Translate

giovedì 26 marzo 2020

GLI HIPSTER

Nei primi anni Cinquanta, in America, il dissenso politico venne proibito e in tutto il decennio ogni tipo di anticonformismo fu considerato sospetto. Ma la stravaganza si rigenera in eterno ai margini della civiltà occidentale. Il vuoto creatosi tra le file dei ribelli venne riempito da un gruppo di giovani scontrosi che già negli anni Quaranta avevano iniziato a costituire una sottocultura, quella degli hipster. Ispirati dalle note inebrianti e spontanee del bebop, in particolare da Charlie Parker, e sviluppatisi più o meno parallelamente all'esistenzialismo francese e alla sua visione della vita umana come una tabula rasa circondata da un abisso privo di significato, gli hipster erano personaggi furtivi: ribelli perfetti per un'epoca di paranoia. Poiché non scorgeva speranze di cambiamenti positivi, (l'hipster non aveva alcun desiderio di battersi contro il repressivo apparato politico e non era nemmeno granché interessato a offendere i conformisti "benpensanti". Come si lamentò Caroline Bird, in un articolo del 1957 su Harper} Bazar "Non si può intervistare un hipster visto che il suo obiettivo principale è stare lontano dalla società...". 
Gli hipster erano identificabili solo da qualche caratteristica. Erano interrazziali, cosa rara nell'America degli anni Cinquanta, bohémien neri e bianchi che vivevano ai margini dell'economia e passavano il loro  tempo insieme, soprattutto nei jazz club. Erano un po' trasandati. Potevano essere, citando la Bird, "un delinquente da strada, un vagabondo, uno scaricatore di luna park o un uomo dei traslochi che lavora in proprio nel Greenwich Village". E disponevano del loro linguaggio, espresso al  meglio nelle giocose, divertenti, fluide canzoni `rap" di Lord Buckley, figura eternamente all'avanguardia. Nel privato, agli hipster piaceva la  marijuana e, in alcuni casi, l'eroina, strumenti per rilassare la mente razionale e abbandonarsi  al bebop. 
L’hipsterismo traeva linfa vitale proprio da quelle ansie nucleari che i benpensanti cercavano di dimenticare. La possibilità di un'immediata  apocalisse costituiva una scusa perfetta per declinare responsabilità ed evitare le ricompense a lungo termine della normale vita adulta. Perché costruirsi prudentemente una carriera, una famiglia e una reputazione se non c'era futuro? L’hipster era libero di vivere alla giornata. Nel suo famoso peana dedicato a questa sottocultura, Il negro bianco, Norman Mailer scrisse che gli hipster si dedicavano semplicemente alla “ricerca di un orgasmo più apocalittico di quello che lo aveva preceduto”, un'affermazione intesa sia letteralmente che come metafora per ogni tipo di esperienza intensa ed estatica dell'essere nel momento. 

