Con I pugni in tasca, siamo coinvolti nel furore d’un giovanotto in rivolta contro tutti quei valori morali e sociali che la tradizione ha racchiuso nella famiglia. Marco Bellocchio non se la prende soltanto con la borghesia di provincia. Quest’ambiente gli serve per comodo autobiografico, per le risorse delle tinte grigie, e anche per la moda di andare a cercare in provincia l’origine di ogni vizio. In realtà egli spara a 360 gradi: è proprio l’istituto familiare che gli sembra giunto al tragico crollo, dacché continua a porsi come microcosmo dove l’individuo è costretto a trovare il principio e la fine della propria ragion d’essere. Ma Bellocchio non s’avventa solo contro la famiglia ma soprattutto contro ogni tipo di società in cui si valga nella misura in cui si è utili. È il buttare al fuoco un certo tipo di religiosità, un certo tipo d’educazione cattolica, quella dei collegi in cui il regista è cresciuto. La morte si rivela come l’evento trasformatore: rompe equilibri, rapporti di forza, per ricostruirne altri. Sandro è un ragazzo che uccide anche soltanto per la curiosità di disordinare un ordine venuto a noia e di vedere l’ordine nuovo.
Il ’68 è vicino, e la rivolta è nell’aria.

