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Visualizzazione post con etichetta Dennis Hopper. Mostra tutti i post
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giovedì 3 febbraio 2022

OUT OF THE BLUE - Dennis Hopper

Provincia americana profonda, anni ’70. Cindy è una ragazza che attraversa le difficoltà dell’adolescenza ed è frustrata dalla vita priva di orizzonti. La sua ribellione trova sfogo nel suonare la batteria, negli atteggiamenti della generazione punk, nel non andare a scuola, nel Rock and Roll, e  adora Elvis Presley. Detesta la disco-music, odiosa colonna sonora della sua epoca. Il padre, Don, è un camionista, beve come una spugna e da sei anni in carcere perché un giorno completamente ubriaco e alla guida del suo bisonte di gomma, sperona uno scuolabus, causando la morte di una quindicina di bambini. La mamma Kathy lavora in un fast-food è tossicomane e va a letto con il gestore del locale e con altri a caso. Disperata la ragazzina scappa di casa e ha dei guai con la polizia. Ritorna a casa in tempo per vedere uscire di prigione il padre. Ma la serenità in famiglia non torna, i problemi non tardano a riaffacciarsi, fino a travolgere i tre protagonisti. In un tragico epilogo Cindy uccide il padre a forbiciate e poi fa saltare in aria il vecchio camion su cui è salita insieme alla madre.:” “Sovvertire la normalità!”, è questo
il grido di battaglia della quindicenne Cindy protagonista e strabiliante mattatrice di Out of the Blue terza regia di Dennis Hopper, il suo film più sovversivo e dinamitardo, osteggiato e “messo a tacere” dall’industria hollywoodiana del tempo. Una parabola anarchica e tragica su quel che resta del sogno americano. Cindy, la sua famiglia, i suoi concittadini, c’è un epiteto dal conio tutto statunitense per descriverli: “white trash” (spazzatura bianca) un dispregiativo razzista rivolto a quegli individui di razza caucasica che sono e resteranno sempre ai margini. La loro colpa è forse una sola: aver rinunciato alla mobilità, al viaggio, prerogative dell’homo americanus, per assemblarsi nei sobborghi ai confini di una grande città. Dropouts e junkies, più che outsiders, i personaggi di Out of the Blue sono degli emarginati capaci solo di girovagare di bar in bar, di bancone in bancone, talvolta stanziali sul divano di casa, sullo sfondo di lacere tappezzerie. La Summer of Love è d’altronde già lontana e con essa anche gli ideali di libertà. È un universo privo di speranza quello descritto da Hopper, fatto di lucidi diner, insegne luminose dei bar, droga, prostituzione, sopraffazione, lo scenario ideale per una tragedia annunciata, il cui determinismo è solo in parte mitigato dall’energia
spavalda e contagiosa di Cindy, ultima utopista in un piccolo inferno suburbano e domestico. Con entusiastica partecipazione e tangibile affezione, Hopper fa risaltare sullo schermo la sua protagonista, le concede tutto lo spazio e il tempo che ritiene necessari, duetta con lei in scena con rara naturalezza, mentre traduce in immagini e suoni una sorta di tetra ballata country-blues, l’estremo inno a un’America che non c’è più. E dunque, in questa prospettiva storica, Out of the Blue si fa epitome di un nichilismo perduto, di un cinema indipendente libero fino al punto di essere autodistruttivo. DENNIS HOPPER:« Sono stato scelto per recitare in Out of the Blue. Due settimane dopo ho sostituito il regista, e con piena autonomia, perché le due ore e mezza di riprese già realizzate erano inutilizzabili. Ho riscritto l’intera sceneggiatura nel fine settimana e ho cominciato a girare il lunedì. Sotto molti aspetti, è forse il mio film migliore. Parla della società del Nord America e dello sgretolamento del nucleo familiare. Io ritraggo la protesta sociale, non riesco a farne a meno. Non conosco molto del passato, non sono interessato al futuro né allo spazio. Mi piace fare cose su quello che vedo. Per una persona come me è un miracolo avere l’opportunità di dirigere un film: non ascolto nessuno, e gli unici collaboratori che ho sono i miei attori».




