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giovedì 15 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso V°

Svolta autoritaria

Si giunge così all’epopea della contestazione dal ’68 fino alla fine degli anni ’70, periodo in cui lo Stato chiede ad un paio di noti esponenti della politica del tempo, ovvero ad Oronzo Reale e successivamente a Francesco Cossiga, di studiare il modo per poter risolvere i problemi d’ordine pubblico, un ‘nuovo’ modo per sedare le proteste di piazza. La paura che avevano generato negli organi istituzionali la rivolta studentesca del ’68 e la conseguente saldatura con la protesta operaia nell’autunno caldo del ’69 porta nel 1975 alla legge di Oronzo Reale (legge Reale), Ministro della Giustizia dell’epoca. Una legge, quella Reale, che tende a punire non solo gli atti di terrorismo ma soprattutto il movimento, in quanto le predisposizioni previste colpiscono soprattutto le nascenti organizzazioni extraparlamentari a prescindere se queste hanno commesso atti di violenza o di terrorismo. Successivamente il decreto Cossiga del 1979, che nasce pochi mesi dopo il delitto Moro e quindi dall’esigenza delle istituzioni di riportare tutto alla normalizzazione, va a sommarsi al resto delle normative repressive in vigore, ma mira a colpire soprattutto le realtà armate del movimento dell’epoca. Questa nuova svolta autoritaria nell’ordinamento giuridico italiano si rifà al principio della ragion di Stato secondo cui la salvaguardia delle istituzioni giustifica l’azione di governo attraverso qualsiasi mezzo. In tal modo il vecchio "delitto" politico diventa delitto «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento democratico». Una nuova dicitura che di fatto estende largamente i poteri di polizia e introduce un diritto penale ‘speciale’ rispetto a quello ordinario, ‘speciale’ quanto alle sostanziali figure di reato (come nel caso degli elastici e indeterminati reati di associazione sovversiva), ‘speciale’ rispetto al trattamento carcerario. Dopo aver tracciato a grosse linee la genesi e lo sviluppo delle legislazioni che colpiscono le varie forme di opposizione, non possiamo non notare il mantenimento di un filo conduttore, dal Regno Sabaudo ad oggi, di alcune norme che permettono la repressione di determinati atteggiamenti politici. Il fatto che ancora oggi il Codice Rocco sia vigente, che si mantengano i reati associativi e che sostanzialmente la stessa legge Reale e lo stesso decreto Cossiga non siano state abrogati, dimostra una volontà dei governi che si sono succeduti nel mantenere quella continuità di controllo e repressione verso ogni forma di opposizione. Un moderno Stato di diritto e che voglia dirsi democratico deve necessariamente procedere verso la totale abrogazione del Codice Rocco e l’assoluta cancellazione dei reati associativi anche in nome di quel diritto di resistenza, concepito come diritto naturale di una parte, o di un intero popolo, ad opporsi contro l’esercizio arbitrario e tirannico del potere statale. Una tradizione di resistenza antichissima che trova le sue origini nell’Antigone di Sofocle e che leggi e complessi artifici giuridici non sono mai riusciti a interrompere.


giovedì 8 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso IV°

Dal domicilio coatto al confino

Proprio in questo contesto veniva istituito nel 1926 il confino. ‘Figlio’ del domicilio coatto prevedeva l’allontanamento dell’individuo dal suo luogo di residenza verso determinate zone, piccole isole solitamente, per un periodo di tempo compreso tra 1 e 5 anni. In questo caso, a differenza del domicilio coatto, siamo in presenza di una norma preventiva, perché si punisce chi è sospettato, quindi ante delictum. Le persone costrette ad andare in esilio, 3 o a volte anche 5anni, si recavano in quei luoghi con il loro carico di sofferenze, un bagaglio di privazioni e nell’impossibilità di continuare a svolgere alcuna attività politica.

Non bisogna poi dimenticare che il regime attraverso altri organi come l’Ovra (la polizia segreta) si occupava anche di monitorare ed eliminare i ‘sovversivi’ fuoriusciti come nel celebre caso dei fratelli Rosselli e di altre centinaia di militanti che erano riusciti ad espatriare.

Il punto più alto del sistema repressivo fascista si ha con la promulgazione del Codice Rocco nel 1930, tutt’ora in parte vigente, che introduceva i reati associativi fino a quel momento inesistenti.

Ma, cosa forse ancor più grave, il codice Rocco tendeva ad unificare i reati politici ai reati comuni. Il suo ‘padre’ Alfredo Rocco non aveva dubbi nell’adottare la formula onnicomprensiva dell’articolo 8 secondo cui «Agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende l’interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino. È altresì considerato delitto politico il delitto comune, determinato in tutto o in parte, da motivi politici». Era chiaro come l’obiettivo perseguito non fosse quello di diminuire le pene per i delitti comuni compiuti con motivazioni politiche, ma quello di aggravarle.

Con il Codice Rocco vengono puniti tutti coloro i quali si prefiggono lo scopo di attaccare o sovvertire lo Stato, nonostante non abbiano ancora commesso nessun reato, ma ne abbiano semplicemente discusso o espresso la volontà di poterlo o volerlo fare un ipotetico giorno.


giovedì 1 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso III°

Il Casellario Politico Centrale

Successivamente il governo Crispi del 1894, anche a seguito del fallito attentato compiuto dall’anarchico Paolo Lega alla vita del primo ministro, escogitava nuove forme e strumenti tesi a reprimere il dissenso, fra tutte il casellario politico centrale. Applicato ufficialmente dal 1896 traeva origine come risposta dell’ordine pubblico ai moti dei Vespri siciliani e alle contestazioni operaie in Toscana, che si erano sviluppate sul finire del secolo. Si trattava in assoluto dello strumento più idoneo di cui si servivano le autorità per monitorare la consistenza e la qualità dell’opposizione politica. Il casellario politico centrale consisteva nella raccolta di dati e informazioni su persone ritenute politicamente pericolose da parte degli organi di polizia che venivano poi diramate al Ministero della Giustizia. In tal modo, seguendo ed indagando le attività quotidiane, si conoscevano vita, opera e miracoli di tutti i dissidenti politici. Ufficialmente il casellario restò in vigore fino al 1943, anno della caduta del fascismo, ma in realtà, la sua prosecuzione nell’Italia repubblicana è confermata dalla testimonianza dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, resa pubblica dopo la sua morte. Il Casellario avrebbe ‘contato’ ancora nei primi anni ’60 circa 14.000 vigilati. Tuttavia non è difficile ipotizzare che il casellario abbia continuato la sua attività di controllo nel tempo, magari supportato sempre da nuove tecnologie e in diverse forme all’insaputa dei cittadini. Tornando alla nostra ricostruzione storica è con il fascismo che si giunge al livello più alto di repressione verso ogni forma di opposizione attraverso la formulazione di nuove leggi e nuove normative. Proprio durante il ventennio si fa ampio utilizzo del casellario; nel periodo compreso tra il 1922 e il 1940 furono aperti 114.000 fascicoli, contro i 40.000 del periodo precedente la dittatura. Negli anni successivi all’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) in Italia s’impose il ‘regime totalitario’. Attraverso le cosiddette leggi «fascistissime» del ’26 e degli anni a seguire, si cancellarono gradualmente quelle forme di controllo e di equilibrio tra i poteri dello Stato che lo Statuto Albertino e lo stato liberale avevano in qualche misura garantito. Per mezzo delle suddette leggi Mussolini, in qualità di capo del Governo, sceglieva e destinava personalmente i ministri senza dover più attenersi alle maggioranze espresse dal Parlamento. Inoltre venivano soppresse le autonomie locali, al posto dei sindaci venivano nominati i ‘podestà’ direttamente dal governo centrale e, soprattutto, venivano soppresse le libere elezioni democratiche dai fascisti definite con disprezzo «ludi cartacei». La fine dell’ordinamento liberale, per definizione legato ad elezioni democratiche, fu ‘perfezionato’ attraverso la cessazione della libertà di stampa, di associazione e di insegnamento. Da quel momento la Milizia fascista divenne una sorta di polizia parallela specializzata nelle repressione delle varie forme di contestazione. Per gli antifascisti venne appositamente creata una magistratura ‘straordinaria’ il tribunale speciale per le difesa dello Stato, composto da ufficiali della milizia che giudicava, spesso e volentieri, per reati astratti e indeterminabili come quello di «aver concorso a sminuire il sentimento nazionale».


