrasse fino all’estate. I telai distrutti fino a quelmomento erano più di duecento. In novembre cominciò una nuova ondata di disordini, provocati da numerose bande di uomini che operavano nottetempo. All’inizio di dicembre erano più di ottocento le unità di cavalleria inviate nella zona di Nottingham, e più di cento quelle di fanteria. Complessivamente, per sopprimere le rivolte luddite ed altri tumulti minori fu mobilitato un esercito di dodicimila uomini. […] Per più di tre mesi si ripeterono gli attacchi, notte dopo notte, talvolta contemporaneamente in due o tre villaggi lontani fra loro. Alla fine di dicembre il corrispondente da Nottingham per il “Leeds Mercury” scriveva: «Lo stato insurrezionale al quale questa Contea è stata ridotta nell’ultimomese non ha alcun parallelo nella storia dai giorni burrascosi di Carlo I». All’inizio del 1812 cominciò una nuova ondata di attacchi che, nonostante gli interventi dell’esercito, si ripeterono con una regolarità e una precisione che denotavano l’esistenza di un piano di ampia portata strategica. Alla fine del gennaio 1812 il clima generale era quello di un paese in stato di guerra e il parlamento decise di emanare due nuove leggi. La prima (Peace Preservation Bill) intensificava le misure difensive e dava facoltà alle autorità locali di scegliere guardie speciali fra la popolazione oltre il ventunesimo anno di età. La seconda legge (Frame Breaking Bill) comminava la pena capitale per la distruzione dei telai, che fino a quel momento era punita con la deportazione da sette a quattordici anni.


giovedì 1 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso III°

Il Casellario Politico Centrale

Successivamente il governo Crispi del 1894, anche a seguito del fallito attentato compiuto dall’anarchico Paolo Lega alla vita del primo ministro, escogitava nuove forme e strumenti tesi a reprimere il dissenso, fra tutte il casellario politico centrale. Applicato ufficialmente dal 1896 traeva origine come risposta dell’ordine pubblico ai moti dei Vespri siciliani e alle contestazioni operaie in Toscana, che si erano sviluppate sul finire del secolo. Si trattava in assoluto dello strumento più idoneo di cui si servivano le autorità per monitorare la consistenza e la qualità dell’opposizione politica. Il casellario politico centrale consisteva nella raccolta di dati e informazioni su persone ritenute politicamente pericolose da parte degli organi di polizia che venivano poi diramate al Ministero della Giustizia. In tal modo, seguendo ed indagando le attività quotidiane, si conoscevano vita, opera e miracoli di tutti i dissidenti politici. Ufficialmente il casellario restò in vigore fino al 1943, anno della caduta del fascismo, ma in realtà, la sua prosecuzione nell’Italia repubblicana è confermata dalla testimonianza dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, resa pubblica dopo la sua morte. Il Casellario avrebbe ‘contato’ ancora nei primi anni ’60 circa 14.000 vigilati. Tuttavia non è difficile ipotizzare che il casellario abbia continuato la sua attività di controllo nel tempo, magari supportato sempre da nuove tecnologie e in diverse forme all’insaputa dei cittadini. Tornando alla nostra ricostruzione storica è con il fascismo che si giunge al livello più alto di repressione verso ogni forma di opposizione attraverso la formulazione di nuove leggi e nuove normative. Proprio durante il ventennio si fa ampio utilizzo del casellario; nel periodo compreso tra il 1922 e il 1940 furono aperti 114.000 fascicoli, contro i 40.000 del periodo precedente la dittatura. Negli anni successivi all’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) in Italia s’impose il ‘regime totalitario’. Attraverso le cosiddette leggi «fascistissime» del ’26 e degli anni a seguire, si cancellarono gradualmente quelle forme di controllo e di equilibrio tra i poteri dello Stato che lo Statuto Albertino e lo stato liberale avevano in qualche misura garantito. Per mezzo delle suddette leggi Mussolini, in qualità di capo del Governo, sceglieva e destinava personalmente i ministri senza dover più attenersi alle maggioranze espresse dal Parlamento. Inoltre venivano soppresse le autonomie locali, al posto dei sindaci venivano nominati i ‘podestà’ direttamente dal governo centrale e, soprattutto, venivano soppresse le libere elezioni democratiche dai fascisti definite con disprezzo «ludi cartacei». La fine dell’ordinamento liberale, per definizione legato ad elezioni democratiche, fu ‘perfezionato’ attraverso la cessazione della libertà di stampa, di associazione e di insegnamento. Da quel momento la Milizia fascista divenne una sorta di polizia parallela specializzata nelle repressione delle varie forme di contestazione. Per gli antifascisti venne appositamente creata una magistratura ‘straordinaria’ il tribunale speciale per le difesa dello Stato, composto da ufficiali della milizia che giudicava, spesso e volentieri, per reati astratti e indeterminabili come quello di «aver concorso a sminuire il sentimento nazionale».