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giovedì 29 dicembre 2022

Il desiderio di libertà

Di tutti i sentimenti che si agitano nel cuore dell'uomo, il desiderio di libertà è certamente uno dei più imperiosi e la sua soddisfazione una delle condizioni essenziali dell'esistenza. È per questo che egli non ha pace, quando se ne vede privato, finché non l'abbia riacquisito; sicché la storia potrebbe limitarsi allo studio degli attentati contro la libertà e agli sforzi degli oppressi per scuotere il giogo che è stato loro imposto. Se il desiderio di libertà è a tal punto ancorato nel cuore dell'uomo, non è paradossale che egli se lo sia lasciato strappare più di una volta? In realtà, la sua sparizione brutale, provocata da violente crisi, pare subita solo nella misura in cui lo sviluppo che vi conduce passi inosservato. Il fatto saliente, l'accidente della storia rendono il pericolo imminente e sensibile a tutti; ma le forze in azione hanno già acquisito un'autonomia sufficiente perché il movimento, una volta lanciato, prosegua automaticamente fino alle sue ultime conseguenze. Così, nessuno poteva  immaginare che la tradizionale divisione del lavoro in seno alla famiglia, superando il suo ristretto ambito, avrebbe generato un  giorno la schiavitù e poi la spietata società capitalista, sotto molti aspetti ancora più atroce del precedente sistema di sfruttamento. In effetti, accade tutto come se l'uomo non aspirasse mai tanto alla sua libertà che nel momento in cui la perde; di certo perché essa costituisce, per lo spirito come per il cuore, l'ossigeno senza il quale non   può sopravvivere.  Se l'essere fisico non può vivere  senz'aria, l'essere sensibile può solo indebolirsi e degenerare senza libertà. Considerata in  tal modo, essa diventa un elemento quasi fisico, acquisendo un valore inestimabile allorché si vada rarefacendo. È una concezione rudimentale, quasi animale, della libertà. Tant'è vero che l'uomo, finché non giungerà ad elevarsi al di sopra d'un tale livello, sarà facilmente privato di questa libertà elementare, che, quando viene a mancargli, rende l'individuo   totalmente incapace  di vedere  più in là della gabbia che lo rinchiude. Si deve prendere coscienza della libertà che si è conquistata e difenderla gelosamente contro ogni attacco.


Rebetiko e Hashish

In Italia il rebetiko, (una musica greca nata agli inizi del XX secolo), e la sua storia sono praticamente sconosciute. La cosa più semplice che si si può dire su questo tipo di musica è che è possibile paragonarla al blues. Sono canzoni altrettanto belle, altrettanto profonde ed emozionanti dei più bei blues con i quali  presentano così tante somiglianze. L’unica, la sola grande differenza è che le origini del blues sono rurali mentre il rebetiko da sempre è stato la musica della città e della notte. I principali compositori popolari greci dei rebetika – Tsitsanis, Vamvakàris, Daskalàkis, Mitsàkis, Papaioànnu, Màthesis, Bàtis – sono sullo stesso livello dei più grandi compositori blues come Armstrong, Fals Waller e Sidney Bechet. Sfortunatamente, il rebetiko si è evoluto molto più velocemente del blues principalmente a causa dell’influenza del turismo, che in pochi anni ha modificato i luoghi, l’ispirazione e il modo di orchestrazione di queste melodie, così che il suo periodo autentico, quello in cui sgorga da solo dalle bocche e dalle dita dei compositori popolari, non dura più di mezzo secolo. Diciamo che i primi rebetika, con ritmi, atmosfere ed esecuzioni definite che non cambieranno successivamente, sono del 1920 circa. E' una musica che si suona essenzialmente con il buzuki e il baglamas e i cui testi ruotano intorno alla taverna, il vino, la miseria, la notte, la morte, la prigione, i porti, l’hashish, il narghilè. Canta il  Rebetis cioè  un uomo dei bassifondi, un uomo del “milieu” o semplicemente del sottoproletariato urbano: un uomo povero ed emarginato, un uomo dello strato infimo della società, nel significato e nel valore borghese del termine. Il rebetiko rivalorizza il termine ipocosmos vale a dire il vero mondo, il mondo dove c'è vita, sofferenza, realtà, in contrasto con il mondo convenzionale e falso della borghesia e dell’intellighenzia.


PIETRO GORI - Signori del Tribunale!

Il mio dovere di amico degli imputati, solidale con le idee da essi professate, il mio pietoso ufficio di difensore di cotesti uomini e di cotesti principii io li ho adempiuti non certo con abilità, ma con fede. Alla vostra bella e gloriosa Genova io tornavo stamane dalla mia Milano, forte ed operosa, con la memoria piena di impressioni incancellabili riportate a quella mostra di belle arti. Se è è vero che l'arte rispecchia lo spirito del tempo, là, in quella palestra del genio italiano, palpita oggi, o signori, una fiera intonazione ribelle, contro la quale tutti i Sironi e le manette di questo mondo nulla possono. È l'ondata delle miserie umane, che traboccò come un grido di dolore e di protesta, dai pannelli e dagli scalpelli degli artisti. Dall'"Ultimo Spartaco" dello scultore Ripamonti alle "Riflessioni d'un affamato" del pittore Longoni, tutto il problema dell'epoca nostra serpeggia gigantesco, ed urla e minaccia, tra quei gessi e quelle tele. Perché il signor Sironi non fa un bel processo all'arte moderna, come istigatrice all'odio di classe, ed apologista di crimini? Perché non denunzia tutti quegli artisti, fior fiore del giovine genio italiano, come un'associazione di malfattori? Ma tu, o Plinio Nomellini, la sconti per tutti. A te, pittore nato dell'azzurro e della luce, il nome da anarchia non fece paura. Seguisti con occhio innamorato le fulgide costellazioni del firmamento, e comprendesti che un codice inedito ma inviolabile le regola: la legge di natura. Contemplasti la fioritura anarchica dei prati e là pure leggesti la medesima legge naturale, che nessun legislatore umano può raccogliere in un libro, se non adulterandola. E nella spontanea armonia dei colori, delle forme e delle forze della vita divinasti una spontanea armonia di diritti e d'interessi nella redenta umanità. Adoratore della verità nuda e bella, l'accarezzasti sulle tele. E il signor Sironi ci vede il simbolo. Ed odia i simboli. Gl'imperatori torturanti i primi cristiani odiavano la croce. I subalterni del commendatore poi, nelle tue belle tele, videro addirittura dei piani di fortificazione. Oggi la realtà brutale t'ha afferrato, t'ha rapito al mondo ideale dei tuoi sogni luminosi, e t'ha gettato su cotesto banco di sacrificio tra Galleani, cavalleresco e leale, e Barabino, nelle cui vene di Gavroche marinaio, scorre certo il bollente sangue del genovese Balilla. Era bene che l'arte, precorritrice dei tempi, avesse il suo rappresentante costì, tra l'ingegno e il lavoro. Ma voi, o 35 onesti, alzate la fronte in faccia i vostri giudici, senza trepidanza e senza paura. Il popolo, questo giudice sovrano - il popolo audace e tenace di questa nobilissima città, - vi ha già assolti. Lo dicono i mille fremiti di affetto di simpatia, che vi accompagnano ogni giorno sino alla porta della prigione. Ed ora, signori del Tribunale, giudicateli voi. Dite voi, se è delitto reclamare per i diseredati la loro parte di felicità, se è criminosa la loro visione di libertà, d'uguaglianza, di pace per l'affaticata razza umana. Voi non vorrete, non oserete condannare cotesti sereni combattenti d'un'idea, per colpe che non hanno commesso. Sulla fine di questo secolo, nato da una rivoluzione la quale scrisse col sangue e promulgò col tuono dei suoi cannoni la dichiarazione dei diritti dell'uomo - in questa Genova augusta delle memorie di due grandi rivoluzionari: Cristoforo Colombo, sognante innanzi al vostro bel golfo incantevole un nuovo mondo da donare alla vecchia Europa, e Giuseppe Mazzini, vagheggiante una Italia maestra di verità e di giustizia tra le genti - due grandi solitarii, due grandi perseguitati e derisi dal volgo delle anime sciocche ed imbelli - in questa Genova, dico, e nel cospetto di questo popolo fedele alle sue tradizioni di libertà una sentenza di condanna al pensiero, quale sarebbe certamente l'accettare in tutto od in parte le conclusioni del pubblico Ministero, suonerebbe oltraggio a coteste solenni memorie. E voi, o magistrati, asolverete - ne ho fede. Ché se credeste di poter arrestare il cammino delle idee di redenzione sociale con gli anni di reclusione e di sorveglianza; se vi dichiaraste competenti a giudicare le imprescrittibili manifestazioni dell'umano pensiero pugnante per la pace e la felicità degli uomini: se vi determinaste a bollare le fronti serene di quegli integri lavoratori col marchio d'una creduta infamia, che non sarebbe infine per loro che un battesimo di sacrificio - oh allora, anche se io sarò lontano quando pronunzierete la vostra sentenza, ricordatevi, o giudici, di queste mie ultime modeste ed oneste parole; al di sopra del vostro responso vi è della storia - al di sopra dei vostri tribunali sta il tribunale incorruttibile dell'avvenire. (Applausi fragorosi e prolungati, invano repressi dal Presidente).


