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giovedì 27 gennaio 2022

Il Dominio della Tecnica

Non si tratta di un ritorno alla Natura, anche se i rapporti dell’uomo con la Natura si dovranno modificare radicalmente per basarsi più sulla reciprocità che sullo sfruttamento, dato che distruggendo la Natura si distrugge inevitabilmente la natura umana. Non si tratta più di dominarla quanto di stare in armonia con essa. L’esistenza degli esseri umani non si dovrà concepire come pura attività di appropriazione delle forze naturali, movimento, lavoro. Una società non capitalista, vale a dire liberata dalla tecnica, non sarà una società industriale ma nemmeno una specie di società paleolitica; dovrà conformarsi alla quantità di tecnica che si può permettere senza squilibrarsi. Deve eliminare tutta la tecnica che sia fonte di potere, quella che distrugge le città, quella che isola l’individuo, quella che spopola le campagne, quella che impedisce la comparsa di comunità, eccetera, insomma, quella che minaccia il modo di vivere libero. Tutte le civiltà anteriori fondate sull’agricoltura, sull’artigianato e sul commercio hanno saputo controllare e contenere le innovazioni tecniche. La società capitalista è stata un’eccezione storica, una stravaganza, una deviazione. Il sistema tecnocratico produce rovine, cosa che favorisce la diffusione della critica e rende possibile l’azione contro di esso. La questione principale sono i principi più che i metodi. Qualsiasi modo di procedere è buono se è necessario e serve a rendere popolari le idee, senza contribuire a qualsivoglia capitolazione: si partecipa alle lotte per renderle migliori, non per degenerare insieme ad esse. In assenza di un movimento sociale organizzato, le idee sono la prima cosa, combattere per le idee è l’importante, dato che non può nascere nessuna prospettiva da una organizzazione in cui regni la confusione rispetto a quel che si vuole. Tuttavia la lotta per le idee non è una lotta per l’ideologia, per avere una buona coscienza soddisfatta. Bisogna abbandonare la zavorra delle consegne rivoluzionarie che sono invecchiate e si sono trasformate in frasi fatte Il compito più elementare consisterebbe nel riunire il maggior numero possibile di gente intorno alla convinzione che il sistema deve essere distrutto e costruito di nuovo su altre basi, e discutere il tipo di azione che più si addice alla pratica delle idee derivate da questa convinzione. Questa pratica deve aspirare alla presa di coscienza per lo meno di una parte considerevole della popolazione, perché fino a quando non esisterà una coscienza rivoluzionaria sufficientemente estesa la classe sfruttata non si potrà ricostruire e nessuna azione di importanza storica, nessun ritorno della lotta di classe, sarà possibile. (Miguel Amoros)


Gli spazi occupati finiscono in un museo

A New York c’è il Museum of Reclaimed Urban Space — MoRUS, un museo sugli spazi occupati creato in un edificio in cui sono attive altre occupazioni. Lo spazio ripreso è stato trasformato in uno luogo di esposizione d’arte per attivisti, mantenendo i propri marcati elementi originari. A differenza di altri musei, le sue pareti non sono di un bianco ospedaliero, ma un assemblaggio di forme e colori, pareti con mattoni a vista e pilastri pieni di scritte a bomboletta. Cartelli su cui si legge “Sostenibilità”, “Patrocinio della bicicletta” e “Risanamento pubblico” conducono allo scantinato pieno d’oggetti e di ritratti di occupanti del quartiere. Il Museo dello spazio urbano conserva la memoria dei movimenti che sono vissuti e, come nel caso di Occupy Wall Street, ancora vivono a New York City. La sua missione è promuovere e sostenere l'attivismo urbano per mezzo d’audio, video e fotografie. Sovente, i direttori del museo e i volontari alimentano discussioni invece di produrre documenti o volantini. Il MoRUS, amano dire, è un tipo di museo diverso: “è una forma proattiva di militanza. Non è un'istituzione.” Il Novecento ci ha lasciato in eredità il concetto che le opere dell’ingegno umano, ormai trasformate in merce, trovano nei musei la loro tomba, il luogo dove, neutralizzati, sono destinati a pura contemplazione estetica che ne vanifica il messaggio, tanto più se di protesta o di rottura.  Negli musei, della scienza, del cinema, del rock, eccetera, gli oggetti esposti, per il fatto di essere in quel luogo,  si trasformano in altro di quello che erano, diventano ideologia. Che cosa si può sperare di trovare in un museo della tecnologia, se non il luogo di produzione di un valore simbolico  che si vuole vendere, in questo caso l’idea che la tecnologia è una conquista dell’umanità? E in un museo della rivoluzione cubana o delle torture quale merce si va a comprare? E in un museo degli spazi occupati?


