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Visualizzazione post con etichetta Jim Jarmusch. Mostra tutti i post
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giovedì 2 aprile 2020

DAUNBAILO’ di Jim Jarmusch

New Orleans. Jack è un pappone accidioso che si fa incastrare mentre ingaggia una sconosciuta presumibilmente minorenne. Zack è un DJ appena scaricato dalla sua donna, colto in flagrante mentre trasporta a sua insaputa un cadavere nel bagagliaio. Nella cella che i due si trovano a dividere, sono raggiunti da Roberto, un baro italiano che ha incidentalmente ucciso un uomo con una palla da biliardo. Dopo il primo scompiglio, il trio sembra trovare un equilibrio. L'italiano annuncia ai compagni di conoscere una via di fuga: l'evasione riesce, sfruttando un passaggio che porta nei condotti fognari. I tre attraversano boschi e paludi e Zack salva Roberto portandolo a nuoto da una sponda all'altra di un fiume; trovano ristoro per la notte in un minuscolo capanno e, il giorno dopo, vedono affondare nell'acqua la loro barchetta. Zack e Jack litigano e prendono strade opposte, ma poi tornano a riunirsi mentre Roberto arrostisce un coniglio. Giungono nei pressi di una casa fuori mano, e Roberto va in avanscoperta: all'interno c'è una ragazza italiana, Nicoletta. Tra i due scocca fulmineo l'amore; Roberto ha trovato dove gettare l'ancora, i suoi due compagni riprendono il cammino, dividendosi appena il sentiero si biforca.
La pellicola di Jarmush racconta di tre “disadattati” che per qualche tempo si trovano forzatamente a convivere. Al di là di qualche episodio divertente o di qualche situazione surreale, quello che esce fuori dalla storia è la fatica di vivere che compiono tutti coloro che non sono ben integrati nel meccanismo americano. Le paludi della Louisiana diventano un mondo assurdo che rende stranieri e nomadi i tre strambi personaggi, evidenziando una volta di più, l’ennesimo fallimento del sogno americano.
Gli scenari sono quelli crudi del "culo" del mondo: la triste provincia americana, le strade deserte in piena notte, i giri in macchina solitari, le stanze buie di palazzi dimenticati. Gli abitanti di questi scenari sono personaggi strambi, magnetici, indecifrabili. Sono i cosiddetti outsider, di cui la realtà straborda, e che sembrano tuttavia scivolare nascosti al lato delle altre esistenze. Essi respirano all'interno di un altro mondo, sospeso e dark, che in fin dei conti è un mondo esistente, forse più vero e fisico del cosiddetto mondo "normale". 
Perché dell’America c’è solo il surrogato di un american dream che ancora una volta, nel cinema di Jarmusch, si sfalda in brandelli di disillusione. Lo preannunciano gli sguardi lontani delle ragazze nelle sequenze iniziali e lo confermano Jack e Zack, impantanati nella realtà dei margini. Persi in spazi troppo vasti, amplificati dalla profondità di campo, o schiacciati a ridosso delle pareti di una prigione, sopravvivono come possono a un’esistenza da reietti, di cui la divisa da galeotto è solo l’ennesima manifestazione.
Down by Law è un'espressione dello slang nero degli anni '20, che recentemente è stata recuperata dalla cultura hip-hop sorta fra i neri e i portoricani del Bronx, a New York. Dire che una persona è «down by law» vuol dire che è in gamba, che sa come cavarsela, come sopravvivere anche nelle situazioni più difficili.