Testimonianze italiane su Bakunin - Parte prima

Terenzio Mamiani
«In casa dell'ottimo amico Tourghenieff conobbi e conversai alla famigliare con due personaggi, di cui l'uno Luigi Blanc, nato di madre corsa, stima di avere un legame di naturale affinità con noi italiani, l'altro era  russo e  nomavasi Bacounine, nome diventato famoso di più in più. Bell'uomo  e ben fatto, aveva impressi nel volto due sentimenti e due note dell'anima che spesso procedono insieme: gravita e malinconia. Parlava rado e concettoso e nel generale scuopriva pensieri d'un disilluso e che vede in ogni negozio il rovescio della medaglia. Alcuna fiata celiava con molta  arguzia e con ironia amara e pungente; nel qual caso spesso parlava in russo con i suoi conterranei quivi presenti. E mi sovviene una sera averli egli fatti scoppiare in gran riso a cui non ponevano fine. Laonde ricercati da me della ragione di quel riso inestinguibile e omerico, il Tourghenieff sorridendo pur tuttavia mi disse di aver significato al Bacounine la propria speranza che alla fin delle fini anche la Russia godrebbe a debito tempo d'un reggimento politico costituzionale. Il che udito dal Bacounine subito rispondeva che i cani ed i bovi  prima dei russi avrebbero posseduto governo e libertà statutali». 
(Terenzio Mamiani, Parigi or fa cinquant'anni in Nuova  Antologia, del 15 ottobre 1881) 
Aurelio Saffi
«Il Bakounine, già noto nel campo rivoluzionario europeo sino dal 1848 per la parte da lui presa ne' moti di Germania a que' giorni, arrestato e consegnato dall'Austria al Governo russo, relegato da questi in Siberia, poté sottrarsi avventurosamente  alla vigilanza de' suoi custodi e ridursi, libero di nuovo, da prima in Inghilterra  — dov'io ebbi occasione d'incontrarlo in casa di Alessandro Herzen —   indi in Italia dove prese stanza a Napoli, fondandovi un gruppo di giovani seguaci delle sue dottrine in antagonismo colle dottrine di Giuseppe Mazzini, ch'egli fece segno sovente a polemiche acerbe e spesso scurrili. Ingegno irrequieto, dotato di non comune coltura negli studi della filosofia contemporanea, ma inasprito dalle persecuzioni patite, e pieno d'un odio slavo contro le vecchie civiltà europee, il Bakounine, traducendo in atto la critica dissolvente del suo pensiero negativo, non sognava che annientamento della realtà presente dietro larve d'idee incompatibili con ogni esperienza della vita civile»
(Proemio a: Scritti editi e inediti  di Giuseppe Mazzini, Vol. XVII.  Roma, 1889)

Il linguaggio del potere

Esiste un linguaggio al servizio del potere gerarchico. Esso non alligna solamente nell’informazione, nella pubblicità, nel senso comune, nelle abitudini, nei gesti condizionati, ma è presente anche in tutti i discorsi che non preparano la rivoluzione della vita quotidiana, in tutti i discorsi che non sono posti al servizio dei nostri piaceri.
I giornali, la radio, la televisione sono i veicoli più grossolani della menzogna, non solo perché allontanano dai veri problemi, dal “come vivere meglio?” che si pone concretamente ogni giorno, ma perché costringono gli individui ad identificarsi con immagini ben fatte, a porsi astrattamente al posto di un capo di stato, di una vedette, di un assassino, di una vittima, a reagire come altro da sé. Le immagini che ci dominano sono il trionfo di tutto ciò che non siamo e di tutto ciò che ci allontana da noi stessi; di ciò che ci trasforma in oggetti destinati unicamente ad essere classificati, etichettati, gerarchizzati secondo i parametri del sistema della merce universalizzata.
Il sistema mercantile impone le sue rappresentazioni, le sue immagini, il suo senso, il suo linguaggio. Questo tutte le volte che si lavora per lui, quindi per la maggior parte del tempo. L’insieme di idee, di immagini di identificazioni, di condotte determinate dalla necessità di accumulazione e di riproduzione della merce costituisce lo spettacolo in cui ciascuno recita ciò che non vive realmente e vive falsamente ciò che non è. Perciò il ruolo è una menzogna vivente, e la sopravvivenza una maledizione senza fine.
Lo spettacolo (ideologie, cultura, arte, ruoli, immagini, rappresentazioni, parole-merci) è l’insieme delle condotte sociali mediante le quali gli uomini entrano a far parte del sistema mercantile. Partecipare questa farsa significa rinunciare a se stessi, ridursi a meri oggetti di sopravvivenza (merci), e rinviare per l’eternità il piacere di vivere concretamente per se stessi e di costruire liberamente la propria vita quotidiana.

