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giovedì 27 aprile 2023

L’astuzia delle macchine

I progressi tecnici sono tutto tranne che neutrali, in ogni sviluppo delle forze produttive dovuto all’innovazione tecnica ci sono sempre vincitori e perdenti. La tecnica è strumento e arma, poiché favorisce quelli che meglio sanno servirsi di essa e che la servono in modo migliore. Uno spirito critico erede di Defoe e Swift, Samuel Butler, denunciava questo fatto in un’utopia satirica: «in questo consiste l’astuzia delle macchine: servono per poter dominare; oggi stesso le macchine servono solo a condizione che le si serva, imponendo esse le loro condizioni. Non è manifesto che le macchine stanno guadagnando terreno, quando consideriamo il numero crescente di quelli che sono soggetti ad esse come schiavi e di quelli che si dedicano con tutta l’anima al progresso del regno meccanico?» (Erewhon ovvero Dall’altra parte della montagna, 1870). La borghesia ha utilizzato le macchine e l’organizzazione “scientifica” del lavoro contro il proletariato. Le contraddizioni di un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro, che da un lato ha espulso i lavoratori dal processo produttivo e dall’altro ha allontanato dalla direzione di questo stesso processo i proprietari dei mezzi di produzione, sono state superate con la trasformazione delle classi su cui si basava, borghesia e proletariato. La tecnica ha reso possibile una nuova cornice storica, nuove condizioni sociali – quelle di un capitalismo senza capitalisti né classe operaia – che si presentano come condizioni di un’organizzazione sociale tecnicamente necessaria. Come ha detto Mumford, «Niente di quanto viene prodotto dalla tecnica è più definitivo delle necessità e degli interessi stessi che la tecnica ha creato» (Tecnica e cultura. Storia della macchina e dei suoi effetti sull’uomo). La società, una volta accettata la dinamica tecnologica, vi si ritrova imprigionata. La tecnica si è impadronita del mondo e l’ha messo al suo servizio. In essa si rivelano i nuovi interessi dominanti.


Dalla miseria dell’ambiente studentesco

Nel 1966 un gruppo di studenti di Strasburgo, in testa al Comitato Direttivo dell’Unione Studenti dell’Università, contattano i situazionisti francesi (IS) chiedendo il loro aiuto per fare qualcosa. L’IS suggerisce che scrivano una critica della loro condizione di studenti estesa poi ad una critica della società in generale. Il situazionista Musthapha Khayati fa la spola fra Parigi e Strasburgo cercando di coordinare e mettere d’accordo gli studenti. Dalla miseria dell’ambiente studentesco – considerata nei suoi aspetti economici, politici, psicologici, sessuali e soprattutto intellettuali, e di qualche mezzo per porvi rimedio vede la luce qualche mese più tardi, preceduto da una campagna pubblicitaria attraverso il campus universitario. Stampato con i fondi dell’Università l’opuscolo causa uno scandalo enorme in tutta la Francia. Gli studenti finiscono in tribunale per appropriazione indebita di fondi universitari e l’Università stessa si incarica di sciogliere il comitato direttivo dell’Unione Studenti. La sentenza del giudice del processo è oggi persino più conosciuta del testo medesimo: “Gli imputati non hanno mai negato l’accusa di aver abusato dei fondi dell’unione studenti. Anzi, essi ammettono apertamente di aver fatto pagare 5000 franchi per la stampa e la distribuzione di 10.000 opuscoli, per tacere delle spese per altra pubblicistica ispirata a Internationale Situationniste. Queste pubblicazioni esprimono idee e aspirazioni che, per usare un’espressione eufemistica, non hanno nulla a che vedere coi compiti di un unione degli studenti. Basta infatti leggere queste pubblicazioni di cui gli accusati sono gli autori, per constatare che questi cinque studenti, appena usciti dall’adolescenza, senza alcuna esperienza, col cervello ingombro da teorie filosofiche, sociali, politiche ed economiche mal digerite, non sapendo come dissipare la loro squallida noia quotidiana, emettono la vana, arrogante e derisoria pretesa di esprimere giudizi definitivi e bassamente ingiuriosi sui loro colleghi, i loro docenti, Dio, le religioni, il clero, i governi e i sistemi politici del mondo intero. Poi respingendo ogni morale e ogni ostacolo legale, arrivano cinicamente fino ad incoraggiare il furto, la distruzione degli studi, la soppressione del lavoro, la sovversione totale, e la rivoluzione proletaria mondiale senza possibilità di ritorno per godere senza ostacoli. In virtù del loro temperamento sostanzialmente anarchico, queste teorie e questa propaganda sono assolutamente pericolose. La loro grande diffusione negli ambienti studenteschi e nel grande pubblico, per mezzo della stampa locale, nazionale ed estera, è una minaccia alla moralità, agli studi, alla reputazione e dunque al futuro stesso degli studenti dell’Università di Strasburgo”.


