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giovedì 18 febbraio 2016

Lo Stato, il privato e la TAV

L’incompatibilità assoluta del capitalismo nella sua fase attuale e del sistema professionalizzato dei partiti con le forme borghesi democratiche di prima è parecchio evidente, dato che all’interno di istituzioni verticali nelle mani di partiti che funzionano come imprese è semplicemente impossibile che un interesse di classe possa essere presentato come generale, ovvero che riesca a separarsi anche solo di un minimo dagli interessi privati. Nelle società di massa degradate manca l’elemento unificatore, la paura del nemico di classe e al suo posto troviamo il bottino rappresentato dai fondi pubblici, motivo per cui si crea una gerarchia di interessi particolari in cui predominano senza alcun ostacolo le oligarchie economiche, che formano assieme alla casta politica di qualunque livello una specie di associazione mafiosa. In realtà l’interesse della classe dominante è una giustapposizione di interessi diversi privi di un denominatore comune, che provengono sia dall’impresa privata sia dalla burocrazia partitica. La partitocrazia è il tipo di parlamentarismo tipico della globalizzazione, in cui la casta politica ha occupato tutti gli organismi istituzionali e si è impadronita dell’intero erario pubblico e di tutte le risorse statali, dilapidandole in accordo con gli interessi del partito, della corrente, del gruppo o del clan che le gestisce. La corruzione non è necessaria: delle leggi create ad hoc per fare in modo limpido il lavoro che prima facevano bustarelle, borse e valigie piene di denaro in biglietti. Il privato ha invaso il pubblico a tal punto che qualsiasi piano “nazionale” non riflette una politica di Stato nel senso proprio del termine bensì un progetto arbitrario di investimenti il cui beneficiario esclusivo è la lobby corrispondente. Da qui deriva la segretezza delle operazioni e il disprezzo per l’opinione delle persone coinvolte. Per quanto riguarda le infrastrutture, la ricchezza in effetti viene accaparrata dalle imprese costruttrici, la lobby di “cemento, mattone e sabbia”. Lo Stato si incarica semplicemente di coprire gli sprechi sottraendo il denaro da altre parti oppure direttamente attraverso l’aumento delle tasse. Le conseguenze economiche sono sempre disastrose, tuttavia la falsa corrispondenza tra la prosperità e l’abbondanza delle infrastrutture è penetrata a fondo nella coscienza dei cittadini sudditi. La popolarità dell’Alta Velocità, scommessa irragionevole per il trasporto elitario dei passeggeri, è un esempio vivente di come questo mito persiste. La realtà invece è esattamente l’opposto.

giovedì 22 ottobre 2015

ASSOLTO

"Difendo l’uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio. Sono disposto a subire condanna penale per i suo impiego, ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana.
A questo servivano le cesoie: a cosa? A sabotare un’opera colossale quanto nociva con delle cesoie? Non risultano altri insidiosi articoli di ferramenta agli atti della mia conversazione telefonica. Allora si incrimina il sostegno verbale a un’azione simbolica? Non voglio sconfinare nel campo di competenza dei miei difensori.
Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata.
La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato"