giovedì 24 settembre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso II°

Vagabondi, nullatenenti, coatti 

Un punto di svolta nella legislazione sui reati politici si ha con la rivoluzione francese. Caduta la monarchia e le forme di assolutismo, la legislazione non è più tesa a difendere il monarca e quindi la sua sacralità, ma un’entità nuova ed astratta, lo Stato e le sue istituzioni. Motivo questo che porta a sostituire il reato politico per eccellenza del ’700, quello di lesa maestà, con il reato contro la sicurezza dello Stato, che andrà a caratterizzare i futuri dispositivi di legge. Le prime forme di legislazione repressiva nei confronti degli oppositori politici in Italia le troviamo nel Regno Borbonico. Istituito nel 1792, il domicilio coatto, ad esempio, altro non era che un arbitrario provvedimento poliziesco adottato dalla polizia borbonica per ragioni di sicurezza nei confronti dei cosiddetti “attendibili” (sospettati politici).

Successivamente nel 1859 col Regio decreto n° 3720, anche il Regno Sabaudo faceva proprio il domicilio coatto. Nel concreto si concedeva al Prefetto in carica in una determinata zona del paese, l’incontestata autorità di limitare lo spostamento di uno o più individui da un determinato territorio a causa della loro presunta pericolosità sociale.

Dopo un breve lasso di tempo in cui questa misura altamente restrittiva della libertà personale era stata abolita, veniva ripristinata nel 1865 con la legge n. 1409 allo scopo di allontanare dalla loro abituale dimora ‘oziosi e vagabondi’ rei di avere rapporti con i briganti.

L’anno successivo la misura fu estesa anche per le ‘motivazioni politiche’. Lo scopo era quello di sottoporre a sorveglianza speciale la persona ritenuta socialmente pericolosa e, per meglio ottemperare a questo compito, si obbligava il ‘cospiratore’ a dimorare, per un periodo di tempo che solitamente variava da un mese ai tre anni, in una colonia o in un luogo speciale di osservazione; il più delle volte isole difficili da raggiungere e da cui evadere e in cui era raro avere rapporti di interazione con gli abitanti del luogo.

Originariamente questa norma, come accennato, trovava la sua ratio nel limitare i fenomeni di brigantaggio nel sud del Paese, ma veniva da subito estesa ai dissidenti politici in maniera più generalizzata. Questo permetteva di estendere il numero dei ‘coatti’ in modo vertiginoso. Basti pensare che se nel 1871 i destinatari di questi provvedimenti erano ‘solo’ 474 tredici anni dopo erano circa 7.000. Una «moltitudine di persone sepolte in riva al mare» come recitava il poeta anarchico Pietro Gori nel Canto dei coatti.

Nel corso degli anni, lo scoppio dei moti sociali prima in Sicilia (Vespri siciliani) e poi successivamente in Lunigiana, nei quali erano particolarmente attive le figure anarchiche e socialiste della prim’ora, indusse ad emanare ulteriori disposizioni che inasprivano le pene già previste dalle leggi del 1865. Tuttavia nonostante il carattere fortemente repressivo si trattava comunque di disposizioni che andavano a punire i contestatori post delictum.

Il domicilio coatto veniva applicato una volta “riconosciuta la colpevolezza” del cosiddetto contestatore o oppositore politico; la pena veniva comminata, rispettando una sorta di “garanzia”, soltanto al termine del processo e non in maniera preventiva.


giovedì 17 settembre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso I°

Quello del reato politico è, oramai, un tema ‘vecchio’. Vecchio e terribilmente attuale in quanto da che sono state congeniate le prime strutture istituzionali si sono affermate come regole giuridiche quelle che proteggevano i ‘privilegi’ dei personaggi aventi autorità e lo stesso diritto si è posto come utile strumento di controllo sociale in una società politicamente organizzata. Tuttavia la nozione di delitto politico o reato politico, è nozione tipica della cultura ottocentesca nata da due esigenze spesso non armonizzate tra loro: una liberale, particolarmente teorica e critica nei confronti dei misfatti dell’assolutismo monarchico; l’altra più propriamente detta istituzionale e tesa a garantire la tutela dello Stato e delle istituzioni.

I reati politici, in realtà, sono preesistenti allo stato liberale, ne troviamo traccia nell’antico regime ed in particolar modo in Francia.

La storia ci ricorda quanto orribile fosse l’accusa di crimen laesae maiestatis e come nel processo che giudicava chi avesse messo in pericolo l’esistenza o l’integrità del sovrano o dello Stato, fossero gradualmente eliminate tutte le garanzie della difesa.

La legislazione sui reati politici dell’epoca utilizzava pene esemplari, mirate a dare un messaggio ben preciso alla popolazione, comminate sia a chi veniva accusato di aver commesso o di aver ipotizzato di commettere un “reato”, sia a chi semplicemente conosceva persone considerate ‘sovversive’. Davanti ad una ipotesi di reato, contro il tiranno o contro un organo dello Stato, venivano incarcerate e spesso passate per la ghigliottina decine di persone ed i relativi familiari e affini. Ma a ben vedere la criminalizzazione del dissenso e il processo politico non mira tanto ad accertare i presupposti indispensabili per infliggere una sanzione, quanto, molto più subdolamente, a conseguire un dato prettamente politico: colpire un’idea, un movimento e la sua capacità di critica politica, rispetto alle quali la “ragione penale” scade a mera occasione.


giovedì 3 ottobre 2024

Un anarchico in prigione - Aleksandr Berkman

Le sue memorie, Un anarchico in prigione {1912), sono un classico minore della letteratura detentiva e costituiscono una testimonianza eloquente e dolorosa del suo idealismo giovanile, dei lunghi insopportabili periodi di isolamento, delle proteste contro le condizioni inumane del carcere, della sua disperazione e solitudine e degli inutili piani di evasione. Rilasciato nel 1906 e riunitosi alla Goldman, Berkman tornava all’agitazione anarchica fino al 1936, anno in cui sceglieva di suicidarsi piuttosto che continuare a soffrire per le proprie condizioni di salute e di dipendenza dal supporto finanziario degli amici. Fosse vissuto appena un po’ di più, avrebbe avuto almeno il sollievo di ascoltare le notizie dei tumultuosi avvenimenti che stavano incendiando la Spagna. Nei suoi quattordici anni di prigionia, Berkman approfondiva la propria comprensione del mondo: «La maturità mi ha chiarito la via», confidava in una lettera alla Goldman dopo dieci anni di cella, e l’esperienza fatta gli insegnava la necessità di una «visione pura di cuori che restano caldi». Una simile notazione può apparire aridamente intellettuale, ma le memorie di Berkman sono radicate nella privazione sensoriale provocata dalla detenzione, mentre la sua capacità di comprensione col passare degli anni è andata aumentando, cosicché l’uomo che cammina libero alla fine del libro abbraccia coraggiosamente, pur se con timore, la ritrovata libertà. Berkman e la Goldman saranno successivamente espulsi dagli Stati Uniti, a causa della loro attività pacifista durante la prima guerra mondiale, e si trasferiranno in Russia attratti dai fuochi rivoluzionari che bruciavano laggiù.