giovedì 5 settembre 2019

EASY RIDER di Dennis Hopper

Il film ci racconta la storia di due capelloni, l'uno soprannominato «Capitano America» l'altro Billy, che con i soldini messi insieme vendendo la droga decidono, inforcati certi loro possenti trabiccoli a motore, di lasciare Los  Angeles e andare a trascorrere il carnevale a New Orleans. Il viaggio è lungo e avventuroso, ma proprio per questo i due l'hanno intrapreso; per sentirsi giovani e liberi, e scoprire il mondo. Infatti son presto accontentati: respinti dagli albergatori, i quali diffidano della loro tenuta e di quella pessima carta di credito che è la loro rombante, minacciosa motocicletta, sono costretti a passare la notte all'addiaccio, e gli incontri divengono presto bizzarri. Da bravi altruisti quali sono nonostante il gran consumo di marijuana, hanno offerto un passaggio a un autostoppista: eccoli, per cominciare, insieme a lui, in un accampamento di hippie misticheggianti. Un'esperienza che li conforta nel rifiuto della civiltà borghese, ma non li distoglie dal proseguire, dopo una breve sosta con quei bravi ragazzi. Accodatisi a un corteo, finiscono in galera, e qui conoscono un coetaneo alcolizzato, che li aiuta a uscire dal carcere e in cambio ottiene  d'essere iniziato ai piaceri della droga e di unirsi a loro per il resto del viaggio. Mal gliene incoglie, perché nottetempo muore  bastonato da un gruppetto di sconosciuti, simbolo dei benpensanti che si difendono, uccidendo i ribelli, dalla paura della libertà. Arrivati a New  Orleans, i superstiti visitano un bordello di lusso, sfilano con i carri mascherati, e insieme a due ragazze finiscono col drogarsi in un cimitero. Chiusa la cupa cerimonia, costellata
di gemiti e di giaculatorie, decidono di tornarsene a casa.
Senonché, lungo il viaggio, un automobilista sconosciuto li
prende a fucilate e li ammazza. Con questo si vuol dimostrare come ormai l'America, colpita da isterismo inguaribile, abbia minato la statua della libertà, e identifichi l'odio per i giovani col disprezzo della fantasia.

Per comprendere al meglio la forza sovversiva dell’immaginario di Easy Rider dobbiamo però rileggere il contesto di quell’epoca. Siamo nel 1969 e gli Stati Uniti si trovano in uno dei periodi più bui della propria storia’, iniziato qualche anno prima con l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy: da una parte la guerra del Vietnam è arrivata alla massima escalation di violenza (proprio quell’anno la presenza americana raggiunse il picco storico di 550.000 soldati), dall’altra le tensioni interne esplodono in un cortocircuito che è sì razziale e sociale, ma anche e soprattutto generazionale. In quell’anno, Dennis Hopper e Peter Fonda diedero vita, anima e corpo, a una delle opere
più profonde e genuine sulla libertà, sulla sua essenza più autentica. Easy Rider non è solo un inno disincantato e rabbioso di un'era, ma un caposaldo assoluto per una generazione, o per chi, figlio o soltanto nipote di essa, vi senta ancora di appartenergli. Una ribellione nella società americana del tempo incentrata su dogmi e regole morali che tendevano a evitare, o meglio ostracizzare con ogni mezzo possibile, qualsiasi alito di "stravaganza" per via di un'ottusa paura del diverso, che essa possa essere identificata nel razzismo o in un diktat religioso impresso negli ambienti clericali. Considerato da molti datato, citato più volte come la pellicola simbolo della hippy generation, Easy Rider non è mai stato troppo amato dalla critica, che spesso si è più volte limitata ad analizzare il contenuto nei minimi dettagli, senza comprendere veramente il messaggio e la qualità di una storia attuale e fruibile da chiunque si senta libero di pensiero
e di vivere la vita come meglio crede. Diretto e critico, ma abilmente astuto nel suo finto immobilismo, atto d'accusa contro l'universo dei benpensanti, la pellicola di Dennis Hopper è un emblema di tutte libertà, incluse quelle di scegliere il proprio destino, senza esprimere giudizi di sorta sulle gesta altrui finché esse non intaccano il quieto vivere. Infarcito di frasi ad effetto, ma quanto mai condivisibili, sul puro valore dell'indipendenza di pensiero, Easy Rider è un vibrante urlo di pacifismo e di protesta contro l'assoggettarsi a voleri comuni e incanalati in cieche dighe mentali, un'idilliaca utopia di concetti genuini ma dalla difficile realizzazione. Più memorabile per il suo spirito, che per la mera realizzazione tecnica, senza dubbio meritevole ma non indimenticabile, è come guardare in uno specchio che mostra le brutture e le violenze, psicologiche e materiali, dell'umanità alle prese con le proprie paure e insicurezze, mascherate da presunta "saggezza morale". I sogni possono essere spezzati o infranti, ma non sono mai destinati a morire finché qualcuno avrà ancora la voglia di afferrarne un pugno. Rincorrerli sempre, contro il vento sferzante della vita.
E poi c’è forse l’innovazione più iconica di tutte: l’utilizzo della colonna sonora. Easy Rider è stato uno dei primi film della storia del cinema moderna a fare interamente uso di musiche “non originali”, ovvero non scritte appositamente per la pellicola.

