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giovedì 21 maggio 2026

L’attentato del 1961 al consolato spagnolo di Ginevra

Un episodio di solidarietà internazionale antifranchista

Martedì 21 febbraio 1961, il quotidiano ginevrino “La Suisse” esce con un’edizione speciale: poco prima delle 4 di quella mattina ci sono state delle esplosioni al consolato spagnolo, vicino alla route de Chene. Questo attentato è d’altronde ripetutamente firmato. La sigla FAI [Federación Anarquista Iberica] è scritta in vernice nera sui muri, sul marciapiede, sulla porta stessa del consolato. Sono visibili anche altre scritte, in nero o in bianco, fin sull’asfalto della strada, come “Morte a Franco”, “Viva l’anarchia”, ecc. Sei bottiglie molotov hanno fatto qualche danno materiale, altre non sono esplose. Il 23 febbraio Claude Richoz, sullo stesso quotidiano, si ricorda di aver letto il Manifesto del gruppo anarco-comunista-rivoluzionario, distribuito a Ginevra poco tempo addietro, che si apre con una citazione di Kropotkin: “Un solo atto può fare più propaganda di migliaia di opuscoli”. Due settimane più tardi la “Tribune de Genève” può titolare: “In prigione i bombaroli del consolato spagnolo”. Dopo vane ricerche negli ambienti spagnoli della città, la polizia ha arrestato i quattro membri del Gruppo Ravachol, che le erano peraltro noti da più di un anno. Dopo la vittoria del generale Franco, nel marzo del 1939, i partiti e le organizzazioni di sinistra europee hanno continuato a sostenere, attivamente o solo a parole, il campo repubblicano spagnolo. Delle centinaia di migliaia di rifugiati spagnoli molti hanno trovato asilo in Francia o nelle Americhe; altri hanno scelto l’Unione Sovietica. Socialisti, comunisti, anarchici hanno ricostituito in esilio i loro partiti e i loro sindacati, pur in condizioni materiali ancora precarie. Tuttavia, per una ventina di anni si sa poco in Svizzera della situazione dell’interior, della Spagna. Pochissimi esiliati spagnoli hanno trovato rifugio in Svizzera e sono rari gli spagnoli che hanno i mezzi o il permesso di viaggiare e la loro presenza resta insignificante. Il Parti du travail e la sinistra socialista e sindacale aderiscono in teoria alla parola d’ordine del boicottaggio del turismo in Spagna, ma il governo elvetico è stato uno dei primi a riconoscere Franco nel 1939. Per vent’anni migliaia di guerriglieri hanno passato clandestinamente i Pirenei, hanno fatto propaganda, agitazione, attentati, hanno cercato di destabilizzare il regime. E molti hanno pagato le loro azioni con la vita. La grande stampa non ne parla. Nel 1959, pressata dalle difficoltà economiche e politiche, la Spagna comincia a rilasciare più facilmente i passaporti ai suoi emigranti, in particolare viene abolito il visto tra Spagna e Svizzera. Si stima che l’anno successivo siano 80.000 gli emigrati alla ricerca di un lavoro all’estero, senza contare i 25.000 stagionali agricoli in Francia. Lo stesso anno, secondo il Congrès europeen pour l’amnistie, 246 persone sono state condannate per reati politici dai Tribunali speciali spagnoli, che hanno inflitto complessivamente 1.007 anni di carcere: cinque volte di più dell’anno precedente. Nel gennaio del 1961 diverse migliaia di lavoratori spagnoli arrivano in Svizzera, la metà si ferma a Ginevra. Alloggiano in pensioni, si ritrovano in locali religiosi o nelle sedi di associazioni, non hanno contatti con la popolazione locale. Il loro numero si moltiplicherà per dieci nei dieci anni successivi. Sulla rivista francese “Esprit”, poco prima dell’attentato al consolato spagnolo, Jean-Jacques Langendorf, uno degli arrestati, aveva letto “un articolo che parlava della repressione, del terrore e della tortura nelle carceri franchiste: “Una nuova ondata di prigionieri politici, abbandonati dall’esterno e negati ufficialmente dalle autorità, si ammassa nelle carceri provinciali e nei penitenziari: El Duesco, Burgos, Ocana, San Miguel de Los Reyes. Essi si aspettano qualcosa di più del sostegno verbale degli amici benintenzionati che, a titolo individuale, ricordano al mondo ogni tanto la nostra esistenza. Avvocati, giornalisti, studenti, non solo di sinistra ma anche cattolici, liberali e perfino falangisti, vengono arrestati all’alba, pestati, incarcerati senza condanna, condannati senza appello. La Legge d’emergenza del 1943, sempre in vigore, equipara ogni attività politica al delitto di ribellione militare armata. Lo slogan fascista “Morte all’intelligenza” continua a regnare, nel silenzio e nell’ignoranza dell’opinione pubblica mondiale”. Quell’articolo ha suscitato in me una viva indignazione: ha in qualche modo attualizzato la questione spagnola. La lettura di quell’articolo ha dato uno scopo preciso all’azione che ci proponevamo e di cui abbiamo parlato nel nostro Manifesto”, dichiara Langendorf al giudice istruttore. Quando si tiene il processo, nel maggio 1962, nessuno ignora più la questione spagnola. I minatori e i metallurgici si sono messi in sciopero in tutta la Spagna, hanno addirittura “preso” Oviedo, capoluogo delle Asturie, trascinando nello sciopero decine di migliaia di altri operai. Escono allo scoperto un po’ in tutto il Paese delle organizzazioni cattoliche di opposizione: la JOC (Gioventù operaia cristiana) e la HOAC (Fratellanza operaia di azione cattolica). Si delinea un tentativo di alleanza tra i sindacati “storici”: la UGT (socialista), la CNT (anarchica) e la STV (basca). Nelle Asturie si costituiscono le Commissioni operaie (CCOO), di origine cattolica. Le università sono in piena agitazione, centinaia di studenti e di insegnanti vengono periodicamente arrestati. Si tengono in varie località d’Europa riunioni tra militanti dell’interior, dell’emigrazione e dei comitati di solidarietà. In Svizzera la UGT ha stretto un accordo con l’Unione sindacale svizzera e pubblica una “Información social española” che dà notizie sulla Spagna e fa una modesta opera di formazione politico-sindacale. Il Comitato svizzero per un’amnistia politica in Spagna, che ha sezioni a Zurigo e Ginevra, conduce un paziente lavoro di informazione e di raccolta fondi. Nella primavera del 1962 il giornale “Ravachol” (i suoi redattori, incriminati, sono in libertà provvisoria dal settembre del 1961) ha pubblicato un numero speciale sulla Spagna: Ci si trovano scritti di Albert Camus e Georges Bernanos, il già citato articolo di “Esprit”, documenti vari. Gli avvocati degli imputati hanno chiamato a deporre, al processo, testimoni di un certo peso: lo scrittore Leon Savary, il direttore del Musée des Beaux-Arts di Lausanne René Berger, il professor Robert Junod, il presidente della Ligue des Droit de l’Homme Henry Bartholdi, i vecchi anarchici André Bosiger e Carlo Frigerio, gli ex-anarchici diventati socialisti Georges Borel e Alex Burtin (presentato, quest’ultimo, come direttore tecnico della squadra ciclistica svizzera al Tour de France), Jean Zigler, di ritorno da un’inchiesta in Spagna per conto della Commissione internazionale dei giuristi, Miguel Sanchez Mazas, traduttore al Bureau International du Travail, arrestato in Spagna nel 1956 per avere firmato un manifesto che chiedeva la democratizzazione della scuola, e altri esuli e militanti spagnoli. Se il console, nel febbraio dell’anno prima, aveva segnalato alla polizia dei “sospetti” spagnoli (molti di loro furono espulsi dalla Svizzera, come pure 16 persone collegate a gruppi anarchici della regione ginevrina), al processo l’ambasciatore dichiara che “in Spagna non ci sono prigionieri politici”. Smentito clamorosamente dai testimoni: “Le carceri spagnole sono piene, ma sarà sempre l’intelligenza a vincere. Né le prigioni né i poliziotti potranno tenere in piedi il regime”. Il 22 maggio Jean-Jacques Langendorf, studente, Claude Frochaux, libraio, e Alain Lepère, tipografo, sono condannati a un anno di prigione con il beneficio della sospensione condizionale (il quarto complice era minorenne all’epoca dei fatti); hanno passato più di sei mesi in carcerazione preventiva. È il “processo al franchismo”, la “vittoria dell’antifascismo”, titola la “Voix Ouvrière”. Due giorni dopo, il Partito socialista ginevrino e il Partido socialista obrero español organizzano una manifestazione di solidarietà con il popolo spagnolo nella Salle du Fauburg…

 

giovedì 28 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLIV

1938 

23 settembre - Parlando a Ginevra alla Società delle Nazioni, il capo della repubblica spagnola Negrin chiede il ritiro delle Brigate Internazionali, che vengono tolte dal fronte, impiegate a cacciare gli occupanti delle terre e delle fabbriche (restituite ai proprietari) e infine sciolte. 