giovedì 22 dicembre 2022

La guerra è il gioco per eccellenza

«La guerra. La guerra è il tuo mestiere. Non è così? E non è il vostro? Anche il mio. Non c’è dubbio. E allora cosa c’entrano tutti quei quaderni e gli ossi e l’altra roba? La guerra racchiude in sé tutti gli altri mestieri. È per questo che la guerra dura nel tempo? No. Essa perdura perché i giovani la amano e i vecchi la amano nei giovani. Quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto. Questo lo dite voi. Il giudice sorrise. Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro. Sanno anche  che il valore o merito di un gioco non sta nel gioco stesso, ma piuttosto nel valore di ciò che è messo in gioco. I giochi d’azzardo richiedono una posta per avere un senso. I giochi sportivi coinvolgono l’abilità e la forza dei contendenti, e l’umiliazione della sconfitta e l’orgoglio della vittoria sono di per sé posta sufficiente poiché appartengono al valore degli antagonisti e li definiscono. Ma, sia questione di gioco d’azzardo o di valore, tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra, poiché in essa la posta inghiotte gioco, giocatore, tutto quanto. Supponiamo che due uomini giochino a carte non avendo niente da puntare se non la vita. Chi non ha mai sentito una storia del genere? Una carta viene girata. Per il giocatore l’intero universo si riversa fragorosamente in quell’istante, che gli dirà se gli tocca di morire per mano di quell’uomo o se toccherà a quell’uomo morire per mano sua.  Quale ratifica del valore di un uomo potrebbe essere più sicura di questa? Spingere il gioco alla sua condizione estrema non ammette alcuna discussione concerterete al nozione di fato. La selezione di un uomo a danno di un altro è una preferenza assoluta e irrevocabile, ed è davvero ottuso l’uomo che considera una decisione così profonda priva di un agente o di un significato. In giochi del genere, in cui la posta è l’annichilimento dello sconfitto, le decisioni sono del tutto trasparenti. L’uomo che tiene in mano una particolare combinazione di carte è in forza di ciò rimosso dall’esistenza. Tale è la natura della guerra, in cui la posta in gioco è a un tempo il gioco stesso e l’autorità e la giustificazione. Vista in questi termini, la guerra è la forma più attendibile di divinazione. È la verifica della propria volontà e della volontà di un altro, all’interno di quella più ampia volontà che è costretta a compiere una selezione proprio perché li lega insieme. La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un’effrazione dell’unità dell’esistenza. La guerra è dio».(Tratto da C. McCarthy, Meridiano di sangue) 



EPPURE VERREMO – Mario Boi

Non ci sbalordiscono

Le distanze

Dispiegate dal vostro metro

Eppure veniamo

A misurarci con noi stessi

E col vostro grande clamore

Eppure siamo già qui, umili

A spezzare il vostro poco merito  


PIETRO GORI - Sbirri e delatori

Figuratevi dunque, o signori del Tribunale, quale serietà possono avere questi processi, costruiti sulla delazione di confidenti prezzolati, di fronte alle serene fatalità della storia. Non voglio, non posso, non debbo entrare nelle viscere assai magre in verità, di questo mostruoso processo. I valenti colleghi a cui fu riserbata la parte specifica, anatomizzeranno le latebre intime di cotesto non invidiabile parto della fantasia poetica del signor Sironi. Ma affrettandomi alla conclusione del mio dimesso discorso, debbo esternarvi, benché non sia più ingenuo né nuovo a queste cose, la impressione di disgusto, che mi ha cagionato tutto il sistema accusatorio del signor Sironi. Con grandi arie melodrammatiche di salvatore della società, cotesto egregio commendatore vi ha parlato della organizzazione anarchica di Genova e di Sampierdarena, vi ha assicurato della esistenza di circoli e gruppi di propaganda e di azione. Ed alle domande del Presidente e nostre, da chi avesse saputo la tal cosa, da chi la tal altra, il signor questore rispondeva invariabilmente: da confidenti, di cui non posso dire i nomi. Ah! è dunque il sistema d'accusazione anonima che si vuole inaugurare in Italia nei processi politici?.... Che se la voce di chi accusa restando nell'ombra, potesse trovare il menomo ascolto nella coscienza vostra, o magistrati del Tribunale, meglio sarebbe svestire subito la toga, e risparmiare il fiato. Quali grosse risate vorrei farvi fare, raccontandovi qualche tiro innocuo, e qualche tranello giuocato a cotesti vibrioni della società umana che il popolo chiama col più breve e sprezzante dei vocaboli: spie, e potrei persuadervi in breve, della loro perfetta imbecillità intellettuale e morale. Basti una per tutte. Nel circolo di studi sociali di Milano, c'erano un paio d'anni fa, due losche figure di sedicenti coniugi, che avevano in me ed in qualche altro amico destato sospetti di spionaggio. Immaginammo una commedia. Un amico impiegato commesso di commercio, e senza colore politico, aveva una strana rassomiglianza con l'avv. Saverio Merlino. Lo incaricammo di sostenere la parte, come se fosse venuto a Milano incognito, giacché il vero Merlino era attivamente ricercato dalla polizia. I due sospettati messeri, sentendo parlare del Merlino in Milano, mi proposero di invitarlo a pranzo a casa loro. Il pseudo Merlino accettò con entusiasmo quel pranzo pagato dai fondi segreti. Ma ad un cenno convenzionale d'uno dei due loschi coniugi, egli fu, nel traversare la Galleria V.E. arrestato da un nugolo di poliziotti, che credettero sul serio (in seguito a delazione formale) d'aver acchiappato il vero Merlino. E fu d'uopo che la stampa locale raccontasse la solenne canzonatura, perché lo rilasciassero. Vi sia termometro questo fatto, o signori del Tribunale, per valutare, come meritano, le delazioni dei confidenti rispettabili del signor Sironi. A Luigi Galleani resta, è vero, una grande colpa. Si trova questa registrata nella ordinanza di rinvio della Camera di Consiglio. O Galleani, tu avevi parlato qualche volta, mentre passava col treno celere per la stazione di Sampierdarena, col terribile agitatore anarchico milanese, Pietro Gori - sai? quello che le questure del Regno fanno incessantemente pedinare come te! Perdona a lui, o amico sereno; chi poteva mai dubitare che quei fraterni abbracci avrebbero un giorno dovuto pesare, a tuo danno, sulla bilancia della giustizia? Chi avrebbe mai pensato che dopo tanto sangue sparso per la libertà, dopo tanti fiumi d'inchiostro e tanti torrenti di retorica consacrati a celebrare i fasti d'una nuova Italia - una cotoletta divorata in comune nel buffet d'una stazione tra l'arrivo e la partenza del treno, potesse costituire l'elemento d'un complotto dinamitardo, e che una stretta di mano, senza misteri data, all'amico che passa potesse fornire la prova d'un'associazione di malfattori? All'infuori di questi tremendi colloqui con l'amico di passaggio, sotto la tettoia d'una stazione, quale altro fatto concreto potete porre a carico di Galleani? E se sono cotesti intimi colloqui con lo spaventevole agitatore milanese che maggiormente aggravano il Galleani, perché mai l'odiato babau delle polizie fu prosciolto dall'accusa, e può ora, drappeggiandosi nella inviolabilità della toga, vendicarsi con questo discorso giudiziario del negatogli onore di vedersi tra quei malfattori intemerati?


