Quello del reato politico è, oramai, un tema ‘vecchio’. Vecchio e terribilmente attuale in quanto da che sono state congeniate le prime strutture istituzionali si sono affermate come regole giuridiche quelle che proteggevano i ‘privilegi’ dei personaggi aventi autorità e lo stesso diritto si è posto come utile strumento di controllo sociale in una società politicamente organizzata. Tuttavia la nozione di delitto politico o reato politico, è nozione tipica della cultura ottocentesca nata da due esigenze spesso non armonizzate tra loro: una liberale, particolarmente teorica e critica nei confronti dei misfatti dell’assolutismo monarchico; l’altra più propriamente detta istituzionale e tesa a garantire la tutela dello Stato e delle istituzioni.
I reati politici, in realtà, sono preesistenti allo stato liberale, ne troviamo traccia nell’antico regime ed in particolar modo in Francia.
La storia ci ricorda quanto orribile fosse l’accusa di crimen laesae maiestatis e come nel processo che giudicava chi avesse messo in pericolo l’esistenza o l’integrità del sovrano o dello Stato, fossero gradualmente eliminate tutte le garanzie della difesa.
La legislazione sui reati politici dell’epoca utilizzava pene esemplari, mirate a dare un messaggio ben preciso alla popolazione, comminate sia a chi veniva accusato di aver commesso o di aver ipotizzato di commettere un “reato”, sia a chi semplicemente conosceva persone considerate ‘sovversive’. Davanti ad una ipotesi di reato, contro il tiranno o contro un organo dello Stato, venivano incarcerate e spesso passate per la ghigliottina decine di persone ed i relativi familiari e affini. Ma a ben vedere la criminalizzazione del dissenso e il processo politico non mira tanto ad accertare i presupposti indispensabili per infliggere una sanzione, quanto, molto più subdolamente, a conseguire un dato prettamente politico: colpire un’idea, un movimento e la sua capacità di critica politica, rispetto alle quali la “ragione penale” scade a mera occasione.








