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giovedì 29 giugno 2017

L’intervento anarchico di Wolfi Landstricher

Come anarchici, arriviamo a ogni lotta con una consapevole prospettiva rivoluzionaria. Qualunque sia la causa specifica che provoca una lotta, la vediamo come un aspetto dell’ordine sociale che deve essere distrutto per aprire le possibilità di un’esistenza libera e auto-determinata. In genere le lotte e le rivolte sono provocate da circostanze specifiche, non dal riconoscimento da parte della massa del bisogno di distruggere lo stato, il capitale e tutte le istituzioni attraverso le quali si compie il dominio e lo sfruttamento. La lotta deve essere condotta in completa autonomia da tutte le organizzazioni di rappresentanza. Abbiamo la necessità di riconoscere i sindacati e i partiti come usurpatori e determinare le nostre attività specifiche in una lotta per noi stessi, senza riguardi per le loro pretese.
L’intervento nelle lotte si esprimerà sempre come una tensione su diversi livelli. Prima di tutto, la maggior parte di noi fa parte degli sfruttati e degli spossessati dall’attuale ordine sociale e non parte delle classi dominanti e dirigenti. Per questo noi affrontiamo le stesse immediate realtà di quelli che ci stanno intorno, con lo stesso desiderio di trovare un sollievo immediato. Però noi abbiamo anche il desiderio di un nuovo mondo e vogliamo portare questo desiderio in tutte le nostre lotte, non solo a parole, ma nel modo in cui mettiamo mano alla nostra pratica. Per questo c’è una tensione a muoversi ostinatamente verso l’autonomia e la libertà a partire da condizioni oppressive. Inoltre abbiamo dei modi specifici con cui desideriamo affrontare le nostre lotte e vivere le nostre vite. Questi metodi si basano sulle relazioni orizzontali e sul rifiuto della gerarchia e dell’avanguardismo. Perciò c’è una tensione che porta ad impegnarsi a trovare i modi per mostrare le nostre concezioni su come affrontare una lotta affinché siano di incoraggiamento per le tendenze già esistenti a dirigersi verso l’autorganizzazione e l’azione diretta, senza però cadere nei metodi dell’evangelismo politico. Dopo tutto, ci rapportiamo come compagni e complici, non come capi. E allora c’è la tensione di voler agire immediatamente contro le imposizioni che questa società pone sulle nostre vite, e farlo senza riguardo per il livello di lotta, ma sempre evitando qualunque tendenza all’avanguardismo. In un certo senso, l’intervento anarchico è la corda funambolica tesa fra il vivere la nostra propria lotta quotidiana e il trovare il modo di collegare questa lotta con le lotte di tutti gli sfruttati, la maggior parte dei quali non condivide le nostre consapevoli prospettive: un collegamento che necessario se vogliamo muoverci verso l’insurrezione sociale e
la rivoluzione.
(Venomous Butterfly, Portland, OR, USA.)

giovedì 16 marzo 2017

Autorganizzazione autonoma

Quando parlo di autorganizzazione autonoma parlo di uno specifico fenomeno che tende a nascere ogni volta che la gente, quando è incazzata per le proprie condizioni e ha perso la fiducia in quelle persone che erano delegate a risolvere i loro problemi, decidono di agire per conto loro. Inoltre l’autorganizzazione autonoma non si manifesta mai nella forma di un partito politico, di un sindacato o di qualunque altra sorte di organizzazione rappresentativa. Tutte queste forme di organizzazione dichiarano di rappresentare la gente nella lotta e di agire in loro nome. E quello che definisce l’autorganizzazione autonoma è precisamente il rifiuto di tutti i rappresentanti. I partiti, i sindacati e le altre organizzazioni tendono a comportarsi nei confronti di un’organizzazione autonoma solo nella forma di recuperatori delle lotte, sforzandosi di prenderne il comando e di imporsi loro stessi come portavoce della lotta – di solito con lo scopo di negoziare con i governanti. Perciò possono essere considerati solamente come potenziali usurpatori laddove si sviluppa una rivolta realmente auto-organizzata. L’autorganizzazione autonoma presenta dei tratti essenziali. Prima di tutto non c’è una gerarchia. Non c’è un’istituzione, non c’è un gruppo di comando permanente, non c’è un’autorità. Anche se a qualcuno che si dimostra particolarmente capace e abile con specifici problemi della lotta a portata di mano sarà accordata l’attenzione che merita per quell’abilità, non sarà permesso che questo motivo diventi la base per un ruolo di comando permanente, altrimenti si comprometterebbero altri aspetti importanti dell’autorganizzazione autonoma che sono la comunicazione orizzontale e i rapporti orizzontali fra le persone. E’ una questione di consentire alle persone di parlarsi una con l’altra, di interagire con ciascuno con tutti, di esprimere apertamente i bisogni e i desideri, mettersi a discutere concretamente i problemi che si trovano ad affrontare insieme e in termini pratici, senza nessuna persona o gruppo di comando per incanalare queste espressioni secondo una linea stabilita. 
Per concludere quello che distingue l’autorganizzazione dalla politica è la sua opposizione alla rappresentanza e al compromesso – non tanto con l’ordine costituito, ma all’interno dello stesso movimento auto-organizzato. Così piuttosto che cercare di imporre decisioni collettive che implicano il compromesso, essa cerca di trovare un metodo per intrecciare i desideri, gli interessi e i bisogni di tutti quelli coinvolti in una maniera che sia effettivamente soddisfacente per ciascuno.
(Wolfi Landstricher, Portland, OR, USA)