giovedì 15 dicembre 2022

Il regno odioso delle prigioni

Il regno odioso delle prigioni non finirà senza che ciascuno impari a non imprigionarsi più in un comportamento economizzato dai riflessi del profitto e dello scambio. Meno l'animalità si ingabbierà nella rigidità del carattere, arrabbiandosi per frustrazioni perpetue, più aprirà le porte del godimento a progressivi affinamenti, e più apparirà a tutti l'orrore di rinchiudere in cella dei condannati che vi languiscono non per i loro misfatti, ma perché esorcizzano i demoni che le persone oneste imprigionano in loro. I progressi che l'umanesimo auspica fanno rabbrividire. Se le prigioni spariranno senza che il godimento sia restaurato nei suoi diritti, esse cederanno soltanto il posto ad istituzioni psichiatriche ariose, in accordo con le terapie che anestetizzano nei condannati al lavoro quotidiano la violenza delle frustrazioni.

Non è forse giunto il tempo di stabilirsi talmente nell'amore di sé che, arrivando ad adeguarsi dal fondo del cuore molta felicità, ci si affezioni agli altri per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per il favore di amare che dispensano a se stessi? Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione, il carattere, l'istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l'obbligo di essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista? Mi importa soltanto la presenza del vivente, in cui convergono tutte le libertà che nessun giudizio ha il potere di arrestare. 


FEMALE TROUBLE – John Waters

Dopo aver lasciato la scuola ed essere scappata di casa, Dawn si dirige nella  grande città in cerca di «vita dissoluta», cosa non sempre facile da trovare nel centro di Baltimora. Presto  inizia un  legame sentimentale con un grasso zoticone di  nome Earl (sempre Divine che interpreta un ruolo  maschile) e dà alla luce la sua bambina illegittima, Taffy (Mink Stole). Col passare degli anni Dawn  sposa Gator (Michael Potter), un parrucchiere macho ma presto divorzia da  lui a causa dei problemi con quella vecchia strega di sua  zia, Ida (Edith Massey). Taffy cresce diventando  una giovane   gravemente  disadattata, rintraccia suo padre e lo uccide e in un atto finale di ribellione entra negli Hare Krishna per  dare sui nervi alla madre. Stanca della maternità,  annoiata dalla vita in generale, Dawn  incontra Donald   e Donna   Dasher  (David Lochary, Mary  Vivian Pearce), due  estetisti fascisti che gestiscono il Lipstick Beauty Salon. Lusingata dalla loro attenzione elitaria Dawn cede in breve al lavaggio  del cervello e alla tecnica di controllo della mente dei  Dasher. Stimolata  dai bizzarri trattamenti di bellezza e dalle promesse di celebrità Dawn diventa la cavia dei Dasher  e si getta a capofitto nel loro programma «crimine è bello». La vetta del  successo criminale di Dawn viene  raggiunta quando va su tutte le furie durante il suo numero di lancio in un nightclub locale e inizia a sparare ai membri del pubblico con «intenti artistici». Catturata infine dalle autorità, viene condannata alla pena di  morte sulla sedia elettrica, una morte a lei gradita per via della sua credenza nevrotica che la pena di morte sia l'equivalente di un Oscar nella professione del crimine che ha scelto. 

Non ci si può aspettare correttezza politica nella trama di un film di un regista che è considerato dai freaks di tutto il mondo come il loro papà. Dawn Davenport (Divine) è un’adolescente piena di rabbia che scappa di casa e rimane incinta di un molestatore che le ha dato un passaggio (tra l’altro interpretato sempre da se stesso). Abbandonata dall’uomo, da adolescente di periferia si trasforma in delinquente seriale, rapinatrice, prostituta, modella, assassina, galeotta, ma soprattutto nella parodia della figura della madre (“Ho fatto tutto quello che una madre può fare, l’ho rinchiusa nella sua stanza, l’ho picchiata con l’antenna dell’auto. Niente la cambia!”)

La critica di John Waters è feroce e il suo spirito antiborghese non risparmia nessuno, neppure il presunto amore materno. Pur evitando di affondare nel disgusto più totale come nelle opere precedenti, “Female Trouble” è ancora una volta un film politicamente scorretto, capace di farci sorridere amaramente sulle disgrazie in cui si imbatte la nostra isterica Divine. Una pellicola sboccata e tragicomica quindi, a tratti talmente caotica da farci perdere la bussola: sono infatti davvero tanti i personaggi buttati nella mischia, molti dei quali presenze abituali nel cinema di Waters (Mary Vivian Pearce, Mink Stole, Edith Massey e David Lochary, poi prematuramente scomparso). Il lato trash di Baltimora al completo, come sempre. “Female Trouble” non è certo il capolavoro di John Waters, ma è un b-movie assolutamente degno della sua fama: è l’esaltazione del crimine nel modo più sbilenco e allucinato possibile, un ennesimo manifesto cinematografico intriso di controcultura che non rinuncia alle solite entrate a gamba tesa nei confronti dell’America perbenista. Dopotutto per conquistare un po’ di fama bisogna uccidere, garantisce Dawn Davenport.



PIETRO GORI - La paura della rivoluzione

Da quanto vi ho alla lesta ed alla buona esposto, o signori del Tribunale, avrete potuto formarvi un criterio sintetico, esatto ed oggettivo delle teorie socialiste anarchiche, e vorrete concludere (io confido) che esse non costituiscono che un ideale d'uguaglianza e di libertà, audace finché volete, ma tutt'altro che criminoso, e molto meno nei rapporti dell'articolo 248 del Codice Penale. Ma costoro, soggiunge il Pubblico Ministero, non sono degli anarchici teorici come Enrico Ibsen od Eliseo Reclus; si professano anarchici rivoluzionari, e potranno passare con sollecitudine dal pensiero all'azione. La rivoluzione! È questa la parola, che vi fa tanta paura? E non avete imparato dalla storia, che ogni grande progresso umano è tracciato da un solco sanguinoso, e che nel campo politico come in quello scientifico furono sempre delle minoranze ribelli, che spiegarono la bandiera del vero, e attorno a quella caddero combattendo, o trionfarono trascinando seco le maggioranze inconscie?.... Non vi ricordate, che i grandi faziosi del Risorgimento italiano sono chiamati oggi precursori, martiri; che i rivoluzionari per la patria adesso sono diventati tutti più o meno monumentabili?.... Non pensate infine che le leggi medesime, in nome delle quali domandate, o accusatore pubblico, la condanna dei miei amici - che la stessa formola sacramentale con la quale voi, o giudici, comincerete la vostra sentenza nacquero dal Sangue d'una rivoluzione?.... Spartaco, Guglielmo Tell, Danton, Kossuth, Garibaldi: ecco la rivoluzione. Cristo, Confucio, Lutero, Giordano Bruno, Galileo, Darwin: ecco ancora la rivoluzione. Ecco ancora il presente, che si ribella al passato maturando l'avvenire. Lacerate la storia, se volete spezzare la gloriosa leggenda della rivoluzione. Strappate di mano ai fanciulli delle scuole i libri che narrano Bruto, pugnalatore per amore di libertà, e di Rienzi sobillatore per amor del popolo, insegnano essere la insurrezione un sacro dovere contro le tirannidi. E proibite i pellegrinaggi del vostro forte popolo marinaresco, che porta corone votive alla statua di Balilla, il piccolo fromboliere, il cui nome è caro agli oppressi, perché dalla sua mano partì la prima pietra contro i prepotenti oppressori. Essere rivoluzionari, o signori, non vuol dire essere violenti! Quante volte nella storia la violenza fu dalla parte della legge e dei suoi difensori, e l'ordine invece dalla parte dell'insurrezione e dei suoi militi! Essere rivoluzionari per la grande idea di giustizia sociale vuol dire metter la forza cosciente a servigio dei diritti dei lavoratori; è cospirare col pensiero e con l'azione a ristabilire l'ordine vero del mondo, con la pacificazione degli animi nell'armonia degl'interessi e delle libertà individuali. In questo senso sono rivoluzionari i miei amici imputati. Essi dicono al popolo: "Tu sei la maggioranza, tu sei il diritto e la forza. Sol che tu voglia, e il giorno della redenzione spunterà per te". Ed ai lavoratori: "Voi siete i più, voi siete i creatori del benessere altrui. Solo che vogliate ed il benessere sarà garantito a voi ed a tutte le altre creature umane".