A proposito del 25 aprile

Per gli anarchici il 25 aprile era iniziato più di vent’anni prima. L’anarchismo e il fascismo d’altronde sono sempre stati in pessimi rapporti. Da un lato l’aspirazione alla libertà, dall’altro un sistema di dominio che pretendeva di inquadrare l’individuo in tutto quello che i libertari hanno sempre combattuto: Dio, Patria e Famiglia. Non c’è da stupirsi dunque se gli anarchici sono sin 1921 tra gli entusiasti sostenitori degli Arditi del Popolo e si battono nelle loro file in tutta la penisola e sulle barricate di Parma del 1922. A questo proposito, si può affermare che l’unica componente proletaria che sostenne attivamente l’arditismo popolare fu proprio quella libertaria. Dopo la Marcia su Roma, migliaia di anarchici furono costretti ad andare in esilio, dove cercarono di rendere la vita impossibile ai rappresentanti del fascismo all’estero con ogni mezzo necessario – dai giornali alla propaganda, dalla creazione di reti di mutuo soccorso a veri propri attentati contro uomini e istituzioni del regime. Diversi furono inoltre i tentativi di eliminare Mussolini, come quelli di Gino Lucetti (1926), Michele Schirru (1931) e Angelo Sbardellotto (1932). Gli anarchici di lingua italiana, così come i loro compagni provenienti da tutto il mondo combatterono poi nel corso della rivoluzione spagnola. Nel settembre 1943, se alcuni rifiutarono di partecipare a una guerra tra imperialismi, molti anarchici invece decisero di prendere parte alla lotta armata contro il nazifascismo. Di questo impegno sono prova le numerose formazioni che si vennero a creare come le brigate “Bruzzi-Malatesta”, i battaglioni “Lucetti” e Schirru”, solo per citarne alcune. Fino ad arrivare al 25 aprile. Un 25 aprile “lungo”, dunque, più di vent’anni e non ristretto solo all’Italia. Ma la Liberazione sembra essere un processo tutt’altro che finito. Nuovi fascismi, nuove forme di dominio, sempre più diffuse e ambigue, segnano il nostro esistente. Per questo ha senso riandare alle parole dei/lle partigiane che lottarono in quei tormentati anni, riascoltare le loro voci e fare in modo che quelle non rimangano mero feticcio storico, ma lasciti, per continuare a cercare di costruire una società libera e solidale.


giovedì 20 aprile 2023

La catastrofe della politica

La catastrofe della politica sta nel non aver capito questo salto d’epoca: nel non aver colto che, da un certo momento in poi, la necessità non è più dettata dalla storia ma dal consumo e dalla libertà, non risponde più agli assoluti rivoluzionari ma ai desideri del presente; e che il conflitto non è più strumento per creare nuove istituzioni e nuova società, non è più pilotato dalle ferree leggi del processo storico, ma dal connubio esplosivo di pratiche di libertà e culture del consumo che espellono la mediazione politica e trasformano il conflitto in scontro incondizionato, totalmente privo di norme e garanzie, come incondizionati e privi di norme e garanzie sono il consumo e la domanda di libertà. Si tratta comunque di lotte anarchiche che attaccano una forma e una tecnica di potere che vogliono destituire anzi distruggere, dunque, hanno come fine il controllo dei corpi e del territorio; sono dunque conflitti orizzontali per la libertà e il riconoscimento; poi, sono lotte «trasversali», vale a dire che non sono circoscritte a un solo paese; e, infine, «sono lotte immediate – come scrive Michel Foucault – per due ragioni. Attraverso queste lotte gli individui criticano le istanze di potere a loro più vicine, quelle che su di essi esercitano la loro azione. Gli individui non cercano il “nemico principale”, ma il nemico immediato». La politica si trasforma allora non più in attuazione di un programma ma in produzione di territorio e presidio di uno spazio sociale. La potenza e la forza della lotta deriva dal fatto che non si lotta contro delle astrazioni (il Capitale, lo Stato, una legge, l’inquinamento o la mafia ad esempio) ma contro la maniera concreta – localizzata – attraverso cui queste astrazioni governano delle vite, configurano degli spazi, diffondono degli affetti. La lotta non difende un territorio, ma lo fa esistere, lo costruisce, gli dà consistenza.