giovedì 6 marzo 2014

THE LAST MOVIE di Dennis Hopper

The Last Movie racconta di uno stuntman, Kansas, (Hopper), impegnato sul set di un film western che si sta girando in un villaggio del Perù. Il suo lavoro è di curare le acrobazie a cavallo agli ordini del carismatico regista, interpretato da un vero regista Samuel Fuller, amico personale di Hopper. In un incidente muore uno dei cascatori. Kansas entra in crisi, decide che è arrivato il momento di fermarsi, lascia il set e si ritira in una casa del villaggio insieme alla prostituta Maria (Stella Garcia). Gli abitanti del villaggio che hanno assistito alle riprese del film e alcuni hanno partecipato come comparse, si sono costruiti delle finte cineprese con pezzi di legno e microfoni di bambù. Come in  un rituale sacro e selvaggio, come in una di quelle funeree processioni della Settimana santa, rimettono in scena il film. Solo che stavolta la violenza è reale, le vittime della finzione diventano cadaveri che lasciano scie di sangue. I campesinos di Chinchero non sanno distinguere tra il reale e la sua rappresentazione, si uccidono perché così hanno visto fare sul set del western. Il prete del villaggio (Tomas Milian), chiede a Kansas di aiutarlo a fermare la strage. Ma la violenza non si attenua. Il prete, in una spirale di fanatismo, individua nel cinema portato dagli yankee il responsabile dell’inquinamento morale della sua gente, e nello stuntman Kansas il rappresentante di quel male che viene da lontano. Incita gli abitanti di Chinchero ad assediare la casa in cui si è rifugiato lo stuntman e a catturarlo. Quello che succederà lo vediamo nella scena iniziale del film, con Kansas crocifisso, vittima sacrificale di quella rappresentazione collettiva.
The Last Movie è film dalla narrazione non lineare, caotica, destrutturata, decostruita. Hopper confonde, mescola, sovrappone. Il film  è un continuo depistaggio dello spettatore. Piani spazio-temporali che si incrociano. Titoli in sovrimpressione. Visioni che non si distinguono dalla realtà. Opera provocatoria, costruita secondo continui sbalzi temporali e digressioni allucinogene che spiazzano e confondono lo spettatore. Un film visionario, quasi sperimentale, inclassificabile, indigeribile, crudo e lisergico, tentacolare e caleidoscopico, un intenso viaggio di perdizione, elogio della rottura, forse un western, forse un documento antropologico, forse un trip lisergico e mescalinico. Inquietante, perché mette in scena la morte nelle cupe processioni del villaggio andino in cui era ambientato e la stessa violenza mortifera del cinema. Un film psichedelico, attori improvvisati che recitano parti improbabili in uno scenario quanto mai blasfemo, primitivo in cui l'occultismo di riti pagani si contrappone ad un antropocentrismo missionario in evidente stato di decomposizione morale.
The Last Movie una scopata incestuosa di immagini e, capolavoro nel capolavoro, prodotta con capitali hollywoodiani (da quelle parti ben si pensava di sfruttare il successo di Easy Rider) ed invece Hopper ne fa una feroce requisitoria contro il mondo di Hollywood e sulla corruzione e il vizio che ne sono parte integrante, una sorta di allegoria circa l'America e il modo in cui essa si autodistrugge; il capitalismo e la violenza e il colonialismo hollywoodiano.
L'attore Henry Jaglom scrive nel suo diario che sul set non ci sono servizi igienici, l'acqua non è potabile, è marrone... e non c'è sapone; c'è molta gente che sta male, vomito, urina, tutto in una poltiglia di terra; da tutte le parti, epidemie, niente detersivi, atmosfera irrespirabile, quattro ore di macchina pericolose e faticose, su strade dissestate e strettissime, ogni giorno per trovare uno straccio di ricovero...