Immaginate o signori, che questa ragione diventi, come diventerà ineluttabilmente, la coscienza animatrice del proletariato e la rivoluzione sarà fatta.

Nessuna violenza di eserciti e di polizia verrà ad arrestare cotanta fiumana d'entusiasmi, di fedi, di giovinezze. C'è qualche cosa di più alto e più forte delle paure e dei capricci dei governanti e delle classi dominatrici: c'è la irresponsabilità delle leggi storiche. E queste preannunziano la immancabile vittoria del proletariato.


15 dicembre 1969 - Giuseppe Pinelli

Nasce a Milano il 21 ottobre 1928 da Alfredo e Rosa Malacarne. Nel 1944, sedicenne, partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta della BGT Franco, collaborando con un gruppo di partigiani anarchici, che costituiscono il suo primo tramite con il pensiero libertario. Nel 1954 entra nelle ferrovie come manovratore. Nel 1955 si sposa con Licia Rognini. Nei primi anni ’60 si costituisce a Milano un gruppo di giovani anarchici (Gioventù libertaria). Nel 1965 dopo una decina di anni senza sede, se ne apre una in viale Murillo, Pinelli è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. In seguito ad uno sfratto, gli anarchici milanesi cambiano sede e il primo maggio del 1968 viene inaugurato il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, sito in piazzale Lugano, nel periferico quartiere operaio della Bovisa. Siamo nel ’68 e il vento della contestazione che soffia dalla Francia arriva anche a Milano. L’ambiente anarchico milanese è in pieno fermento, in molte scuole superiori nascono nuclei libertari, anche nelle fabbriche ci sono operai anarchici e frequenti sono i volantinaggi di primo mattino. Gli anarchici milanesi sentono la necessità di una seconda sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Tra i più impegnati nella sistemazione e nell’appertura del Circolo di via Scaldasole c’è il Pinelli. Il 25 aprile 1969 due attentati colpiscono la Stazione Centrale e la Fiera. Le indagini si indirizzano verso ambienti libertari e alcuni anarchici vengono arrestati: è l’inizio di una campagna di criminalizzazione, che trova nuova linfa in agosto, quando alcuni attentati ai treni vengono ancora attribuiti agli anarchici. Pinelli e il gruppo Bandiera Nera danno vita sull’esempio della Black Cross inglese di quei mesi e della Croce Nera russa degli anni ’20, alla Crocenera anarchica, specificatamente dedita alla solidarietà concreta con i compagni detenuti, ma anche alla pubblicazione di un bollettino di controinformazione. Pinelli è l’anarchico più in vista e frequentemente è in questura per richieste di autorizzazione ecc. il suo interlocutore è perlopiù un giovane commissario di polizia, informale nei modi: Luigi Calabresi. Così, quando nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, subito dopo l’attentato di piazza Fontana, Calabresi si presenta al Circolo di via Scaldasole e invita Pinelli a recarsi in questura, questi acconsente senza problemi. In questura Pinelli incontra, in un grosso salone, gran parte degli anarchici milanesi, fermati come lui per chiarire il proprio alibi. Entro 48 ore, limite massimo concesso dalla legge di allora per il fermo di polizia, molti fermati vengono rilasciati, alcuni spostati nel carcere di San Vittore. Pinelli invece viene trattenuto in questura aldilà del limite legale. Viene interrogato. Poi intorno alla mezzanotte tra il 15 e 16 dicembre, il suo corpo vola da una stanza dell’Ufficio politico al quaro piano e si sfracella a terra. Pinelli muore a Milano all’Ospedale Fatebenefratelli nella notte tra il 15 e 15 dicembre 1969. La vicenda politico giudiziaria del suo assassinio, intrecciata con l’intera storia della strage di piazza Fontana, in particolare con il caso Valpreda, diventerà negli anni un vero e proprio boomerang per il potere. I maldestri tentativi di mettere a tacere il tutto, culminati nella tesi del malore attivo proposta dal giudice Gerardo D’Ambrosio, non faranno che evidenziare quella verità che non hanno ancora trovato spazio nelle carte ufficiali. 


lunedì 12 dicembre 2022

Gli anarchici non dimenticano - 12 dicembre 1969

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti. A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati.




giovedì 8 dicembre 2022

Il marketing, la mutazione del capitalismo

È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concentrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell'operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all'impresa. La famiglia, la scuola, l'esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient'altro che gestori. Anche l'arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'"anima" dell'impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un'anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l'uomo non è più l'uomo recluso, ma l'uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l'estrema miseria di tre quarti dell'umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.


NAKED DEATH - Catapilla

Con mani gustose, silenziose e nude,

i giorni dirompenti portano avanti i loro affari

il volto grigio della routine si ruppe sugli stolti

ci sdraiamo legati da tutte queste regole

La fabbrica che si dissolve sembra persa, giustamente significando, tutto

il loro costo,

ci lascia dalla ricerca/investimento

e alimenta tutti per regolare i loro bocconi.

Restare impotenti,

sistemarsi,

significa solo che la morte

arriva svelta

E lui sentì che vive ancora per

Attraversare il canale riempito di rottami

un ribelle disperato getta pesce avvelenato

che non mangerà e può desiderare.

Oltre le pattumiere riempite di fumetti stracciati,

bidoni dell'immondizia e cassettoni arrugginiti,

il flusso della vita chiama, ci dividiamo,

il tempo e le paure che neghiamo

Restare impotenti,

sistemarsi,

significa solo che la morte

arriva svelta

 

PIETRO GORI - O nobili malfattori!