1939 

26 gennaio - Franco entra a Barcellona. Il 14 gennaio ha occupato Tarragona. 

22 febbraio - Mussolini ordina al generale Gambara, comandante delle truppe fasciste in Spagna, di fucilare tutti gli anarchici e i comunisti italiani catturati. 

15 marzo - Le truppe naziste entrano a Praga. La "Pravda" riporta il discorso di Stalin al XVIII congresso del partito: «Inghilterra e Francia vogliono seminare la discordia tra l'URSS e la Germania». 

1° aprile - Cessano ufficialmente le ostilità tra la repubblica spagnola e l'esercito fascista vincitore guidato dal generale Franco. Il 28 marzo è caduta Madrid, il 30 Valencia, ultima roccaforte repubblicana. Radio Burgos annuncia: «La guerra è finita». È costata un milione  di morti; centinaia di  migliaia sono i profughi in Francia, ove vengono brutalmente rinchiusi in campi di concentramento. 

22 agosto - Molotov per conto di Stalin e Ribbentrop per conto di Hitler firmano al Cremlino un patto di non aggressione decennale, che è chiaramente un patto di aggressione contro la Polonia. 

1° settembre - Scoppia la seconda guerra mondiale. Hitler invade la Polonia, che poi spartisce con Stalin con cui ha firmato un trattato. In difesa della Polonia entrano in guerra la Francia e l'Inghilterra. L'Italia fascista aggredirà alle spalle una Francia già prostrata il 10 giugno 1940. Nel giugno del 1941 Hitler ammassa truppe al confine orientale: un colonnello dell'Armata Rossa responsabile del settore segnala il fatto a Mosca, ma viene fatto fucilare da Stalin come «provocatore intenzionato ad alterare i buoni rapporti tra URSS e Germania». Pochi giorni dopo le truppe naziste dilagano nell'URSS e approfittando dello smarrimento del partito comunista decimato dai processi del 1936-38 e dell'Armata Rossa paralizzata dagli ordini di Stalin, giungono fino alla periferia di Mosca. La guerra con la Germania costerà all'eroico popolo russo 22 milioni di morti. - Muore suicida a New York il poeta e drammaturgo Ernest Toller. Nato a Poznan da famiglia ebreo-polacca nel 1893, Toller prese parte attiva alla rivoluzione spartachista del 1918-19 ed ebbe responsabilità nella repubblica dei Consigli a Monaco di Baviera, per cui fu poi condannato a cinque anni di carcere. Travolto dalla miseria e dall'ascesa dello stalinismo e del nazismo, vittima dello sconforto si uccide dopo avere dato alla causa della «rivoluzione sociale del secolo ventesimo» drammi indimenticabili di tensione operaistica in forma espressionista come Uomo Massa (1921), I distruttori di macchine (1922), Oplà, noi viviamo! (1927), Spegnere le caldaie (1930). 



giovedì 21 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLIII

1937 

5 maggio - Vengono massacrati a Barcellona, da agenti stalinisti, gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri. Berneri, nato a Lodi nel 1897, si era rifiutato come insegnante di giurare fedeltà al duce; esule in Francia, era stato tra i primi ad accorrere in soccorso della repubblica spagnola attaccata da Franco. Promotore della prima colonna di volontari italiani, ha combattuto al Monte Pelato. Redigeva a Barcellona il giornale in lingua italiana "Guerra di classe". Stava scrivendo un opuscolo su Mussolini alle Baleari, sulla scorta di documenti trovati al consolato italiano di Barcellona che provano l'invio di aiuti sovietici (grano) all'Italia fascista che stava aggredendo l'Etiopia. L'ostilità degli stalinisti nei confronti di Berneri era aumentata dopo che l'anarchico italiano aveva scritto una lettera aperta a Federica Montseny, ministro della sanità nel governo centrale, in cui esprimeva il dissenso della base alle scelte della CNT. 

Giugno - Vengono arrestati i capi del POUM in Spagna. La persecuzione contro i militanti del POUM (definiti trotzkisti anche se Trotzki non è sulle loro posizioni) culmina nell'uccisione di Andrés Nin compiuto da agenti della NKVD, la polizia segreta sovietica. Nin, che era stato uno dei segretari di Trotzki, si era allontanato dal vecchio capo bolscevico, e aveva fondato il POUM, partito minoritario di rivoluzionari intransigenti nella difesa della democrazia operaia, che conta oltre 40 000 aderenti e ha al fronte una divisione di volontari antifranchisti. Scrive lo storico inglese Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola (Torino 1963): «Nin era prigioniero di Orlov, capo della NKVD, a Alcalà. Si rifiutò di firmare qualsiasi documento che riconoscesse la colpevolezza sua e dei suoi amici. Orlov non sapeva più che fare... Alla fine Vittorio Vidali (Carlos Contreras) suggerì di fingere un attacco "nazista" per liberare Nin. Così, in una notte oscura, dieci tedeschi delle Brigate internazionali assaltarono l'edificio in cui Nin era rinchiuso, parlando con ostentazione in tedesco durante il finto attacco. Nin fu portato via in un furgone e assassinato». 

Agosto - Una circolare del governo repubblicano vieta qualsiasi critica da sinistra all'Unione Sovietica e al suo capo. Il 10 agosto viene sciolto il Consiglio di difesa d'Aragona, ultimo organo di potere rivoluzionario rimasto in Spagna. Il suo presidente Joaquin Ascaso (fratello di Francisco) viene arrestato. Il ministro stalinista Uribe manda l'undicesima divisione contro i comitati di villaggio aragonesi e scioglie i collettivi agricoli. - Il SIM (Servizio de Investigación Militar), controllato dai comunisti, costituisce nella Spagna repubblicana proprie prigioni e campi di concentramento che si riempiono di anarchici e «deviazionisti di sinistra». Il generale Lister in applicazione della legge Uribe va con le Brigate Internazionali a sciogliere le comuni agricole gestite dai contadini poveri. L'anno successivo rientreranno i grandi proprietari terrieri e il governo abrogherà definitivamente la collettivizzazione delle terre che verranno restituite ai padroni.

