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giovedì 15 agosto 2019

RENZO NOVATORE poeta e anarchico - parte sesta

Proprio in quei giorni le squadracce fasciste del Nord Italia si organizzavano e si collegavano tra loro: aumentavano gli episodi intimidatori, le bastonature e le visite notturne in casa altrui, durante le quali spesso ci scappava il morto.
Nella notte del 5 giugno del 1922 alcuni camion carichi di imbecilli arrancarono sino a Fresonara, la frazione di Arcola nella quale abitava Novatore. Certe cronache parlano di fascisti riunitisi all'ordine di qualche capoccia locale, altre invece ci riferiscono di regi poliziotti ben organizzati.
Il gruppo scese dagli automezzi con pessime intenzioni e cominciò a schiamazzare. Gli imbecilli impugnavano bastoni, spranghe, forse qualche fucile. Cominciarono a picchiare alla porta della casa di Abele Ricieri Ferrari. L'intenzione era quella di confiscare i pochi beni e le carte sovversive in possesso dell'anarchico ma soprattutto spaventarlo, spaventare la sua famiglia, fargli capire che nell'ordine futuro non ci sarebbe stato posto per quelli come lui.
Ad un tratto la risposta di Novatore: qualche colpo di rivoltella dall'alto. Gli aggressori si misero in allarme, ma alla fine almeno una bomba a mano modello S.I.P.E. volò giù dalla finestra, esplodendo e creando un ottimo diversivo per Novatore che scappò in fretta perdendosi nelle campagne circostanti.
Fu l'ultima volta che la famiglia lo vide.
Nel giugno di quell'anno Novatore, vagabondo tra Appennino e basso Piemonte, si aggregò con modalità ancora misteriose alla banda di Sante Pollastro, classe 1899, famoso rapinatore di Novi Ligure di ispirazione anarchica e già allora ricercato dalla polizia.
Da quel momento le notizie si fanno scarsissime. Nessuna segnalazione della polizia, nessun contatto con la famiglia, nessun articolo inviato a qualche rivista.
Il 14 luglio del 1922 cioè trentanove giorni dopo l'assalto poliziesco-fascista alla sua casa, Renzo Novatore, Sante Pollastro ed altri due componenti della banda tendono un agguato nei pressi di Tortona al ragionier Achille Casalegno, cassiere della locale Banca Agricola Italiana, che stava percorrendo la strada con una borsa piena di denaro. Durante la colluttazione che seguì al tentativo di rapina, Novatore sparò un colpo con la sua arma uccidendo il ragionier Casalegno. Gli assalitori riuscirono poi a dileguarsi col bottino.
Questa versione dei fatti va accettata col beneficio del dubbio perché resa dal Pollastro stesso nel 1931 in sede di processo e non è da escludere che il bandito piemontese, davanti ai giudici, avesse attribuito l'omicidio al già defunto Novatore soltanto per difendere un complice che invece si trovava ancora in vita.
Sempre nel 1922, Novatore compose una poesia intitolata “Ballata crepuscolare – preludio sinfonico di DINAMITE”. Si tratta di un componimento estremamente triste, dal sapore amaro e carico di oscuri presagi. L'instancabile istinto ribelle appare frustrato, non c'è più traccia di quel famoso sorriso beffardo da portare sempre sulle labbra. 
Il 29 novembre del 1922 tra mezzogiorno e l'una il maresciallo Lupano da tempo sulle tracce del bandito Pollastro, assieme ai carabinieri Corbella e Marchetti, entrarono in abiti civili nell'Osteria della Salute, piena di avventori. Ad un tavolo sedevano il pregiudicato ventitreenne Sante Pollastro, ricercato per rapina, ed un individuo sconosciuto. Mentre i carabinieri fingevano di prendere posto, preparandosi in realtà all'arresto, Pollastro si accorse dei loro gesti sospetti ed impugnò una pistola, come fece anche il suo compagno. Probabilmente quest'ultimo aprì improvvisamente il fuoco sul maresciallo che cadde a terra, colpito gravemente. Lupano sparò a sua volta e morì, mentre gli altri due carabinieri si buttavano sui banditi: nell'osteria risuonarono altri terribili colpi. Sul pavimento rimasero il cadavere dell'amico di Pollastro e il corpo ferito del milite Corbella. Nella confusione Sante Pollastro riuscì ad infrangere una vetrata a rivoltellate e buttarsi con estrema agilità in strada, e su questa si dileguò in pochi attimi.
Maresciallo Lupano: morto. Carabiniere Corbella: gravemente ferito. Carabiniere Marchetti: illeso.
Compagno ignoto di Pollastro: morto.
A parte il cordoglio ufficiale per i militari morti e l'imponente quanto inutile caccia all'uomo organizzata nei paraggi per stanare Pollastro, un'altra questione attirò l'attenzione degli inquirenti e dei cronisti di nera interessati al caso. L'identità del misterioso bandito ucciso. Nelle sue tasche erano state ritrovati, oltre a dei documenti intestati ad un certo Giovanni Governato, una pistola Browning, due caricatori di riserva, una bomba a mano ed un anello con spazio nascosto contenete una dose letale di cianuro.