Ma codeste analisi, codeste constatazioni possono farsi... in pectore; guai a denunziarle!.... La verità (soprattutto quando è verità acre e nuda) va detta sottovoce. Molto meglio però non parlarne affatto. Così non si hanno seccature. In caso diverso un Sironi qualunque, nonché commendatore, vi fa ammanettare in 35 (per lo meno), fa delle composizioni romantiche, che trasmette all'autorità giudiziaria, parla con grandi arie di mistero delle informazioni avute da confidenti... rispettabili; - e dopo avere associati per parecchi mesi cotesti uomini nella comune sventura del carcere preventivo, trova una Camera di Consiglio che li associa a rispondere in solidum dell'art.248 del Codice Penale; finché il Pubblico Ministero, per finire di avvincerli l'uno all'altro sulla medesima croce, gli associa ancora nel godimento collettivo di un mezzo secolo di pene, fra reclusione e sorveglianza. E molti di costoro, come fu provato, neppure si conoscevano; nemmeno una volta eransi incontrati sulla via del lavoro e della miseria che pure ebbero comuni. Dovevano incontrarsi ed associarsi sul banco della sventura. Perché oggi, meno che mai, quel banco è del disonore. Certo una catena invisibile e ideale allacciava, anche senza che si conoscessero, i loro animi sognanti un'era luminosa di pace e di giustizia - e si svegliarono dal bel sogno con le manette ai polsi, e stipati come belve pericolose tra le sbarre di una gabbia. O nobili malfattori, io vi rinnovo il saluto, e invidio a voi l'onore di bandire da codesta alta e solenne tribuna le idee che avvincono me, libero, a voi incatenati. E rinnovo l'invito alla pubblica accusa: Se coteste idee sono un delitto, imprigionate me pure ed associatemi ad essi. Fra quei malfattori, sì, che sarei fiero ed orgoglioso di trovarmi - non tra quegli altri, che a Roma in questi giorni medesimi, vengono condotti in coupé e senza manette alla Corte d'Assise perché ebbero la fortuna di pigliarsi dei milioni.... Ma dimenticavo, perdonate, che quei crocesignati della capitale, sebbene teneri della proprietà in teoria, si dilettavano ad abolire praticamente la proprietà degli altri... per utile proprio - e che voi, o amici imputati, benché diroccatori teorici della proprietà, come privilegio di classe, e rivendicatori della intera ricchezza alla società intera, non avete mai steso la mano rapace sul superfluo degli altri (anche sapendo che tutto questo superfluo era frutto dei vostri sudori e delle privazioni vostre), e vi serbaste puri per aver diritto di gridare in faccia agli altri: Voi siete ladri! Eppure la miseria vi ha tormentato più volte, il bisogno più volte vi ha stimolato - ma voi avete resistito; voi, mentre gli altri rubavano per l'orgia, non avete tolto agli altri un soldo nemmeno per il nutrimento vostro, né per quello dei vostri figli, che vi chiedevano pane; - voi rimaneste rigidi, poveri, onesti, fino allo scrupolo, fino al ridicolo; e il rappresentante della legge domanda la vostra condanna come malfattori. Gli altri, i prevaricatori, i divoratori di milioni riavranno forse la libertà... di rubarne degli altri. (segue)


giovedì 1 dicembre 2022

PIETRO GORI - Lotte e coscienza di classe

Ma l'attuale sostenitore della legge codesta opera di critica e di ricostruzione ideale della società vuole che rimanga privilegio e monopolio dei filosofi... come egli dice. E gli dà ai nervi, che codesti operai, codesti facchini, che sono più interessati nell'alta questione, ch'è infine il problema eterno della vita sociale (e che è problema essenzialmente operaio) si preoccupino e si occupino con amore di codeste idee, di codesti dibattiti, di codeste aspirazioni. L'operaio del Pubblico Ministero dovrebbe essere il pacifico ruminante, senza scatti e senza pensieri, che si lascia tranquillamente, e senza una protesta, tosare da chi ebbe la furberia di munirsi d'un persuasivo bastone e d'un paio di forbici. Ma codesti lavoratori, che sono in rude e perpetua lotta con la fatica e con la miseria quotidiana (l'una e l'altra retaggio doloroso del popolo) levano il capo, e protestano contro la mala signoria che spreme dai loro muscoli le forze migliori senza contraccambiare con adeguato compenso; - essi sospirano giorni migliori per la loro classe calpestata; vagheggiano un avvenire di libertà e di benessere per tutti; proclamano che gli operai - questi misconosciuti creatori del benessere e della civiltà - hanno diritto di assidersi al grande banchetto sociale, a cui i loro sforzi accomunati recano tanto tesoro di vasellami e tanta squisitezza di vivande; dimostrano che tutto quanto esiste di bello e di utile sulla terra è prodotto delle fatiche loro; affermano che l'unico vincolo che avvince la sterminata falange dei nuovi catecumeni è il lavoro, che oggi diventa per essi una pena ed uno stigmate d'inferiorità sociale, come domani sarà per tutti l'unico blasone di nobiltà; e mentre mugghia all'intorno la marea delle passioni egoistiche e vili, essi spiegano coraggiosamente una bandiera, e serenamente affrontano le persecuzioni più microcefale e gli schemi più amari. Eppure su quella bandiera sta scritta una parola di speranza e di amore per tutti i diseredati, per tutti gli oppressi, per tutti gli affamati della terra, - vale a dire per le moltitudini infinite e benemerite, sulle quali si erige sghignazzando una piccola geldra di soddisfatti. Ah! dunque costoro non avranno diritto di pensare, perché non sono filosofi? Non avranno diritto di bandire a voce ed a fronte alta i loro pensieri? Sarà loro proibito di professare pubblicamente una fede in un avvenire più equo e più umano?.... Quasi che il tragico e vergognoso presente fosse l'ultima tappa dell'umanità nel suo pellegrinaggio incessante alla conquista degli ideali!.... Sì, è questo il loro delitto; - una atroce delitto di grande amore per gli uomini, liberamente professato in una società, in cui l'antagonismo degli interessi determina l'odio fra gli individui, fra le classi, fra le nazioni; un odio immenso che fa sanguinare i cuori gentili, un'ingiustizia senza confini che permette al parassita di schiattare d'indigestione accanto al produttore che muore di fame. Ed è tutta qui la sintesi del problema. L'analisi la fa quotidianamente il contadino, il quale si domanda perché mai, egli che si logora da mane a sera sui campi, flagellato dai gelidi venti invernali, arso dai raggi del solleone, rimane sempre povero ed economicamente soggetto ad un padrone, che niuna goccia di sudore versò su quei campi, che niuno sforzo dedicò a quegli spregiati lavori donde l'umanità ritrae il suo pane quotidiano. L'analisi la prosegue l'operaio dell'industria, il quale vede uscire dal suo lavoro, associato a quello dei suoi compagni, torrenti di ricchezza, che, invece di diffondere il benessere nelle famiglie dei veri produttori, che sono gli operai, vanno ad ingrassare la piovra del capitale, che senza la virtù fecondatrice del lavoro, resterebbe cosa perfettamente inutile al mondo. L'analisi la completano tutti gli operosi, - dal lavoratore del mare, che sfida i rischi di mille tempeste per recare i ninnoli giapponesi e le gemme preziose alle languide dame, preoccupate tutto il giorno del modo con cui più facilmente smaltire in acconciature e festini le rendite... del lavoro altrui - al lavorante della scuola, lo squallido maestro elementare, a cui la patria educatrice non dà che la millesima parte di ciò che largisce ai gallonati indagatori dei modi più spicci per sterminare il proprio simile in guerra aperta e leale, e all'occasione persuadere col piombo la plebaglia, che non è il caso di alzare troppo la voce quando si ha fame. (segue)


Michail Alexandrovic Bakunin di Hans Magnus Enzensberger

Desidero una cosa sola, gridava: mantenere intatto sino alla fine

quel sentimento d’indignazione che mi è sacro! –

Imbonitore, testone, cosacco maledetto! – È l’amore

del fantastico, un difetto capitale della mia natura.– Maometto

senza Corano! – La quiete mi conduce alla disperazione. – Un saltimbanco,

un pontefice, un enigma. – Il suo cuore e la sua testa sono di fuoco.

Sì, Bakunin, deve essere stato proprio così. Un continuo nomadismo,

folle e svagato. Insopportabile, irragionevole, impossibile

fosti! Per quanto mi riguarda, Bakunin, ritorna o resta dove sei.

Una figura lunga in frac blu sulle barricate di Dresda,

con un volto su cui prendeva forma la rabbia più rozza. Fuoco

sull’Opera! E quando tutto fu perso, egli pretese, con la pistola

in mano, che il governo provvisorio della rivoluzione

accettasse di farsi saltare in aria (insieme a lui). (Notevole sangue freddo.)

A grande maggioranza i signori rifiutarono la proposta.

Ti ricordi, Bakunin? Sempre la stessa storia. Certo che hai dato fastidio.