giovedì 25 luglio 2024

Appartengo anima e corpo alla comunità dei rivoluzionari

Io non sono un pentito, e neppure un dissociato, gli atti di cui i magistrati mi accusano ne sono la testimonianza. Appartengo anima e corpo alla comunità dei rivoluzionari incompatibili! Fin dalle prime parole la mia scrittura non ha cercato quindi di strapparmi a questa natura inespugnabile. Né a rendermi vendibile e perciò accettabile agli occhi di una folla di comparse che mi ha demonizzato e condannato perché la nostra lotta di rottura ha rivelato l’ampiezza della loro collusione con i regimi predatori dei centri imperialisti. Non sono un intellettuale e non mi porto dietro nessun bagaglio universitario. Clandestino precoce, la mia educazione l’hanno fatta la lotta e la galera. I vecchi parlavano giustamente dell’università del popolo. Solo la pratica e lo spirito di resistenza intrattengono e sviluppano la cultura antagonista degli oppressi. È in questo filone che iscrivo le mie parole. Descrivono condizioni di sfruttamento e di oppressione, cioè situazioni di classe. Sono testimonianze. Né un’immagine, né un bel ritornello mi allontanano da questo impegno. La scrittura di resistenza slegata dalla pratica reale non è nulla o è ben poca cosa. Solamente parole. Parole orfane, parole senza musica. Dopo più di 20 anni di galera, di cui 10 in isolamento totale e 10 in carcere di massima sicurezza, la mia scrittura non sa che farsene degli stati d’animo. Assume tutto il suo senso e la sua ragion d’essere nella mia condizione di attore e quindi di testimone principale. Descrivo i meccanismi e i disastri della prigione cellulare che io stesso vivo giorno per giorno e a cui resisto. Lo scritto partecipa al mio rifiuto di soccombere. E al rifiuto di dimenticare la nostra storia e il motivo della rivolta della nostra generazione.

… Così, ad ogni passo in avanti, la mia scrittura non mi allontana mai dalle cause profonde del mio impegno per un mondo senza classi… né prigioni. (Jean Marc Rouillan)


giovedì 25 maggio 2023

Odiare il carcere

Sentirsi liberi di «scegliere» di poter odiare il carcere, e la struttura sociale che lo produce e lo riproduce, è parte fondamentale della lotta per la libertà. Della lotta per sottrarsi allo spirito del tempo, oggi occupato da ossessioni «forcaiole», dalla sudditanza a un ordine immobile, dalla dipendenza gerarchica. Sono ossessioni utili a far dimenticare i responsabili del malessere dilagante. L’odio verso il carcere ci aiuta a individuare i veri nemici e lottarci contro. La battaglia contro il carcere va intensificata con la convinzione che stavolta non siano i detenuti a soccombere ma il carcere.

Che finisca! Che venga abolito! Chi siamo noi per osare dimenticare? 


giovedì 13 aprile 2023

La pratica delle rivolte - San Vittore 1969

 

Cronaca della rivolta di San Vittore. 

Milano, sabato 12 aprile 1969. Incontro tra il procuratore della repubblica e i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non entrano in cella dopo l’aria: si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo e il letto di contenzione; contro il codice penale fascista; contro la carcerazione preventiva. Il procuratore promette i servizi igienici e più colloqui coi parenti. Dice no all’abolizione della censura sulla posta, alle licenze extra, alla riduzione delle pene (non dipendono da lui, si sa). Le notizie da Torino e da Marassi (Genova) fanno esplodere il quinto raggio (ore sedici di lunedì 14). La parola d’ordine: riforma dei codici, rispetto dell’uomo. Alle sedici e trenta tutto il carcere è in rivolta, in mano ai detenuti. La Tv si affretta a mostrare lo spettacolo a tutti gli italiani: attorno alle mura i Ps con elmi e fucili; in alto, aggrappati alle sbarre, i rivoltosi gridano slogan alla gente sulla strada. Alle ventidue, duemila tra Ps e Cc circondano San Vittore: la battaglia è iniziata; la forza pubblica entra in carcere, tegole, inferriate e sassi lanciano i detenuti; raffiche di mitra, colpi di pistola, centinaia di bombe-gas la polizia. Fiamme dappertutto, la battaglia dura quindici ore. In piazza Filangieri, davanti a San Vittore, dalle finestre del Beccaria (minorile) piovono bicchieri, piatti, panini e cartelli: «siamo tutti uniti con voi!», «sciopero della fame», «giù le mani dai minorenni», «la morte viene data troppo spesso». Decine e decine di feriti, cento persone gravemente ferite tra cui una trentina di agenti. Le guardie prese in ostaggio sono liberate sane e salve. Alle sette del mattino di martedì 15 aprile la resa definitiva: su San Vittore è issata una bandiera bianca. I detenuti con le mani in alto contro il muro sotto il tiro dei mitra, detenuti incatenati subito trasferiti in altre carceri, poliziotti in barella: il carcere quasi completamente distrutto, il folto pubblico benpensante del «Corriere» e della Tv abbandona lieto ed eccitato il campo di battaglia: lo spettacolo è finito, i «nostri» sono arrivati (da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna) «celeri», la virtù ha trionfato, i sonni possono essere di nuovo tranquilli. [Documento detenuti carcere di Milano]


giovedì 6 aprile 2023

La pratica delle rivolte

Giugno 1968. Venivano portate avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva (e non va dimenticato che sia alle Nuove che a San Vittore aveva avuto una certa importanza il contatto con gli studenti arrestati per le lotte universitarie), d’altra parte si poteva rilevare un carattere episodico dovuto sia alla mancanza di organizzazione interna, sia all’importanza eccessiva che vi ebbero motivi di contenuto immediato. La rivolta si estese a San Vittore e a Poggioreale. Aprile 1969. La rivolta. Non a caso è cominciata nel giorno dello sciopero generale per i fatti di Battipaglia, col ribadire la richiesta di riforma e con una azione di denuncia e di appello all’opinione pubblica. Si è continuato con la critica a tutto l’ordinamento giudiziario, alla giustizia di classe (negli slogan e nelle dichiarazioni ai giornali i detenuti introducevano spesso duri attacchi all’istituto della difesa d’ufficio, e soprattutto a quello della custodia preventiva, che sono due nodi fondamentali del sistema classista della giustizia italiana) (…) A lanciare parole d’ordine fu un «comitato di base» costituito da elementi giovani che si impossessarono del ciclostile per diffondere una «carta rivendicativa» in cui si proponeva l’elezione di un comitato delegato a fare una conferenza stampa e l’impegno di astenersi dai danneggiamenti nel caso le autorità avessero preso impegno di non dar corso a punizioni e trasferimenti. Le autorità non si assunsero impegni. In seguito a ciò, nell’ultimo giorno il comitato non riuscì minimamente a indirizzare la rivolta, che si fece violentissima. Bisogna ricordare che, nella fase non violenta e protestataria la polizia già seguì una tattica di brutale repressione, imbottendo il carcere di bombe lacrimogene. La giusta violenza dei carcerati fu non solo una risposta alla repressione, ma anche un tentativo pratico-politico di riforma carceraria a modo loro. Infatti fu distrutta la cappella (la religione è una delle chiavi del cosiddetto sistema rieducativo basato sulla violenza); l’ufficio matricola; l’ufficio fascicoli personali, dove il detenuto riceve il marchio di reietto; l’infermeria simbolo della discriminazione classista interna, in quanto è noto che le persone di elevata condizione (o che possono pagare) vi sono ricoverate sine die. Furono distrutte le fogne del 1857 e le tubature d’acqua antiquate, i miseri «impianti» per l’igiene, con lo scopo dichiarato di farle costruire nuove e come denuncia di una condizione di vita disumana. Furono resi inservibili i macchinari delle lavorazioni su cui si fatica otto ore per guadagnare 350 lire al giorno. Le autorità dapprima reprimono duramente, poi invece è il trionfo del paternalismo e delle promesse a buon mercato. Conclusione: l’ordine è ristabilito, col trasferimento punitivo verso carceri lontane: questo significa aggravare l’isolamento del recluso e prolungare di molto la detenzione preventiva, visto che i giudici istruttori rimangono a Torino ed in questo modo le procedure si allungano di anni. Dopo una rivolta a pagare rimangono sempre e solo loro, i detenuti. E sono anni di galera in più.[Documento detenuti, carcere di Torino, 11 aprile 1969].