Rivoluzione o ribellione

La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione spinge a sollevarsi, a insorgere. 
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia). 
La ribellione, dunque, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione ma è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico.
Tuttavia, ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo,come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico.

La città e l’autogestione

Aria, tempo, spazio, piacere, terra, cibo sono sempre più motivo di conflitti e rivendicazioni.
La loro mancanza, il loro degrado, l'impossibilità di goderne liberamente stanno rimodellando velocemente i valori, le idee, le paure, le prospettive e con esse i modi e le ragioni stesse del fare politica.
Allora bisogna reagire e resistere, impostare la lotta contro la privatizzazione e la mercificazione dello spazio come lotta frontale, non necessariamente violenta, ma certamente coerente con il proprio sentire, autorganizzata e solidaristica, orientata a ottenere risultati tangibili e immediati in situazioni che valorizzino le caratteristiche di ognuno, rendano  possibile e migliorino la qualità sociale. Ormai abbiamo capito che né il mercato né lo Stato agiscono per l'interesse collettivo tanto meno per quello dei singoli anzi affidarsi al mercato significa rendersi partecipi della trasformazione delle città in centri commerciali o musei a cielo aperto e chi la abita in polli in allevamento da far sopravvivere in una gabbia luccicante. Allora bisogna cambiare, contro il mercato praticare l'autoproduzione, la riutilizzazione dei materiali, l'autocostruzione, il baratto e il mutuo appoggio organizzato.
Introdurre il dono nei rapporti di scambio tra le persone; associarsi in gruppi di acquisto, in attesa, magari, di potersi organizzare autonomamente creando orti collettivi in città o  nelle sue vicinanze. Opponendosi così alla speculazione edilizia, alla costruzione di edifici che trasformano la città in uno spazio espositivo per il marketing pubblicitario di banche e multinazionali, a infrastrutture ingombranti e inutili.
Occupare le case abbandonate per abitarci o condividerne gli spazi con chi vuol frequentarle. Utilizzare le strade, i marciapiedi, le piazze, i muri, i parchi al di là delle convenzioni e dei regolamenti sottraendole anche solo momentaneamente alle automobili, a un’estetica mediocre, a una tristezza uniforme.
I partiti e le istituzioni amministrative non possono rappresentare l'interesse pubblico perché fanno parte del sistema, perché rappresentano essi stessi interessi privati e perché sono strumenti avversi alla formazione di meccanismi di decisione collettivi e alla mobilitazione.
Non cedere alle prevaricazioni né alla seduzione. L’obiettivo irrinunciabile deve essere la liberazione del territorio dagli imperativi del mercato, e ciò significa farla finita con il territorio inteso come territorio dell'economia. Deve stabilire un rapporto di rispetto tra l'uomo e la natura, senza intermediari.
Questo compito spetta a coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l'unico ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall'autogestione territoriale generalizzata cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso assemblee comunitarie.