giovedì 27 novembre 2014

La TAV della tirannia

I promotori del disastro arrivano ora essi stessi a deplorare la degradazione della vita alla quale siamo giunti. Unendosi ai piagnistei, proponendo perfino i loro servigi (secondo il principio del racket) per rimediare illusoriamente a quanto hanno realmente distrutto, tentano di far dimenticare la loro parte preponderante nel saccheggio. Continuano così ad insinuare che se il corso dell’Economia sfuggisse visibilmente a tutti, nessuno in particolare ne trarrebbe vantaggio e avrebbe interesse al proseguimento di questa demenza. I più falsi, pensiamo ai politici, il cui compito principale consiste nel persuadere le popolazioni che è loro interesse affidarsi totalmente a loro e ammettere che le loro scelte arbitrarie servono l’interesse generale, hanno l’impudenza di atteggiarsi a servi devoti che si fanno carico nell’avversità dei problemi collettivi; sono gli stessi ovviamente che mandano l’esercito quando la società pensa a percorrere strade diverse dalle loro. E proclamano poi, dopo aver annientato le prospettive che si formavano, che nient’altro è possibile e che è irresponsabile voler mettere in discussione la sottomissione di tutta la vita agli imperativi dei loro affari.
Per far accettare il tracciato della TAV e per dissimulare i loro banali interessi nell’affare, la propaganda dei decisori dispone di una vasta tavolozza di menzogne; appoggiandosi talvolta a menzogne antiche per forgiarne di nuove, mettono in luce l’arbitrarietà iniziale e così l’enormità a cui giungono: sicché, se si crede che senza Economia non si può vivere in società, e se si ammette poi che senza TAV l’Economia s’infiacchirebbe, bisogna logicamente concludere che senza TAV non si potrebbe più vivere in società.
È questo il nodo nevralgico del conflitto sul tracciato, poiché gli oppositori sono persuasi con ragione, del contrario, cioè che la società si decompone sotto i colpi di tali installazioni. 
L’unico interesse generale che meriti di essere discusso in questo inizio di secolo, è il tentativo di mettere fine al saccheggio della vita, e non di guadagnare qualche decina di minuti per attraversare l’Europa. E l’unica crescita che valga la pena di affermare è quella, qualitativa, dell’esistenza umana, l’unica che permetta di uscire da questa oscura preistoria economica.

Libertà per Chiara, Claudio, Mattia, Niccolo' 

giovedì 2 ottobre 2014

Il TAV

Il TAV, e le infrastrutture in generale, sono uno strumento della riorganizzazione del territorio in favore degli agglomerati urbani, la forma spaziale idonea allo sviluppo capitalista. Dunque è un mezzo al servizio dell’espansione urbana illimitata, ovvero al servizio dell’urbanizzazione generalizzata. È un’esigenza della mondializzazione economica, una richiesta dei mercati globali. Facilita la penetrazione delle multinazionali negli Stati e contribuisce a trasformare in multinazionali le imprese e i monopoli statali. Di conseguenza l’opposizione al TAV è una lotta contro il capitalismo globalizzatore. Ma non solo su scala europea. Il TAV è anche un’ingiunzione dei dirigenti politici ed economici nazionali e rappresentanti delle autonomie: il capitalismo con nomi e cognomi di casa. Per questo motivo l’opposizione al TAV è in primo luogo una lotta contro la mafia politico-imprenditoriale nazionale. È l’espressione più chiara della lotta di classe moderna e bisogna tenerlo bene in mente quando si passa all’azione. Richiamare il Parlamento Europeo, la Commissione europea o i governi francese, spagnolo e italiano a riflettere sul presente e sul futuro delle reti trans-europee, come ha fatto la Dichiarazione di Hendaye nel gennaio del 2010, è completamente privo di senso.
La proliferazione delle infrastrutture è la prova della guerra totale che il capitalismo si è visto obbligato a muovere contro il territorio e la sua popolazione, i cui avamposti sono rappresentati dalle lobby partitiche e dai gruppi di pressione mediatici, finanziari e imprenditoriali. Sono l’espressione più autentica del nemico implacabile, la personificazione dello sviluppo predatore. Non si arrendono né concedono tregua e rappresentano una minaccia permanente. Non hanno radici. Muovendosi come lupi affamati i dirigenti si sono letteralmente dati alla macchia, o meglio, ci hanno mandato le loro macchine movimento terra e i bulldozer, scortate dalle forze dell’ordine, facendo di tutto per annientare territori che non hanno mai conosciuto né apprezzato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. 