Nel contempo viene eliminato il controllo operaio nelle fabbriche della Catalogna. Si riprende a pagare i dividendi agli azionisti stranieri; la paga del soldato semplice è ribassata da 10 a 7 pesetas e lo stipendio degli ufficiali aumentato fino a 100 pesetas; l'oltraggio al superiore è di nuovo punito con la pena di morte. Vengono ripristinati gradi, saluto militare, divise e tutte le vecchie gerarchie, nella fabbrica, nell'esercito e nella società della Spagna repubblicana. La vera guerra civile termina cosi, quasi due anni prima della fine ufficiale delle operazioni militari tra Franco e Negrin. - Ricostruendo la storia a posteriori, la rassegna della stampa "Inprecor" edita a Mosca scrive che "La Batalla" (organo del POUM) aveva ordinato alle sue truppe di lasciare il fronte facendo cosi il gioco di Franco. Si tratta di una ennesima menzogna che ha lo scopo di calunniare le forze della sinistra spagnola: in realtà sia il POUM sia i trotzkisti (bolscevico-leninisti) avevano appoggiato gli operai di Barcellona ma li avevano invitati a non sospendere lo sforzo bellico diretto contro il franchismo. "La Batalla" del 6 maggio ha pubblicato infatti l'ordine che nessun contingente di truppe doveva abbandonare il fronte, assieme all’adesione dei dirigenti del POUM al proclama degli «Amici di Durruti» che chiedeva la formazione di un consiglio rivoluzionario, la  fucilazione dei responsabili dell'attacco alla centrale telefonica, il disarmo della Guardia civil. Durante i combattimenti un volantino diffuso dai trotzkisti il 4 maggio diceva: «Tutti alle  barricate! Sciopero generale di tutte le industrie, meno quelle della produzione bellica». Era esattamente quello che il proletariato di Barcellona stava facendo. La stampa stalinista inventa un complotto «anarco-trotzkista» per spiegare le barricate erette dagli operaidi Barcellona in maggio a difesa delle loro posizioni attaccate dal tentativo premeditato di infrangere il potere della CNT in una sola volta. Che si tratti di questo lo prova il fatto che due giorni dopo l'assalto alla Telefònica di Barcellona è avvenuta l'occupazione del palazzo dei telefoni a Tarragona da parte delle forze di polizia su ordine della Generalidad, e come a Barcellona in varie parti della città squadre di Guardie civil e 115 militanti del PSUC occuparono, non appena scoppiati gli scontri, gli edifici situati in posizioni strategiche. Mentre la stampa stalinista si scatena a rappresentare i fatti di Barcellona come un'insurrezione di «anarchici e trotzkisti traditori che pugnalavano il governo spagnolo alla schiena», il giornale dei vertici CNT "Solidaridad Obrera" continua a condannare le barricate. Ma i dirigenti della CNT non traggono alcun profitto dalla loro condotta rinunciataria: lodati per la loro fedeltà, vengono tuttavia estromessi  dal governo e dalla Generalidad alla prima occasione. 



giovedì 14 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLII

1937 

Termina, in corte di cassazione, il cosiddetto processo di Bordeaux a carico di un gruppo di giovani anarchici che si erano sottoposti a vasectomia nell'intento di non avere figli «per non fornire carne da cannone ai capitalisti ». Mancando in Francia una legislazione in proposito, la vasectomia viene assimilata a «coups et flessure volontaires», ferite auto-inferte. Le pene detentive sono piuttosto leggere. Viene però colpito d'espulsione l'unico medico del gruppo, il dottor Bartoseck, austriaco. In seguito sarà vietata in Francia la sterilizzazione per contraccezione, salvo motivi di salute clinicamente accertati, esattamente come l'aborto terapeutico. Il processo costituisce un precedente di controllo delle nascite sull'uomo anziché sulla donna, e anticipa le polemiche che si avranno col  processo di Bobigny nel 1973 sull’aborto, e che porteranno alla legge «liberale» del 1975 in materia di anti-fecondazione. Gli anarchici ribadiscono in tale circostanza la loro opposizione alla riproduzione incosciente, riprendendo i temi del neo-malthusianesimo. 

Febbraio, marzo - La base della CNT-FAI si oppone alla politica compromissoria e collaboraziosistica della direzione. L'opposizione rivoluzionaria all'interno dell'anarchismo spagnolo (gli «Amici di Durruti») provvede alla stampa di una propria pubblicazione: "El Amigo del Pueblo". 

27 aprile - Assemblea alla sede del gruppo Malatesta di Barcellona di anarchici reduci dal fronte che intendono confermare a Berneri e agli altri leader quanto siano fondate le voci sulle intenzioni governative di disarmare le milizie e il proletariato barcellonese per ripristinare anche in Catalogna il potere dell'esercito e della polizia. In sordina, comincia l'ultimo atto della «guerra civile all'interno della guerra civile». Forze di polizia e operai cercano di assicurarsi il controllo della città e di disarmarsi a vicenda. Mentre la Catalogna non riceve dalla Russia le armi promesse, forze governative armate   perfettamente, che avrebbero potuto occupare Saragozza con Durruti, restano a Barcellona pronte a sostenere la provocazione comunista contro gli anarchici e le forze di base. 

3 maggio - Cominciano gli scontri armati nelle strade di Barcellona tra i vari corpi di pubblica sicurezza legati ai comunisti e al governo, e gli anarchici. Mentre è vivissimo nei ceti operai il risentimento per il crescente contrasto tra ricchezza e povertà, e s'accentua la sensazione che la rivoluzione venga ormai apertamente sabotata e che il provvedimento di disarmo degli anarchici preluda alla confisca e alla riprivatizzazione delle fabbriche, il governo decide di cominciare la prova di forza con la conquista della Telefonica. La Centrale telefonica dallo scoppio della guerra funziona per l'autogestione degli operai, in prevalenza aderenti alla CNT. Il pretesto ufficiale è l'insufficienza del servizio e l'insinuazione che le comunicazioni governative vengano controllate. Il capo della polizia Salas manda tre autocarri di Guardie civil a occupare l'edificio, mentre le strade adiacenti vengono sgombrate dalla polizia armata e in abiti civili. Contemporaneamente altri drappelli della Guardia civil occupano diversi edifici nei punti strategici. E il segnale dell'attacco finale contro la CNT da parte della Guardia civil e del PSUC (Partito Socialista Unificato di Catalogna, controllato dai comunisti). Il lavoro s'interrompe, squadre di anarchici armati scendono nelle strade. Nel corso della notte e l'indomani sorgono barricate in tutta la città. I combattimenti durano fino al 6 maggio. Le forze  della CNT-FAI e del POUM controllano i sobborghi operai; le forze di polizia e del PSUC occupano le zone centrali. Il 6 maggio un breve armistizio viene interrotto dal tentativo della Guardia civil di disarmare gli operai cenetisti. Fino alla sera del 5 maggio la CNT ha la meglio; durante la giornata gli «Amici di Durruti» distribuiscono volantini che incitano alla lotta in difesa della rivoluzione attaccata dalla polizia e dagli stalinisti. Forti contingenti della Guardia civil si arrendono agli anarchici. Ma ecco i dirigenti della CNT, che fin dall'inizio hanno sconfessato l'autodifesa armata intrapresa spontaneamente e che sono ancora rappresentati nel governo,  cadere nella trappola e unirsi a quelli della UGT per scongiurare gli operai di tornare al lavoro nell'interesse della produzione bellica. Il pomeriggio del 7 la situazione sembra tornata normale: ma quella stessa sera 6000 guardie d'assalto, mandate per mare da Valencia dal governo centrale, occupano la città. Il governo ordina la consegna di tutte le armi. In realtà vengono disarmate solo le forze ormai vinte della FAI e del POUM, perché il PSUC conserva le sue armi. Viene così schiacciata la rivoluzione di Barcellona, con 500 morti e un migliaio di feriti. Tra gli anarchici massacrati sono un nipote del pedagogista Ferrer e un fratello di Ascaso, Domingo. Nonostante l'atteggiamento conciliante dei vertici della CNT (che dichiara per bocca di García Oliver: «Non possiamo   far altro che attendere gli eventi e adattarci nel modo migliore»), la campagna contro gli «anarco-trotzkisti» non perde di intensità. Il conflitto offre l'opportunità al governo centrale (riparato a Valencia) di controllare direttamente la Catalogna. I comunisti considerano il primo ministro Cabalero troppo a sinistra e vogliono sostituirlo col socialdemocratico Negrín, nemico dichiarato della collettivizzazione e paladino della proprietà privata. La CNT è ridotta in pratica a una sopravvivenza fantomatica, mentre la FAI viene dichiarata organizzazione illegale; il ministro comunista Uribe chiede la messa fuori legge del POUM, aprendo la crisi che porta alla caduta di Largo Caballero. 