giovedì 30 marzo 2023

Il carcere andando indietro nel tempo parte II°

La nascita dell'istituzione carceraria moderna

Nel secolo XVI si assiste ad un progressivo e sostanziale cambiamento del concetto di pena e si forma il nucleo dell’ideologia penale pre-illuminista. A poco a poco in Inghilterra i ladri e le prostitute, insieme ai vagabondi, ai poveri e ai ragazzi abbandonati anziché essere sottoposti alle comuni sanzioni dell’epoca vengono raccolti nel palazzo di Bridewell (concesso dal sovrano) e obbligati a “riformarsi” attraverso il lavoro e la disciplina. Nasceva così nel 1557 la prima “house of correction” o “workhouse”, caratterizzata dall’organizzazione rigida del tempo strutturato in gesti sempre uguali e ripetitivi. Questa situazione europea dura fino alla chiave di volta rappresentata dalla rivoluzione francese. Successivamente, le nuove teorie rivoluzionarie borghesi, politiche e sociali, favoriscono l’affermarsi di una nuova struttura giuridico-normativa (in Francia il codice rivoluzionario del 1791 e in Germania il codice bavarese del 1813) che stabilisce un’equivalenza tra delitto e pena cercando di sottrarre quest’ultima all’arbitrio. In questo clima vengono accolte con favore le teorie di alcuni “riformatori” inglesi tra cui spicca Jeremy Bentham, che assegna al carcere, prioritariamente, un carattere intimidatorio e di totale controllo al fine di realizzare il ruolo produttivo e risocializzante. E’ il progetto Panopticon basato sul “principio ispettivo” che i pochi (carcerieri) possano controllare i molti (detenuti), e il controllo possa essere esercitato su tutti gli atti del carcerato nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. Nasce così la nuova struttura architettonica del carcere moderno (carcere Benthaniano), fatta di “bracci” (o “raggi”) e rotonde, costruito cioè in modo che i carcerieri stando fermi nel posto di guardia posto sulla rotonda possano avere la visuale piena su un intero braccio di celle, o su più bracci (struttura a raggiera). Al contempo ogni detenuto sa che ogni suo movimento è controllato “a vista” con estrema facilità. Sul piano pratico vengono introdotte, dapprima in Inghilterra (legge del 1810 e il Goal Act del 1823) e poi in tutta Europa, alcune innovazioni: separazione tra i sessi, isolamento notturno e lavoro diurno in comune. Le condizioni di vita nelle carceri peggiorano, così come peggiorano le modalità di vita e lavoro per i poveri nelle “workhouses”. 

La formazione dei primi istituti carcerari

Nella seconda metà del XVII secolo si realizza una delle prime esperienze carcerarie moderne: a Firenze all’interno dell’Ospizio del S. Filippo Neri per giovani abbandonati viene istituita una sezione destinata fondamentalmente a giovani di buona famiglia con problemi di disadattamento. E’ il primo caso di isolamento cellulare a scopo correzionale: la sezione era infatti composta da otto cellette singole in cui i giovani erano rinchiusi in isolamento giorno e notte. A Milano alla fine del XVII secolo vengono realizzati una “Casa di Correzione” e un “Ergastolo”, nella prima vi vengono rinchiusi i colpevoli di reati minori tenuti in regime di separazione cellulare; nel secondo i condannati per gravi reati che non vivono in isolamento (diverrà obbligatorio in seguito) e vengono utilizzati in lavori di pubblica utilità. A Napoli è in funzione la Vicaria: vi sono rinchiusi un migliaio di prigionieri in condizioni terribili, molto al di sotto dei livelli di sopravvivenza. Altrettanto aberranti sono le condizioni della Casa dei poveri, il cosiddetto “Serraglio”. A Roma nel 1770 viene realizzato il carcere cellulare del San Michele (prigione vaticana).


giovedì 23 marzo 2023

Il carcere andando indietro nel tempo parte I°

Il carcere nell’antichità

Il giorno in cui la società organizzata, per salvaguardare la pace e la sicurezza sociale, stabiliva di isolare dalla collettività coloro che avevano violato l’ordine costituito, rinchiudendoli in appositi istituti (carceri), nasceva il problema penitenziario. Tale problema, però, fu inizialmente avvertito solo dal punto di vista della custodia o della polizia carceraria, essendo la pena intesa come vendetta sociale e mirando gli ordinamenti penali ad annullare il colpevole del reato più che a rieducarlo. In tempi remoti il carcere era quindi sostanzialmente concepito come edificio atto a custodire il reo cui doveva essere inflitta la pena prevista per il crimine commesso. Le pene potevano distinguersi in: pene corporali (fustigazione, mutilazione, tortura, morte, ecc.) o pene pecuniarie (confisca di parte o tutti i beni del reo).

Il sistema punitivo romano

Il diritto romano conosceva pene di carattere privatistico per i trasgressori di norme di interesse individuale da comminarsi mediante processo civile, e pene di carattere pubblicistico per i trasgressori di norme di interesse collettivo da comminarsi mediante processo penale. Le pene private erano per lo più pene pecuniarie e consistevano in una somma da versare all’offeso in risarcimento del danno subito. Le pene pubbliche variarono nel corso del tempo: la più grave rimase quella capitale ma vennero applicate anche l’esilio, la fustigazione, le pene pecuniarie, la destinazione ai lavori forzati nelle miniere o ai giochi del circo. Il carcere non veniva mai preso in considerazione come misura coercitiva in quanto serviva in linea di principio “ad continendos homines, non ad puniendos”. Era quindi considerato solo come mezzo di coercizione, arresto o detenzione preventiva, allo scopo di assicurare il reo alla giustizia.

L’ordinamento penale medievale

Il sistema penale medievale, basato sui criteri della vendetta privata, non fu propizio allo sviluppo del regime carcerario. Con la caduta dell’impero romano d’occidente, il sistema punitivo classico, basato sulla pena pubblica inflitta dallo Stato e irrogata tramite processo, non trovò più applicazione e tornò a prevalere la concezione della pena privata. La pena tendeva al risarcimento del danno o alla riparazione dell’offesa in una composizione sostitutiva della vendetta in cui il potere pubblico generalmente restava assente.

L’ordinamento penale feudale

Nella società feudale il carcere inteso come pena, nella forma della privazione della libertà, non esiste. Il carcere medievale, punitivo e privatistico si fonda sulla categoria etico-giuridica del “taglione”, a cui si associa il concetto di espiatio, forma di vendetta basata sul criterio di pareggiare i danni derivati dal “reato”. L’unico tribunale è quello del signore, solo lui emana gli ordini, a lui debbono obbedienza tutti coloro che hanno in concessione la terra o che vivono sui suoi fondi. La prigione, o meglio la detenzione, era solo un passaggio temporaneo nell’attesa dell’applicazione della pena reale, cioè la privazione nei riguardi del “colpevole” di quei beni riconosciuti universalmente come valori sociali: la vita, l’integrità fisica, il denaro. La crudeltà e la spettacolarità assolvevano la funzione di deterrente nei confronti di coloro che intendevano trasgredire le regole imposte dal “signore”. Nell’epoca feudale, essendo la giustizia amministrata dal “signore”, le pene erano determinate in modo assai vario, secondo la volontà di questo. Le pene avevano carattere pecuniario o corporale, oltre all’esilio e alla galera, pena che prevedeva l’imbarco del reo come rematore nelle navi. Detenzione e tortura era principalmente mezzi istruttori per ottenere la confessione dell’imputato, considerata la prova necessaria alla condanna.


giovedì 15 dicembre 2022

Il regno odioso delle prigioni

Il regno odioso delle prigioni non finirà senza che ciascuno impari a non imprigionarsi più in un comportamento economizzato dai riflessi del profitto e dello scambio. Meno l'animalità si ingabbierà nella rigidità del carattere, arrabbiandosi per frustrazioni perpetue, più aprirà le porte del godimento a progressivi affinamenti, e più apparirà a tutti l'orrore di rinchiudere in cella dei condannati che vi languiscono non per i loro misfatti, ma perché esorcizzano i demoni che le persone oneste imprigionano in loro. I progressi che l'umanesimo auspica fanno rabbrividire. Se le prigioni spariranno senza che il godimento sia restaurato nei suoi diritti, esse cederanno soltanto il posto ad istituzioni psichiatriche ariose, in accordo con le terapie che anestetizzano nei condannati al lavoro quotidiano la violenza delle frustrazioni.