Non c’è da stupirsi. E ancora oggi dai fastidio. Capisci? Dai fastidio

punto e basta. E perciò ti prego, Bakunin: ritorna.

Interrogato, in catene nelle casematte di Olmütz,

condannato a morte, trasportato in Russia, graziato al carcere a vita:

un individuo altamente pericoloso! Nella sua cella un benefattore

fa portare un pianoforte Lichtentahl. Gli cadono i denti.

Per la sua opera Prometheus inventa una dolce e dolente melodia

al cui ritmo dondolava infantilmente il capo leonino.

Ah, Bakunin, questo sei proprio tu. (Dondolava il capo leonino:

anche vent’anni dopo, a Locarno). E proprio perché sei così,

e perché non puoi comunque aiutarci in nessun modo, Bakunin, resta dove sei.

Esiliato in Siberia, scappa lungo l’Amur ghiacciato e bluastro

oltre il Pacifico, su velieri, slitte, cavalli

treni espressi, in giro per l’America selvaggia, per sei mesi

senza sosta, infine, a Paddington, poco prima di Capodanno

salta su di un calesse, corre su per le scale, si butta

nelle braccia di Herzen ed esclama: dove posso trovare delle ostriche fresche?

Poiché, a dirla in breve, Bakunin, sei un incapace, non vai bene come

modello, né come redentore, burocrate, padre della Chiesa,

o sbirro di destra o di sinistra, Bakunin, ti prego: ritorna, ritorna!

Di nuovo in esilio. Non solo il rombo della sommossa, il rumore dei Club,

il tumulto nelle piazze; anche la concitazione della vigilia,

anche gli accordi, i segni in codice, le parole d’ordine lo rendevano felice.

Gran senzatetto, perseguitato da dicerie, leggende, calunnie!

Cuore magnetico, ingenuo e prodigo! Imprecava e tuonava,

incoraggiava e prendeva decisioni per giorni e notti intere.

Non è vero? E poiché la tua attività, il tuo ozio, il tuo appetito,

la tua continua sudorazione sono di proporzioni così poco umane –

come del resto tu stesso – perciò, Bakunin, ti consiglio: resta dove sei.

Il suo biografo, l’onnisciente, dice: era impotente. Ma Tatjana,

la sorellina proibita che suonava l’arpa nella bianca casa padronale,

lo faceva impazzire. E del resto i suoi tre figli non sono suoi.

Tuttavia a Ne?aev, il mitomane, l’assassino, il gesuita, il ricattatore

e martire della rivoluzione, egli scriveva: Mio tigrotto, mio Boy,

amore mio selvaggio! (Il dispotismo degli illuminati è il peggiore.)

Ah, non parliamo d’amore, Bakunin. Morire non volevi.

Non fosti un angelo della morte politico-economico. Eri confuso

come noi, e senza malizia. Ritorna, Bakunin, ritorna.

Infine la notte a Bologna. Era agosto. Stava alla finestra.

In ascolto. In città tutto era silenzio. Gli orologi del campanile battevano le ore.

L’insurrezione era fallita. Si fece mattino. Si nascose

in un carro da fieno. La barba rasata, negli abiti di un prete,

un cestino di uova in mano, con gli occhiali verdi, zoppicò

su un bastone fino alla stazione per morire in Svizzera, nel letto.

È passato ormai molto tempo. Allora era troppo presto, come sempre,

o troppo tardi. Niente ti ha confutato, niente hai dimostrato,

e perciò resta, resta dove sei o, per conto mio, ritorna pure.

Enormi masse di carne e di grasso, idropisia, dolori alla vescica.

Ride rumorosamente, fuma senza posa, ansima, tormentato dall’asma,

legge telegrammi cifrati e scrive con inchiostro simpatico:

sfruttare e governare: la stessa, identica cosa. È gonfio e senza denti.

Tutto si va coprendo di cenere di tabacco, cucchiaini, giornali. Davanti all’abitazione

saltellano le spie. Ovunque confusione e sporcizia. Il tempo passa.

L’odore di polizia pervade ancora l’Europa. Per questo, e perché mai e in nessun luogo,

Bakunin, c’è stato, c’è o ci sarà un monumento a Bakunin,

ti prego, Bakunin: ritorna, ritorna, ritorna.

(Hans Magnus Enzensberger Scrittore tedesco (n. Kaufbeuren, Allgäu, 1929). Autore anticonformista e versatile (romanziere, autore di testi teatrali, radiofonici ecc.), è stato tra gli animatori del Gruppo 47 ed è una delle figure più interessanti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra. I suoi scritti, in particolare i saggi, sono permeati da un profondo pessimismo e denunciano causticamente le storture e le debolezze della società contemporanea).


Una rivoluzione anarchica

Lottiamo per esaurire una tensione; una tensione nutrita da quel bisogno che chiamiamo libertà. La contingenza, la nostra contingenza, ci ha portati a chiamare questa lotta anarchia. Già, per noi, l’anarchia non è la società futura, non è un fine nè un mezzo, essa è un metodo; uno fra i possibili ma l’unico possibile per come noi viviamo il presente. Nel momento in cui riuscissimo ad avvicinare i lembi della società, ad esaurire la tensione che sostiene la nostra lotta, potremmo considerarci vincitori. Un’insidia però ci aspetta nel momento della vittoria. Nell’illusione che senza anarchia non ci sia libertà, nell’illusione che la nostra anarchia sia l’Anarchia, potremmo cadere nell’errore di lottare per essa e non per la libertà. Ci accorgeremmo troppo tardi di essere diventati i nuovi padroni, i garanti dell’istituito.

L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita.

Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non come evento. Vale a dire che la rivoluzione anarchica viene prevalentemente intesa in senso lato, cioè come radicale trasformazione sociale, e non in senso stretto, cioè come fenomeno insurrezionale. Il che non significa necessariamente che la transizione della società gerarchica alla società libertaria non possa o non debba implicare dei passaggi insurrezionali, ma che, anche per chi ritiene inevitabile il momento insurrezionale esso è per l’appunto, un momento, per quanto importante (soprattutto come rottura dell’immaginario sociale), di un mutamento complessivo culturale (nel senso antropologico del termine cultura) assai più ampio che avviene prima durante e dopo tale passaggio. I mezzi del mutamento sociale radicale devono essere coerenti con i suoi fini, perché il fine non giustifica i mezzi. A questo punto si apre una sfida: trovare la capacità di immettere il futuro nelle cose che si fanno nel presente. Immergere la realtà nel “sogno”. Sogni nuovi per un sogno antico: essere padroni della propria vita. Vale a dire togliere la rivoluzione dalla dimensione evento per immetterla nella dimensione quotidiana. I piccoli tanti gesti, comportamenti, fatti, le piccole tante realizzazioni che creano dimensione comunitaria. Tolta dalla sua visione eroica e taumaturgica la rivoluzione, diviene, allora, possibile.


giovedì 24 novembre 2022

Il corpo umano: la nuova frontiera del capitale

Fin dalle prime spedizioni capitalistiche occidentali la civilizzazione è stata rappresentata come una categoria purificante, una categoria che libera il culturalmente diverso dalle condizioni profane e immonde del vivere selvaggio e barbaro. Il processo inizia con il rimodellamento del territorio dell’altro attraverso i segni della civilizzazione: metodi di produzione, merci, gestione delle risorse e tutta la schiera di relazioni sociali che accompagnano questi processi e questi materiali sotto le insegne della provvidenza o del progresso. Il progresso assicura che l’avvento di questo ordine simbolico sia presentato come sommamente positivo e insindacabile nella sua generosità, mentre i segni dei regimi indigeni sono derisi, ridicolizzati, assimilati o distrutti. Si tende a classificare quelli che rifiutano l’assimilazione e/o resistono al proprio collocamento nel sistema appena introdotto come eccessi disfunzionali, pronti per essere eliminati. Che si usi il modello tradizionale dell’intervento militare o il più recente modello della richiesta di prodotti associata alle pressioni del mercato globale (sostituto dei moschetti e degli arieti), il risultato non cambia: la separazione tra primo e terzo mondo è mantenuta, la commistione culturale è strutturata per il vantaggio materiale e sociale del «civilizzato». Per quanto questa formula di imperialismo economico/culturale possa essere efficace e vincente, vi sono dei limiti che rendono ancora imperfetto il sistema. Innanzi tutto la frontiera terrestre è spazialmente limitata, e sta per esaurirsi. Al momento non c’è alcun luogo non soggetto all’invasione del capitalismo. Tutto quello che rimane sono, in verità, delle zone di contestazione (come nelle culture islamiche o maoiste). Il corpo invece non può essere adattato per riflettere i segni della civilizzazione, la carne in sé non è pienamente razionalizzata per approssimare al meglio le richieste ideali del capitale, in termini di adattabilità ed efficienza del mercato. Di conseguenza, relativamente a quest’ultima difficoltà, a partire dalla fine del XIX secolo il capitale ha posto una grande enfasi sul costruire un apparato che produca corpi congeniali ai suoi bisogni e alle sue priorità.