«Quello che unisce gli uomini non è la condivisione del pane ma la condivisione dei nemici» (Cornac McCarthy)




Gli Anarchici e la Resistenza

Fieramente ribelli anche al confino

L'8 novembre 1926 fu pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" il decreto che istituiva il "Tribunale Speciale per la difesa dello Stato" e le "Commissioni provinciali per l'assegnazione al Confino di Polizia". Ma fin da prima di quel decreto molti anarchici furono relegati su quelle isole sperdute nel Mediterraneo che già erano state utilizzate alla fine del secolo scorso per tenervi raccolti (ed isolati dal mondo esterno) i sovversivi. Al confino, gli anarchici costituirono sempre un gruppo compatto e battagliero, e seppero combattere la dittatura fascista anche in quelle dure condizioni. Basti pensare alle condanne al carcere subite da 152 confinati politici che nel 1933 organizzarono a Ponza le proteste contro i continui soprusi della direzione della Colonia; numerosi fra questi condannati gli anarchici (Failla, Grossuti, Bidoli, Dettori, ecc.). L'anno successivo l'anarchico Messinese, confinato ad Ustica, prese a schiaffi il direttore della Colonia che voleva obbligarlo a fare il saluto romano. La ribellione contro simili soprusi si estese progressivamente ad altre isole, in particolare a Ventotene ed a Tremiti, portando a nuove condanne contro compagni nostri. Uniti da stretti vincoli di solidarietà, gli anarchici riuscirono a far giungere e circolare clandestinamente fra i compagni alcuni testi anarchici e sostennero nel contempo vivaci polemiche con gli altri confinati. Particolarmente tesi furono sempre i rapporti fra confinati comunisti ed anarchici poiché i primi, ligi alle direttive politiche provenienti dal Partito e da Mosca, fecero sempre di tutto per ostacolare l'attività politica dei libertari. Ad acutizzare questa polemica giunsero, a partire dal 1936, le notizie dal fronte spagnolo, che, seppur senza precisione, riferivano di scontri armati fra anarchici e stalinisti. Ribelli ad ogni autorità, gli anarchici tennero costantemente un comportamento fiero e deciso, e furono sempre ritenuti i più pericolosi e sediziosi dalle autorità del confino; questa pessima (e meritata) fama presso le alte gerarchie fasciste fu causa di nuove persecuzioni e condanne e spesso dell'allungamento della pena di confino senza neppure una parvenza di processo. Accadde così che alcuni compagni, pur condannati inizialmente a pochi anni, dovettero restare sulle isole fino al 1943, quando, con la caduta del fascismo in luglio, esse furono "smobilitate". Significativa al riguardo la liquidazione del confino di Ventotene, dov'era stato concentrato un numero elevato di anarchici. Quando giunse la notizia della caduta del fascismo i primi ad esser liberati furono i militanti di "Giustizia e Libertà", cattolici, repubblicani e testimoni di Geova; per cui in un primo tempo rimasero a Ventotene solo comunisti, socialisti ed anarchici. Quando però il maresciallo Badoglio chiamò al governo Roveda per i comunisti e Buozzi per i socialisti, questi pretesero ed ottennero la liberazione dei carcerati comunisti e socialisti, trascurando gli anarchici ed i nazionalisti sloveni. Si ruppe così quel vincolo di solidarietà che, al di là delle accese polemiche, aveva pur sempre legato le varie comunità politiche di confinati di fronte al comune

nemico fascista. Nonostante alcuni militanti dei partiti di sinistra cercassero di rifiutarsi di partire per non lasciar soli gli anarchici, il grosso dei confinati se ne andò libero, noncurante di quelli che erano costretti a restare sull'isola. Gli anarchici, dopo una decina di giorni dalla partenza degli altri, furono trasportati, per nave e poi in treno, fino al campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Durante questo lungo viaggio di trasferimento molti compagni cercarono di fuggire, eludendo la stretta vigilanza di poliziotti e carabinieri, ma solo uno riuscì nel suo intento. Appena giunti nel campo gli anarchici ebbero a scontrarsi con le autorità e due compagni nostri furono immediatamente segregati in cella; questo diede l'avvio alle proteste ed alla continua agitazione degli anarchici (fra i quali ricordiamo Alfonso Failla) che giunsero a scontrarsi violentemente con le forze dell'ordine del campo. Successivamente, comunque, alcuni riuscirono a fuggire ed andarono a costituire le prime bande partigiane delle zone circostanti. Solo nel settembre le guardie se la squagliarono ed i compagni lasciarono il campo, appena prima che arrivassero i tedeschi.