giovedì 8 agosto 2019

RENZO NOVATORE poeta e anarchico - parte quinta

Il solito Pasquale Binazzi coordinava gli sforzi per espandere e tenere in vita l'occupazione generale delle fabbriche di La Spezia avvenuta il 2 settembre 1920 organizzando comizi, assemblee e sistemi di comunicazione alternativi nella speranza che l'esproprio di qualche giorno si trasformasse in rivoluzione. Anche a Torino e Milano gli operai avevano cacciato i padroni fuori dai cancelli e sperimentavano per la prima volta l'autogestione, spronati dal sostegno di quei socialisti estremisti che ormai si chiamavano comunisti, e che parlavano per bocca di Antonio Gramsci.
Renzo Novatore elaborò una coraggiosa strategia di insurrezione che prevedeva persino l'assalto organizzato ai fortini militari che cingevano La Spezia e la presa delle corazzate che galleggiavano minacciose nel golfo.
Il movimento operaio, che aveva fatto dell'occupazione delle fabbriche il punto di partenza di una grandiosa rivoluzione, era nuovamente battuto e l'azione passava in mano alla borghesia e al governo che, scacciata la paura e lo smarrimento, tornavano all'assalto. L'ultima sfida era stata scioccamente persa, mentre l'orizzonte già si macchiava di tinte nere.
Fu l’ultimo colpo per Novatore, aveva definitivamente perso ogni traccia di fiducia nelle organizzazioni sindacali per quanto estremiste potessero essere, nella sollevazione delle masse proletarie, nel prossimo e, forse anche nell'Uomo. È in questo periodo che il nichilismo e l'individualismo di Novatore presero piede e si estremizzano concretizzandosi in un rafforzamento della volontà che poneva l'Io personale al di sopra di tutto. Abele decise di dedicarsi assieme a due amici il concittadino militante Auro D'Arcola e il pittore futurista Giovanni Governato alla realizzazione di una rivista anarchica di “ forza e bellezza ” che avrebbe accolto “ solamente l'opera di intelligenti spiriti liberissimi, scrittori ed artisti spregiudicati ”.
La rivista, chiamata “Vertice” ed uscita nell'aprile 1921, includeva alcuni articoli di Novatore, firmatosi come sempre con una serie di pseudonimi. Il tenore degli interventi era come al solito esplosivo e caratterizzato da argomentazioni politiche, comprendendo riflessioni sul significato dell'anarchia, dell'individualismo e della libertà dell'uomo, imperfetto, secondo l'autore, sia nell'inquadramento laico di cittadino, sia in quello cristiano di credente e seguace di Cristo. C'erano nelle sue parole i segni della delusione per l'occasione rivoluzionaria mancata nel biennio rosso, durante l'occupazione delle fabbriche.
Il foglio era completato da altri due scritti di carattere più artistico, in forma di racconto breve, uno dei quali portava il titolo “Il sogno della mia adolescenza” e rimane, tutt'oggi, un grande inno all'emancipazione femminile e all'indipendenza sentimentale.
Dopo l'uscita di quel primo ed ormai introvabile numero, del quale si ignora la diffusione e le impressioni del pubblico, Novatore decise di sospendere le pubblicazioni perché, riferisce sempre Auro d'Arcola, non riteneva ancora la rivista degna dei suoi autori.
Sempre nel  1921 scrisse anche uno dei suoi pochi lavori artistici completi. In quell'opera dai contenuti prettamente politici, intitolata “Verso il nulla creatore”, troviamo tutto il livore dell'anarchico che lotta armi in pugno contro tutti gli “-ismi”, tutte le “-archie”, contro il cristianesimo e la ragion politica, in una contrapposizione netta e fatale tra questi concetti, definiti “fantasmi”, e la difesa della sacra individualità di ognuno di noi come valore primario che acquista una valenza, oltre che filosofica, anche politica.
La rilettura strafottente del primo conflitto mondiale, come metafora dell'idiozia umana e dell'uso strumentale della guerra fatto dalla borghesia nei confronti del proletariato, ci consegnano preziose pagine di antimilitarismo ed opposizione che, in epoca fascista, finiranno tragicamente nel dimenticatoio.
Novatore fu uno dei primi ad intravedere le sciagure che avrebbe causato l'imminente ed immonda unione tra la vecchia borghesia spaurita e il nuovo fascismo baldanzoso. Il mostro nascente sarebbe stato terribilmente autoritario e massificatore nel suo spietato militarismo. Novatore lo sapeva bene proprio perché aveva provato sulla sua pelle i subdoli espedienti usati da borghesia e socialisti per mirare al soffocamento delle individualità ribelli: il fascismo avrebbe potuto solo amplificare tutto ciò, grazie anche all'impotenza del mummificato Partito Socialista.
Con i suoi scritti Novatore intendeva comunicare ai suoi lettori, generalmente collocati nella sinistra militante, che per definirsi sovversivi e rivoluzionari non bastava una tessera in tasca o partecipare attivamente agli scioperi e alle manifestazioni, bisognava agire e rispondere colpo su colpo ai prevaricatori anche con azioni individuali che, nella sua visione erano infinitamente meglio dell'attendismo dei politicanti e del qualunquismo della marmaglia.