 

PIETRO GORI avvocato - Signori del Tribunale

Tra il dicembre del 1893 ed i primi di gennaio del 1894, la polizia genovese spiccò numerosi mandati di cattura nei confronti di studenti, artisti, operai, etc., sotto l'imputazione di "associazione a delinquere", per essersi "in attuazione delle teorie anarchiche da essi professate, associati fra loro per commettere delitti contro la proprietà, le persone, la incolumità e l'amministrazione della giustizia". Gli imputati erano 35; Luigi Galleani ed Eugenio Pellaco erano imputati anche di essere i "capi" dell'associazione. Il processo si svolse presso il Tribunale di Genova dal 22 maggio sino all'8 giugno 1894. L'arringa del Gori (della quale riportiamo ampi stralci) fu pronunciata nell'udienza pomeridiana del 2 giugno; oltre alla sua, vi furono altre 20 arringhe in difesa dei numerosi imputati. Il Galleani fu condannato a 3 anni di reclusione, con un sesto di segregazione cellulare, oltre 2 anni di sorveglianza. Le altre condanne variarono dai 16 ai 6 mesi di reclusione. Soltanto 13 imputati vennero assolti.

Signori del Tribunale!

Dopo la fiammeggiante volata nel cielo della scienza e del sentimento di cotest'aquila del pensiero giuridico italiano, ch'è il mio amico e maestro Antonio Pellegrini, io sorgo commosso, e quasi sgomento, a parlare dal punto di vista sociale di cotesti uomini e di coteste idee, che la folla ingannata ed inconscia così poco osserva ed intende. Ma le mie povere parole, se pure trepidanti per la solennità del momento, zampilleranno dal cuore, ed avranno innanzi a voi il merito, unico forse, della schiettezza e della lealtà. E per dovere di lealtà permettetemi innanzitutto una constatazione ed una dichiarazione. Il comm. Siro Sironi, ex-questore di Genova ed oggi questore nella capitale, si compiacque denunziare me pure come associato a costoro per delinquere contro le persone, la proprietà, l'ordine pubblico, e per commettere tutte le birichinate di cui parla l'art.248 (1) del Codice Penale. La Camera di Consiglio presso il Tribunale di Genova, con un atto di relativa giustizia, mi prosciolse dall'accusa. Or bene, signori, io tengo a dichiararvi: che se il professare le nobili idee dell'anarchia è reato; - se il denunziare le iniquità sociali, analizzare le menzogne di una sedicente civiltà, flagellare ogni forma di tirannide e di sfruttamento, tenere gli occhi rivolti alle aurore dell'avvenire incorruttibile, portare tra le moltitudini dei miseri e degli oppressi la buona novella della liberazione e della giustizia è delitto - io pure di coteste colpe sono colpevole. Male faceste a prosciogliermi. E se le vostre leggi di rito ancora ve lo consentono, ebbene - io vi prego - schiudetemi i cancelli di quella gabbia, in quest'oggi onorata, e permettete a me pure di sedere tra codesti onestissimi malfattori, onde rispondere, come accusatore, alle strane accuse che oggi la società (per modo di dire) muove a costoro. Si è detto dall'accusa che questo non è processo alle idee. Io mantengo: sì! è processo alle idee. Anzi è qualcosa di più e di peggio: è processo alle intenzioni. Il Pubblico Ministero si è sbracciato a sostenere che oggi ognuno è libero di pensare come meglio crede. Ciò si dice, è vero; ma anche questa è null'altro che una di quelle tante menzogne convenzionali su cui si regge la vecchia e scricchiolante organizzazione sociale. Libero di pensare, come esso vuole, tra le impenetrabili pareti del suo cranio?.... Ma allora grazie tante della libertà delle vostre leggi, o accusatore pubblico. Il pensiero umano di cotesta concessione non ha bisogno. Esso esercita nel segreto d'ogni organismo ragionante i diritti imprescrittibili di un sovrano che non teme prepotenze di sospetti inquisitori o di pavide polizie. È adunque la libertà di propagarlo e di diffonderlo cotesto pensiero, che le leggi savie e libere (se possono esservi savie e libere leggi) devono consentire non solo, ma garantire. Ma voi, o egregio avversario, così non la intendete ed arrivate sino ad affermare che questo non è processo politico. Perché?.... Forse politica deve intendersi solo l'arte meschina di fare e disfare i ministeri? E non sentite, dagli infiniti regni del tempo, che tutta la questione politica è oggi questione essenzialmente sociale? Non vi accorgete che gli intelletti acuti e le anime assetate di idealità alte ed umane, mirando alla sostanza delle cose anziché all'arida forma, attendono alla grande opera di rinnovamento, attraverso le modeste e perenni constatazioni della ingiustizia economica che colpisce i lavoratori, i quali sono (piaccia o non piaccia al Pubblico Ministero) i soli produttori di tutta la ricchezza sociale. (segue)


La situazione costruita è un momento della vita

La costruzione di situazioni comincia oltre la rovina dello spettacolo. Il suo crollo è messo a nudo quando il soggetto non è più altro che il consumatore programmato della logica mercantile.

Nella costruzione di situazioni si esprime pienamente l’esigenza del superamento della separazione artistica, limite che nessuna avanguardia ha mai superato.

Tutta la pratica situazioni sta vuole che il soggetto ritorni viveur, soggetto di una creatività espressa e incessantemente reinventata dalla coscienza sensibile. Lo spettatore è incitato a liberarsi della sua passività per mezzo della costruzione di situazioni favorevoli all’intervento umano in un processo vitale costitutivo delle condizioni naturali di creatività e di gratuità.

La situazione costruita è dunque un momento della vita, concretamente e deliberatamente costruito attraverso l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti.

Contro tutte le forme regressive, commerciali e infantili del gioco, che hanno oggi invaso massicciamente e visibilmente la vita quotidiana dei consumatori, i situazionisti sostenevano già le forme sperimentali di un gioco rivoluzionario. Hanno così posto le basi del superamento di una separazione che è al cuore di ogni teoria rivoluzionaria: quella tra l’individuale e il collettivo, tra l’uomo concreto e la sua comunità naturale.

Nella condizione presente, dove ogni espressione umana è inghiottita dallo spettacolo, siamo tutti, vuoi in maniera cosciente e organizzata, vuoi inconsciamente e in modo spontaneo, dei presituazionisti che agiscono o che s’ignorano. Quanti sfuggono anche soltanto un po’ al fascino ipnotico dello spettacolo sono tutti individui sensibili al bisogno oggettivo di costruire della situazioni in risposta a uno stesso stato di carenza generalizzata.

La costruzione di situazioni esprime dunque la scelta di un intervento volontario sulla situazione fondamentale per l’uomo, che consiste nel suo essere nel mondo in quanto libero soggetto, individuo sociale.