Gli anarchici contro il fascismo


Nel '20 gli anarchici in Italia erano una forza rivoluzionaria con cui si dovevano fare i conti, una forza con cui dovevano fare i conti padroni, governo e fascisti. Essi avevano un quotidiano, Umanità Nova, che tirava cinquantamila copie e numerosi periodici. L'U.S.I., il sindacato rivoluzionario influenzato dagli anarchici (segretario ne era l'anarchico Armando Borghi), contava centinaia di migliaia di iscritti. Dopo il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, gli anarchici riconoscendo nel fascismo la "contro-rivoluzione preventiva" (come la definì bene Luigi Fabbri) con cui i padroni avrebbero cercato di impedire il ripetersi di una situazione pre-rivoluzionaria, gettarono tutte le loro energie nella mischia contro il giovane ma già robusto figlio bastardo del capitalismo. La volontà ed il coraggio degli anarchici non potevano però bastare di fronte allo squadrismo, potentemente dotato di mezzi e di armi e spalleggiato dagli organi repressivi dello stato. Tanto più che anarchici ed anarcosindacalisti erano presenti in modo determinante solo in alcune località ed in alcuni settori produttivi. Soltanto una analoga scelta di scontro frontale da parte del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro avrebbe potuto fermare il fascismo. Purtroppo la politica disfattista, capitolarda del Partito e del sindacato riformisti, che già aveva ostacolato lo sviluppo rivoluzionario e dunque contribuito al fallimento dell'occupazione delle fabbriche, seminò confusione ed incertezza nel movimento operaio in un momento che già era per molti aspetti di riflusso delle lotte. E questo proprio di fronte al moltiplicarsi ed aggravarsi delle violenze fasciste, soprattutto dopo il '21. Ovunque in Italia le squadracce di Mussolini assaltavano le sedi politiche, le redazioni, i militanti più attivi, tutto quanto "puzzasse" di "sovversivo". Lo stato liberale fu diretto complice sia delle attività criminali sia dell'intera strategia politica del fascismo nella comune lotta contro la combattività dei lavoratori. Pur essendo essi stessi vittime delle violenze squadriste, i socialisti si limitarono a denunciare le "illegalità" fasciste, senza dedicare tutte le loro energie alla lotta popolare rivoluzionaria contro il terrorismo padronale. Non solo, ma il PSI giunse al punto di stipulare con i fascisti un Patto di Pacificazione (agosto 1921) che contribuì a disarmare il movimento operaio sia psicologicamente sia materialmente, nel momento stesso in cui si intensificavano le violenze squadriste (che continuarono a crescere... in barba al patto!). Quello che ci interessa sottolineare è che, mentre i vertici politici sindacali invitavano alla "calma" e alla non violenza, furono gli stessi lavoratori, organizzatisi autonomamente, a dare alcune storiche lezioni ai fascisti. Le insurrezioni di Sarzana (luglio '21) e di Parma (agosto '22) sono due esempi della validità della linea politica sostenuta dagli anarchici, allora, sulla stampa e nelle lotte: contro il disfattismo delle burocrazie riformiste, gli anarchici sostenevano infatti l'urgente necessità di battere con la lotta il movimento fascista, stimolando la combattività dei lavoratori. Coerentemente con questo programma gli anarchici si batterono sino in fondo senza quei tentennamenti e quella ricerca di compromessi che caratterizzarono l'attività dei socialisti. Significativa al riguardo la differente posizione assunta da socialisti e comunisti da una parte ed anarchici dall'altra, di fronte al movimento degli Arditi del Popolo.