giovedì 17 ottobre 2013

NON TUTTI SONO DISPOSTI A SALIRE SU QUEL TRENO

I padroni del cemento e dei camion, gli specialisti della menzogna e della repressione sono al lavoro, in val di Susa, nel Veneto, in Emilia, Toscana, fino a Napoli. Ognuno a proprio modo si sta dando da fare, questa volta con il TAV, a piegare la nostra vita ai loro criteri. In nome di una crescita economica presentata come indispensabile (e mai raggiunta), di un’Economia a cui bisogna sacrificare tutte le energie umane vogliono, nel caso del Treno ad Alta Velocità farci credere che la posta di tonnellate di cemento, il livellamento di colline, le gallerie nelle montagne, la distruzione irreversibile del territorio in cui viviamo sia un bene collettivo o il male minore da accettare. Una menzogna evidente, incapace di dissimulare gli affari e gli interessi organizzati di quanti nel business sono coinvolti. La gente sente che si sta compiendo un’altra spoliazione, un altro grave attentato alla propria vita.
L’evidenza del disastro di cui il TAV è un tassello incomincia a far agire le persone, ad allargare il numero di quanti iniziano a rovesciare l’ansia sterile e sventurata per un proprio futuro di senzalavoro, senza merce, senza spettacolo, in riappropriazione del presente.
Questo fa paura. E agiscono cercando di sterilizzare, di recuperarci alle loro miserie, di dividere, di confondere e di reprimere.
Per il TAV cercano di occultare i disastri che stanno facendo e le rapine che hanno già fatto con le tangenti, uccidendo e imprigionando, spingendo i loro mezzi d’informazione a montare campagne criminalizzatrici per nascondere il rumore delle ruspe; incriminano e imprigionano per reclamare la militarizzazione dei territori e impedire ogni opposizione.
Il TAV è l’ennesima operazione per piegarci, per costringerci a muoverci alla loro velocità, per raggiungere più velocemente la miseria di Torino partendo da quella di Milano, Trieste o Napoli, tra paesaggi desolati, in una corsa sterile di uomini senza vita tra luoghi senza vita.
Non tutti sono disposti a salire su quel treno. 
(Volantino distribuito da El Paso Nautilus Fottinprop Torino 04-04-1998)

giovedì 31 gennaio 2013

DIFESA DEL TERRITORIO


Tra gli uomini d’affari, politici compresi e la difesa del territorio non c’è spazio sufficiente per il dialogo, dato che i rispettivi interessi sono diametralmente opposti: se ci sono affari è a scapito del territorio; se c’è un beneficio per il territorio è a scapito di perdite da parte capitalista. È il conflitto sorge soltanto da un’opposizione radicalmente inconciliabile. Perciò i difensori del territorio devono riconoscerlo: non devono dialogare ma combattere. Non devono scegliere tra la parola e l’azione, ma tra la difesa e l’attacco. Le conseguenze dell’espansione capitalistica metropolitana sono le mostruose conurbazioni e la scomparsa del mondo rurale; l’agricoltura transgenica industriale il mezzo adeguato per alimentare simili orrori. Possiamo dire altrettanto delle dighe, delle centrali, delle autostrade, dei megaporti, aeroporti e TAV: sono le strutture che meglio corrispondono all’aprovvigionamento di acqua ed energia o alla mobilità delle persone e alla circolazione delle merci proprie delle aree metropolitane.
Siamo di fronte a uno scontro tra la metropoli e il territorio che ha la pretesa di colonizzare e per ironia della storia la causa della libertà, la ragione e il desiderio hanno abbandonato le città, per rifugiarsi in campagna, e da lì lanciare il contrattacco alle forze antistoriche domiciliate nelle conurbazioni. Lontano dei centri del commercio, quindi lontano dalla mercificazione del vivere e dalla statalizzazione dell’esistenza, lo spazio e il tempo riacquistano un qualche significato e permettono agli individui di recuperare la memoria e cooperare contro l’ingiustizia capitalista costruendo, se si oltrepassa l’orizzonte delle piattaforme, una nuova identità di sfruttati ancorata al territorio, quindi alla loro condizione concreta di abitanti, non alla condizione astratta di cittadini. Tale identità non deve aspirare a fornire una cornice più regolata al mercato degli alloggi e dei terreni, ma ad abolire qualsiasi relazione mercantile; nemmeno pretenderà di integrare il regime tecnocratico, che ama chiamarsi “democrazia” quando altro non è che totalitarismo dissimulato, ma sostituirlo con una vera democrazia di base, orizzontale, diretta, comunitaria, auto gestionale.  

giovedì 26 luglio 2012

Avete mai provato una volta il desiderio di arrivare in ritardo?