giovedì 19 marzo 2020

La Natura in Elisée Reclus

Per quanto sia difficile, se si vuole evitare ogni interpretazione anacronistica o illegittima, è importante contestualizzare l’approccio di Reclus alla natura, una tematica connessa alle problematiche attuali dell’ecologia e dell’ambientalismo. Reclus è un uomo profondamente legato alla sua epoca, come attestano i suoi diversi campi d’impegno, pur restando un visionario e un innovatore, proprio e soprattutto grazie ai suoi interessi scientifici: di qui la sua attualità sotto vari aspetti. Sulla natura, Reclus è erede dei contributi di Humbolt e di Ritter, il cui metodo, caratteristico di una “storia naturale” uscita dall’Illuminismo, si basa sull’esplorazione del territorio, sull’osservazione e sulla classificazione dei dati. Reclus prende atto dei progressi tecnici della sua epoca, con le loro conseguenze positive e negative, e quindi pone l’accento sui guasti all’ambiente, di natura fisica ma anche estetica, basandosi principalmente sulle opere di George Perkins Marsh. Da Carl Ritter e dalla propria educazione protestante, Reclus prende una concezione forte di un rapporto armonico tra umanità e natura. 
Sarebbe però un forzatura ritenere che egli ne tragga una visione gnostica, teleologica o monista del mondo, anche se spesso in lui si presentano tendenze organiciste, tipiche dell’epoca in cui viveva. L’evoluzione della sua opera geografica, che passa da un approccio inizialmente molto fisico, razionalista, a uno più sociale e politico, mette in luce così un percorso ideale rispetto al ruolo del pensiero politico nella vita della città. Questo modo di procedere è sorretto da una costante attenzione pedagogica e didattica. L’esperienza di grande camminatore e di viaggiatore rafforza il suo senso estetico davanti ai paesaggi e alla natura in ogni sua manifestazione e a tutti i livelli (dal fiore di campo alle alte montagne). Quest’intimo connubio di passione e ragione nei confronti della natura fa di lui un uomo attuale in qualsiasi epoca.  

A STAR TOO FAR – Psychic TV

Guardate le vostre stelle
Non è solo una stella. 
È tutto dentro
Non siamo su Marte
basta rendersi conto
È dove siamo
Quanto lontano

Torniamo al di fuori
Guardiamo le nostre stelle
Non bisogna mai nascondersi
È tutto dentro
Dietro i tuoi occhi
basta rendersi conto
Così triste, così saggio
Quanto lontano

Guardate i vostri cieli
Una cometa tu sei
È tutto dentro
È una stella di troppo
basta rendersi conto
Quanto lontano

"E noi sentiamo le nostre esperienze" 

"Questo è quello che stiamo cercando di fare"

Non sono solo stelle
Non siamo su Marte
È il luogo dove siamo
Tornate fuori
Non bisogna mai nascondersi
Dietro i tuoi occhi
Così tristi, così saggi
Una cometa tu sei
Si tratta di una stella di troppo


"Tutti rischiano di coglier le più profonde e nascoste rivelazioni"
Genesis P-Orridge, l'artista che rivoluzionò la musica, l'arte performativa e la cultura underground trasformando se stesso in un'opera sperimentale di 'transizione', è scomparso qualche giorno fa, a causa della leucemia. Aveva 70 anni.
Nato il 22 febbraio 1950 a Manchester come Neil Andrew Megson (cambiò legalmente nome in Genesis P-Orridge nel 1971), è stato performer estremo (con i gruppi Exploding Galaxy/Transmedia Exploration e COUM Transmissions), indagatore degli stati alterati di coscienza e fondatore del Thee Temple ov Psychick Youth. Al tempo stesso l'anti-rockstar divenne un'icona post punk, passando dalla musica psichedelica all'acid house, e un protagonista del nascente genere musicale 'industrial' con le band Throbbing Gristle e Psychic Tv. Era una leggenda dell'ambiente underground mondiale, etichettato come "sabotatore di civiltà" dal Parlamento britannico, tanto da costringerlo a lasciare Londra per trasferirsi a New York. Utilizzò le teorie del cut-up di William Burroughs e Brion Gysin mediate dalle sue riflessioni sul corpo e sull’identità per quanto riguarda la pandroginia. Ed è proprio in questa forma di assemblaggio continuo, nascosta nel più nero e osceno umorismo, sempre rivolta allo scardinamento di tutto ciò che è semplicemente didascalico che si intravede la vera essenza di Genesis P-Orridge.