giovedì 7 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLI

1936 

Il 4 novembre - quattro rappresentanti della CNT entrano in qualità di ministri nel nuovo ministero presieduto da Francisco Largo Caballero: Juan Garcia Oliver alla Giustizia, Juan Peirò all'Industria, Juan Lopez Sànchez al Commercio e Federica Montseny Mané alla Sanità. In realtà sono due i ministeri concessi alla CNT: Industria e Commercio sono la stessa cosa, e la Sanità è soltanto una direzione generale. L'importanza delle posizioni tenute da socialisti, comunisti e altre forze legate al Frente Popular è molto superiore a  quella della Giustizia e dell'Industria e Commercio. La stampa cenetista esalta comunque l'evento, e "Solidaridad Obrera" di Barcellona parla dell'entrata della CNT nel governo centrale come di uno dei fatti «più trascendentali della storia politica spagnola» (4 novembre). Si tratta in verità di una vittoria della coalizione antifascista, a scapito della chiarezza della linea di classe. Ma tutto si svolge sotto l'assillo dell'offensiva franchista. Il 6 novembre il governo abbandona Madrid. La gente grida: «Viva Madrid senza governo» e il 13 applaude freneticamente  l'affranta, stanchissima   colonna Durruti che  prende posizione davanti alle truppe marocchine di Franco alla plaza de la Moncloa e al Parque del Oeste. La repubblica, cioè il generale Miaja, non gli concede neppure una notte di riposo. Comincia cosi una lotta disperata che va dal 13 al 19 novembre, giorno della morte di Durruti. Quel pomeriggio si reca a ispezionare le linee del suo settore alla città universitaria, davanti a Madrid. Dopo aver parlato con un gruppo di miliziani, nel risalire in auto cade riverso sui sedili senza dire una parola, il petto trapassato da una pallottola. L'agonia dura fino alle 4 dell'indomani. L'emozione in tutta la Spagna è enorme. Vengono fatte diverse ipotesi per spiegare la morte di Durruti. Ai suoi funerali - che si svolgono imponenti a Barcellona il 23 novembre – uno striscione anarchico dice: «Chi ha ucciso Durruti?». Mezzo milione di persone accompagna la salma al cimitero di Montjuich. I comunisti

parlano di una pallottola di un cecchino fascista; i fascisti sostengono che hanno ucciso il loro comandante gli stessi anarchici, fanatici individualisti infastiditi dal ferreo rigore organizzativo di Durruti. Gli uomini della sua colonna, che lo adoravano, accusano i comunisti. Pare che la verità sia più semplice, e cioè che un colpo di fucile sia sfuggito incidentalmente dal fucile stesso di  Durruti. Ma i libertari più intransigenti diffidano ormai di tutti - anche della CNT al governo. (Fonderanno il gruppo «Gli amici di Durruti» nell'intento di salvare la rivoluzione spagnola dai compromessi con la borghesia antifascista e con i comunisti succubi della politica ambigua di Stalin.) Ricardo Sanz prende il posto di Durruti a capo della colonna, che però viene smembrata; i comunisti hanno fretta di monopolizzare la condotta della guerra e non tollerano più intralci: esaltano Durruti a parole ma ne eliminano coi fatti ogni influenza postuma. La manovra giova oggettivamente ai giochi di Mosca. Nella Spagna antifascista le terre collettivizzate saranno restituite ai latifondisti, le fabbriche tolte agli operai e consegnate ai proprietari di ieri. Tutto ciò toglie entusiasmo alla lotta popolare contro l'esercito di Franco, che si avvia a una lenta, contrastata ma ormai sicura vittoria militare. Alla sconfitta sociale del proletariato provvederanno le forze congiunte della diplomazia sovietica, del fascismo internazionale, delle democrazie occidentali, della coalizione repubblicana di Madrid. Durruti non può più fermare l'avanzata della reazione. Ma dopo la sua morte migliaia di altri spagnoli con le sue idee e il suo coraggio cadono nella lotta sul duplice fronte. Perché Durruti, tipico castigliano nelle doti positive e nei difetti, nella bontà come nella violenza e nel coraggio necessari per imporre il rispetto delle proprie idee, non è un duce, un generale, ma un uomo come tanti, uno spagnolo-simbolo che assolve a una funzione, come il Che Guevara ai nostri giorni. È rimasto fino alla fine un operaio: alla sua morte, non trovano neppure un vestito per l'ultimo viaggio; l'uomo che ha avuto tra le mani tanti milioni, non ha mai tenuto un soldo per sé. 

1° dicembre - Violenti scontri tra anarchici e stalinisti. Con la scomparsa di Durruti il partito comunista sa di poter accelerare ilsuo  controllo sul governo repubblicano. La CNT è ormai su posizioni difensive, e paga i compromessi del passato. 

15 dicembre - Ricattato dalla offerta condizionata di aiuti dall'URSS, il governo aderisce a ogni richiesta comunista: il Consiglio supremo di sicurezza centralizza la polizia politica, che passa nelle mani di «specialisti» giunti da Mosca. 

17 dicembre - A Mosca la "Pravda" annuncia in un articolo di fondo: « In Catalogna è già cominciata la pulizia dai trotzkisti e dagli anarco-sindacalisti. Essa verrà condotta con la stessa energia che nell'Unione Sovietica». È il preludio al massacro delle sinistre rivoluzionarie. 

24 dicembre - Il governo repubblicano spagnolo decreta il divieto di portare armi: è in pratica la fine di ogni forma di autodifesa popolare. 

27 dicembre - Il partito comunista scatena una violenta campagna di diffamazione ai danni del POUM (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista), piccolo partito di sinistra non allineato alle direttive di Mosca. Il POUM viene accusato di essere agli ordini di Franco. L'enormità delle calunnie provoca smarrimento, confusione e divisione nelle file dei combattenti anti-franchisti: si diffonde anche nella Spagna repubblicana, nelle città come nelle trincee, l'avvilente clima di «sospetto» tipico della dittatura staliniana. Comincia, in forme ancora  occulte, l'eliminazione alla spicciolata degli elementi dell'estrema sinistra. 



giovedì 31 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XL

1936 

Mentre le masse premono per la collettivizzazione, i capi dell'anarchia cominciano a vacillare, non credono più realizzabile il programma della vigilia. La spontaneità rivoluzionaria delle masse non trova sbocco organizzativo coerente. Durruti se ne rende conto. Gli dà fastidio il carattere burocratico del Comitato Centrale delle milizie. Capisce che li dentro la rivoluzione non si farà mai. Preferisce tornare a combattere. Forma la sua colonna, la colonna Durruti, e parte per il fronte d'Aragona, deciso a fermare l'offensiva fascista. "È il 24 luglio 1936. Una colonna di 3000 volontari, che man mano s'ingrossa. Sono nella maggioranza operai, armati solo di fucili. Emilienne insegue il marito su un camion. Durruti pensa soltanto al combattimento, è ossessionato dall'idea di liberare Saragozza, capitale dell'Aragona, caduta nelle mani dei fascisti. Un punto strategico, e una città carica di tradizioni libertarie. Per tenerla i franchisti impiegano i volontari più reazionari, i fanatici Réquetés di Navarra. Durruti vuole giungere in tempo per salvare la popolazione, ma la città è già un cimitero. Si accampa a venti chilometri, a Bujaraloz, sulla riva dell'Ebro. Avesse potuto occupare subito Saragozza, avrebbe raggiunto Bilbao sulla costa atlantica e la guerra sarebbe finita forse con la vittoria degli anarchici. Ma nessuno, da Madrid, lo aiuta. Come comandante Durruti si rivela cauto, attento ai consigli; non è un generale, ma un coraggioso combattente del popolo. Non è un sanguinario, non fa ammazzare alla cieca fascisti e preti. Cresciuto nella guerriglia urbana, deve adattarsi alle regole dell'organizzazione militare che controlla una vasta zona e ha di fronte a sé un fronte tenuto da militari di carriera. Durruti si batte contro l'improvvisazione e la demagogia, salva i parroci che la popolazione giudica innocenti, rimanda i volontari più esaltati:


e Qui non basta la forza fisica. Ci vuole un'organizzazione». 
La colonna Durruti è l'unica che avanza in direzione di Saragozza, ma ben presto resta isolata perché il governo non l'appoggia e non compie alcuna azione militare per alleggerire il sacrificio in vite umane, che è ingentissimo. Nel contempo si scatena sulla «colonna di ferro» di Durruti, leggendaria tra gli anarchici, tutto l'odio e la diffamazione dei fascisti e dei moderati. Più cauti, i comunisti esaltano la comune azione antifascista. Solo i sovietici si concedono qualche sfottitura: Durruti è dipinto nelle corrispondenze piene di menzogne del russo ll'ja Erenburg come un ingenuo a oltranza. Ma nell'autunno del 1936 la CNT conta nelle proprie file i tre quarti dei lavoratori catalani, è una forza che non si può ignorare. I capi della CNT  e della FAI sono operai onesti e preparati; la diffamazione nei loro confronti risulterebbe controproducente. Meglio cercare di legarli a un impegno puramente antifascista, meglio dire che Durruti vuole l'unità con i comunisti e i repubblicani. E quello che il Fronte popolare riesce a far credere. Intanto il nome della colonna Durruti è diventato comodo paravento per scaricare sugli anarchici la responsabilità di tutto quanto di spiacevole una guerra comporta. Violenze, requisizioni, prepotenze commesse da qualsiasi formazione antifranchista vengono addebitate alla colonna Durruti, che è invece l'unica il cui comandante abbia fatto drasticamente cessare ogni forma di abuso nei confronti della popolazione civile. Durruti tiene fino a venti comizi al giorno per spiegare alle milizie i motivi della lotta antifranchista  e galvanizzare gli animi. La colonna, attrezzata di sanità e cucine, dispone di una tipografia da campo portatile e un settimanale proprio, "Frente" e di una potente stazione radio che diffonde notizie e commenti ed è conosciuta in tutta Europa; da tutto il mondo giungono i volontari attratti dalla fama di questi anarchici; si arruola nella colonna  Durruti anche la scrittrice francese Simone Weil. Quando  i fascisti si avvicinano a Madrid, Durruti decide di accorrere in sua difesa. Se Madrid cade il prestigio dei franchisti sale alle stelle. Durruti si batte per scongiurare il pericolo. Ma sa benissimo che la vittoria sul fascismo non chiuderà   la partita; afferma: «Forse, un giorno, il nostro governo tornerà ad aver bisogno dei militari ribelli, per schiacciare il movimento operaio. Per la pace e la tranquillità dell'Unione Sovietica Stalin ha abbandonato i lavoratori tedeschi e cinesi alla barbarie fascista. A Hitler e Mussolini rompiamo più le scatole oggi noi, con la nostra rivoluzione, di tutta l'armata rossa. Mostriamo col nostro esempio alla classe operaia tedesca e italiana come ci si deve comportare col fascismo. Non mi aspetto nessun sostegno, da parte di nessun governo del mondo, per una rivoluzione del comunismo libertario». 



giovedì 24 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXIX

1936 

Garcia Oliver, Francisco Ascaso, Antonio Ortiz e foyer guidano le operarazioni contro i militari filo-franchisti ritiratisi al Paralelo; bersagliato da cannonieri improvvisati, l'orgoglioso Goded deve arrendersi. I fascisti resistono soltanto in plaza de Cataluna, al palazzo dei telefoni. Li snida Durruti, che entra per primo nell'atrio della Telefonica; l'edificio viene rastrellato piano per piano. Il 20 luglio Durruti attacca la fortezza delle Atarazanas. E ferito alla testa e al petto, di striscio, da una fucilata. Viene portato dietro una barricata e medicato. Francisco Ascaso, fiancheggiato dai fratelli Domingo e Joaquin, si batte anche per lui. Vuol eliminare un nido di mitragliatrici che da una finestra del baluardo franchista delle Atarazanas fanno strage di anarchici. Francisco è convinto di poter centrare con un colpo di pistola il franchista appostato. Si lancia, cade in ginocchio, mira e spara. Ma mentre sta per rialzarsi una palla lo  colpisce alla fronte. Altri anarchici fanno tacere la mitraglia nemica. Ricardo Sana e Antonio Ortiz recuperano la salma di Francisco Ascaso. La sua morte segna anche la fine del vecchio gruppo, i cui membri saranno divisi dalle vicende della guerra civile. Bambini, donne, operai d'ogni età hanno partecipato, a Barcellona come a Madrid, agli scontri al fianco degli anarchici. Terminati i combattimenti, il 20 luglio, Durruti si reca al palazzo vescovile e salva la vita al vescovo di Barcellona che la folla voleva linciare; i tesori del palazzo li consegna interamente alla Generalidad. Cosi Durruti paga il suo debito con l'arcivescovo, che aveva sottoscritto una domanda di grazia per lui e Pérez Farvas, condannati a morte dopo la fallita rivolta di Saragozza (ottobre 1934). Da Barcellona sono sparite le divise, nessuno osa più parlare con arroganza ai sottoposti; anche i borghesi indossano per mimetizzarsi la tuta blu dell'operaio. Durruti ha gli occhi pieni di lacrime: la gioia della vittoria si vela del dolore per la morte di Ascaso, il compagno di tante battaglie, la lucida mente di tante imprese temerarie. Ma c'è ancora da fare. La folla incendia le chiese; Durruti riesce a salvare la cattedrale.

Null'altro viene distrutto, salvo la sede della compagnia marittima italiana Cosulich, dove s'erano asserragliati tiratori scelti italiani: gli operai l'hanno assalita e data alle fiamme. Si  scatena l'odio a lungo represso della gente per i preti e la ricca borghesia catalana. Molti sacerdoti sono uccisi, e cosi proprietari, capireparto e direttori noti per il loro atteggiamento anti-operaio. Gli stranieri sono risparmiati, ma la stampa europea si scatena contro gli anarchici e i militanti del POUM, definiti «gangster». Il presidente della Generalidad, Companys, che è stato in galera con Durruti, è ora rappresentante della borghesia, e cerca di intervenire, ma le truppe e i poliziotti passano alla FAI. Nella mattinata del 20 anche a Madrid la congiura fascista è stata spezzata. In tutta la Catalogna il potere è nelle mani della CNT-FAI. Si esercita però, di fatto, il doppio potere, perché gli anarco-sindacalisti non distruggono l'apparato statale della Generalidad. Ciò impedisce uno sviluppo effettivo della rivoluzione libertaria. Ma è soprattutto la congiura stalino-socialdemocratica che provoca la tragedia della Catalogna. Di fronte alla rivoluzione, il partito comunista e quello socialdemocratico si fondono e danno vita al PSUC (Partito socialista unitario di Catalogna); rafforzano il sindacato socialista, l'UGT, che usano come rivale della CNT, ricostituiscono l'esercito regolare, isolano e diffamano anarchici e trotzkisti, rimettono in piedi l'economia privata. Durruti esige via libera alla rivoluzione proletaria, e  Companys non osa contrastarlo, ma prende tempo e si accorda segretamente con le sinistre moderate. Tratta col comitato regionale della CNT: Durruti, Garcia Oliver, Joaquin Ascaso, Ricardo  Sanz, Aurelio FernAndez, Gregorio Jover, Antonio Ortiz e Valencia». Riconosce loro il merito di avere sconfitto i fascisti, li lusinga, li induce a collaborare con gli altri partiti, fonda con essi il Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste. I franchisti resistono a Saragozza: bisogna intervenire. Cosi, per inesperienza di politica dei comitati, gli anarchici lasciano ad altri il potere governativo. Durruti, ancora lacero per la battaglia, si trova a trattare con borghesi in giacca e cravatta, abili comunisti, melliflui liberali, demagoghi socialdemocratici. Il problema del «comunismo libertario» viene rimandato a dopo la vittoria sui fascisti. Durruti è d'accordo con Garcia Oliver: una dittatura anarchica scatenerebbe contro Barcellona il governo di Madrid e le potenze straniere. Federica Montseny, Diego Abad de Santillan e altri sono contrari alla collaborazione col governo. Escorza propone la collettivizzazione della terra e la consegna delle fabbriche ai sindacati. Due mesi passano in discussioni, mentre il potere si rafforza in istituzioni statali in cui gli anarchici vengono a trovarsi in minoranza. Essi si rinchiudono nei sindacati, come se l'epoca consentisse una prassi normale. Non promuovono la costituzione dei Soviet, di consigli in cui sarebbero entrati tutti i lavoratori delle città e delle campagne, anche i più poveri che non avevano mai fatto parte di alcun sindacato, e che nei Soviet si sarebbero trovati sotto la guida dei lavoratori rivoluzionari più evoluti. In tal modo l'apparato statale si sarebbe rivelato inefficiente, e sarebbe scomparso. Invece prevale l'esigenza moralistica di non sporcarsi le mani con la politica, di rifugiarsi nei sindacati; si lasciano rimorchiare dai più esperti politicanti di professione, e finiscono per diventare un inutile alleato. Contrari a ogni dittatura, lasciano che il potere torni nelle mani dello Stato.   