giovedì 13 aprile 2023

La geografia sociale – Eliseo Reclus

Per la nostra epoca di acuta crisi, in cui il vortice dell’evoluzione diviene talmente rapido che l’uomo, colto da vertigine, cerca nuovi punti d’appoggio per orientare la sua vita, per questa società profondamente scossa, lo studio della storia è tanto più prezioso quanto più il suo dominio, incessantemente accresciuto, offre una serie d’esempi sempre più ricchi e vari. Il susseguirsi delle età diviene per noi una grande scuola i cui insegnamenti, una volta classificati, finiscono per raggrupparsi in alcune leggi fondamentali. Una prima categoria d’avvenimenti che lo studio della storia mette in evidenza ci mostra come, per effetto di uno sviluppo ineguale presso gli individui e le società, tutte le collettività umane – eccettuate le popolazioni rimaste al primitivo naturismo – si dividono al loro interno in classi e caste dagli interessi non solo differenti ma opposti, che risultano dichiaratamente nemiche in periodi di crisi. Questo è, sotto mille forme, l’insieme dei fatti che si osserva in tutte le regioni dell’universo, pur con la diversità infinita dettata dai luoghi e dai climi e dalla matassa sempre più intricata degli avvenimenti. Il secondo fatto generale, conseguenza necessaria della divisione dei corpi sociali, è che l’equilibrio spezzato fra individuo e individuo, fra classe e classe, tende a bilanciarsi costantemente attorno al suo asse di riposo; la violazione della giustizia grida sempre vendetta. Da qui derivano incessanti oscillazioni: chi comanda cerca di rimanere padrone, mentre l’asservito prima compie ogni sforzo per conquistare la libertà poi, trascinato dall’energia dello slancio, tenta di ricostituire il potere a suo profitto. Così guerre civili, complicate da guerre contro popoli stranieri, di annientamento e distruzione, si succedono in un groviglio continuo secondo la spinta dei rispettivi elementi in lotta. O gli oppressori si sottomettono, estinta la loro forza di resistenza, e muoiono lentamente spenta la forza vitale dell’iniziativa, o è la rivendicazione degli uomini liberi che vince. Possono così riconoscersi, nel caos degli eventi, reali rivoluzioni – cioè cambiamenti di regime politico, sociale ed economico – frutto di una comprensione più chiara delle condizioni dell’ambiente e di più energiche iniziative individuali. Un terzo gruppo di fatti, infine, legato allo studio dell’uomo in tutti i tempi e in tutti i paesi, dimostra che nessuna evoluzione nell’esistenza dei popoli può compiersi se non grazie allo sforzo individuale. È nella persona umana, elemento primario della società, che bisogna cercare la spinta propulsiva dell’ambiente, destinata a tradursi in azioni volontarie volte a diffondere idee ed opere tali da modificare la vita delle nazioni, il cui equilibrio appare instabile solo per il disturbo arrecato dalle aperte manifestazioni degli individui. La società libera si riconosce dallo sviluppo dato ad ogni persona umana – cellula prima fondamentale destinata poi ad aggregarsi ed associarsi a suo piacimento con le altre cellule di un’umanità in continua trasformazione. È in proporzione diretta a questa libertà e a questo sviluppo iniziale dell’individuo che le società guadagnano in valore e nobiltà: è dall’uomo che nasce la volontà creatrice che costruisce e ricostruisce il mondo. La «lotta di classe», la ricerca dell’equilibrio e la sovrana decisione dell’individuo, sono questi i tre ordini di fatti che ci rivela lo studio della geografia sociale e che, nel caos degli avvenimenti, si mostrano abbastanza costanti per poter prendere il nome di «leggi». È già molto riconoscerle e dirigere in base ad esse la condotta e la parte d’azione che spetta a ciascuno nella gestione comune della società, in armonia con le influenze dell’ambiente, note e ormai scrutate. È l’osservazione della Terra che ci spiega gli avvenimenti della Storia e questa a sua volta ci riporta verso uno studio più approfondito del pianeta, verso una solidarietà più cosciente del nostro individuo, così piccolo e cosi grande, con l’universo immenso.


Glad to See You Go - Ramones

Sto per prendere una decisione su di lei, 

una pallottola in canna e, 

in un momento di passione, 

sarò famoso come Charles Manson 

Sorriderò, sghignazzerò, 

tu ti farai un bel bagnetto di sangue 

e, dopo un momento di passione, 

avrò la gloria di Charles Manson 

Te ne andrai, vai, vai,... ciao! 

Sono felice che te ne vai, vai... ciao! 

Adesso so quanto vali, 

non mi servi più. 

Non ti voglio perché sei una scocciatura... 

Ho bisogno di una buona, 

ho bisogno di un miracolo 

Devo prendere una decisione  riguardo a quella? 

Una pallottola in canna. 

Sto ridendo, sto sghignazzando 

Mi chiederanno l'autografo, 

dopo un momento di passione 

avrò la gloria di Charles Manson. 

Devi andartene! vai, vai, vai... ciao! 

Felice di vederti scomparire... 

vai, vai, vai,... ciao! 



La pratica delle rivolte - San Vittore 1969

 

Cronaca della rivolta di San Vittore. 