Aigues-Mortes, poveri contro poveri

Proprio all'indomani della conclusione del congresso di Zurigo dove grazie all'emendamento Bebel con cui si specificava "per azione politica s'intende il giovarsi dei diritti politici e dei congegni legislativi o lo sforzo per conquistarli onde servirsene a pro degli interessi del proletariato e per la conquista del potere" gli anarchici furono automaticamente espulsi. Il  17  agosto 1893, ad Aigues-Mortes, in Provenza, trenta operai italiani erano rimasti uccisi e molti  altri feriti, a seguito di una selvaggia aggressione da parte di lavoratori francesi inferociti per la concorrenza di salariati stranieri nel  lavoro delle saline. Era il segno di quanto difficile fosse ancora la battaglia per estirpare gli odi nazionali dall'anima dei popoli e di quanto, malgrado gli appelli congressuali alla fratellanza universale, conflitti nazionali uscissero in certi  casi,  anziché attenuati, acuiti, da una malintesa ed  esclusiva lotta di classe. All'episodio  reagirono socialisti e anarchici con un richiamo  ideale  e  pratico sostanzialmente ispirato ad una comune visione internazionalista e classista. Antonio Labriola scrisse il  testo  di un  appello  « ai compagni d'Italia e di Francia» a  nome  del circolo socialista di Napoli. Malatesta e Merlino inviarono una ferma lettera di protesta alla redazione di La Revue anarchiste che aveva approvato la  «lezione» data ai «mangiatori di polenta»,  colpevoli, a  suo giudizio, di «aver abbassato il  prezzo della carne umana negli  ergastoli capitalisti del litorale»: No, compagni, scrivevano Merlino e Malatesta, non è affatto naturale che degli operai francesi ed italiani, parigini e provinciali, scioperanti e senza lavoro, si uccidano fra loro. Anzi è antinaturale. E un delitto. E il meno che possano fare gli anarchici in simili occasioni è di dirlo ad alta voce, invece di giustificare i massacri ed insultare le vittime. In  seguito all'eccidio di  Aigues-Mortes si ebbero in Italia violente  dimostrazioni antifrancesi, soprattutto, come abbiamo detto, a Roma e a Napoli. Come, in un momento di grave tensione diplomatica fra Parigi e Roma, la borghesia francese  aveva dirottato  la rabbia  dei disoccupati contro gli emigranti italiani, così il  governo di Roma sfruttava l'incidente di Aigues-Mortes  per  convogliare il malcontento dei lavoratori italiani contro l'ambasciata e i  consolati francesi. Ma a Roma e a Napoli le dimostrazioni popolari sfuggirono di mano  ai loro ispiratori per volgersi contro  il governo  stesso. A Roma si eressero barricate, a Napoli gli scontri di strada durarono  tre giorni, con una partecipazione di massa, soprattutto di donne e ragazzi. I tumulti sconvolsero l’intera città e cessarono solo dopo l’intervento di reparti militari. Duemila furono gli arrestati. Fu, secondo la felice espressione di Antonio Labriola, “un caso. di anarchia spontanea” alla cui esplosione erano in effetti estranei tanto i socialisti che gli anarchici (come invece la stampa   governativa voleva far credere) e che aveva, la sua causa e la sua carica nelle condizioni sociali delle masse popolari urbane.