 

giovedì 17 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXVIII

1936 

Nell'ottobre 1934 a Saragozza e nei villaggi del nord la CNT proclama il comunismo libertario. Dopo alcune settimane la rivolta è spenta e Durruti viene arrestato con altri e condannato a morte per alto tradimento. Nel '36 la maggioranza è alle sinistre, grazie alla parola d'ordine della CNT: ognuno voti, o non voti, secondo la sua volontà. Quasi nessuno boicotta le elezioni: anche Durruti (che nelle elezioni del  novembre '33 era come tutti gli anarchici decisamente astensionista) stavolta è d'accordo con la CNT. Nel  '33 aveva vinto Gil Robles, un reazionario poco meno che fascista; nel '36 la vittoria delle sinistre significa anche la liberazione di 30 000 detenuti politici, in maggioranza anarchici, che sarebbero stati massacrati in caso di vittoria della destra. Durruti vive la vittoria elettorale del fronte popolare nella prigione di Puerto de Santa Maria; amnistiato, denuncia alle masse che nuovi  padroni sono giunti al potere, le ibridi componenti del fronte popolare, mentre il fascismo si prepara all'insurrezione. Si batte quindi per la costituzione di gruppi armati da opporre alla cospirazione fascista e allo statalismo socialdemocratico-stalinista. Ancor prima di luglio comincia l'istruzione alle armi, prevedendo con esattezza l'insurrezione di Franco. Intanto ha subito un'operazione d'ernia, è convalescente. Nel 1931 ha avuto una figlia, Colette. Durruti non trova lavoro ed Emilienne si arrangia come donna delle pulizie, poi trova un posto come mascherina in un cinema. Quando la moglie va a lavorare, Durruti si mette un grembiule, lava i piatti e prepara la cena per Colette ed Emilienne. Ripulisce la casa, fa i letti, fa il bagno alla piccola e la veste. Rimbecca un compagno: «Se credi che un vero anarchico deve starsene all'osteria mentre sua moglie lavora, vuol dire che ancora non hai capito niente». Il 4 marzo 1936 Durruti aveva  detto in un comizio al teatro Grande di Barcellona: «Gli anarchici hanno fatto vincere le sinistre per impedire un colpo di stato di destra. Il popolo non ha votato per i politici, ma per liberare i prigionieri. Ora, sulla questione degli scioperi diciamo alle autorità di Madrid e di Barcellona: lasciateci stare: comporremo noi stessi i conflitti con le fabbriche tessili e con la società tranviaria. Il governo non se ne immischi! Anzi, di fronte alle serrate, alla fuga dei capitali all'estero, avvertiamo il governo di non ostacolarci nella lotta contro l'offensiva dei capitalisti. Alla borghesia

diciamo: chiudete pure tutte le fabbriche: le occuperemo, le conquisteremo, perché è a noi che le fabbriche appartengono». Nello stesso comizio Francisco Ascaso ribadisce il concetto che anche con la vittoria elettorale delle sinistre il potere è rimasto nelle mani della borghesia: se la si lascia fare, anche i partiti di sinistra  dovranno svolgere una politica di destra: «Cosa farà il governo? Cercherà di far pagare il conto ai lavoratori. Il capitale fugge all'estero, le fabbriche chiudono. Ma il governo non espropria gli industriali. Noi allora elegge-remo, con tutti coloro che lavorano nelle fabbriche, comitati di produzione, esproprieremo le fabbriche che gli industriali chiudono e le manderemo avanti». La vittoria politica i inganno e illusione, se non è seguita dalla vittoria economica, dalla vittoria nelle fabbriche. Come risposta all'insurrezione fascista, gli  anarchici, armi alla mano, realizzano questo programma. La CNT fa circondare le caserme passate a Franco e si accorda con l'aviazione rimasta fedele alla repubblica: al primo cenno d'insurrezione fascista gli aerei le bombarderanno; i comitati di difesa e di quartiere subito dopo occuperanno le caserme. Il 19 luglio, all'alba, scatta il piano della congiura franchista: le truppe occupano i punti strategici della città al comando del generale Goded. Scoppia anche lo sciopero generale proclamato a Madrid dalla CNT. Il capo della polizia minaccia di far sparare sui lavoratori, che si sono riversati in armi nelle strade spezzando il piano fascista. Interviene Durruti e i poliziotti fraternizzano con gli operai. Sulle barricate erette in pieno Paralelo, al centro come alla periferia, ci sono non soltanto anarchici, ma socialisti, comunisti del POUM e perfino del partito controllato da Magra catalanisti; assieme alle forze di pubblica sicurezza e ai militari rimasti fedeli alla repubblica ma che accettano ora la guida popolare, si sorvegliano le vie di comunicazione. Disoccupati, sottoproletari, manovali si uniscono agli operai più evoluti, ai metallurgici, ai portuali, ai ferrovieri. Invano i franchisti cercano di aprirsi la strada facendosi scudo di donne e bambini. Spaventati, anche i borghesi gridano al passaggio degli anarchici: “e Viva la CNT! Morte al fascismo! Abbasso la Chiesa!”   



giovedì 10 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXVII

1936 

Il 2 luglio 1926 le autorità francesi annunciano di avere scoperto un complotto per assassinare il re di Spagna Alfonso XIII che il 14 luglio deve venire in Francia. Traditi da un compagno che doveva guidare il taxi nell'attentato progettato per vendicare il pedagogista libertario Francisco Ferrer, vengono arrestati Durruti, Ascaso e Jover. Condannati e richiesti da Spagna e Argentina, pende su di loro la minaccia dell'estradizione che il tribunale penale concede per l'Argentina. Non il garrote ma l'ergastolo nella Terra del Fuoco. Ma un'imponente mobilitazione popolare guidata da Louis Lecoin del comitato per la salvezza di Sacco e Vanzetti ottiene che i tre anarchici vengano accompagnati alla frontiera belga. Ma Belgio e Lussemburgo rifiutano di accoglierli. Anche l'URSS pone condizioni inaccettabili. I 3 anarchici tornano clandestinamente a Parigi.Nel 1927, appena uscito di prigione, Durruti  conosce a Parigi Emilienne Morin, una giovane anarchica che aveva seguito la campagna per la liberazione dei «tre moschettieri» (come la stampa chiamava Durruti, Ascaso e Jover). Emilienne e Buenaventura s'innamorano, e resteranno sempre assieme, senza sposarsi mai, come vuole la morale anarchica. Durruti trova lavoro a Lione, ma scoperto dalla polizia, è condannato a 6 mesi di carcere per avere contravvenuto all'ordine di espulsione. Avviato in Belgio, deve fuggire perché gli viene negato il permesso di soggiorno. Nel 1928 raggiunge con Ascaso, clandestinamente, Berlino. Qui conosce Rudolf Rocker, Fritz Kater e Erich Muhsam. Durruti insiste nella necessità della rivoluzione dal basso. È decisamente contrario al socialismo per decreto legge, e nel suo limitatissimo tedesco frammisto a parole spagnole e francesi cerca di spiegare gli errori compiuti dalla rivoluzione russa. Durruti è ormai un vero militante rivoluzionario, cosciente dei problemi sul piano generale, intellettuale, e pieno di energia fisica. E grande, forte come un atleta, con una testa bellissima. Ha una voce robusta, da tribuno, che sa anche argomentare con intelligenza e rigore e che conosce tane le sfumature della bontà e della tenerezza. Ha un solo vestito, rattoppato: dei milioni delle rapine alle banche non ha tenuto un soldo per sé. Nel 1930 può finalmente stabilirsi a Bruxelles con Ascaso ed Emilienne, avendo ricevuto il permesso di soggiorno. Di fronte alla forza di Durruti, alto e maschio, con folti capelli, Ascaso, stempiato e malinconico,