Milano, sabato 12 aprile 1969. Incontro tra il procuratore della repubblica e i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non entrano in cella dopo l’aria: si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo e il letto di contenzione; contro il codice penale fascista; contro la carcerazione preventiva. Il procuratore promette i servizi igienici e più colloqui coi parenti. Dice no all’abolizione della censura sulla posta, alle licenze extra, alla riduzione delle pene (non dipendono da lui, si sa). Le notizie da Torino e da Marassi (Genova) fanno esplodere il quinto raggio (ore sedici di lunedì 14). La parola d’ordine: riforma dei codici, rispetto dell’uomo. Alle sedici e trenta tutto il carcere è in rivolta, in mano ai detenuti. La Tv si affretta a mostrare lo spettacolo a tutti gli italiani: attorno alle mura i Ps con elmi e fucili; in alto, aggrappati alle sbarre, i rivoltosi gridano slogan alla gente sulla strada. Alle ventidue, duemila tra Ps e Cc circondano San Vittore: la battaglia è iniziata; la forza pubblica entra in carcere, tegole, inferriate e sassi lanciano i detenuti; raffiche di mitra, colpi di pistola, centinaia di bombe-gas la polizia. Fiamme dappertutto, la battaglia dura quindici ore. In piazza Filangieri, davanti a San Vittore, dalle finestre del Beccaria (minorile) piovono bicchieri, piatti, panini e cartelli: «siamo tutti uniti con voi!», «sciopero della fame», «giù le mani dai minorenni», «la morte viene data troppo spesso». Decine e decine di feriti, cento persone gravemente ferite tra cui una trentina di agenti. Le guardie prese in ostaggio sono liberate sane e salve. Alle sette del mattino di martedì 15 aprile la resa definitiva: su San Vittore è issata una bandiera bianca. I detenuti con le mani in alto contro il muro sotto il tiro dei mitra, detenuti incatenati subito trasferiti in altre carceri, poliziotti in barella: il carcere quasi completamente distrutto, il folto pubblico benpensante del «Corriere» e della Tv abbandona lieto ed eccitato il campo di battaglia: lo spettacolo è finito, i «nostri» sono arrivati (da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna) «celeri», la virtù ha trionfato, i sonni possono essere di nuovo tranquilli. [Documento detenuti carcere di Milano]


giovedì 6 aprile 2023

Reclus gli anarchici e i marxisti – parte II°

Il marxista che studiò di più Reclus fu Giorgio Plechanov nell'articolo in russo E. Reclus teorico dell'anarchismo. Plechanov constatava che nel 1906 Evoluzione, Rivoluzione e Ideale anarchico (pubblicato nel 1897) era alla sua sesta edizione e dichiarava: "non c'è motivo di meravigliarsi per questo successo dovuto alla fama ed al talento letterario di Reclus. Ma occorre analizzare i punti deboli del libro che sono anche quelli dell'anarco-comunismo". La prima critica di Plechanov verte sulla definizione che Reclus dà dell'evoluzione e della rivoluzione. Plechanov la rigetta, insistendo soprattutto sulla concezione di Reclus che citava Linneo, secondo cui la natura non fa salti. Al contrario, secondo Hegel, "la natura compie salti". Plechanov critica la visione dell'eroe di Reclus. Quest'ultimo non scriveva forse: "Se da un lato vediamo l'uomo isolato sottoposto alla influenza della società intera colla sua morale tradizionale, la sua religione, la sua politica, dall'altro noi assistiamo allo spettacolo dell'individuo libero che, per quanto limitato nello spazio e nella durata delle epoche, riesce tuttavia a lasciare la sua impronta personale sul mondo che lo circonda. È facile ritrovare distintamente nella storia la traccia di migliaia e migliaia di eroi che han saputo cooperare personalmente in modo efficace all'opera collettiva della civiltà. Senza voler qui esagerare il valore proprio dell'uomo divenuto cosciente delle sue azioni e risoluto ad utilizzare la sua forza nel senso del suo ideale, è certo che quest'uomo rappresenta tutto un mondo in confronto a mille altri che vivono nel torpore di una semi-ebbrezza o nel sonno assoluto del pensiero e che arrancano senza la minima rivolta interiore nelle file di un esercito o in una processione di pellegrini. A un dato momento, la volontà di un uomo può intralciare il moto di panico di tutto un popolo". Pur riconoscendo che Reclus respinge la confusione possibile di questi eroi con una gerarchia, una aristocrazia e che si oppone alle "élites", al potere, Plechanov domanda "Ma allora gli ideologi da dove prendono le idee? È impossibile andare oltre nell'idealismo". In realtà, Plechanov non ha voluto cogliere il fatto che Reclus respinge il determinismo e dimostra coi fatti che la seduzione religiosa è sempre presente, malgrado l'annuncio della sua scomparsa da parte degli enciclopedisti del XVIII secolo: "Storicamente, il terrore dell'ignoto, origine della Religione, mi pare abbia preceduto il regime della proprietà privata. Se l'uomo fatica tanto a rivoltarsi contro l'ingiustizia, è perché si sente sempre dominato dal mistero". Plechanov sembra leggere Reclus all'inverso. Laddove Reclus sottolinea la potenza della reazione, la fragilità delle illusioni, Plechanov conclude: "Il fondamento di tutta questa argomentazione favorisce un'idea, ossia che in fin dei conti l'intelligenza trionferà sempre". Plechanov assimila Reclus ad un enciclopedista del XVIII secolo, senza voler vedere che Reclus li critica ed è diversissimo da loro e, ritiene che abbia scritto in sociologia delle "puerili impotenze" ripetendo il "grande errore" dell'anarchismo. Infine, Plechanov ritiene Reclus un antimarxista e cita il seguente testo: "Così, vedete com'è stata trattata quest'individualità poderosa, Marx, in onore del quale dei fanatici, a centinaia di migliaia, alzano le braccia al cielo, promettendo di osservare religiosamente la sua dottrina! Tutto un partito, tutto un esercito con parecchie dozzine di deputati al Parlamento tedesco, non interpretano forse adesso questa dottrina marxista proprio in senso contrario al pensiero del maestro? Egli dichiarò che il potere economico determina la forma politica delle società e adesso si afferma a suo nome che il potere economico dipenderà da una maggioranza di partito nelle assemblee politiche". Ma Plechanov interrompe questo testo che così prosegue: "Egli (Marx) proclamò che lo Stato, per abolire il pauperismo, deve abolire se stesso poiché l'essenza del male sta nell'esistenza stessa dello Stato. E ci si mette devotamente alla sua ombra per conquistare e dirigere lo Stato! Certo, se la politica di Marx dovesse vincere, sarà, come la religione del Cristo, a condizione che il maestro, in apparenza adorato, venga rinnegato nella pratica". Si deve diffidare non solo del potere già costituito, ma anche di quello che è in germe. "Le rivoluzioni sono sempre state a duplice effetto: si può dire che la Storia offra in ogni cosa il suo diritto e il suo rovescio".