giovedì 20 gennaio 2022

Millieux libres – parte seconda

Le comuni si trovano in un ambiente ostile in cui agli attacchi feroci da parte di vicini, politici (anche socialisti), giornalisti si aggiungono le difficoltà incontrate per raggiungere l’autosufficienza. Per sopravvivere alcuni comunardi si trovano costretti ad accettare lavori salariati, ma più spesso lavorano in attività cooperative che gestiscono attività in proprio (calzoleria, allevamento, maglieria, falegnameria, sartoria) per la comunità e per i simpatizzanti. Si cerca, per quanto possibile, un’autosussistenza che significa autonomia dal mondo industriale e dall’incipiente consumismo. Il principio illegalista, comune a molte di queste esperienze, si manifesta in un ricorso a furti. Per far fronte a entrate scarse e per una alimentazione più sana, si minimizzano i consumi e alcune colonie si privano di carne, alcol, tabacco, caffè, the. Nonostante siano stati accusati di isolamento e di scarso attivismo politico, la maggior parte delle colonie è dotata della propria biblioteca, scuola e tipografia e sono numerosi i comunardi che si impegnano, soprattutto nei dintorni del proprio insediamento, in convegni e nella diffusione di pubblicazioni. La specificità dell’azione politica dei milieux libres va però cercata in un tipo diverso di comunicazione rispetto alla propaganda anarchica prevalente: il loro principale contributo è la diffusione delle idee libertarie tramite l’esempio, piuttosto che la diffusione di scritti o l’organizzazione di incontri. La prassi come strumento di divulgazione di idee anarchiche ha il vantaggio di sperimentare nel vissuto, promuovendo circuiti di trasformazione culturale, la sostenibilità delle proposte libertarie e di mostrarne le possibili e immediate applicazioni. Il superamento tra teoria e prassi politica prende forma nella joie de vivre, una sperimentazione libera delle sensazioni fisiche tramite esperienze dirette e uno spontaneismo nell’organizzazione quotidiana. La diffusione delle idee libertarie e naturiste viene amplificata, in molte esperienze, da una grande ospitalità nei confronti di curiosi, vicini, militanti, fino ad accogliere riposanti gite domenicali organizzate dai cittadini. Le comuni organizzano pranzi sul prato, escursioni in foresta, incontri sulla “guerra sociale”, ritrovi poetici e concerti, presentando una convivialità che smentisce i luoghi comuni sugli anarchici banditi e criminali veicolata da molti giornali. Il lascito di queste esperienze, per quanto riguarda le riflessioni libertarie più tradizionali, va cercato quindi nell’attaccamento alla pratica, che rimane una loro peculiarità. È l’umile vita dei comunardi, condotta secondo principi di semplicità, armonia con la natura e collettivismo, l’ispirazione per mettere in discussione la famiglia patriarcale e proporre rapporti sociali fondati sulla solidarietà fraterna; per riconsiderare i rapporti tra generi e il matrimonio; per concepire e praticare, almeno per alcuni, una sessualità meno stabile ed esclusiva; per riformulare l’educazione in vista della creazione di uomini liberi; per rifiutare l’autoritarismo (sebbene molte esperienze ruotino intorno a coppie carismatiche); per diffidare della medicina ufficiale; per difendere il controllo delle nascite; per rifiutare alcuni dei cosiddetti avanzamenti tecnologici. Il contributo forse più rilevante dei milieux libres al pensiero anarchico è individuabile nelle critiche innovatrici e radicali al capitalismo e alla gestione dell’ambiente che, sebbene censurate nei circuiti anarchici di allora, hanno avuto negli ultimi decenni una notevole diffusione. La denuncia dell’autoritarismo si coniuga, in linea con il clima naturista diffuso all’epoca, con denunce sugli effetti del disboscamento, della meccanizzazione e dell’urbanizzazione e, in questi contesti, si formulano e motivano le condanne della civiltà e della scienza, allora idolatrata dalla maggior parte dei movimenti rivoluzionari. Quasi tutte le esperienze di questo ciclo di anarchismo collettivista rurale si estinguono alla vigilia della prima guerra mondiale. 