Contesto storico nella breve esistenza di Renzo Novatore 3°

1919-1920-1921-1924
"Biennio Rosso", nascita e affermazione del fascismo.
Nell'estate 1919 scoppiano in tutta Italia tumulti per protestare contro la disastrosa situazione socio-economica nella quale versa il paese dalla fine della guerra. I primi a farne le spese sono principalmente contadini ed operai. Proprio questi ultimi, più organizzati ed inquadrati politicamente, si pongono alla guida della protesta dichiarando l'occupazione delle fabbriche e, organizzati in comitati autogestiti sul modello dei soviet russi, assumono il controllo di officine e cantieri. Si formano addirittura reparti di cosiddette "guardie rosse", col compito di presidiare gli stabilimenti e respingere eventuali attacchi delle autorità o delle bande al soldo dei padroni.
Dalla frangia posta all'estrema sinistra del PSI si forma la prima cellula del Partito Comunista nella quale si distingue Antonio Gramsci che teorizza l'occupazione delle fabbriche come punto di partenza per la rivoluzione che finalmente farà piazza pulita dell'odiato Parlamento borghese e della monarchia Savoia.
Intanto tra gli imprenditori, gli agrari e tutta quella che si definisce classe media circola preoccupazione per la pessima piega che stanno prendendo gli eventi, anche perchè sembra che stavolta il proletariato faccia sul serio. L'esempio russo incombe e non si può aspettare che, come sempre, tutto si esaurisca per autocombustione interna.
Nel frattempo l'incallito militante Benito Mussolini, già passato nelle file interventiste durante la guerra, taglia definitivamente i ponti con la militanza socialista di estrema sinistra avendo perso fiducia nel mito della rivoluzione, dell'internazionalismo e del modello marxista. Arroccandosi sempre più nel nazionalismo, Mussolini matura la convinzione che per stare al passo coi tempi e cambiare lo status quo in Italia deve porre fine alla sua aperta ostilità con borghesia, imprenditori ed agrari e sviluppare una serie di valori tradizionali, forti e comuni (Patria, disciplina, orgoglio, militarismo, obbedienza verso determinate figure simbolo) che sappiano cementare il disgregato tessuto sociale post-bellico. Grazie a queste idee che ispirano finalmente ordine, decisioni vantaggiose per la borghesia e una spiccata funzione antisocialista, Mussolini riesce a cavalcare il malcontento di una popolazione esasperata da una crisi profonda e, al contempo, guadagnarsi anche l'appoggio di agrari ed industriali che vedono finalmente nel futuro Duce un possibile fautore del cambiamento sociale a loro favore.
Tra i primi impieghi dei Fasci di Combattimento mussoliniani ci sono senza dubbio servizi di bastonatura e pestaggi ai danni di militanti di estrema sinistra e sindacalisti, così come la distruzione di numerose Camere del Lavoro, soprattutto al Nord.
Nella solita disorganizzazione, nella solita marea di esitazioni e polemiche interne, nella solita sottrazione di forze causata dagli attendisti, si andava concludendo agli inizi del 1921 l'occupazione delle fabbriche.
Svaniva nel nulla l'ultima grande offensiva "rossa" della storia italiana.
In un clima di crescente intimidazione e spacconeria le squadre fasciste si strutturano nel Partito Nazionale Fascista. Dopo essere entrato in Parlamento grazie all'accordo con i liberali, nel 1922 Mussolini ordinò ai suoi seguaci di attuare in forma paramilitare la famosa “marcia su Roma”, a seguito della quale il Re Vittorio Emanuele III, attuando uno stravolgimento delle norme costituzionali vigenti, lo incaricò di formare il nuovo governo, che fu di coalizione con i popolari ed i liberali moderati, a cui si opposero le sinistre ed alcuni liberaldemocratici. 
Nel 1924 alcuni fascisti (che Mussolini stesso chiamò "teste calde") uccisero l'onorevole socialista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli commessi dagli uomini del Duce (così si faceva già chiamare Mussolini) nelle precedenti consultazioni elettorali. Questo provocò la crisi del governo di coalizione e l'uscita di molti partiti dal Parlamento (ritirata sull'Aventino); a quel punto Mussolini sciolse l'opposizioni ed attuò provvedimenti eccezionali che stroncarono ogni dissenso facendo delle vittime illustri tra le quali si ricordano Gramsci, don Minzoni, Gobetti e Amendola.
Era nato il regime. 