La disperazione non è naturale

I Governi del mondo vogliono assicurasi che gli essere umani non possano percepire la possibilità di alternative, I movimenti che di volta in volta nascono e si contrappongono vengono sistematicamente inquinati da un clima di paura pervasiva perché non giungano a percepire di poter crescere, perché non si possano intravvedere altri mondi possibili. perché non si diffonda l’idea che coloro che sfidano i sistemi possano vincere. Per questo i sistemi di potere hanno realizzato e quindi "deificato" grandi apparati militari, polizieschi di intelligenza militare e civile, meccanismi di propaganda  di alta raffinatezza. Ci sono buone ragioni per credere che il capitalismo non esisterà più così com'è: è impossibile mantenere acceso un motore in perpetua crescita in un sistema/pianeta dalle risorse limitate.
Eppure di fronte a questa prospettiva, la reazione spontanea, anche dei progressisti e di molti apparenti anticapitalisti, è spesso di paura, di accettazione dell’esistente perché semplicemente, non si ha la capacità, la forza di immaginare un’alternativa che non sia ancora più oppressiva. 
Com’è possibile? E’ normale per gli uomini essere incapaci di immaginare un mondo migliore?
La disperazione non è naturale. Se davvero vogliamo capire la situazione dobbiamo innanzi tutto comprendere come, negli ultimi trenta anni sia stata messa in opera la costruzione di un vasto apparato burocratico volto al mantenimento della disperazione: una sorta di gigantesco meccanismo ideato in primo luogo per distruggere ogni percezione di future prospettive alternative. Una raffinata strategia atta a sottrarre la gioia e la felicità dalla vita.

giovedì 12 marzo 2020

La disobbedienza civile di Henry David Thoreau

La "disobbedienza civile" di Thoreau fu un grido anarchico di autonomia individuale da qualsiasi forma di governo. In effetti, Thoreau ci dice di aver dichiarato la sua personale indipendenza dallo stato presentando al funzionario comunale la seguente dichiarazione: "Che  tutti gli uomini  sappiano con questo documento, che io, Henry Thoreau, non desidero essere considerato membro di alcuna società legalmente costituita a cui non ho deciso di aderire".
Che questa opera sovversiva rappresentasse una piena realizzazione della politica trascendentalista o semplicemente uno dei tanti sfoghi tipici di Thoreau, fu così provocatoria da diventare di importanza storica come nessun altro contributo del gruppo riuscì a fare, conferendo al movimento un'impronta ribelle che avrebbe lasciato traccia nelle generazioni future. 
Il testo contiene audaci aforismi anarchici, così numerosi che vale la pena fermarsi per citarne alcuni: 
Approvo con tutto il cuore il motto: 'Il miglior governo è quello che governa meno'... Una volta messo in pratica, esso equivale a quest’ altro, in cui pure credo fermamente: 'Il governo migliore è quello che non governa affatto': e quando gli uomini saranno pronti a realizzarlo, questo sarà il tipo di governo che avranno'. 
lo non sono responsabile del buon funzionamento della macchina della società. 
Quando m'imbatto in un governo che mi dice: O  i soldi, o la vita', perché dovrei affrettarmi a dargli i miei soldi? 
Esistono leggi ingiuste: dovremmo rallegrarci di obbedirvi, o dovremmo sforzarci di migliorarle? E inoltre, dovremmo ubbidire a queste leggi finché non siamo riusciti mi nostro intento, o dovremmo trasgredirle subito? 
Infatti, io dichiaro tranquillamente guerra allo Stato... nonostante continui a utilizzarlo e a trarne i possibili vantaggi...

IL BELLO DELLA CULTURA di Kenneth Rexroth

Sono un uomo che ha pochi amici
E nessuna ambizione, assolutamente incapace
Di guadagnarmi da vivere: divento sempre
Meno giovane, in fuga dalla fine che mi merito.
Certo, solitario e straccione, e con questo?
A mezzanotte mi faccio una brocca
Di vino bianco bollente e semi di cardamomo.
Con una vecchia veste grigia e un basco logoro
Mi siedo al freddo e scrivo poesie,
Disegno corpi nudi sui margini spiegazzati
Mi unisco con le sedicenni
Ninfomani della mia fantasia.