BLUEBIRD - Buffalo Springfield

Ascolta la risata del mio uccello azzurro, 

lei non ti può dire il perché, 

dentro il suo cuore nel profondo  tu puoi vedere, 

lei conosce solo il pianto, 

li lei siede su di un appoggio rialzato, 

il più strano colore del blu, 

il volo è dimenticato adesso, 

lei pensa solo te, 

entra in tutti quei blu 

devono essere mille toni diversi 

ed ognuno   a differentemente usato. 

Tu solo lo sai, 

tu siedi   trasfigurato 

dalla profondità dei suoi occhi, 

io non ti posso  mentire 

lei ha un'anima, 

presto volerà via, 

la tristezza le appartiene, 

dà a se stessa un bagno di lacrime 

e continua ad andare a casa, 

così ascoltai ancora una volta 

il canto del mio uccello azzurro; 

oh, si, e, bambini, 

come  faceva cantare le montagne; 

adesso ancora sento dentro di  me 

quella voce di primavera, 

oh, mia preziosa, 

mia sorella di anima, 

mio, passerotto dagli occhi blu, 

vola e torna a casa. 





La morte di Camillo Berneri

Il 3 maggio 1937 la situazione peggiorò, soprattutto quando a Barcellona le forze di polizia della Generalitat, alleata del Partito comunista catalano, cercarono di occupare uno dei punti chiave di Barcellona, il palazzo della Telefonica, trovando però gli anarchici a bloccare la loro azione. La  seconda battaglia durò dal mezzogiorno del 3 alle 6 di mattina del 7 maggio. Il 4 i comunisti si trovarono già assediati, ma i vertici della CNT-FAI, invece di lasciare convergere su  Barcellona una parte delle forze  dislocate in  Aragona per porre fine alla  tracotanza stalinista o quanto  meno per ridimensionarla, accorsero a  Barcellona per mediare. Portavoce di questa politica a Barcellona furono i ministri anarchici e Santillàn; quest'ultimo trattò la tregua: gli uomini assoldati da  Mosca si  sarebbero dovuti ritirare e la Catalogna avrebbe continuato a marciare al fianco del resto della Spagna antifranchista. La mattina dell'8 maggio apparvero chiaramente  le conseguenze  degli accordi stipulati dai vertici del CNT.  L'indomani si contarono centinaia di morti e migliaia di feriti e ci si accorse che la battaglia era servita agli agenti del Komintem anche per catturare e liquidare gli esponenti più in vista dell'opposizione di sinistra. Di questi due  vennero trovati assassinati nelle Ramblas: uno si chiamava Francesco Barbieri e l'altro Camillo  Berneri. Durissimo il giudizio di Luigi Di Lembo sulle responsabilità  del  PCI e  in particolare di Palmiro Togliatti: "Togliatti aveva utilizzato lo schema  interpretativo del 1935 ma con una notevole variante: invece di togliere all'anarchismo italiano la sua base di massa era giunto intanto a togliere di mezzo i leader stessi dell'anarchismo di massa, e in senso fisico". Dopo questi fatti, una parte degli italiani tornò in Francia, delusa e disgustata, mentre un'altra parte seguì la colonna Tierra y Libertad; altri aderirono alla  Divisione Durruti e altri ancora entrarono nella Brigata Internazionale Garibaldi. Quelli tornati in Francia volevano far sapere qual era la politica stalinista, anche perché la macchina della disinformazione sovietica era già all'opera e il 20 maggio "Il Grido del Popolo" di Parigi, organo del PCd'I, scriveva: Camillo  Berneri, uno dei dirigenti degli Amici di Durruti che, esautorato dalla direzione stessa  della FA Iberica, ha provocato il sanguinoso   sollevamento contro il governo del Fronte Popolare della Catalogna, è stato  giustiziato dalla Rivoluzione Democratica a  cui nessun antifascista  può negare il diritto alla legittima difesa'. Questa  rivendicazione venne poi negata dai comunisti italiani, arrivando a sostenere che Berneri era stato ucciso da agenti segreti di Mussolini. Nel 1950 Togliatti, rispondendo a Salvemini e  firmandosi Roderigo, disse che Berneri non era stato assassinato dai comunisti, e in qualunque caso della  morte di Camillo Berneri  sarebbero  stati allora responsabili anche tutti gli altri partiti antifascisti, perché a Barcellona erano tutti contro gli anarchici. Gli anarchici esuli in  Francia pubblicarono un articolo sull'argomento nel numero unico "La Società Nuova" dove, prendendo atto dell'isolamento degli anarchici, a proposito di Rosselli e di  GL scrivevano: "Giustizia e Libertà, pur piangendo la morte del nostro Berneri e degli altri  compagni, non ha osato dire che è  stato vilmente assassinato". GL, l'unica formazione che aveva elaborato    posizioni simili a quelle anarchiche, più che all'antifascismo rivoluzionario sembrava essersi ispirata alla Realpolitik. 




