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Visualizzazione post con etichetta Giorgio Cesarano. Mostra tutti i post
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giovedì 16 maggio 2024

ANDARE CONTRO

C’è un modo di interpellare la realtà del mondo, la datità delle cose, che è quello di andarvi contro. Contro, dal latino cŏntra, indica una posizione e un movimento. La posizione è quella del “dirimpetto”, di fronte, davanti, del fronteggiarsi l’un l’altro. Il movimento è quello di operare in via opposta e contraria, porsi nella direzione dello scontro frontale.

Non solo le narrazioni e le storie possono andare contro: lo fanno anche le parole stesse. È questa l’idea dell’avanguardia storica e delle neoavanguardie, che non raccontano né dicono la crisi sociale e antropologica, né a inizio Novecento né alla sua metà, ma la mettono in scena sulla pagina scritta rivolgendogliela addosso – è la parola stessa a farlo, nel suo plurilinguismo e mistilinguismo babelico. Ideologia e linguaggio sono due poli interconnessi e inscindibili. È il laborintus infernale sanguinetiano: il montaggio schizofrenico e indifferenziato di materiali linguistici eterogenei rappresenta, è esso stesso l’alienazione neocapitalista, il caos di significati e significanti. La “controparola”è dunque un “gesto” che va scagliato davanti a sé; un atto performativo di sovversione materiale dell’esistente, che smette di essere solo parola per diventare prassi. Gli anni ’70 italiani conoscono una stretta collaborazione tra esponenti delle neoavanguardie e sinistra rivoluzionaria. Ed è nel mezzo di queste esperienze interconnesse che possiamo forse individuare due momenti opposti della “controparola”, passando dal Gruppo 63 al détournement situazionista, la “dialettica radicale” di Giorgio Cesarano, poeta, saggista e rivoluzionario. Usando le sue parole: «Che cosa garantisce questo stesso scritto di sfuggire all’integrazione automatica, all’azzeramento che scatta su ogni discorso pronunciato nelle forme squalificate della cultura? Niente del tutto. La cultura ha l’onnivoracità dell’ingordo che sa di avere alle spalle il vomitorio. Ma la dialettica radicale può fottersene dei rischi corre: non parla della verità a qualcuno, ma parla la verità di ciascuno; non chiede d’essere ascoltata, divulgata, tradotta in spiccioli, ma pretende di verificarsi; sa d’essere consaputa e, se parla, è perché chi parla fa l’uso della cultura che l’arrabbiato fa della strada e della vetrina: l’espressione della propria collera creatrice. Niente di più, ma assolutamente niente di meno. Nessuno delira più di cinghie di trasmissione, d’intellettuali arruolati in funzione di pedagoghi. Semplicemente, ognuno fa del luogo in cui è collocato il terreno della sua insurrezione. La dialettica radicale non getta la parola come una bottiglia vuota: una comune sapienza insegna ogni giorno agli insorti di quale uso creativo si ricarichino le bottiglie. È questa stessa la sapienza che qui prende la parola: essa non ha da comunicare ad altri che al suo bersaglio». Che è ciò che di più vicino possiamo indicare per questa variante della nostra idea di “controscrittura” all’altezza degli anni ’70 – mai strategica e mai ragionativa ma iconoclasta, spregiudicata, sovversiva, materica, tattica e non addomesticabile.


giovedì 30 novembre 2023

L’Insurrezione che c’è in te

Chi non si è sentito, almeno una volta affondare, nel freddo del cuore, un coltello più freddo, da qualcuno che gli ingiungeva di uscire da sé per venire a congiungersi coi “destini generali”? Una insurrezione è storicamente delimitata. Ma un'insurrezione vissuta, pur nella pochezza della sua irreversibilità insegna in modo indimenticabile quale differenza corra tra una “miniatura” ideologica della dimensione sovra-individuale, e un suo momento di evidenza effettiva. Al tempo stesso, il modo in cui il ricordo dello “scontro” affiora alla commemorazione dice tutto su quella competenza melanconica dell'euforia, in cui, così immancabilmente, consiste il potere dei capi-racket. Ogni eucarestia dell'assenza passa attraverso il cerimoniale dell'evocazione: è così che il ricordo del momento in cui si è distrutto ogni potere, ogni potere dell'altro sulla propria soggettività, si trasforma nel legame che assoggetta la propria presenza gregaria al potere di chi se ne ciba. L'altro sa travestirsi, sa apparire come qualcosa di affine al meglio di te mentre ti ingiunge di rinunciare del tutto a essere te, e di contemplarlo come la garanzia incarnata del tuo futuro sposato alla “storia”.