Kenneth Charles Marion Rexroth (22 dicembre 1905 - 6 giugno 1982) era un poeta, traduttore e saggista critico americano. È considerato una figura centrale nel Rinascimento di San Francisco e ha preparato le basi per il movimento della beat generation. Anche se non si considerava un poeta beat e non amava l'associazione, è stato soprannominato "Father of the Beats". 
Con Rexroth in qualità di maestro di cerimonie, Allen Ginsberg, Philip Lamantia, Michael McClure, Gary Snyder, e Philip Whalen si sono esibiti alla famosa lettura Six Gallery il 7 ottobre 1955. Successivamente Rexroth ha testimoniato come testimone della difesa al processo per oscenità di Ferlinghetti per la pubblicazione di Howl. Rexroth è stato il promotore dell’amicizia tra Ginsberg e Snyder. Lawrence Ferlinghetti ha nominato Rexroth come uno dei suoi mentori.

Passione senza rivoluzione non è che la rovina del piacere 

Lavoriamo, mangiamo, leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci svaghiamo, assorbiamo cultura, siamo oggetto di cure e di premure e in tutti questi momenti sopravviviamo come piante di appartamento. Sopravviviamo contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema totalitario e disumano, una religione di cose e di immagini, che ci recupera sempre e ovunque per aumentare i profitti e le briciole di potere della classe burocratico-borghese. Né giovani né vecchi, nella spettralità sempre uguale della sopravvivenza, solo individui più o meno viventi. I nostri nemici sono tutti coloro che credono e fanno credere che un cambiamento globale è impossibile, sono i morti che ci governano e quelli che si lasciano governare. Non saremmo che delle protesi atte a far sopravvivere il sistema della merce se, a volte non ci risentissimo sospinti verso noi stessi, colti dal bruciante desiderio di vivere appassionatamente. Allora non più passioni vissute per procura, frustrazioni accettate, immagini pietrificate che congelano i nostri desideri. I momenti autenticamente vissuti e i piaceri senza riserve, unitamente al rifiuto di ciò che li intralcia e li falsifica, sono altrettanti attacchi portati al cuore del sistema mercantile; si tratta solo di dare loro maggiore coerenza per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
Creando appassionatamente le condizioni favorevoli per il libero sviluppo delle passioni, vogliamo distruggere tutto ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che permette tutte le altre. Passione senza rivoluzione non è che la rovina del piacere. 

giovedì 5 marzo 2020

UN'ARCHITETTURA DELLA VITA

Utilità e funzione resteranno sempre il punto di partenza di ogni critica formale; si tratta solo di trasformare il programma della funzionalità. 
I funzionalisti ignorano la funzione psicologica dell'ambiente...la vista dell'esterno delle costruzioni e degli oggetti, che ci stanno intorno e da noi utilizzati, ha una funzione indipendente dalla loro effettiva utilità. I razionalisti funzionalisti hanno, in ragione delle loro idee di standardizzazione, immaginato di poter arrivare alle forme definitive ideali dei differenti oggetti utili all'uomo. L'evoluzione di oggi mostra che questa concezione statica è sbagliata. Si deve arrivare ad una concezione dinamica della forma, si deve vedere la verità in viso per cui ogni forma umana si trova in uno stato di trasformazione continua. Non si deve, come razionalisti, evitare questa trasformazione;  il fallimento di costoro sta nel fatto di non aver capito che il solo modo di evitare l'anarchia del cambiamento   sta nel rendersi conto delle Leggi per cui questa trasformazione si  opera e nel servirsene. 
È importante comprendere che tale conservatorismo delle forme e puramente illogico perché non causato dal fatto che non si conosca la forma definitiva e ideale dell'oggetto, bensì dal fatto che l'uomo si inquieta se non trova una parte di "già visto" nel fenomeno sconosciuto… il radicalismo delle forme è causato dal fatto che la gente si annoia se non trova qualcosa di inusitato nel conosciuto. Si può trovare questo radicalismo illogico come fanno gli standardizzatoti ma non si deve  dimenticare che la sola via verso la scoperta è data da questo bisogno dell'uomo. 
L’architettura è sempre l'ultima realizzazione di una evoluzione spirituale è artistica; essa è la materializzazione di uno stadio  economico. L'architettonico è il punto di realizzazione ultimo di ogni tentativo artistico perché creare un'architettura significa formare un  ambiente  e fissare un modo di vita. 