giovedì 13 gennaio 2022

Millieux libres – parte prima

Alcuni anarchici non vogliono lasciarsi deprimere dalle condizioni oggettive, non vogliono attendere che le masse siano pronte alla trasformazione libertaria e non vogliono aspettare un domani per vivere in un mondo di eguali. A partire da fine Ottocento, individui con queste volontà si rimboccano le maniche per mettere in pratica, nel vissuto quotidiano, le loro aspirazioni. L’implementazione di uno stile di vita anarchico e naturista prende la forma dei milieux libres, letteralmente “ambienti liberi”. Ne nascono una quindicina solo in Francia (e altri in Belgio, Francia, Gran Bretagna), caratterizzati da un radicale rifiuto di una vita dedicata al binomio lavoro-consumo e fondati su varie forme di collettivismo libertario. Nel periodo della Belle époque francese la costruzione di una mobilitazione libertaria centrata sullo stile di vita sorge da constatazioni che hanno una loro attualità. I partecipanti ai milieux libres constatano il fallimento dei tentativi avanguardisti armati: la distruzione dello Stato e l’instaurazione della società libertaria appare lontana, allora come ora, nonostante i proclami di imminenti trasformazioni rivoluzionarie. Sono scontenti della dimensione esclusivamente teorica e intellettuale di una parte consistente del mondo anarchico che ritiene inevitabile la dissociazione tra i nobili principi enunciati e un vissuto quotidiano segnato dallo sfruttamento e dalla gerarchia. Non hanno, inoltre, particolare fiducia nella mobilitazione della classe operaia e sono, quindi, pessimisti sull’imminenza di un riscatto guidato dal sindacalismo. Di conseguenza, gli sforzi di anarchici con convinzioni variegate, da individualisti a comunisti libertari, si concentrano sulla costruzione di spazi di vita comunitari e autonomi finalizzati a una emancipazione collettiva. André Lorulot riassume la volontà che li anima: “Vogliamo vivere, non un domani ipotetico, ma una realtà liberata e potente. L’uomo
libero deve cercare di adoperarsi, per quanto gli è possibile, a rendere i suoi atti conformi alla teoria enunciata”. Gli fa eco l’affermazione utopica di Fortuné Henry: “Sono venuto qui, in questo angolo perduto della foresta, per creare la cellula iniziale dell’umanità futura”. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, appoggiati dalla Société Instituée pour la Création et le Développement d’un Milieu Libre en France. che conta centinaia di aderenti, si creano una quindicina di luoghi “fuori norma”, chiamati “Commune anarchiste”, “Colonie libre de solidarité fraternelle”, “Essai” (Prova), “Phalanstère” (Falansterio) e, appunto, “Milieu libre” (Ambiente libero). Sebbene vengano tentate con un certo successo esperienze urbane, le colonie più note sono fondate in zone rurali: Montreuil (1892-1893), Vaux (1902-1907), Aiglemont (1903-1908), Ciorfoli (1906), La Rize (1907), Saint-Germain-en-Laye (1906-1908), Bascon (1911-1957), La Pie (1913-1914), La Ruche (1904-1917), Choisy-le-Roi (1912). Si tratta, invariabilmente, di luoghi in cui viene sperimentata una vita in comunità, in genere tra le cinque e le venti persone, coniugata, in diverse di queste esperienze, a cooperative operaie, scuole libertarie, giornali militanti. I comunardi si raggruppano in base alle loro affinità, e quindi le singole esperienze potevano privilegiare una dieta vegetariana, la diffusione della pedagogia e della propaganda libertarie, ovvero la pratica del nudismo o del libero amore, sebbene la maggior parte delle colonie combinavano queste prassi caratterizzanti. I milieux libres danno vita a un vivace dibattito sulla stampa anarchica francese dell’epoca (“Le Libertaire”, “L’En-dehors”, “L’Anarchie”, “L’Ere nouvelle”, “La Nouvelle humanité”, “L’Ordre Naturel”, “La Vie naturelle”). I giornali libertari diffondono appelli e sottoscrizioni, ma anche prese di distanza, critiche e anatemi. Noti anarchici, tra cui Kropotkin, pensano che queste colonie comuniste allontanano i migliori elementi dalla pratica rivoluzionaria, accettando di fatto l’esistente e indebolendo una trasformazione generale in senso anarchico. Sui giornali si trova anche traccia di aspre polemiche tra comunardi che si erano trovati in disaccordo nella gestione della vita comunitaria. Gli ambienti liberati vengono, inoltre, accusati di essere fugaci e di non lasciare traccia; ne vengono sottolineate ambiguità e contraddizioni. 






