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giovedì 24 luglio 2014

La città è del cittadino

Nelle città la maggior parte delle persone non riesce a vivere come vuole; l’ambiente urbano, così com’è, non permette che nascano e si sviluppino le loro personalità; è inadatto a soddisfarne i bisogni, organizzato com’è a vantaggio di qualcos’altro. L’attività di ognuno, che sia lavoro, uso del tempo libero, dormire, cucinare, studiare, eccetera, è di norma organizzata in spazi che solo in minima parte possono essere creati, modificati e gestiti da chi li abita. Gli ambienti sono concepiti in modo tale che l’abitare sia funzionale non alla vita di ciascuno, ma agli interessi di persone estranee ad essa. Così la scuola è costruita primariamente per educare alla disciplina, la fabbrica o l’ufficio per creare profitto, i condomini per spezzare la socialità, il cubo in cui viviamo per ammansirci; difficilmente possono essere modificati. Se si vuole cambiare qualche cosa nella propria casa si deve chiede il permesso a qualche autorità. Regolamenti edilizi e burocrazie di ogni genere hanno criminalizzato ogni intervento creativo all’esterno, ma anche all’interno delle abitazioni.
Nell’intimo delle mura domestiche la possibilità di gestire lo spazio si limita a poche cose, per lo più intese a isolare all’interno delle quattro mura le persone che ci abitano.
L’unico ambito in cui si ha il permesso di organizzare la propria casa è confinato alla disposizione dei mobili, alla tinteggiatura delle pareti: tutto il resto è precluso, dove si abita e come si abita sono sotto stretto controllo.
Per cambiare tutto ciò, l’individuo deve evolversi, liberarsi dalla delega, diventare cittadino a tutti gli effetti fino a trovare il proprio posto e mettere le radici. Questo cambiamento spetta a coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l’unico ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall’autogestione territoriale generalizzata, cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso assemblee comunitarie. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano. 

giovedì 28 giugno 2012

L’AUTOGOVERNO di William Godwin




Nella critica radicale del principio di autorità, in qualunque forma politico-istituzionale esso si presenti, Godwin immette per contro l’idea opposta: l’autogoverno, il principio secondo cui ciascuno deve essere abbastanza saggio da governarsi da solo senza l’intervento di stimoli che lo forzino. Essendo infatti il governo una transazione nel nome e per il bene di tutti, a cui è affidato il controllo delle nostre azioni e la decisione ultima sul nostro destino, è logico dedurre che ogni membro della comunità sia partecipe delle scelte collettive, in quanto nessun criterio soddisfacente può porre un uomo,o un gruppo di uomini, al comando di tutti gli altri. Inoltre il governo è un espediente istituito per la sicurezza degli individui: sembra quindi ragionevole che ciascuno debba partecipare a contribuire alla propria sicurezza. Con questa precisazione Godwin intende dire che l’istituzione governativa non ha, di per sé, compiti positivi; non deve promuovere il bene, ma soltanto limitare il male. Siamo, come si vede, all’esatto opposto di ogni positivismo giuridico e di ogni visione etica del potere. Questa funzione negativa del governo si giustifica entro l’ambito della patologia antropologica, scaturisce cioè dal riconoscimento di una persistenza dell’imperfezione umana, anche se l’uomo non è originariamente vizioso. La precisazione negativista si compendia pertanto in questa lapidaria definizione: “scopo del governo è di sopprimere quella violenza, esterna o interna, che potrebbe distruggere o mettere in pericolo il benessere della comunità o dei suoi membri”. E ancora: “il compito di curare che nessuno ecceda dalla propria sfera, è il primo scopo del governo. I suoi poteri al riguardo sono una combinazione dei poteri individuali di controllare i reciproci eccessi”. Una ragione in più dunque, per spingere tutti gli individui di una medesima società a partecipare alla gestione governativa sulla base dell’esplicito riconoscimento che il governo è, in tutti i casi, un male e che, per conseguenza, lo stadio più memorabile dello sviluppo umano sarà il periodo della dissoluzione del governo politico, quel brutale meccanismo che è stato l’unica perenne causa dei vizi del genere umano. Il governo infatti presenta nella sostanza gli inconvenienti più disparati, eliminabili soltanto con il suo completo annullamento.