Kropotkin e l’espropriazione

Il suo scopo consiste nel restituire alle masse popolari tutta la ricchezza sociale esistente, non soltanto quella relativa alla sfera della produzione, ma anche quella pertinente al consumo.
L'espropriazione deve comprendere tutto ciò che permette a chicchesia - banchiere, industriale o coltivatore - di appropriarsi del lavoro altrui. In altri termini, la rivoluzione ha il compito di far ritornare alla collettività l'insieme materiale dei mezzi dello sfruttamento. Poiché l'espropriazione costituisce il momento decisivo della rivoluzione, ne deriva che se fosse fatta a metà risulterebbe controproducente perché provocherebbe soltanto un formidabile scompiglio nella società e una sospensione delle sue funzioni, non appagherebbe
nessuno, seminerebbe il malcontento generale e apporterebbe fatalmente il trionfo della reazione. Quindi il giorno che si colpirà la proprietà privata in una qualunque delle sue forme si sarà costretti a colpirla in tutte le altre.
L'espropriazione immediata e generalizzata permette di perseguire due finalità: dà la possibilità alle classi sfruttate di godere, fin da subito di una certa "agiatezza”, guadagnandole in tal modo alla causa rivoluzionaria; eleva il protagonismo popolare alla sua massima capacità, mentre pone in secondo piano l'azione del rivoluzionarismo politico «che le baionette giacobine non vengano ad interporsi; che i cosiddetti teorici scientifici non vengano a confonder nulla»