Il carattere principale della nostra epoca è l’alta velocità che hanno assunto le merci, siano esse prodotti industriali, informazioni o essere umani ridotti alla condizione di lavoratori-consumatori. Le reti telematiche, telefoniche e satellitari, le rotte del traffico aereo, automobilistico, ferroviario e marittimo stanno ingabbiando in modo sempre più accelerato la quasi totalità dello spazio e del tempo e con essi i sogni e i bisogni degli uomini: sembra non esserci più via di uscita, un altrove, in un mondo ovunque uguale a se stesso.
Per cambiare questo mondo occorre costruire assieme la pratica del rifiuto unilaterale dell’esistenza imposta dal capitalismo globale, attraverso l’autogestione delle proprie vite e l’autoproduzione singola e collettiva di quanto ci chiedono necessità e desideri, passando per l’autocostruzione dei luoghi in cui vogliamo vivere e dei modi in cui vogliamo interagire. Abbandonare il proprio posto nella catena ciclica del consumo di oggetti, spettacoli, per inventare nuovi modi di produzione e distribuzione, di autogestione dei luoghi in cui si abita attraverso decisioni minime, locali e condivise, sperimentare ognuno nei propri mondi arti e mestieri, quello di vivere liberi. Le nostre accademie e laboratori saranno palazzi e orti, boschi e acque. Anche se narcotizzata nella drogheria mediatica, un’insofferenza al modello di vita imposto e propagandato come democratico insorge nei modi più disparati, dappertutto: si aprono brecce, scoppiano ire, sfoghi di violenza ma anche sommosse, rivoluzioni, senza obiettivi né palazzi d’inverno. Sarà dura e toccherà a ciascuno, con le sue ragioni e la sua sensibilità, rendere questa avventura appassionante.

giovedì 15 marzo 2012

Il libero monatanaro di Elisee Reclus, 1880

Una delle grandi cause che hanno contribuito a mantenere l'indipendenza di alcune popolazioni di montagna è che il lavoro solitario e gli sforzi comuni sono di per se una necessita. Tutti sono utili  per ciascuno e ciascuno lo è per tutti.
Quando accade un disastro occorre che tutti si aiutino a vicenda per riparare il male, se la valanga ha ricoperto alcune capanne  tutti lavorano a sgomberare la neve, se la pioggia ha dilavato i campi coltivati a terrazza sui pendii tutti si adoperano a riprendere la terra franata sul fondo;  se il torrente tracimato ha riempito i campi di ciotoli tutti si impegnano a liberare i prati da quei detriti. D'inverno quando è pericoloso avventurasi fra le nevi contano sull'ospitalità reciproca. Sono tutti fratelli.
Quando perciò vengono assaliti resistono di comune accordo, mossi per così dire da un solo pensiero. D'altronde la vita di lotte incessanti di combattimenti senza tregua  contro pericoli di ogni genere forse anche l'aria pura, salubre che respirano ne fanno uomini arditi e sprezzanti della morte. Lavorano pacifici, non attaccano, ma sanno difendersi. 

giovedì 2 febbraio 2012

Libertà subito per tutti gli arrestati!