sembra ancora più piccolo e fragile. La sua dolcezza, la sua ironia, nascondono in realtà una grande energia. Lavora come meccanico in un'officina di pezzi di ricambio per automobili. E lui che progetta le azioni, calcolando ogni dettaglio, in modo che al coraggio e alla rapidità di Durruti vengano risparmiati, più possibile, rischi e incognite. Insieme, sono una coppia perfetta, invincibile, in cui la violenza è messa al servizio di un'idea libertaria, generosa, priva della minima traccia di egoismo. Qualche giorno dopo la proclamazione della repubblica, nell'aprile del 1931 Durruti piomba con Ascaso e Garcia Oliver a casa di una famosa anarchica spagnola, Federica Montseny (futuro ministro della repubblica durante la guerra antifranchista), in Barcellona. La Montseny, più cauta e possibilista, vuole lasciare alla neonata repubblica la possibilità di consolidarsi; i tre reduci dall'esilio affermano invece che se la repubblica borghese si consolida svaniranno le possibilità rivoluzionarie per i lavoratori. La Montseny riconoscerà in seguito, di fronte all'evoluzione degli eventi, che la posizione di Durruti era più giusta e lungimirante. La repubblica, infatti, legata a un timido riformismo, non riesce neppure a portare a termine la riforma agraria, problema fondamentale per la Spagna dell'epoca. Durruti è ora un uomo molto più tranquillo, gentile, dotato di una immensa energia ma consapevole dei grandi problemi che sovrastano il paese e in particolare il movimento operaio. Il 10 maggio il corteo degli anarchici raccoglie a Barcellona 100 000 persone; quello dei comunisti, che pure avevano inondato la città di manifesti, solo 6000. Davanti al palazzo della Generalidad il corteo anarchico è assalito dalla polizia. Gli operai rispondono al fuoco. Interviene l'esercito, ma Durruti convince i soldati a puntare le armi contro la polizia. Viene cosi evitato un massacro. Impegnati nella lotta contro l'apparato statale, gli anarchici tendono a sottovalutare il pericolo di un partito comunista controllato dagli stalinisti e fedele esecutore della politica estera di Mosca. Il quotidiano comunista “La Batalla” scrive in prima pagina: «FAI-ismo = fascismo»  e il dirigente socialdemocratico Fabra Rivas afferma: «Come mi piacerebbe fucilarli sul posto, Ascaso e Durruti!». Dopo un comizio a Gerona che entusiasma la folla per la forza e la semplicità dei sentimenti espressi, Durruti viene arrestato per «avere preparato a Parigi un attentato contro Alfonso XIII». La procura della repubblica finge d'ignorare che esiste un'amnistia generale e che la monarchia era stata rovesciata. La popolazione di Gerona insorge e assalta la prigione per liberare Durruti; sciopero generale, stato d'emergenza. Dopo 3 giorni di sciopero  Durruti viene rilasciato, ma con Ascaso viene  deportato in Africa. Fugge e torna alla lotta in Spagna; la repressione sociale con veste repubblicana continua ad abbattersi sul movimento operaio.



giovedì 26 settembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXV

1936 

8 settembre - Juan Lopez, dirigente della CNT, annuncia la collaborazione degli anarco-sindacalisti col governo centrale di Madrid e il loro appoggio al programma governativo. 

26 settembre - La CNT entra nel governo regionale catalano con 3 ministeri di poco conto. 

10 ottobre - La CNT approva lo scioglimento del Comitato centrale delle milizie. 

9 ottobre - La CNT approva i decreti che sciolgono tutti i consigli e comitati in Catalogna. 

20 novembre - Muore davanti a Madrid in circostanze misteriose il leggendario comandante anarchico Buenaventura Durruti. Operaio metalmeccanico, aveva combattuto per la rivoluzione fin dalla prima giovinezza. Era salito sulle barricate, aveva assaltato banche per finanziare il movimento, fondato librerie, lanciato bombe, rapito giudici. Era stato condannato a morte almeno tre volte in Spagna, in Cile e in Argentina. Aveva peregrinato per innumerevoli prigioni ed era stato espulso da otto paesi. Era nato a Léon, cittadina tra Madrid e Oviedo, nel 1896, in una famiglia proletaria: padre ferroviere, otto fratelli. Scolaro intelligente, d'animo buono e spavaldo insieme, comincia a lavorare a 14 anni per 25 céntimos al giorno. Il ragazzo protesta, la madre gli dice di ringraziare il padrone che gli insegna un mestiere. Studia la sera, va a lavorare in una fonderia, poi nelle ferrovie; partecipa allo sciopero del 1917 e viene licenziato. Allora va a  Parigi e vi rimane fino al 1920; renitente alla leva, viene arrestato al ritorno in Spagna. Ancora prima di conoscere la galera, ha conosciuto l'ingiustizia sociale e le idee anarchiche: a 14 anni, in fabbrica, è diventato amico di operai che venivano da lontano, dalle

Asturie, e che i giorni di festa dovevano raggiungere la famiglia a piedi, andare e tornare senza altri mezzi; tale era la vita dei lavoratori, in quei tempi, in Spagna. Nel 1917 è già il capo della rivolta armata al suo paese contro la Guardia civil. Licenziato e messo nelle liste nere, non trova più lavoro. Il sindacato, dominato dai socialdemocratici parlamentaristi, lo espelle. Durruti passa alla  CNT. In Francia, Durruti perfeziona la conoscenza delle idee socialiste e libertarie. Lavorando a Parigi tre anni come meccanico, ha modo di imparare dagli anarco-sindacalisti. Quando sente parlare di azioni guerrigliere contro la monarchia spagnola, ripassa il confine e s'aggrega a una banda anarchica. Prima di venire arrestato conosce Francisco Ascaso, Gregorio Jover e Garcia Oliver, cameriere e futuro ministro della giustizia della repubblica spagnola al tempo della guerra civile. Un giorno l'anarchico Manuel Buenacasa dice al giovane ribelle: «Tu puoi vivere solo a Barcellona, perché solo a Barcellona esiste una coscienza proletaria». Durruti si trasferisce a Barcellona. Qui da circa un decennio era stata fondata la CNT, l'unico sindacato al mondo in cui ciascuno dei gruppi locali gode di un'autonomia assai estesa, e in cui la base non è tenuta a obbedire ciecamente alle direttive della direzione. La CNT non tratta con la «controparte» per ottenere  miglioramenti economici; il suo programma consiste nel condurre una lotta di classe permanente dei salariati contro il capitale fino all'eliminazione di quest'ultimo. Non esiste apparato burocratico, nessuno è stipendiato con le quote degli iscritti (che sono minime nelle città e pressoché nulle nelle campagne: nel 1936, con un milione di aderenti, la CNT avrà un solo funzionario pagato). I quadri direttivi vivono del loro lavoro di operai, o sostenuti dai rispettivi gruppi di base. Non ci sono, cosi, «capi operai» isolati dalle masse, e il controllo nella base  è una realtà quotidiana. metodi di lotta vanno dall'autodifesa al sabotaggio, all'esproprio e alla rivolta armata. Questo pone il problema del passaggio alla clandestinità. Ma tutto un sindacato non può passare alla clandestinità. La CNT resta un'organizzazione di massa anche sotto le dittature militari, mentre quadri segreti organizzati, i Solidarios, si assumono i compiti dell'autodifesa, della raccolta delle armi e dei fondi, del terrorismo, della liberazione dei compagni incarcerati. La divisione dei compiti viene formalizzata nel 1927 con la creazione della FAI (Federación Anarquista Ibérica). Il prestigio della FAI è enorme tra gli operai, che specialmente a Barcellona mantengono l'abitudine della difesa armata, e fraternizzano sovente coll'ambiente portuale internazionale e con i vari ceti anche sottoproletari che vi gravitano, eredi di una lunga tradizione ribellistica violenta e banditesca. Per questo la polizia diffama il movimento anarchico definendolo prima un'accozzaglia di delinquenti comuni, poi una banda «al soldo di Mosca».