Non è forse giunto il tempo di stabilirsi talmente nell'amore di sé che, arrivando ad adeguarsi dal fondo del cuore molta felicità, ci si affezioni agli altri per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per il favore di amare che dispensano a se stessi? Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione, il carattere, l'istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l'obbligo di essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista? Mi importa soltanto la presenza del vivente, in cui convergono tutte le libertà che nessun giudizio ha il potere di arrestare. 


giovedì 9 giugno 2022

Crocenera anarchica

A Madrid, nel 1964, la polizia arresta un giovane scozzese, giunto appositamente dall'Inghilterra per organizzare un attentato contro il dittatore Franco. Il giovane ha solo 18 anni, essendo nato nel 1946 a Glasgow, ed è cresciuto nel clima di dura lotta proletaria esistente nel capoluogo scozzese, dove molti minatori continuano da decine di anni a tenere in vita le tradizioni del socialismo libertario. Stuart Christie - così si chiama il giovane anarchico - viene condannato a venti anni di galera dalla corte marziale sotto l'accusa di "banditismo e terrorismo", prima ancora che l'attentato possa essere tentato. Dopo tre anni di detenzione al Carabanchel, il famigerato carcere madrileno, ed in altri reclusori franchisti, Christie viene liberato nel settembre del 1967, in seguito alle forti pressioni dell'opinione pubblica inglese. Tornato libero a Londra, insieme ad altri compagni fonda l'"Anarchist Black Cross" (Croce Nera Anarchica), un'organizzazione specifica per aiutare i detenuti politici anarchici nelle galere franchiste, tramite l'invio di generi di prima necessità, la pubblicazione dei loro documenti pervenuti clandestinamente, la costante attenzione a tutte le manovre repressive dell'apparato poliziesco del Caudillo. I precedenti storici non mancano. Già nel 1907 i profughi politici russi avevano organizzato una Croce Rossa Anarchica (più tardi divenuta Croce Nera Anarchica) con lo scopo di aiutare i compagni imprigionati nelle carceri zariste. Dopo la rivoluzione russa del 1917, in cui ebbero tanta parte, gli anarchici si trovarono ad affrontare la repressione bolscevica, che certo non fu meno sanguinaria di quella degli zar deposti; così gli anarchici sfuggiti alle persecuzioni dei nuovi dittatori "rossi" cercarono in ogni modo di comunicare e di aiutare i militanti detenuti, a volte internati nei famigerati campi di lavoro siberiani. La solidarietà internazionalista degli anarchici raggiunse, nel periodo fra le due guerre mondiali, anche le vittime politiche in Italia, in Germania, e soprattutto in Spagna. A Milano, nei primi mesi del 1969, con quasi involontaria tempestività, sorge la CROCE NERA ANARCHICA che mutua il nome della Black Cross ed intende affiancarsi ad essa ma che subito si trova a dover operare "in casa". Infatti proprio in quell'epoca iniziava con gli attentati fascisti del 25 aprile (alla Fiera Campionaria ed alla
Stazione Centrale di Milano) e con l'arresto di alcuni giovani libertari, la manovra anti-anarchica di provocazione-calunnia-repressione, che doveva culminare sempre a Milano il 12 dicembre dello stesso anno (con la "strage di stato" di Piazza Fontana). Così all'azione pro-Spagna dapprima si affianca, poi la sostituisce quasi completamente l'azione anti-repressiva in Italia, non solo con l'invio di denaro agli arrestati, ma anche e soprattutto con l'organizzazione di manifestazioni di vario genere per sensibilizzare l'opinione pubblica, con la pronta e precisa risposta data alle calunnie diffuse dalla polizia e dai suoi portavoce. La pubblicazione di un bollettino interno del movimento anarchico, di cui sono usciti 9 numeri, ha permesso periodicamente ai compagni interessati di conoscere notizie sulla repressione anti-anarchica e sulle attività della "Croce Nera Anarchica" stessa. In questa diversificazione di attività (controinformazione interna ed esterna al movimento anarchico), oltre che in maggior dinamismo e tempestività, la "Croce Nera Anarchica" si differenziò dal "Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche" (CNPVP), con cui peraltro collaborò fraternamente; quest'ultimo organismo opera da una ventina d'anni in Italia, ma, per sua natura, si limita ad aiutare materialmente gli anarchici incarcerati. Il lavoro specifico della "Croce Nera Anarchica" si è dimostrato particolarmente utile dopo gli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre 1969, che hanno provocato l'accentuarsi della repressione. Il contatto con gli avvocati difensori dei molti compagni incarcerati, i comunicati e le conferenze-stampa sono stati i principali momenti dell'attività "esterna" di questa organizzazione, che ha così contribuito, fra l'altro, a sconfiggere la campagna di calunnie contro Giuseppe Pinelli, scatenata dalla polizia e dalla stampa di regime subito dopo la sua morte. In questo contesto, la "Croce Nera Anarchica" ha bloccato sul nascere un tentativo poliziesco di coinvolgere Pinelli in un traffico d'Armi con la Resistenza greca, smentendo categoricamente, prima ancora che fossero diffuse ufficialmente, queste voci, cosicché questa ennesima provocazione fu subito fatta rientrare. Contemporaneamente la "Croce Nera Anarchica" ha curato la pubblicazione del libro "Le bombe dei padroni" (luglio 1970), organizzando anche la distribuzione, in molti centri grandi e piccoli, del filmato su Pinelli, realizzato dal Comitato dei cineasti contro la repressione; ha inoltre organizzato il viaggio e le conferenze tenute in molte città italiane dal compagno anarco-sindacalista Miguel Garcia Garcia (novembre-dicembre 1970), appena rilasciato dopo vent'anni trascorsi nelle carceri franchiste. Dopo aver proseguito la sua opera per tutta la campagna di controinformazione e di lotta contro la "verità" di Stato e per la scarcerazione di Valpreda e compagni, proprio in prossimità del raggiungimento di questo obiettivo la CROCENERA ANARCHICA si scioglie, passando a tutti gli effetti la mano al movimento anarchico ed ai suoi organi.



giovedì 13 agosto 2020

A proposito di carcere

Il proposito di abolire il carcere, nonché ogni forma di prigionia, è senza dubbio saggio, nobile, ammirevole e, soprattutto, radicalmente umano. Purtroppo, però, quando ci si addentra nella questione nei suoi aspetti teorici, com’è necessario, in quelli pratici e propositivi, ci si accorge di aver messo la mano in un nido di vipere, tutte altrettanto seppure diversamente mordaci, o, se proprio va bene, di avere di fronte un gioco di scatole cinesi. Un problema rimanda ad un altro, un’ipotetica soluzione ne azzanna un’altra, tuttavia non meno ipotetica, e via andando.
Quindi abolire il carcere è possibile?
Per un “radicale”, se è possibile, allora significa che questa abolizione è nell’interesse della società presente, che peraltro  egli vuole combattere, cambiare o distruggere, e dunque non val troppo la pena di occuparsene; lo faranno comunque altri e, in ogni caso questa “abolizione” sarebbe soltanto spettacolare, mentre verrebbero rinnovate e rimodernate le forme di controllo sociale e perciò di prigionia in senso ampio. Per un “riformista”, se è veramente impossibile, è piuttosto utile mettere mano a delle modificazioni che, da un lato, lascino fuori dal carcere quanti più possibili e, dall’altro, ammorbidiscano le condizioni di quanti dentro ci restano.
Il “radicale” rischia di disinteressarsene, se non attraverso vaghe e fumose dichiarazioni di principio, affaccendandosi, nel frattempo, in altre faccende e lasciando mano libera ai professionisti del problema, aspettando un momento catartico x o y o z in cui tutto si risolverà. Il “riformista”, quale che sia la sua indole e natura, rischia di contribuire alla perpetuazione in eterno di carceri, leggi ecc., attraverso il loro addolcimento e la loro modernizzazione.
Abolire il carcere è un processo, nel quale l’astuzia, l’intelligenza, il realismo e l’utopismo vanno saviamente combinati, affinché siano un vero cocktail esplosivo. 