le. 

 

NON CHIEDERMI PAROLE OGGI NON BASTANO - Maria Luisa Spaziani

Non chiedermi parole oggi non bastano.

Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili

nei loro incastri, sono consunte voci.

È sempre un prevedibile dejà vu.

Vorrei parlare con te – è lo stesso con Dio –

tramite segni umbratili di nervi,

elettrici messaggi che la psiche

trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,

un infinitesimo battere di ciglia,

la musica-ultrasuono che nemmeno

immaginava Bach.


L’UOMO NERO

L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’altro uomo, fatto lupo. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per avere salva la vita. Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia dei diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì anche per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un frame che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante. Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare macchine produttive. Il tipo ideale del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.

   


giovedì 6 gennaio 2022

Comunitarismo libertario e democrazia diretta

P. Kropotkin è colui che più d’ogni altro ha sviluppato la tematica comunitaria, il principio fondamentale del mutuo appoggio. Secondo lui, la cooperazione che scaturisce da questo valore, e non la lotta spietata per la sopravvivenza (come enunciato nelle tesi darwiniane), è il fattore fondamentale dell’evoluzione. Inoltre, Kropotkin ritiene che un nuovo assetto sociale non debba scaturire da una rivoluzione che elida il passato, bensì dai principi libertari già operanti nella realtà sociale. Passiamo poi a P. Goodman, è vediamo come la sua analisi sia caratterizzata in senso fortemente comunitario, sempre alla ricerca dell’individuazione di una struttura politica che possa coniugare individualità, comunità e giustizia universale, trovandola nell’archetipo delle piccole unità territoriali delineate da Kropotkin in Campi, fabbriche e officine, e in parte realizzatesi nell’America del periodo degli Articoli di Confederazione. Il suo progetto politico, fatto di azioni che diano luogo a piccole riforme e lievi miglioramenti, fa di lui un gradualista, un non rivoluzionario la cui opera è costantemente tesa da una parte alla difesa e all’allargamento delle libertà individuali prodotte dalla modernità, dall’altra alla ripresa della tradizione comunitaria premoderna. Per quanto riguarda poi l’approccio di C. Ward, esso è costantemente teso a focalizzare le “questioni che ci legano gli uni agli altri, come il bisogno di alloggi e di cibo e la produzione di beni e servizi”. Pertanto, la sua analisi lucida e ficcante delle situazioni concrete, delle modalità “non-ufficiali” con cui la gente si organizza nell’utilizzare l’ambiente, tanto quello urbano quanto quello rurale, ci aiuta a scorgere la comunità libertaria e il mutuo appoggio che la fonda, nella concretezza di esperienze di vita autogestite che spesso si formano in quelle pieghe della società dimenticate o “sfuggite” al controllo autoritario degli enti statali. Ecco allora che “la questione di fondo”, secondo Ward, “non è quella di stabilire se l’anarchia sia possibile o meno, ma piuttosto se sia possibile allargare il campo d’azione e l’influenza dei metodi libertari, fino al punto che essi diventino i criteri normali coi quali gli esseri umani organizzano la loro convivenza”. Finiamo con M. Bookchin, egli affronta la tematica comunitaria dal punto di vista filosofico-politico, dandole in particolare una connotazione ecologica. Padre dell’ecologia sociale, secondo lui una società ecologica può nascere solo dalla fine dei rapporti di dominio dell’uomo sull’uomo, abolendo di conseguenza le istituzioni fondate sul rapporto comando/obbedienza. Egli arriva a questa conclusione svolgendo un’analisi storico-filosofica delle epistemologie del dominio.



AZIONE MUTANTE - Álex de la Iglesia