 

giovedì 17 novembre 2022

La Rivoluzione non è riformare

Il sistema non può essere riformato in modo tale da conciliare la libertà con la tecnologia. Il solo modo è di fare completamente a meno del sistema industriale tecnologico. Questo implica la rivoluzione, non necessariamente un’insurrezione armata, ma certamente un cambiamento radicale e fondamentale nella natura della società. La gente pensa che poiché la rivoluzione implica un cambiamento molto più radicale della riforma sia più difficile determinarla. In realtà, in certe circostanze, la rivoluzione è più facile che la riforma. La ragione è che un movimento rivoluzionario può ispirare un’intensità di impegno che un movimento di riforma non può ispirare. Un movimento di riforma offre solo la possibilità di risolvere un problema sociale particolare. Un movimento rivoluzionario offre la possibilità di risolvere tutti i problemi in un colpo solo e di creare un mondo interamente nuovo; fornisce il tipo di ideale per il quale la gente accetterà di accollarsi un rischio e di fare grandi sacri?ci. Per queste ragioni sarebbe molto più facile rovesciare l’intero sistema tecnologico che imporre restrizioni e divieti permanenti allo sviluppo dell’applicazione di qualunque segmento della tecnologia, come l’ingegneria genetica. In condizioni opportune un grande numero di persone potrebbe dedicarsi con passione a una rivoluzione contro il sistema industrial-tecnologico. I riformatori che cercano di limitare certi aspetti della tecnologia potrebbero impegnarsi per evitare un danno. Ma i rivoluzionari lavorano per ottenere una altissima ricompensa: la realizzazione della loro visione rivoluzionaria, e quindi lavorano più duramente e con più tenacia dei riformatori. La riforma è sempre frenata dalla paura delle possibili conseguenze negative in caso di cambiamenti poco prevedibili. Ma, una volta che la febbre rivoluzionaria ha preso piede in una società, la gente è disposta ad affrontare infinite avversità per il ?ne della rivoluzione. Questo fu dimostrato chiaramente nella rivoluzione francese e russa. Potrebbe essere accaduto, in quei casi, che solo una minoranza della popolazione fosse realmente impegnata riella rivoluzione, ma questa minoranza era sufficientemente ampia e attiva da divenire la forza dominante nella società. (Theodore J. Kaczynski, 1996)


SENZA UN’IMMAGINE – Cees Nooteboom

Senza un’immagine appare una poesia,

forma che ancora deve generarsi

dal territorio delle parole,

ereditata da chi non ho mai conosciuto.

Linguaggio, levigato nei sogni, sui pulpiti,

impastato nei letti, in camere solitarie,

da usarsi in vita e in morte, arma

nella lotta contro il caso, astuzia

del destino.

Chi eravamo, il nostro cammino

attraverso l’enigma

sta scritto nelle parole,

scrittura come figlia della lingua,

sussurro, lamento, il midollo

dei pensieri,

testamento di un’emozione

svanita, suono di decreti per il futuro

quando la folla si disperderà

dirigendosi alla sua muta

casa.

(Cees Nooteboom, nato all’Aia nel 1933, autore di romanzi, poesie, saggi, opere teatrali e resoconti di viaggio è uno dei più importanti autori europei contemporanei. Rivelatosi a ventidue anni con Philip e gli altri, ha raggiunto il successo internazionale con Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire). 


PIETRO GORI - Il cavalier errante

Nato a Messina (1865), Gori può tuttavia esser considerato un toscano a tutti gli effetti, dal momento che ancora in fasce si trasferì con la sua famiglia a Livorno - e qui compì gli studi liceali. Laureatosi in giurisprudenza a Pisa con una tesi su "La miseria ed il delitto", ricevette il 1° maggio 1890 il battesimo carcerario, arrestato quale principale organizzatore del giovane movimento operaio livornese. Processato, fu condannato ad un anno, sentenza poi revocata dalla Cassazione ma sufficiente per costringerlo a cambiare città. Trasferitosi a Milano, iniziò ad esercitare la professione di avvocato, continuamente ostacolato dall'Ordine degli Avvocati, che mal sopportava questo strano legale che non si limitava a difendere i malfattori, ma se ne faceva paladino nelle austere aule dei tribunali. Nel 1891 partecipò al congresso anarchico di Capolago, promosso da Malatesta e Cipriani per dare un impulso organizzativo al movimento rivoluzionario anarchico in Italia. Nell'agosto del 1892 partecipa al congresso di Genova, nel quale si opera la definitiva scissione tra socialisti riformisti ed anarchici: con Galleani, Gori sostiene un'aspra polemica con Prampolini e Turati sottolineando l'inconciliabilità delle rispettive posizioni. Nel '94, l'anno dei moti popolari in Sicilia e in Lunigiana repressi nel sangue dal governo, Gori si impegna tra l'altro a fondo nella difesa legale e politica dell'anarchico Sante Caserio, autore di un attentato mortale contro il presidente francese Sadi Carnot. Linciato da tutta la stampa moderata per la sua attività, Gori va in esilio a Lugano, quindi espulso anche dal Canton Ticino emigra altrove: in quest'occasione compone la sua poesia più nota, quell'Addio Lugano bella che è diventata un po' l'inno degli anarchici. Dopo periodi trascorsi in Germania, in Olanda, in Belgio e in Inghilterra (dove partecipò a molte manifestazioni con Malatesta), Gori si imbarcò come marinaio su un piroscafo diretto negli Stati Uniti: grazie alla sua buona conoscenza di varie lingue, iniziò un giro di conferenze dall'Atlantico al Pacifico, in italiano, inglese, francese. A Paterson, la cittadina dalla quale pochi anni dopo partirà Gaetano Bresci per giustiziare Umberto 1°, Gori contribuì alla fondazione del periodico anarchico La questione sociale. Nel '96 ritornò a Londra per partecipare, come rappresentante delle "trade unions" americane, al congresso internazionale operaio: qui subì il primo ricovero in ospedale, in seguito al manifestarsi di quella malattia - la tubercolosi - che ne indebolì progressivamente il fisico fino a portarlo, quindici anni più tardi, alla morte. Rientrato in Italia per curarsi, fu confinato all'isola d'Elba, da dove ebbe il permesso di trasferirsi a Milano alla sola condizione di non tenere comizi: ma alla prima occasione - l'inaugurazione del monumento per le "cinque giornate" - fu quasi costretto dalla folla a prendere la parola. Nel '98 difese sia gli imputati delle rivolte nel Carrarese sia Malatesta ed altri anarchici, ma nuovamente fu costretto all'esilio. Per il comizio improvvisato di Milano, fu condannato contumace a 12 anni. Ma Gori aveva riparato in Sud America, dove restò per quattro anni, svolgendovi sempre un'attività frenetica: conferenze politiche di propaganda, collaborazione a giornali e riviste argentine, lezioni di criminologia alle università di Buenos Aires, La Plata e Cordoba, partecipazione alle attività sindacali. Fondò e diresse per due anni la rivista scientifica Criminologia moderna, alla quale collaborarono i più famosi esperti del settore. Nel 1902, in seguito ad un'amnistia, potè far ritorno in Italia ove riprese subito le solite attività. L'anno successivo fondò con Luigi Fabbri la rivista Il pensiero, una delle più valide pubblicazioni anarchiche in senso assoluto, e vi collaborò fino alla morte. Nel 1904 si recò in Egitto e Palestina, sempre spinto dalla sete di nuove conoscenze: ma ormai le sue forze si riducevano sempre più, e gli ultimi cinque anni della sua vita furono segnati drammaticamente dalla sua malattia. Appena possibile, non mancò di tenere qualche conferenza, di scrivere qualche articolo. La morte, l'8 gennaio 1911, segnò la fine di una troppo lunga agonia. Il passaggio del suo feretro, da Portoferraio alla sua Rosignano, fu accompagnato dalla presenza di migliaia di persone, giunte anche da altre regioni, per render omaggio "al ribelle caduto, al veggente poeta che muor".