giovedì 21 marzo 2019

Il processo di Pescara - rivolta nel carcere il 31 luglio 1973

Il processo di Pescara, celebrato dal 18 settembre al 31 ottobre 1973 contro 50 detenuti colpevoli, secondo l’accusa, di aver dato luogo a una violenta protesta contro lo stato dell’attuale sistema penitenziario, si è trasformato ben presto in una denuncia delle responsabilità avute dalle autorità governative per il mancato accoglimento delle richieste dei detenuti. L’avvocato difensore discute la linea politica adottata dalla difesa, la quale è riuscita a far ridurre i 110 anni complessivi richiesti dal pubblico ministero a 9 anni per il solo reato di danneggiamento e a conseguire l’assoluzione per il reato di resistenza aggravata.
Non è facile spiegare in poche parole la qualità politica del comportamento dei detenuti di Pescara. C'è tutta una letteratura che ''spiega" il livello di coscienza degli operai di una fabbrica. del proletariato in un quartiere, del popolo intero in una città. Specie quando si tratta di letteratura agiografica i comportamenti vengono caricati di molti significati che ne deformano la vera natura, e il livello di coscienza viene descritto come aderente ad un disegno politico che è in realtà estraneo ed esterno ma che viene presentato come prodotlo spontaneo di questi stessi comportamenti e di questa stessa coscienza. Per i detenuti in rivolta, per le "canaglie" che osano lottare per diritti inalienabili e per difendere interessi materiali di natura elementare quanto essenziale, la letteratura agiografica cerca di “spiegare" ancora una volta tutto, ma fa un buco nell’acqua e dimostra così i suoi limiti generali che emergono sia quando I'analisi riguarda la società dentro le carceri. sia quando riguarda la società fuori dalle carceri.
Il  proletariato fuori dalle carceri, in fabbrica, in quartiere, in campagna è composto di uomini in libertà provvisoria, e se in carcere ì'aliquota che vi entra è bensì alta ma non altissima ciò dipende solo dal fatto che c'è troppo bisogno di questa classe di "delinquenti" per alimentare la produzione capitalistica. Per le classi popolari, il carcere ha la stessa natura dell’infortunio sul lavoro, della malattia, della disoccupazione, ha la natura insomma dei fenomeni sociali dipendenti in maniera specifica dal modo di produzione di una società governata dalla borghesia. Ci si ribella più facilmente quando si ha lavoro, casa e salute: ma ci si ribella anche quando la propria integrità sociale e gravemente lesa o quando è del tutto annullata. Ciò che non muta mai è la natura di classe di chi si ribella. anche se mutano le condizioni della lotta e lo stimolo iniziale.
"Solitamente noi detenuti veniamo considerati dall'attuale società come delle rarità, degli spauracchi, sotto gli appellativi di ladri, rapinatori, delinquenti e tutto ciò ci è stato confermato dall'articolo comparso sul quotidiano «Il Tempo». Ebbene signori, le nostre dimostrazioni pacifiche e non pacifiche all'interno delle carceri, vogliono far capire che noi siamo uomini uguali a tutti gli altri, con gli stessi diritti e doveri. Anche noi come tutti voi, abbiamo le nostre aspirazioni, i nostri ideali, una nostra coscienza e un nostro orgoglio. (…) Prima o poi, siamo sicuri che il proletariato giungerà a processare tutti i padroni, anche se sono duri a morire e capaci di commettere le azioni più nefaste per raggiungere e conservare il potere ed esercitare la propria dittatura. Siamo sicuri che così ci sarà una giustizia veramente popolare e non di classe, come quella che finora ci è stata data dagli attuali ma sorpassati codici, alla cui autorità noi non crediamo. (…) Ma abbiamo scoperto che la nostra unità ci dà la forza di combattere contro la giustizia borghese, e chiediamo e chiederemo sempre ciò che ci è stato sempre negato e, nel nostro caso specifico, l'abolizione della recidiva, l'abolizione della carcerazione preventiva, l'abolizione della chiamata di correo e l'abolizione dei reati d'opinione. Chiediamo inoltre la riforma carceraria e la riforma del codice, il diritto ai rapporti eterosessuali,
amnistia e indulto per tutti, facoltà di organizzazione e diritto di lavoro giustamente retribuito, nonché il diritto allo studio”.
(Dichiarazione letta nell'aula del tribunale di Pescara, il 21 settembre 1973, dal compagno Flavia Zoin, a nome dei carcerati processati per la rivolta.)

giovedì 14 marzo 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo VI)

9 giugno: NICOSIA (Enna). I detenuti scendono in lotta: chiedono tra l’altro il rientro nelle carceri di Napoli di venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.
9 giugno: CATANIA. Tutti i detenuti della sezione minori si barricano nelle loro celle impedendo agli agenti di avvicinarsi. Si temevano trasferimenti punitivi. La parola d’ordine è: “No ai trasferimenti, sì all’amnistia e alla libertà”. La polizia circonda il carcere e carica i numerosi proletari e parenti raccolti attorno alle mura.
9 giugno: SULMONA. Molti detenuti fanno lo sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale, per l’amnistia e la riforma dei codici.
11-14 giugno: TORINO. Un centinaio di detenuti dopo l’ora d’aria non rientrano in cella e si riuniscono in un cortile (malgrado piova), rientrano solo con l’assicurazione che una delegazione sarà ricevuta dalla direzione. Obiettivi: amnistia generale, riforma dei codici, più libertà all’interno (più ore d’aria, colloqui, abolizione della censura, dei letti di contenzione, delle celle d’isolamento, paga sindacale per i lavoranti). Qualche giorno dopo alcuni compagni sono pestati a sangue dalle guardie e trasferiti. Dopo la denuncia, venti secondini riceveranno un avviso di reato per “abuso di potere”!
13 giugno: SALERNO. Sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale.
8 luglio: FIRENZE, LE MURATE. Verso le ventitré e trenta le guardie con a capo il direttore ed alcuni sottufficiali trascinano fuori dalle celle alcuni detenuti e li pestano a sangue nelle celle di punizione, senza alcuna ragione. Dopo cinque giorni di isolamento, i compagni vengono trasferiti e denunciati per “rivolta”.
8 luglio: LUCERA (Foggia). I detenuti organizzano una protesta per il caldo e la segregazione in cui sono tenuti.
10 luglio: ROMA-REBIBBIA. Nuova protesta di centocinquanta detenuti del carcere “modello” di Rebibbia. Il giorno dopo quarantacinque detenuti sono massacrati di botte nei sotterranei alla presenza dei due vicedirettori del carcere. I detenuti da pestare sono scelti in base alla lista nera dello stesso direttore del carcere, che verrà incriminato, il 28 luglio, insieme ai due vicedirettori e a diverse guardie per violenza privata, lesioni, abuso di potere..
19 luglio: PIACENZA. I detenuti protestano contro l’attuale sistema carcerario. Vengono domati a raffiche di mitra.
5 agosto: SULMONA. Protesta dei detenuti contro la censura sui programmi radio, T.V., giornali, eccetera.
5 agosto: VOLTERRA. I detenuti per sette ore si rifiutano di entrare nelle celle e chiedono di parlare con un magistrato.
6 agosto: VICENZA, CARCERE DI SAN BIAGIO. Protesta contro le condizioni igieniche disastrose di questo carcere, costruito nel 1300, umido, sporco, senza luce.
8 agosto: VOLTERRA. Per la seconda volta in pochi giorni i detenuti del Mastio di Volterra si rifiutano di rientrare in cella e chiedono di parlare con il magistrato. Richieste: maggior tempo di “aria”, fine della censura, cibo mangiabile, che nessuno venga punito per la protesta.
15 agosto: SASSARI. I detenuti si rifiutano di rientrare in cella e impongono la presenza di un magistrato, al quale motivano le parole d’ordine collettive della lotta: amnistia, riforma dei codici, migliori condizioni di vita. Nei giorni seguenti dura repressione, con trasferimenti all’Asinara e cinquanta denunce contro i detenuti.
15 agosto: CITTANOVA (Reggio Calabria). Protesta contro le “bocche di lupo” ed i vetri opachi alle finestre.
21 agosto: TRIESTE. Due detenuti di diciassette anni muoiono bruciati vivi durante la rivolta del carcere. La rivolta è scoppiata per protestare contro l’uso continuo del letto di contenzione. I detenuti si barricano, danno fuoco a qualche suppellettile. La direzione risponde con centinaia di poliziotti e carabinieri armati. La zona della rivolta viene (come dicono loro) “circoscritta”, cioè posta in stato d’assedio, mentre le fiamme fanno il loro lavoro, gli assedianti si guardano bene dall’aprire vie di scampo. Due detenuti così bruciano vivi: ragazzi di diciassette anni, Giorgio Brosolo e Ivano Gelaini, quest’ultimo trasferito qui per rappresaglia dalle Nuove di
Torino. Il giorno dopo la rivolta, il dottor Alessandro Brenci, sostituto procuratore della repubblica di Trieste, annuncia che emetterà ordine di cattura per “concorso in omicidio” contro i detenuti scampati al rogo umano. Così giustizia verrà fatta, e si dimostrerà che nelle carceri italiane se non si viene assassinati si ha comunque buone probabilità di restare dentro per sempre.
26 agosto: MASSA. I detenuti si mobilitano e danno una severa lezione ai due fascisti appena arrestati, dopo il tentato omicidio nei confronti di un compagno di Massa di Lotta Continua. Questa è una ennesima dimostrazione di come cresce l’organizzazione e la coscienza antifascista dei detenuti.