I nostri fratelli, compagni, amici  dormono  ancora nelle patrie galere, gli arresti sono stati  confermati, per tutti Loro sono state addotte motivazioni ridicole. Lo sapevamo, lo temevamo.
Noi conosciamo, abbiamo tutti sperimentato più volte che  dietro il concetto di giustizia espresso dai poteri (tutti) esiste unicamente l'arroganza, la prepotenza, la violenza esercitata dal più forte (o per lo meno da chi si crede tale) sul più debole.
Sappiamo che all'interno del concetto di giustizia così come lo intendono le società a struttura gerarchica sia quelle apertamente autoritarie sia quelle ad impronta liberale, esiste la più grande delle menzogne. La legge che costruisce il loro concetto di Giustizia si fonda sulla sopraffazione di coloro che non si omologano, che non aderiscono. Nel suo affermarsi, il potere impone il proprio dominio con violenza modulando variamente l'intensità di questa in relazione al luogo, al momento, alla situazione. La sua missione rimane l'asservimento per sopraffazione, per paura, per emarginazione, per eliminazione degli Individui, non allineati, non omogenei. 
Ora qui noi vediamo uomini e donne messi in carcere in modo arbitrario, violento, arrogante, come detto con risibili motivazioni.
Tutto questo è sotto gli occhi di tutti.
Stiamo assistendo a niente altro che all'applicazione della legge del più forte, al naturale esercizio della violenza da parte del potere. 
Qui ora nel nostro paese il potere liberal democratico cioè gli interessi economici che ne reggono le fila, sta semplicemente applicando la sua Legge, credendosi forte vuole sottomettere chi non si adegua, vuole sopraffare quelli che pensano di difendere la propria terra, quei sognatori che  pensano che la propria passione possa essere più forte del denaro: vogliono intimidire, creare paura, vogliono separare, tacitare (le stesse motivazioni che hanno addotto per gli arresti dei Nostri sono l'ostentazione della loro arroganza della loro prepotenza: noi siamo il potere e facciamo le regole, quando è necessario le cambiamo a nostro piacimento).
Ora a Noi non resta che resistere alla loro violenza, alla loro arroganza, e per questo è necessario batterci con le nostre migliori armi. Sappiamo che esse ci possono rendere più forti di loro. La passione, la solidarietà, la gratuità, la determinazione sono le nostre armi, esse possono essere micidiali.
Se ne avremo consapevolezza saremo invincibili.
Libertà subito per tutti gli arrestati!  

       

mercoledì 18 gennaio 2012

Ribaltiamo gli spazi urbani

Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.
A distanza di cinquant'anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche antiutilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi, di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all'impotenza.
Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. Il movimento libertario e più tardi i punx anarchici avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell'economia.
Oggi più che mai questo bivio è evidente.
Di fronte allo spettro della barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. I fuochi, pur appassionati e appassionanti, delle banlieues francesi stanno a dimostrarlo. Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all'etica e la mobilitazione dell'indignazione degli "altri" contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa del pacifismo o all'uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle persone in questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano, (vedi la TAV in Val Susa).
Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l'inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un'ipotesi concreta di una trasformazione dell'esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.

giovedì 15 dicembre 2011

La lotta della Val di Susa è anche la nostra.