IL COLTELLO IN TESTA di Reinhard Hauff

L'uomo si chiama Hoffmann, fa il biochimico a Monaco. non si occupa di politica. Il suo dramma comincia il giorni, in cui, durante uno scontro fra giovani e polizia, andando in cerca di sua moglie  Ann da cui vive diviso viene ferito alla testa da un poliziotto. Ricoverato in clinica con una pallottola nel cervello, l'uomo deve riacquistare la memoria e ritrovare l'uso della parola. Aiutandosi da solo, nonostante le cure, perché la polizia lo sospetta d'essere un terrorista simulatore e gli estremisti (fra i quali c'è Volker, l'amante  di sua moglie) cercano di utilizzarlo per la loro politica. A poco a poco Hoffmann torna quasi normale, ma ha soprattutto bisogno di verità: di sapere che cosa davvero accadde al momento del ferimento — la polizia sostiene che lui a sua volta ferì un agente dell'ordine —  e di vincere la paura di saperlo. Non gli basta che durante un confronto in ospedale il poliziotto ferito lo abbia riconosciuto: l'interrogatorio è stato condotto in tal modo che forse anche il suo accusatore è rimasto vittima della paura. Nè vuole seguire i consigli, tutt'altro che disinteressati, di Volker o farsi prendere al laccio della vanità quando, in ospedale, c'è qualcuno che, credendolo un nemico della polizia, se ne rallegra e gli chiede l'autografo. Quanto a sua moglie, ora ne diffida e ora torna a sentirla vicina. Finisce che, camuffato da medico, Hoffmann scappa dall'ospedale col proposito di riprendere il lavoro nel suo laboratorio. Invece Ann lo porta in campagna e avverte l'ambulanza. Sia pazzo o no, l'uomo ha nell'ultima scena la  pistola  puntata sul poliziotto che sparò contro di lui. La scoperta della verità si paga con la violenza. 
Il Coltello in Testa è un film duro e amaro, ma intelligente e ben fatto. Ispirandosi in parte al caso di RudiDutsche, il regista Reinhard Hauff, sviluppa un discorso sulla paura, il coltello che tutti abbiamo in testa, con uno stile narrativo di matrice realista ben confacente ai tempi sinistri in cui viviamo, dove il potere e il contropotere,  simbolizzati dal mito dell'Ordine e della Sovversione, minacciano di azzerare la  personalità dell'individuo.
In primo luogo c’è la Germania Ovest disorientata dal crepuscolo degli anni Settanta. Un Paese che annaspa nel pieno vortice dei propri anni di piombo, da una parte le azioni firmate con la stella rossa sormontata da un mitra della RAF, i sequestri e il sangue, dall’altra la polizia politica, le repressioni, l’ipocrisia delle “ragioni di stato”, le ingiuste persecuzioni e qualche morte misteriosa: quando la cura supera il “male”. Il clima pesante di una fase storica di stallo, incertezza e ambiguità, dagli attentati alla profusione di abusi e soprusi da parte del potere. Nella Bavaria immediatamente successiva al caso Schleyer e al dirottamento Lufthansa, con la successiva liberazione di tutti i passeggeri e i suicidi (presunti) dei militanti RAF in carcere a Stoccarda, Hauff ambienta un noir politico a tinte fortemente neorealiste che fa della straordinaria fisicità di Bruno Ganz il grimaldello per esplorare una società e una fase storica. Ed è incredibile rendersi conto di come, quarantadue anni dopo, lo schermo permetta ancora di respirare lo stesso clima di inquietudine, sospetto ed incertezza.
Quello di Hauff è un film profondamente umano, nella sua potenza politica, perché la ricostruzione di una vita passa anche attraverso le debolezze, i rapporti con gli altri, l’affetto di una moglie nonostante tutto, i seni delle infermiere come strada verso la normalità. Il personaggio di Hoffman è un bambino impaurito che ritrova solo gradualmente il proprio corpo, la propria mente e la propria dignità, ma non perde mai la sagace ironia né la fisicità delle emozioni. Ganz riesce a esprimere una sofferenza fisica e psicologica capace di donare vita e dignità dai primi giorni di terapia intensiva fino alla guarigione. Semplicemente, a un certo punto in una strada buia di Monaco di Baviera Hoffman vede di nuovo la libertà, salvo rimetterla in discussione per ribaltare i ruoli iniziali e presentarsi a casa del poliziotto che gli aveva sparato: la ricerca di una verità impossibile, la sete di giustizia. 