giovedì 7 marzo 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo V)

22 marzo 1972: PALERMO. Viene denunciato un fatto accaduto qualche tempo prima: le guardie, avvertite da una spia che i detenuti dell’Ucciardone stavano preparando uno sciopero, salgono alla sezione e scaraventano i detenuti giù dalle scale, dove vengono picchiati da altri poliziotti. Quando viene il giudice sono costretti dalle minacce a dire di essersi feriti cadendo dalle scale.
8-9 aprile: SAN VITTORE. I detenuti del terzo, quarto, quinto raggio e del braccio femminile protestano contro le centinaia di trasferimenti di sfollamento predisposti dal ministero degli interni per far posto ai “politici” arrestati durante la campagna elettorale. Il 9 aprile decine di bandiere rosse sventolano dai raggi in lotta. Duecento detenuti vengono trasferiti all’Asinara, a Mamone, a Favignana, a Noto.
9 aprile: IMPERIA. Un gruppo di detenuti si rifiuta di rientrare in cella per protestare contro la censura dei giornali.
14 aprile: MESSINA. Rivolta nel carcere per migliori condizioni di vita. P. L. R. per punizione è legato al letto di contenzione, e poi trasferito con altri.
17 aprile: FORLÌ. Scoppia una rivolta per avere più libertà nel carcere-scuola. L’anno prima i detenuti si erano già ribellati contro il regolamento e le dure condizioni di lavoro nel carcere.
22-23 maggio: VENEZIA. Un braccio del carcere si rivolta perché un loro compagno, R. C., è stato legato al letto di contenzione. I detenuti resistono per due ore ai lacrimogeni della polizia, fino a quando il C. viene slegato e riportato in cella. Numerosi i trasferimenti punitivi.
24 maggio: ROMA-REBIBBIA. Il reparto giovani del carcere “modello” è in rivolta. Cinquanta detenuti sui tetti, strade bloccate dalle pantere e camionette della polizia. La protesta è contro i sistemi fascisti del direttore e del personale di custodia.
01 giugno: NAPOLI, POGGIOREALE. Dopo aver chiesto inutilmente di parlare col direttore di Poggioreale e col procuratore capo, i detenuti riescono ad uscire dalle celle, dopo aver scardinato i cancelli, si radunano nei cortili e salgono sui tetti. Gli agenti di custodia, a cui giungono in aiuto trecento poliziotti armati, sparano colpi di pistola contro i detenuti: A. N. è ferito alla gola da una pallottola ed è ricoverato in fin di vita all’ospedale. Altri due detenuti sono colpiti al viso e alle gambe. Il direttore dichiara: “Questo era un piano preordinato, la rivolta covava da tempo, vogliono l’amnistia”. E difatti già da tempo tra i detenuti c’erano state discussioni e scioperi della fame per l’amnistia. Il giorno dopo i detenuti si rifiutano ancora di arrendersi, malgrado l’intervento massiccio della polizia, che spara lacrimogeni e raffiche di mitra contro i dimostranti, e il tentativo di prenderli per fame e per sete impedendo l’accesso al magazzino dei viveri. Intorno al carcere ci sono centinaia di proletari che gridano “Amnistia e libertà” insieme ai detenuti. Il 3 giugno incomincia la deportazione in massa (più di cinquecento trasferimenti). I detenuti si oppongono in modo duro e organizzato fino all’ultimo. I colpi di mitra, moschetto o pistola sparati all’interno del carcere sono stati centinaia. I detenuti di Santa Maria Capua Vetere organizzano una protesta per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
5 giugno: TORTONA. Nel pomeriggio una quarantina di detenuti dopo l’aria si rifiutano di entrare in cella, per protesta contro il sovraffollamento dei bracci e per la riforma carceraria.
7 giugno: BERGAMO. Dopo due giorni di sciopero della fame, i detenuti del carcere di Sant’Agata si rifiutano di rientrare nelle celle dopo la televisione: il carcere è posto subito in stato d’assedio. La polizia spara a raffica, lo stesso direttore del carcere si fa avanti contro i detenuti con la pistola in pugno. La protesta è nata per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
7 giugno: ALESSANDRIA. I detenuti del carcere giudiziario, tutti giovanissimi, sono in lotta già da due giorni. Sul tetto sventola uno striscione: “Vogliamo la riforma carceraria”. Sui tetti delle case vicine ci sono centinaia di carabinieri coi mitra spianati.
9 giugno: NICOSIA (Enna). I detenuti scendono in lotta: chiedono tra l’altro il rientro nelle carceri di Napoli di venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.

giovedì 28 febbraio 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo IV)