La distruzione di questa piccola valle alpina sull'altare dell'Alta Velocità Economica (traffico merci e passeggeri) è solo una delle condizioni necessarie alla distruzione creatrice di profitto e di potenza per i tecnocrati del Piemonte per arricchirsi mentre i loro abitanti dovranno accontentarsi, nel migliore dei casi, a lavorare come servi al servizio di quadri aziendali e di macchine, in un ambiente devastato dalle infrastrutture.
Si capisce bene che si tratta di distruggere gli uomini e di sconvolgere i territori affinché, nell'epoca dell'economia planetaria unificata, quelli che decidono per noi possano continuare a rivaleggiare con quelli che decidono nelle altre parti del mondo. Ma a noi non interessa né il patriottismo e né la guerra economica. 
Noi non vogliamo morire di noia e di lavoro al servizio dei nostri generali economici.
Noi siamo vigliacchi, pigri e disfattisti.
Non vogliamo,  abitare in una "via express" costeggiata da facciate in vetro cromato e da centri commerciali. 
Non vogliamo passeggiare in giorni prestabiliti, nella neve coltivata dei parchi artificiali, sotto il radiatore climatico.
Non vogliamo essere dei robot sociali, in quattrocento per kmquadro, allevati in batteria dentro a degli agglomerati urbani intelligenti.
Non vogliamo essere competitivi.
Non vogliamo attirare nessuno, tanto meno gli investitori di capitali. Al contrario, che se ne vadano, ciò farà abbassare i costi dei terreni, degli immobili e della vita. Noi siamo retrogradi. Vogliamo i lupi, gli orsi, i ghiacciai, le stagioni. Vogliamo i contadini nelle nostre campagne, Vogliamo mangiare quello che produciamo, non quello che arriva con gli aerei, i camion e i treni che distruggono al loro passaggio clima e paesaggio. Così come non vogliamo che le cisterne di latte vadano chissà dove per essere trasformati in formaggi, confezionati in qualche fabbrica europea per essere poi venduti nei supermercati piemontesi. 
A noi manca terribilmente l'ambizione: vogliamo mangiare la toma acquistata dal contadino vicino, vorremmo semplicemente vivere in una vera casa con vecchie pietre, tra le nostre montagne, nella nostra valle senza rotaie di ferro, traverse cementate e ferite profonde nella roccia.

giovedì 17 novembre 2011

NOTAV, IL POPOLO CHE RESISTE

La  multiforme sacca di resistenza dell’umanità contro il neoliberismo contro il capitalismo finanziario non deve essere confusa con l’opposizione politica nella  sua forma riuscita e compiuta  di un partito. L’opposizione non si oppone al potere, ma eventualmente ad un governo. Nel teatrino della finta alternanza, le due facce della medaglia: partiti di  governo e partiti di opposizione il gioco delle parti: un unica aspirazione servire il dominio  finanziario/capitalista.
La Resistenza, per definizione , non può essere un partito, non è fatta per governare a sua volta, ma per… Resistere.
Nello stesso momento in cui il neoliberismo, la finanza, scatenano la loro  guerra mondiale, in tutto il pianeta si vanno formando gruppi di non conformisti, nuclei di ribelli, nuclei di eretici. L’impero delle borse, della finanza, è costretto a fronteggiare la ribellione di una moltitudine di sacche di Resistenza. Sacche di ogni grandezza, di differenti colori e di forme. Ciò che le rende simili è la Resistenza al “nuovo ordine mondiale” e ai crimini contro l’umanità, alle devastazione dei territori e agli altri aspetti che la guerra della società del capitale dichiara all'umanità libera.
Nel cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni di esseri umani, e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo. Però accade che questi “prescindibili” si ribellino e resistano contro il potere che vuole eliminarli. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo “esuberano”, ma che per di più “disturbano” l’ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano e lottano.
Sapendosi uguali e differenti, cominciano a tessere la loro resistenza contro il processo di distruzione/spopolamento,  di ricostruzione/riordino che avanza come guerra totale.
Molte sono le armi che il dominio mette in campo : menzogna, infamia, delegittimazione, violenza, repressione, inganni, inquinamento e militarizzazione dei territori, epidemie e altro ancora.
I Popoli che resistono hanno la consapevolezza che occorre immaginare/creare un mondo nuovo. Un mondo che contenga molti mondi, che contenga tutti i mondi possibili in cui sia  compreso il rispetto per tutti gli esseri umani, per il pianeta che li contiene per gli esseri tutti che in esso abitano; I Popoli che resistono devono sapere sognare/immaginare/creare un mondo che abbia la forza di abolire i rapporti gerarchici e l'ingiustizia.
Praticare forme di  Resistenza vuol dire generare nuove forme di vita, vuol dire assegnare ad ogni attimo, ad ogni azione della nostra giornata, un valore reale compiuto.
La  Resistenza deve necessariamente tendere alla riconquista della pienezza dell'esistenza, alla liberazione delle nostre menti così come  alla liberazione dei nostri territori.
Il Dominio potrà violentare i nostri corpi, i nostri territori, potrà dispiegare le sue armate di “sgherri”, i suoi professionisti della violenza, potrà militarizzerà le valli, le pianure e le montagne, ma non riuscirà mai avere la meglio sulle menti, sui cuori, sulla  determinazione di chi resiste.
La libera critica, Le parole, le idee, l'amore, la passione, la solidarietà, la gratuità, la consapevolezza sono le armi che la Resistenza sa mettere in campo: esse possono essere armi micidiali... 
   