L’Anarchismo come soluzione

Il pensiero anarchico – in senso proprio, non metaforico – cioè il pensiero di quei «folli dell’anarchia», di quei «fanatici della libertà» che hanno turbato sonni ortodossi e ispirato sogni ribelli, quel pensiero anarchico che oggi viene riscoperto come «libertarismo debole» (nobilitazione di un banale liberalismo o riciclaggio di un sinistrese post-comunista) è pensiero ben più complesso e multiforme di quanto una critica quasi sempre superficiale e una semplicistica divulgazione farebbero credere. Una complessità che certo nasce dalla natura irriducibilmente non dogmatica di quel pensiero, ma anche dalla complessa varietà storica, geografica e sociale del movimento anarchico che è nato da quel pensiero e che quel pensiero ha, a sua volta, prodotto. L’anarchismo, infatti, è stato un grande movimento a valenza internazionale e ad ampio spettro sociale; un fenomeno storico di rilevanti proporzioni che necessita ancora di una riflessione storiografica adeguata. Dalla Russia agli Stati Uniti, dall’Italia al Giappone, dalla Spagna alla Svezia, dalla Francia alla Cina, dalla Corea all’Argentina, dalla Germania al Brasile il movimento anarchico si è espresso in organizzazioni culturali, sindacali, politiche, educative, economiche che hanno coinvolto o influenzato milioni di persone. È stato attivamente presente in alcuni momenti decisivi della storia europea e mondiale: nella Prima Internazionale, nella Comune di Parigi, nella Rivoluzione russa, nel movimento consiliare degli anni Venti, nel sindacalismo latino-americano, nella Rivoluzione spagnola…
L’anarchismo è il risultato del plurimo incrocio tra l’onda lunga della secolarizzazione illuministica, con il suo inesorabile e progressivo «disincanto del mondo», e i due effetti storici che ne hanno avallato e scandito la progressione: la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese. Culmine culturale ineludibile di questo formidabile intreccio, tutto segnato da una dimensione continuativamente rivoluzionaria, nel significato più esteso del termine, l’anarchismo è dunque – e non potrebbe essere diversamente – l’estremo punto di tale processo. La negazione trasversale di ogni autorità divina e umana, la critica del principio di autorità a ogni livello delle sue determinazioni storiche date e a ogni livello delle sue determinazioni storiche possibili, la critica cioè dell’esistente e di ogni futuro informato dagli stessi principi, pongono l’anarchismo sulla labile frontiera che divide i lembi estremi dell’esercizio rivoluzionario della critica in tutte le sue forme dalla più problematica e ineffabile terra di nessuno del nichilismo.
L’anarchismo è invece la soluzione diversa dalla democrazia perché va molto più in là del socialismo, in quanto ritiene che la rivoluzione non sia tanto nelle cose (e se lo è, questo è un aspetto secondario) quanto nell’ordine della libertà come inizio di una nuova storia, come fondazione irreversibile del farsi della libertà come libertà assoluta. La rivoluzione è l’estrinsecazione di questo futuro e di questa nuova storia, la manifestazione visibile e reale della capacità umana di far coincidere, in un medesimo incrocio spazio-temporale, il senso e la potenzialità dell’azione emancipativa dell’uomo. La rivoluzione anarchica non conosce la distinzione tra tempo storico e tempo rivoluzionario: essa intende inverare il primo nel secondo, interrompendo chiliasticamente la logica del potere con l’eliminazione immediata e totale di ogni possibilità riproduttiva dell’autorità sotto qualsiasi forma.