giovedì 4 aprile 2019

DEATH MAN di Jim Jarmusch

Siamo a fine Ottocento, a Machine in Arizona arriva il contabile William ben vestito, con occhialini, cappello e valigetta per lavorare in una società dove è stato assunto, solo che il suo posto non c'è più e il padrone e boss del paese, tale John Dickinson lo caccia via in malo modo. Senza un soldo William vaga stralunato e finisce in un saloon dove beve e vien invitato a casa sua da una giovane prostituta, ex-fidanzata di Charlie il figlio di Dickinson che sorprende i due e ne nasce una sparatoria. Charlie estrae la pistola per uccidere Blake, ma la ragazza gli si para innanzi e viene uccisa. Il colpo arriva anche nel petto di Blake, che a sua volta uccide Charlie con la pistola che trova sotto il cuscino. Gravemente ferito, la pallottola si è fermata vicino al cuore, a Blake non resta altro da fare che fuggire dalla finestra e poi mettersi in marcia il più lontano possibile da quella strana città, inseguito da una taglia e da tre avventurieri assoldati da Dickinson per vendicare l’uccisione del figlio e il furto di un proprio cavallo pezzato.
Nel corso di questo viaggio Blake ha la fortuna di incontrare un indiano, chiamato Nessuno “cane sciolto” dalle varie tribù, che gli racconta la sua storia: è stato portato per lungo tempo in Inghilterra ove ha conosciuto la cultura europea e poi di nuovo in America ed è convinto che egli sia il poeta inglese William Blake.La fuga del giovane si trasforma in un viaggio iniziatico verso la morte, attraverso buffi incontri e paesaggi insoliti ed una vena poetica.
Il viaggio verso il villaggio dell’indiano è lento, lungo, inframmezzato dagli incontri più strani, malviventi, villaggi bruciati dai bianchi e bianchi uccisi dagli indiani, finché ad un certo punto si accorgono che affisso agli alberi c’è il ritratto e il nome di William Blake con tanto di taglia per i due omicidi. Tre cacciatori di taglie inviati da Dickinson  li stanno seguendo: personaggi, orribili,crudeli e pervertiti, uno dei quali ha violentato i genitori, li ha uccisi e mangiati. Nel frattempo Nessuno in base alla cultura indiana  prepara la morte di William adagiandolo su una canoa, costruita apposta per l’estremo viaggio nell’oltretomba.
Viaggio al termine della morte.
Filmato in uno splendido bianco e nero, "Dead Man" è un film western atipico, a momenti  psichedelico,  è un percorso interiore, un'allegoria esistenziale ambientata casualmente nel Far West ma in realtà senza tempo né spazio, solenne tentativo di visualizzare l'assenza della vita e, in contemporanea, perfezionare i canoni estetici di una poetica intera.
Dead Man sprofonda nelle radici stesse degli Stati Uniti. Torna alle origini, che parlano di una terra conquistata a suon di dollari, ma soprattutto a colpi di fucile. Una terra presa, ghermita con atto ferino, privo di pietà. Un’America che sta assaggiando il frutto del Capitale non si può perdere tempo, perché come insegna Paperon de’ Paperoni “il tempo è denaro” –, è pronto a puntare il fucile contro tutti quelli che gli si parano davanti, uno sguardo disilluso su una nazione che si è costruita sul sangue e attraverso il sangue, sulla prevaricazione continua, incessante, sull’eliminazione capillare del più debole e del non allineato economicamente, fisicamente, culturalmente. 
La civiltà è angoscia, potere, violenza.
Lo humour nero, ai limiti del demenziale, il killer che dorme con l'orsacchiotto; quello cannibale, vuole dissacrare capisaldi come la famiglia (rappresentata con ferocia bunueliana da tre pederasti assassini, fra cui un Iggy Pop); il capitalismo (il crudele figuro di Robert Mitchum/John Dickinson, al suo ultimo film) e l'ipocrisia del cristianesimo, che pare aver recepito dalla Bibbia solo i passi brutali, vendicativi (simbolica la scena in cui Lance Henriksen schiaccia la testa dello sceriffo morto che assomiglia ad un'icona sacra). Il resto è magia di un cammino iniziatico dell’anima e del cinema.
La chitarra di Neil Young scandisce questo viaggio verso la morte, con un fascino nero e avvolgente.