20 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Il fascista Casagrande e camerati sono severamente pestati dai compagni del secondo raggio e vengono trasferiti “precauzionalmente” al carcere di Rho.
25-26 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame al secondo raggio per chiedere l’abolizione del codice Rocco e la liberazione dei detenuti incarcerati per consumo di droga.
14 gennaio 1972: MILANO, SAN VITTORE. I detenuti del secondo raggio rifiutano i colloqui con la commissione di psichiatri e psicologi così come sono stati organizzati dal direttore C., e chiedono che siano ammessi ad assistervi dei compagni esterni, scelti dai detenuti stessi.
20 gennaio: MILANO, SAN VITTORE. Trecento detenuti del terzo raggio attuano uno sciopero della fame di ventiquattro ore per protesta contro il vigente regolamento carcerario fascista.
20 gennaio: NAPOLI, POGGIOREALE. Tutti i detenuti del padiglione Genova si sono rifiutati di mangiare. Le rivendicazioni sono: la riforma dei codici e l’amnistia. A Poggioreale su 1625 detenuti (presenti al 24 gennaio), 817 sono in attesa di giudizio, 522 aspettano l’appello, 138 la cassazione, solo 130 sono definitivi. Cioè, se non esistesse il carcere preventivo, Poggioreale sarebbe vuoto. Invece è pieno come un uovo (anche venti detenuti per ccamera, senza gabinetto, di 5 metri per 4).
23 gennaio: ALGHERO, CARCERE MANDAMENTALE. I detenuti, al termine dell’ora d’aria si rifiutano di farsi chiudere in cella, salgono sul tetto del carcere, al centro di Alghero, gridando slogan contro agenti di custodia, poliziotti, e chiedendo a gran voce la riforma carceraria e l’abolizione del codice Rocco.
23 gennaio: MODICA (RAGUSA), CARCERI DI PIANO DEL GESÙ. I detenuti minorenni incendiano materassi e coperte delle loro celle per protestare contro la carcerazione preventiva dei minori.
27 gennaio: SPOLETO. Protesta contro la carcerazione preventiva.
2 febbraio: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame articolato nei vari raggi per ottenere dal ministero il diritto di riunione e assemblea, e che a queste assemblee possano partecipare giornalisti “esterni”. Nello stesso giorno la questura proibisce al corteo della Statale di recarsi a San Vittore, sostenendo che la “situazione interna al carcere è estremamente tesa ed un sostegno esterno la renderebbe esplosiva!"
3 febbraio: ANCONA. Nella notte tra il 3 e 4 febbraio, mentre a causa delle scosse di terremoto la città si va svuotando rapidamente, e mentre anche le guardie carcerarie si riversano sulla piazza antistante il carcere, i detenuti vengono lasciati chiusi a chiave nelle celle con la prospettiva di fare la fine del topo! Malgrado le proteste dei detenuti che si danno alla distruzione di quanto c’è nelle celle, che gettano all’esterno del carcere stracci incendiati, che cercano di sfondare le porte delle celle, solo nel tardo pomeriggio una parte di loro viene trasferita. Per gli altri, niente, perché in altre carceri non c’è più posto!
9 febbraio: CATANIA, CARCERE PER MINORI. I detenuti minorenni si ammutinano per protesta contro l’infame condanna a due loro compagni: due anni e due mesi di reclusione per tentato furto. In trenta si arrampicano sui tetti, reclamando a gran voce l’amnistia che Leone non vuole concedere. La polizia e i carabinieri subito circondano l’edificio, ma sono accolti da nutri te scariche di tegole e pezzi di cemento rotti con piccone. È la quarta rivolta durissima di questi giovani reclusi, in meno di un anno, oltre a decine di altre proteste.
12-13 marzo: due giorni di lotta nelle carceri di NOTO. I detenuti nel carcere di Noto si rifiutano di entrare nelle celle dopo le due ore d’aria. Chiedono: abolizione dell’isolamento diurno, libertà di riunione dentro il carcere, amnistia, libertà di portare le loro donne in cella, la riforma carceraria. Il giorno dopo i dieci detenuti più attivi che hanno organizzato la lotta sono trasferiti nelle carceri di Siracusa, Augusta, Caltanissetta e Trapani.

giovedì 21 febbraio 2019

Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo III)

4 agosto: LA SPEZIA. Protesta di centosessantaquattro detenuti. Motivi: disagio derivante da sovraffollamento, caldo, riforma dei codici, migliore trattamento. Metodo di lotta: asserragliati per tre ore nel salone T.V., battono con forza sulle sbarre delle finestre per richiamare l’attenzione dei passanti. Il sostituto procuratore della repubblica, dottor B., ha preso atto delle richieste; i detenuti annunciano uno sciopero della fame in massa in caso non si manterranno gli accordi.
8 agosto: TRAPANI, CARCERE GIUDIZIARIO. Nella notte trenta detenuti si impadroniscono del carcere e incendiano tutto, fuorché i muri e le sbarre! Dopo una durissima repressione, durata tutto il giorno, sono trasferiti in altre carceri siciliane.
12 agosto: PISA, CARCERE GIUDIZIARIO. Cinquanta detenuti in “transito” si rivoltano, danno fuoco ai pagliericci per protesta, demoliscono alcune tramezze divisorie. Motivo: i continui trasferimenti lontano dai luoghi di provenienza, e quindi dalle famiglie, avvocati, eccetera.
18 agosto: PAVIA, CARCERE GIUDIZIARIO. Quattro giovani, accusati di furto, si barricano in cella per molte ore, per protesta contro la carcerazione preventiva. Anche tre giorni prima altri tre si sono barricati in cella per gli stessi motivi.
14 settembre: FIRENZE, LE MURATE. Proteste, scontri tra guardie e detenuti.
17 settembre: BRESCIA, CARCERE DI CANTON MOMBELLO. Tra le venti e trenta e le otto, duecento detenuti “riformano” in modo concreto il carcere, sfasciando tutto quello che puzza di repressione e di fascismo: uffici, infissi, biblioteca, cappella, eccetera. In venti riescono a salire sui tetti, da dove gridano slogan contro la P.S., i secondini, la magistratura, e cercano di spiegare ai passanti le ragioni della rivolta. Dalle centinaia di C.C. e di P.S. che circondano l’edificio, all’ordine del questore M., partono grappoli di lacrimogeni e numerose raffiche di mitra. Due detenuti sono colpiti, di cui uno, M. P., trentacinque anni, di Broni, che la stampa dice ferito “misteriosamente” da un proiettile vagante, è ricoverato a Milano in gravissime condizioni. Nel pomeriggio sessanta detenuti sono trasferiti in altre carceri, un gruppo nelle famigerate galere della Sardegna, dove normalmente, dopo ogni rivolta, i presunti “capi” vengono inviati per essere massacrati nel fisico e nel morale.
7 ottobre: BARI, CARCERE PER MINORI. Rivolta e fuga di dieci reclusi.
8-13 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Mille detenuti su milleduecento proclamano lo stato di agitazione alle “lavorazioni”, si rifiutano di obbedire agli orari del carcere, prolungando a piacere la “passeggiata”, si riuniscono in assemblee di raggio, attuano uno sciopero della fame di un giorno, presentano e ottengono diverse richieste, riguardanti sia le condizioni materiali sia la normativa interna (colloqui, abolizione della censura sulla stampa).
15 dicembre: REGGIO CALABRIA, CARCERE DI CINQUEFRONDI. Protesta di cinque ore di ventun detenuti contro i continui trasferimenti. L’occasione è data dal trasferimento di tre detenuti in carceri lontane, dove verrebbe a mancare l’assistenza legale e dei familiari. I detenuti ammassano letti, coperte e tutte le suppellettili contro il cancello all’atrio del carcere. I trasferimenti rientrano, con l’impegno che non ce ne saranno altri preso dalla procura della repubblica di Palmi.
15 dicembre: CALTANISSETTA, CARCERE MINORILE DI SAN CATALDO. Otto ragazzi ingoiano per protesta chiodi, pezzi di vetro, viti e piastrine. Si tratta di un gruppo di “rivoltosi” trasferiti dal minorile di Catania, dopo le ripetute rivolte avvenute in quel carcere. Tra l’altro a Catania era già stata attuata una protesta analoga: settanta ragazzi avevano ingoiato chiodi e pezzi di ferro per richiamare l’attenzione sulle condizioni bestiali in cui erano costretti a vivere. Le carceri per minori sono tremende, e quello che è gravissimo, ma che pochi conoscono, è che l’85 per cento dei reclusi sono figli di disoccupati, o orfani, che non trovano posto presso enti assistenziali (buoni questi!), oppure minorati fisici, “subnormali”, come Fortunato Patti, ragazzo assassinato l’11 dicembre in una cella di rigore dell’istituto di Pedara (Catania) e occultato in un bosco vicino.