giovedì 6 ottobre 2011

Municipalismo libertario - NOTAV


Il municipalismo libertario promuove un ideale sociale fondato su possibilità reali e concrete, in termini di effettivo cambiamento della società attuale, una possibilità politica pratica e realistica nelle città e nei territori.
Il municipalismo libertario non è né uno stratagemma propagandistico, né una «strategia» né una «tattica», l’intenzione è che diventi la forma assunta da una società razionale ed ecologica.
Si tratta della ridefinizione di una politica vitale che non si fonda esclusivamente sulle creazione di una democrazia partecipativa ma invita, con argomentazioni incalzanti, alla municipalizzazione dell'economia stessa.
Con ciò si dovrebbe intendere: l’acquisizione dei mezzi di sussistenza da parte della comunità, la gestione della vita economica, l’integrazione di aziende, negozi, terre, ecc...
Il controllo da parte della comunità secondo criteri confederali e antiautoritari.

Non l’idea marxista di economia nazionalizzata.
Non l’idea sindacale tradizionale di controllo operaio.
Non quella borghese di proprietà privata.

Una politica, e una prassi che chiama i gruppi locali a organizzarsi, a tracciare un programma politico che stimoli la democratizzazione delle città, dei quartieri, dei territori, che costruisca una nuova cultura politica di opposizione allo Stato in un ottica antiautoritaria.
La prospettiva municipalista libertaria di trasformare i villaggi, paesi , quartieri e città in una nuova sfera politica non può che stare in contrapposizione con lo Stato nazionale.
La nascita di nuove istituzioni democratiche di base, porterà inizialmente alla possibilità di esercitare un influenza prettamente di carattere morale non certamente strutturale; in seguito, partendo da queste basi istituzionali, o paraistituzionali si riuscirà a determinare effetti scismatici di vasta portata che condurranno a un'aperta opposizione al potere dello Stato. 
E' auspicabile che le municipalità libertarie possano emergere numerose, dovrebbero in ogni caso perseguire la creazione di un'articolata rete federata che potrà renderle più forti, meno vulnerabili alla repressione che inevitabilmente dovranno sopportare. La creazione di reti solidali impedirà inoltre il realizzarsi del rischio di rinchiudersi in involuzioni localistiche e reazionarie.
Le municipalità libertarie come nuovo sistema economico, come nuova etica, come nuovo rapporto con l'ambiente, come nuovo rapporto fra gli esseri umani.
Esempi di questo genere seppure frammentati e talora certamente contraddittori stanno nascendo, iniziano sperimentarsi un po' ovunque sul nostro pianeta, a volte sono solo accenni, solo embrioni di municipalismi libertari, a volte nascono dall'esigenza di difendere i propri territori dall'aggressione della macchina speculatrice del capitalismo finanziario. E' il caso qui in Italia, dei Movimenti che si aggregano e resistono ai progetti distruttivi delle così dette grandi opere: è il caso del Movimento NOTAV che sperimentando forme di democrazia partecipativa molto avanzate, partendo da differenze e provenienze culturali a volte molto marcate, riesce a resistere da oltre 20 anni in Valsusa al progetto dell'alta velocità.

giovedì 26 maggio 2011

GENTE NO TAV

Stanotte il tentativo di aprire il cantiere 
alla Maddalena di Chiomonte è fallito