LASCIAMI ENTRARE – Tomas Alfredson

Oskar, un dodicenne timido e ansioso, è regolarmente vessato dai compagni di classe, senza che riesca mai a ribellarsi. Una notte, mentre fantastica su come vendicarsi, gli appare Eli, anche lei dodicenne, appena trasferita col padre nella casa accanto. La ragazza è pallida, ha uno strano odore ed esce solo quando è buio. In coincidenza con il suo arrivo, si verificano sparizioni inspiegabili e omicidi. Per un ragazzo come Oskar, affascinato dalle storie macabre, non ci vuole molto a capire che tra Eli e questi sanguinosi eventi esiste un legame. Un amore immaginario, un fantasma solitario e amico che vampirizza per sopravvivere. Racconta della scoperta, adolescenziale, del « lato oscuro », ove amore e odio, passione e violenza si autoalimentano ed autoalimentandosi garantiscono la sopravvivenza, Lasciami entrare riqualifica le regole del sottogenere vampiresco/sonnambolico intercettando le paure che nascono sulla soglia: fisica, vedi la proliferazione di porte e finestre e permessi per entrare; ed esistenziale, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Se nell’infanzia si ama che la luce filtri da una porta lasciata semiaperta, nell’adolescenza si ha paura della luce e possiamo scegliere di aprire o meno la porta a colui che lo
richiede. Il titolo rende esplicita questa linea di confine, che segnala, contestualmente, una richiesta di accesso all’età adulta, retta dalla legge del più forte e dell’amore per il più debole, da parte del protagonista Oskar e, un atteggiamento di apertura nei confronti dell’altro la giovane “diversa” che chiede di entrare, o, meglio ancora, un ingresso nell’età adulta sancito dalla scoperta dell’amore e della morte. Nella Svezia invernale, Oskar troverà così il modo di rispondere, di reagire alla violenza degli altri. Il regista procede decentrando i momenti orririfici o ritualizzandoli, lasciando che il sangue scorra fuori campo, come nello splendido prefinale in piscina. In un certo senso, raggela la componente horror e scalda quella melodrammatica, non temendo di accarezzare la sessualità degli adolescenti. L’ambientazione è uno dei punti di forza del film, una città immensa nella neve dove una pallida luce è il ricordo di un sole che si vede per pochi mesi l’anno, dove ogni cosa è illuminata dalla luce gialla dei lampioni. Il silenzio regna e condiziona la vita di chi vi abita,
riflettendosi nell’introverso protagonista. Il cinema di Alfredson è senza pietà e senza veli, rivela tutto il visibile con estrema perizia e un enorme uso di particolari – spesso fatti risaltare dall’assenza di profondità di campo – per evitare il terrore o la suspense e arrivare a mostrare l’orrore puro: orrore per una società in cui gli adulti non hanno nessun ruolo di guida; in cui i ragazzi sono così spietati e incontrollati da non esitare a voler cavare un occhio a un proprio coetaneo – e lo stesso protagonista è spesso mostrato con un coltello in mano mentre immagina di vendicarsi dei suoi compagni – ; una società in decadenza formata da piccoli gruppi isolati volutamente ignari e non consci di ciò che succede loro attorno, neppure degli omicidi che si svolgono con evidenza all’aria aperta. La violenza però non è mai fine a se stessa, né del resto condannata: ogni assassinio o ferimento è causato o sarà la causa di un preciso avvenimento che serve – direttamente o indirettamente – ad Oskar per maturare; ed è in fondo questa la natura del film, una sorta di bildungroman, un percorso di formazione che porta il ragazzo a conoscere la solitudine e la vendetta, l’amore e la paura.