Ramon Yarritu, capo del gruppo terroristico di handicappati "Azione Mutante", uscito di prigione, prepara coi suoi il rapimento di Patricia Orujo, figlia di un magnate dell'alimentazione. Alle nozze dell'ereditiera, la balorda e deforme banda, completa di nano e fratelli siamesi, compie una strage in cui perde l’uomo gigante sacrificatosi per fermare la polizia. Con una sgangherata astronave, il resto parte per Axturias, arido pianeta, ove Ramon dà appuntamento al padre della giovane per il pagamento del riscatto. Nel corso della spedizione il bieco Ramon uccide tutti i compagni, tranne uno dei siamesi, Alex, che, dopo aver suscitato la simpatia della prigioniera, viene colpito da Ramon, e precipita, col fratello morto Juanito attaccato alla spalla, ma trova soccorso presso un occhialuto abitante del pianeta, che gli impaglia il cadavere del fratello. Ramon capita invece in una singolare famiglia maschile che va dal nonno al nipotino: costoro mettono Ramon fuori combattimento e violentano la giovane, che però seducendo il minore riesce a legare gli altri e a fuggire con Ramon, dal quale è attratta stranamente. Intanto i minatori folli, sorta di teppisti locali, uccidono il salvatore di Alex e lo appendono con costui ad un albero. Liberatosi, Alex ottiene un passaggio dagli stupratori di Patricia, decisi a riprendersi la giovane, visto che il pianeta è privo di femmine. Al bar della miniera convergono Orujo, con una bomba a tempo; Ramon con Patricia; nonni e nipoti libidinosi; nonché Alex. Lo scambio è complicato dalla
presenza della televisione, ma anche dal fatto che Patricia, preda della sindrome di Stoccolma, non vuole saperne di essere rilasciata, costringendo Orujo a innescare una bomba, che però Ramon, in un'eroica bravata, fa saltare andando incontro alla sopraggiunta Polizia. Nella confusione, Patricia, che ha perso il braccio sinistro, e Alex, che è stato separato dal defunto fratello, si dileguano. Azione Mutante (Accion Mutante), dark comedy futuristica e post-apocalittica – è ambientata nel 2012 – ricca di stile, trovate, citazioni e risate oltraggiose, che mutua il titolo da un’omonima organizzazione terroristica formata da un simpatico branco di freaks e di squilibrati. Stanchi di essere cittadini di quarta classe, questi anti-eroi si aggirano intorno ai resti bruciati della civiltà a bordo di un camioncino dei gelati (accompagnati dalla musica di Mission Impossible) e guidano incursioni omicide ai danni della classe dominante, gli aristocratici ricchi e di bell’aspetto, seminando il terrore nei cuori delle élite alla moda e all’ultimo grido. Insomma, Azione Mutante è denso caos colorato, satira di grana non troppo fina sui mass media e sull’alta società. Assurda e anarcoide opera prima del geniale regista basco Álex de la Iglesia, prodotto dall'amico Pedro Almodóvar, Azione mutante è un chiassoso e grottesco monumento al
trash, nel senso più weird del termine. Pasticciaccio umoristico e cyber-barocco, non ha paura di mescolare elementi estremi quali sesso, torture, violenze e deformazioni fisiche, per veicolare un potente messaggio contro la superficialità e lo strapotere estetico, celebrando in qualche modo la diversità. Gli antieroi di de la Iglesia sono brutti, sporchi, cattivi e per lo più stupidi, fieramente schierati contro la società fighetta dei “regolari”. La feroce satira di de la Iglesia massacra impietosamente, e giustamente, l'irritante superficialità insita nel conformismo, nell'esibizionismo e nel culto dell'apparenza che la classe borghese ha imposto come modello di vita a tutta la società, mentre la polizia, composta da energumeni in ridicole divise in stile rugby, ricorre in modo palesemente gratuito e brutale alla violenza, pestando i 'criminali' mentre avviene l'arresto e massacra a suon di pallottole chiunque si pari davanti, che sia terrorista o cittadino comune. Come in ogni Satira che si rispetti, anche questo quadro distopico, in un universo dove la forma fisica conta più della sostanza reale, interiore delle persone, rispecchia fedelmente la realtà attuale, e non risparmia nemmeno i personaggi per cui l'autore (e di conseguenza il pubblico) nutre simpatia, ovvero i 'Rivoluzionari Mutanti'. 