In alta Valle di Susa stanotte vi è stato il tentativo – per ora fallito – di installare il cantiere alla Maddalena di Chiomonte che dovrà realizzare la galleria geognostica.
Oggi il territorio è ancora saldamente in mano ai suoi abitanti.
Dopo un tentativo respinto di posizionare le macchine operatrici a ridosso dei guard rail dell'A32 e una lunga sosta dei mezzi della polizia all'interno della galleria prospiciente al punto prescelto per l'entrata sui terreni, un muro di donne e di uomini ha sconsigliato alle forse dell’ordine di provare ulteriori forzature.
Tutte le strade di accesso sono difese da imponenti barricate. Sicuramente si tratterà di consolidare questi primi risultati favorevoli. Occorre prepararsi a una resistenza lunga, difficile e intelligente. L'A32 è rimasta chiusa al traffico fino alle ore sette di questa mattina e non è dato sapersi dove sono finiti i blindati e le macchine operatrici.
E’ stato dimostrato contro tutte le aspettative giornalistiche che vi è determinazione e sufficienti energie dopo il primo impatto di quella che Virano ha chiamato "la madre di tutte le battaglie".
Domani è un altro giorno e chi ha riposato questa notte faccia un giro alla Maddalena, si respira una bella aria di libertà.
Nello stesso momento si è costituita un Unità di Crisi presso la Comunità Montana della Valle Susa e Val Sangone a Bussoleno.
Questa decisione dei Sindaci rappresenta un passo eccezionale perché esprime il radicale dissenso del territorio  che i Sindaci rappresentano ad un'opera inutile, dannosa e devastante.
Il fatto che si stia ricomponendo un Comitato Istituzionale, che vede il Movimento No TAV con le Istituzioni perfettamente in sintonia nella difesa della Valle Susa e di tutti i territori che dovrebbero essere attraversati dalla nuova linea ferroviaria Torino Lione, significa che la nostra gente è in piedi pronta a resistere come nel 2005 a Venaus.
L’Europa lo deve sapere: la Valle e gli altri territori attraversati
non danno alcun consenso alla loro distruzione.
Ci attendiamo un forte richiamo da parte dei MEPs che hanno firmato l’Interrogazione scritta a Siim Kallas alla Commissione Europea e al Governo Italiano per l’immediato ristabilimento delle condizioni di un confronto “non militare” attraverso un autentico dialogo con le istituzioni locali (Comuni e Comunità Montana) da tempo escluse e con le popolazioni.
“né qui né altrove”

Un’opera inutile costosa devastante per quel territorio, per tutti i territori.

Un opera la cui utilità è solo per i  mestatori di interessi  ambigui,  di enormi masse di denaro che necessitano di riciclo per mafie colluse al potere politico tutto: di destra, di centro  di sinistra.
Un opera nata sulla menzogna, sull’inganno 
che vive attraverso la falsificazione , la distorsione della realtà in ogni suo aspetto.  


Rifiutiamo gli inganni le bugie, le falsità  di questi  infami e dei  loro servi.

Rifiutiamo la disumanizzazione, difendere la propria terra è difendere la dignità  umana che non è mercificabile.
Respingere il progetto tav è affermare  la vita, contro la morte, la gioia, contro la desolazione, la speranza contro la disperazione.
In ogni luogo della terra nascano i popoli, le genti dei  NO

No alla mercificazione della vita
No alla distruzione della terra
No al cemento, alla acciaio, ai cristalli
No alle  Cattedrali  celebranti il Dio denaro
No al potere di pochi sulla vita di tutti
No a questo modello di sviluppo insostenibile per gli esseri umani, per il pianeta, incompatibile con la vita stessa  
No allo spettacolo di una vita apparente 
No alla finzione del benessere  
No all’inganno del PIL  
No alla mistificazione delle crisi    

Affermiamo la vita vera che non può che nascere e continuare nel suo rapporto naturale con la terra, 
Affermiamo l'armonia naturale non gerarchica con l’esistente
Affermiamo  la necessita di  fondare  un nuovo contratto  fra  gli esseri umani, circolare, senza gerarchie, senza prevaricazioni, nel rispetto di tutti