giovedì 1 agosto 2019

RENZO NOVATORE poeta e anarchico - parte quarta

Nel maggio '19 La Spezia cadeva nelle mani di un Comitato Rivoluzionario che riusciva a tenere testa agli sbirri ed a una spaventata borghesia. Novatore e un altro anarchico del luogo chiamato Dante Carnesecchi, erano impegnati come oratori itineranti della causa rivoluzionaria nelle varie cittadine che circondano la grande città portuale ligure. L'illusione durò sino a metà giugno, quando un massiccio e determinato intervento di truppe stroncò ogni ulteriore tentativo di rivolta. Per Novatore, già ricercato da lungo tempo, quell'ennesima fuga risultò fatale perché, anche a causa della denuncia alle autorità fatta da un contadino, il 31 giugno fu circondato da una cinquantina di carabinieri ed arrestato nei pressi di Sarzana. Condotto alle carceri di Livorno, in snervante attesa dell'esecuzione della condanna a morte, si salvò grazie all'amnistia generale, promulgata il 2 settembre di quell'anno, per i reati militari legati alla guerra appena conclusasi.
Novatore, scampato per un soffio alla morte, continuò a scrivere numerosi interventi sui giornali anarchici che preferiva e che solitamente lo ospitavano, su quelle pagine rivendicò la passione per l'azione diretta, la centralità che questa doveva avere nella vita di un rivoluzionario rispetto ai vuoti intellettualismi. Novatore si diceva anche scettico nei confronti della tanto incensata rivoluzione bolscevica in Russia, vedendo in quel progetto solo la sostituzione di uno Stato autoritario zarista con uno Stato autoritario comunista, quindi ancora sottomissione e schiavitù per il popolo.
Nel frattempo uno scritto del ribelle di Arcola apparso sull' Iconoclasta! e imbevuto di poetiche visioni, inneggiante ad un individualismo spinto all'estremo, all'amore per l'eccesso, per il peccato, per le prostitute e così via, provocava la dura reazione, sotto forma di intervento sul giornale, dell'anarchico Camillo Berneri che invece privilegiava l'anarcosindacalismo, la sollevazione delle folle armate, il comunismo libertario, la fiducia nelle scienze umanistiche ed una visione molto classica del ruolo della donna e dell'uomo, anche all'interno di un sistema libertario.
Ne seguì una piccola querelle che ben presto si inasprì nei toni trasformandosi in sfilza di insulti senza che nessuno riuscisse a prevalere, prima di venir stroncata dallo stesso direttore del giornale.
Nel settembre 1920 il malcontento e la miseria dovuta agli strascichi della Grande Guerra, erano all'apice. Questo sentimento di sfiducia reciproca tra proletariato e ceti medi era inoltre acuito dall'indifferenza e dal malgoverno della classe dirigente italiana. Grande irrequietezza regnava tra i lavoratori industriali che vedevano sempre più sminuito il loro ruolo sociale. I loro diritti, anziché aumentare, rimanevano cristallizzati in una situazione svantaggiata rispetto ai loro colleghi europei. I reduci di guerra erano avviliti dal pugno di mosche col quale il loro grande sforzo era stato ricompensato dal governo. La sinistra riformista e parlamentare temporeggiava invocando leggi e decreti, le parole di rivendicazione riecheggiavano e morivano nell'aria stagnante dell'aula parlamentare.
Il capitalismo in Italia non era riuscito a svilupparsi in un modo forte e intelligente come era stato per Inghilterra e Stati Uniti. Gli industriali e i banchieri statunitensi, in particolare, avevano tratto enormi guadagni dalla guerra riuscendo a sfruttare al meglio la situazione di crisi per lucrare ed azzerare le conquiste sindacali che gli industrial workers avevano guadagnato col sangue negli anni precedenti. 
Tra gli imprenditori italiani, invece, prevaleva un atteggiamento egoista e bottegaio, avido di concessioni governative ma sempre pronto a frignare contro le sottane dello Stato alla minima scintilla proletaria. 
Davanti all'occupazione di molte fabbriche del Nord Italia, all'istituzione di consigli operai autogestiti, alla formazione di “guardie rosse” armate per il presidio degli scioperi e per combattere la violenza sbirresca, imprenditori ed agrari decisero di trincerarsi dietro un muro di bastoni, coltelli e baionette. La strada verso il fascismo cominciava a spianarsi.
A trent'anni, reduce da un ennesimo arresto per aver partecipato all'assalto ad una polveriera e ad una caserma della regia marina, Novatore si unì subito agli altri anarchici locali impegnati nelle sollevazioni, optando ancora una volta per concedere il suo aiuto alla causa popolare.