Molti sono gli strumenti atti a modificare la coscienza

Molti sono gli strumenti atti a modificare la coscienza, ma uno dei più importanti, forse il più importante di tutti, per antichità, per universalità, è il ricorso a piante o sostanze psicoattive. Aldous Huxley scrisse che è molto improbabile che l’uomo possa vivere senza paradisi artificiali, e questi paradisi artificiali sono da sempre ricercati per tre motivi apparentemente molto diversi l’uno dagli altri, ma che a ben guardare lo sono molto meno di quanto sembri. Un motivo magico-religioso, cioè per trascendere i confini del quotidiano e mettersi in contatto con una realtà che abitualmente sfugge alla coscienza ordinaria; un motivo direi esperienziale, vale a dire di percorso individuale, di conoscenza altra. Un motivo, infine, edonistico, ricreazionale. Cioè la ricerca dello “sballo”. L’azione di queste sostanze è appunto lo stimolo all’immaginario, al fantastico, al piacere, attraverso la stimolazione di aree cerebrali percettive e cognitive. Nel cammino dell’uomo queste sostanze sono state immediatamente utilizzate; “immediatamente” nel senso di “senza mediazione” né scientifica né programmatica: non vi era bisogno di particolari elaborazioni per accettarle, perché esse erano “cibo”, un qualcosa da immettere nel corpo per vivere. E’ la cultura e i suoi stereotipi che rendono legale e moralmente accettabile una droga sociale –l’alcool- e inaccettabile un’altra -la cannabis- non certo le caratteristiche chimiche dell’una o dell’altra. Soltanto partendo da una visione che integri biologia e antropologia, farmacologia e psicologia potremo aprire un dibattito serio, costruttivo e senza isterismi: abbandonando i discorsi vuoti e moralistici potremo iniziarne uno completamente radicale, che da un lato coinvolga tutto l’apparato sociale ed economico qual è quello nel quale giornalmente dobbiamo vivere, e dall’altro tenga conto di nuove dimensioni di coscienza e di piacere.