La pratica delle rivolte

Giugno 1968. Venivano portate avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva (e non va dimenticato che sia alle Nuove che a San Vittore aveva avuto una certa importanza il contatto con gli studenti arrestati per le lotte universitarie), d’altra parte si poteva rilevare un carattere episodico dovuto sia alla mancanza di organizzazione interna, sia all’importanza eccessiva che vi ebbero motivi di contenuto immediato. La rivolta si estese a San Vittore e a Poggioreale. Aprile 1969. La rivolta. Non a caso è cominciata nel giorno dello sciopero generale per i fatti di Battipaglia, col ribadire la richiesta di riforma e con una azione di denuncia e di appello all’opinione pubblica. Si è continuato con la critica a tutto l’ordinamento giudiziario, alla giustizia di classe (negli slogan e nelle dichiarazioni ai giornali i detenuti introducevano spesso duri attacchi all’istituto della difesa d’ufficio, e soprattutto a quello della custodia preventiva, che sono due nodi fondamentali del sistema classista della giustizia italiana) (…) A lanciare parole d’ordine fu un «comitato di base» costituito da elementi giovani che si impossessarono del ciclostile per diffondere una «carta rivendicativa» in cui si proponeva l’elezione di un comitato delegato a fare una conferenza stampa e l’impegno di astenersi dai danneggiamenti nel caso le autorità avessero preso impegno di non dar corso a punizioni e trasferimenti. Le autorità non si assunsero impegni. In seguito a ciò, nell’ultimo giorno il comitato non riuscì minimamente a indirizzare la rivolta, che si fece violentissima. Bisogna ricordare che, nella fase non violenta e protestataria la polizia già seguì una tattica di brutale repressione, imbottendo il carcere di bombe lacrimogene. La giusta violenza dei carcerati fu non solo una risposta alla repressione, ma anche un tentativo pratico-politico di riforma carceraria a modo loro. Infatti fu distrutta la cappella (la religione è una delle chiavi del cosiddetto sistema rieducativo basato sulla violenza); l’ufficio matricola; l’ufficio fascicoli personali, dove il detenuto riceve il marchio di reietto; l’infermeria simbolo della discriminazione classista interna, in quanto è noto che le persone di elevata condizione (o che possono pagare) vi sono ricoverate sine die. Furono distrutte le fogne del 1857 e le tubature d’acqua antiquate, i miseri «impianti» per l’igiene, con lo scopo dichiarato di farle costruire nuove e come denuncia di una condizione di vita disumana. Furono resi inservibili i macchinari delle lavorazioni su cui si fatica otto ore per guadagnare 350 lire al giorno. Le autorità dapprima reprimono duramente, poi invece è il trionfo del paternalismo e delle promesse a buon mercato. Conclusione: l’ordine è ristabilito, col trasferimento punitivo verso carceri lontane: questo significa aggravare l’isolamento del recluso e prolungare di molto la detenzione preventiva, visto che i giudici istruttori rimangono a Torino ed in questo modo le procedure si allungano di anni. Dopo una rivolta a pagare rimangono sempre e solo loro, i detenuti. E sono anni di galera in più.[Documento detenuti, carcere di Torino, 11 aprile 1969].