giovedì 19 settembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXIV

1936 

Ma gli anarco-sindacalisti e gli altri gruppi rivoluzionari minoritari, anziché presentare al secondo turno candidature operaie rivoluzionarie capaci di raccogliere un numero con siderevole di voti, preferiscono astenersi, lasciando coli il passo ai radicali. Come segno della loro carica antiborghese, le masse possono cosi  impor re, al posto del ministero Daladier, soltanto un  ministero Blum (Léon Blum è un vecchio social democratico che il fronte popolare ripresenta al le masse come autentico socialista). Ma il 24 maggio la manifestazione in memoria dei comunardi supera in grandezza tutte le manifestazioni popolari che Parigi ha visto finora. A Tolone e a Brest manifestazioni di piazza danno il primo segnale d'allarme. Le proteste dei soldati contro il rabiot (prolungamento del servizio militare) costituiscono una forma d'azione diretta di massa. Mentre Blum si accinge a formare il ministero un'ondata di scioperi dilaga per la Francia. Non trovando una direzione politica, gli operai avanzano senza di essa e procedono all'occupazione delle fabbriche. Il nuovo ministro degli Interni nel governo Blum, il sindaco socialista di Lilla, Salengro, dichiara (prima ancora di assumere il potere) che difenderà «l'ordine  contro l'anarchia». Anche  Blum, dice alle masse: «Io non sono Kerenskij. Se non cessate l'occupazione verrà non Lenin ma il fascismo». Nel luglio Salengro fa evacuare dal la polizia le fabbriche occupate dagli operai. Gli staliniani, guidati da Thorez e Cachin, appoggia no a fondo il governo Blum senza però entrarvi. Il movimento dell'occupazione, incastrato tra re pressione governativa e cedimenti sindacali, è in una strada senza uscita. Il colonnello La Rocque (noto dirigente dell'organizzazione reazionaria della Croix de feu che scatenò i moti del 6 febbraio 1934: alcune migliaia di fascisti e monarchici armati di pistole, manganelli e rasoi imposero il governo reazionario di Domergue, Tardieu e Pétain con l'appoggio di radicali come Herriot provocando una risposta antifascista), dopo il maggio '36 fonda il Partito sociale francese. La sua rivincita, agevolata dal fallimento del fronte popolare e dall'insipienza politica delle sinistre, si avrà con la seconda guerra mondiale, che di lì a pochi anni vedrà l'invasione nazista della Francia e l'avvento al potere del vecchio maresciallo Philippe Pétain. 

Anarchici di tutto il mondo accorrono, assieme ad altri antifascisti, a difendere la Spagna aggredita da Francisco Franco. 

1 - 6 agosto - Carlo Rosselli, uno dei fondatori del movimento antifascista e socialista libertario «Giustizia e Libertà» raggiunge Barcellona dalla Francia e stringe accordi per la costituzione di una colonna di combattenti italiani. Dell'apparato statale repubblicano resta in piedi solo la facciata: alla notizia dell'insurrezione fascista, le forze popolari guidate dagli anarchici e dai socialisti di sinistra (marxisti che si sarebbero associati al POUM, il partito comunista d'ispirazione luxemburghiana e trotzkista) hanno provveduto all'espropriazione dei mezzi di produzione e di ogni tipo di azienda, che vengono gestite direttamente dai lavoratori. I partiti di sinistra, i sindacati, i comitati di fabbrica e di quartiere, in cui sono al primo posto gli anarchici che non fanno parte del fronte popolare, organizzano la vita economica, la polizia, le milizie antifasciste per il fronte. Rosselli aveva convocato a Parigi una riunione antifascista per decidere l'intervento in Spagna, ma socialisti e comunisti, legati dal patto d'unità d'azione, avevano rifiutato di partecipare per «evitare di fare di

una questione interna spagnola una questione internazionale». Due o tre giorni dopo l'insurrezione franchista, «Giustizia e Libertà» decide di intervenire da sola con l'appoggio di gruppi minori, di socialisti di sinistra e anarchici, che vedevano proprio nel carattere internazionale della lotta al fascismo un requisito rivoluzionario indispensabile. La colonna dei volontari italiani viene inquadrata (l'inquadramento è legge generale delle milizie popolari) in quelle della CNT-FAI. Comandanti sono Carlo Rosselli e il repubblicano Mario Angeloni. 

28 agosto - Primo combattimento tra franchisti e volontari libertari italiani. Cadono il comandante Mario Angeloni e gli anarchici italiani Michele Centrone, Fosco Falaschi e Vincenzo Perrone, ma l'offensiva fascista sul fronte d'Aragona viene bloccata. Comandante della colonna italiana è ora Carlo Rosselli. I primi scontri vittoriosi con i franchisti danno prestigio ai volontari italiani, che vengono richiesti anche da altre formazioni più deboli e vengono usati, per la loro compattezza e pratica di guerra, in funzione di gruppi d'assalto. La maggioranza della colonna Rosselli è comunque anarchica; non manca una minoranza comunista. Sorgono i primi contrasti, né mancano dissidi interni tra gli anarchici che accettano la nuova linea della collaborazione governativa, e gli intransigenti. Mentre il fronte d'Aragona ristagna, i generali fascisti ricevono aiuti da Mussolini e da Hitler. Francia, Inghilterra e Unione Sovietica non muovono un dito. Solo in ottobre Stalin manda un telegramma a Manuel Azatia affermando che la causa del popolo spagnolo è quella di tutta l'umanità progressiva. L'uso della parola «progressiva» allude all'alleanza con la borghesia; infatti, parallelamente all'invio di materiale e dell'organizzazione delle Brigate internazionali, si assiste alla distruzione della rivoluzione spagnola, alla revoca della socializzazione di tutte le industrie e della collettivizzazione, avvenuta in molte zone, della terra. Stalin ottiene anche il controllo effettivo, da parte dei comunisti legati al Comintern, delle leve del potere, a cominciare dal movimento operaio. Ciò significa la fine della creatività delle masse, e l'inizio - parallelamente a quanto avviene in Russia - dell'eliminazione di ogni critica da sinistra alla dittatura stalinista. E la caccia ai comunisti «eretici», definiti trotzkisti. Ciò significa, in Spagna, eliminazione del POUM e degli anarchici. Spaventato dall'avvento di Hitler (cui lui stesso ha contribuito combattendo i socialisti tedeschi) Stalin cerca di accaparrarsi in tal modo, le simpatie delle borghesie al potere in Francia e Inghilterra. Delegato a controllare il rispetto delle condizioni poste dall'URSS per l'invio di materiale bellico per la difesa di Madrid, il partito comunista spagnolo, fino a quel momento minoranza di poco conto, diventa il partito del potere e si adopera per ricostruire l'apparato e le gerarchie statali ed eliminare dal governo ogni posizione rivoluzionaria. Poco per volta la Catalogna e il movimento anarco-sindacalista vengono diffamati, isolati, repressi. I partiti italiani (socialista, comunista e repubblicano) si accordano per costituire una legione italiana unitaria, che affidano al comandante designato dagli stalinisti, Randolfo Pacciardi. Nasce cosi il battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali. Avviene quindi la «militarizzazione» dei volontari antifascisti, che vengono posti alle dipendenze dell'esercito regolare.