giovedì 3 febbraio 2022

La consapevolezza che strappa l’essere al sembrare

Il processo rivoluzionario non potrà avere mai più i tratti esclusivi della guerra civile, i tratti della Comune di Parigi o della Mackhnovicina. Ma è sempre più probabile che la produzione «in vitro» della guerra civile, lo spettacolo speciale pirotecnico e sensazionale del terrorismo teleguidato, ottenga un relativo successo, e di conseguenza un relativo coinvolgimento di una parte del proletariato rivoluzionario nella sua pratica alienata. E proprio attraverso l'esperienza vissuta di questa alienazione, apparirà sempre più chiaro il necessario passaggio alla fase ultimativa del processo: la disgregazione attivamente perseguita, la liquidazione «armata (con tutte le anni necessarie) dell'universo concreto in cui il capitale assolutamente dominante realizza la propria valorizzazione. La vera guerra civile si scatena a partire dall'interno di ogni essere: nella maturazione accelerata «di una consapevolezza che strappa l’essere al sembrare, il vero all'apparente, la realtà in processo alla rappresentazione in dissolvimento, una consapevolezza che rifiutando insieme l'essenza selvaggia della guerra e l'essenza mortifera della «civiltà» superi entrambe nell'affermazione «incivile» della propria assoluta estraneità al mondo delle apparenze, e che lo combatte per liquidarlo concretamente una volta per sempre. La lotta sarà armata, perché si seppelliscano per sempre gli strumenti di morte. Distinguere i rivoluzionari armati dai sicari della falsa guerra sembrerà talvolta difficile, ma lo sembrerà soltanto, e non alla dialettica radicale: il corpo proletario della specie si è riconosciuto istantaneamente nei fatti di Detroit, di Danzica, di Stettino, e altrettanto istantaneamente si riconoscerà nei tratti inconfondibili delle insurrezioni vitali. (Cesarano-Collu: Apocalisse e rivoluzione 1973)


giovedì 4 aprile 2019

La fabbrica totale e il nuovo proletariato

Il nuovo proletariato è “l’intiero della persona”, poiché la fabbrica totale ha realizzato una continuità che ne ha capovolti i desideri e i bisogni, trasformandoli nei desideri e nei bisogni del processo di produzione.
Il proletariato detiene tuttavia il fondamento di una possibile critica dall’esterno del meccanismo: i propri bisogni reali che possono essere riconosciuti coscientemente come bisogni altri. La spontaneità è l’atto della riscoperta dei bisogni reali e, superando ogni mediazione ideologica o politica, si esprime nella prassi del movimento reale: sintetizzata dall’”unica radicale rivendicazione che abbiano espresso i giovani  hippie: la rivendicazione alla vita”. Il proletario “o è rivoluzionario o non è nulla”, è il movimento stesso che tende verso la totalità, producendo la propria organizzazione-autogestione nella lotta contro l’economia e la politica. I nuovi contenuti che ha saputo esprimere sono soprattutto: la libertà erotica, le “comuni”, il rifiuto del lavoro, il furto e il saccheggio praticati dagli hippie e dai giovani disadattati-criminali, il rifiuto della specializzazione e della parcellizzazione del sapere espresso dai tecnici e dagli studenti in rivolta, l’abolizione della gerarchia e del lavoro e la creazione dei consigli affermati dal fondamentale slancio degli operai e degli impiegati. Sarà la prassi del movimento rivoluzionario a strappare la teoria dal ghetto classista della cultura e a fare del materialismo storico e dialettico il metodo di verifica che il movimento applica a se stesso. La contraddizione fondamentale è ormai tra gli uomini nel loro insieme e la società; la sua incontenibile esplosione genera un movimento che sbocca nel comunismo come regno della possibilità impregiudicata. 

giovedì 28 marzo 2019

L’utopia Capitalista

Il capitale concentrato su scala mondiale è dotato ormai di cervelli collettivi, identificati negli apparati statali e nei vertici tecno-burocratici – è in grado di dispiegare una propria strategia globale, fondata sulla cogestione e sul coinvolgimento dei dominati. La miseria e la brutalità evidenti, riservate alle parti del mondo non ancora toccare dal progresso tecnologico e ai ghetti interni dei “diversi”, sono esibite spettacolarmente come minaccia e ricatto, ma escluse all’interno del blocco capitalista avanzato. Rinunciando al colonialismo e alla guerra tra Stati nazionali, il capitale stende a tutti la partecipazione, giungendo a sussumere l’interiorità stessa del popolo senza confine dei suoi schiavi.
Tutta la vita dei proletari, compreso il tempo libero del lavoro, che in precedenza veniva semplicemente ignorato, diventa oggetto dello sfruttamento. Dal momento in cui il capitale riesce a imporre compiutamente la socializzazione del credito – vendite a rate, mutui, cambiali ecc. -, la compravendita della forza lavoro conquista tutto lo spazio e tutto il tempo della sopravvivenza dei proletari: il salario serve per pagare la sopravvivenza dell’anno passato, acquistata a credito. Il proletario si trasforma in medium dell’estrazione del plus valore nelle ore passate sul luogo del lavoro, mentre, per tutto il resto del tempo, le sue qualità, i suoi bisogni e desideri si trasformano in materia estrattiva. Il linguaggio della persuasione occulta diventa la coazione che trasforma tutti i bisogni umani in bisogni dell’apparato produttivo, capovolgendo la legge della domanda e dell’offerta. L’universo produttivo determina ogni momento della sopravvivenza del lavoratore-consumatore, agganciandolo alla catena merce-desiderio-sublimazione in ruoli e obblighi sociali. Nello stesso tempo, la scienza – accumulazione dei significati dell’esperienza di tutti – organizza lo spettacolo del regno delle macchine come regno dell’unica libertà possibile.