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giovedì 29 gennaio 2026

PROCESSI ANARCHICI A TORINO TRA IL 1892 ED IL 1894 (IV°)

Corrispondenza

Lettera inviata a Sante Caserio da Antonio Cassani 

Parigi 13/4/1892 

Carissimo Amico! 

Ricevo in questo momento 2 copie dell'Amico del Popolo, che lo trovai stupendo. Ecco caro Sante questo è il modo con cui mi piacciono i nostri giornali, ogni altro sistema mellifluo di fare propaganda e di combattere gli avversari, è cosa che non va più per i nostri tempi. Mandalo sempre adunque l'Amico del Popolo e se trovi il Locatelli dilli che quanto prima vedrà un nuovo lavoro che parte da Parigi. Io sono sempre nelle medesime acque anzi, minaccio di affogarvi, porca madonna! Speriamo un benefico salvataggio od altrimenti vengo ancora a Milano o che vado in Russia a lavorare. Quella corrispondenza da Parigi pare che sia piovuta dal cielo, perché dei compagni di Parigi che l'abbiano spedita non saprei chi, forse Constans! Mi piacciono quelle passatine ben dettate che riguardano quei farabutti della Camera ecc. e mi piace assai il metodo che avete preso in vessillo in questo numero del vostro giornale. Per Dio, se non si fa così come volete fare? Bravi, e avanti sempre, e non curatevi se quelle 3 marmotte si offendono alle volte e minacciano di provocare delle battaglie aperte, ben vengano anzi perché la vittoria è sempre dell'Anarchia. Fatti coraggio, caro amico e continua a combattere al fianco di chi uniforma la propaganda ai metodi di impavidezza, anti-legalitarismo e libera iniziativa. Nell'Amico del Popolo ho trovato troppe volte però il sacrosanto nome di: Pietro e di: Gori. Ciò sta male e si potrebbe farne senza, io credo, e modificare il modo di raccontare le cose, escludendo i nomi. 

Ciao, caro amico, e vogliaci sempre bene   tuo A. Cassani. P.S. Quando esce ancora il giornale mandatemelo a me od all'indirizzo di qualche altro compagno di Parigi. Questa lettera comunicagliela all'amico Locatelli più presto che puoi. Ciao (Alla lettera era unita ad un pacco contenente i seguenti opuscoli: I socialisti anarchici al popolo italiano : non votate !. Agli operai italiani. Appello edito a Nizza, settembre 1889. Appello aprile 1890. Parere degli anarchici sul duello, Imola 1890. I fatti di Roma dell'8 febbraio 1889. Manifesto degli anarchici al popolo d'Italia. 1° maggio 1890 - Gli anarchici al popolo. Pourquoi les travailleurs sont-ils malheureux?)

Lettera inviata da Carlo Garlasco 

Torino 15/3/1892 

Caro amico. 

Ricevetti ieri il tuo scritto che aspettavo da tempo, ed era vera-mente nel dubbio che mi avresti dimenticato, e se non mando più la scomunica a te la manderò a Farinetti, che mi a proprio trascurato. Sono stato al circolo o fatte le comunicazioni che mi ai incaricato. Sono oltre modo soddisfatto delle notizie che mi rechi riguardo al vostro stato economico. Riguardo a me ero deciso di partire per Lione (Francia) ma per mio sommo dispiacere mio padre cadde così grave-mente ammalato che ha perduto ogni speranza per la sua guarigione e con ciò potrai capire come il mio piano andò in fumo. In un'altra tua dì a Farinetti che unisca un suo biglietto, nel quale mi dica se a ricevuto le mie cartoline a Biella e Mongrando, dilli [sic] anche che Bertani a piacere di conferire con lui per affari che li riguarda. Se scrivete a lui indirizzateli alla Camera del Lavoro. In quanto a giornali per la propaganda qui a Torino è tutto morto più che morto. E sai il gran perché? Perché il Rigo (Giovanni Rigo, via Silvio Pellico 28, Torino. Con questo indirizzo compare in un elenco di persone cui fare capo per la propaganda anarchica nelle principali città italiane inviato da un correligionario di Milano all'anarchico Giuseppe Genova di Palermo) a dovuto assentarsi di qui in seguito alle solite persecuzioni della questura; tu che ai conosciuto l'ambiente di qui certo non stupirai che un sì piccolo incidente possa privare tutta la città della stampa anarchica, ma nel medesimo istante proromperai in un «Fiacconi!» e non avrai torto. Mi ai promesso di farmi avere della stampa di costi; se in senso anarchico e scritta in lingua italiana non potresti farmene avere più copie ed io ti spedirei l'importo ad ogni tua spedizione e di ciò potresti stare tranquillo sulla mia parola. Io di qui per ora potrò spedirti null'altro che qualche foglio borghese quello che più ti aggrada, se non tutti i giorni almeno una volta alla settimana. Informati se Lode ove si trova il compagno Conti non sia troppo distante da Ginevra così potresti comunicare con lui. Ti saluto e anche il Farinetti. Sono tuo e per la causa Carlo. 


giovedì 9 ottobre 2025

Libertà e eguaglianza - Carlo Cafiero

Il nostro ideale rivoluzionario è molto semplice: si compone, come quello di tutti i nostri predecessori, di questi due termini: libertà ed eguaglianza.

Vi è solo una piccola differenza. Ammaestrati dall'esperienza degli inganni commessi dai reazionari di ogni tipo e in ogni tempo per mezzo delle parole libertà ed eguaglianza, abbiamo ritenuto opportuno mettere a fianco di questi due termini l'espressione del loro esatto valore. Queste due monete preziose sono state falsificate tanto sovente che noi vogliamo in via definitiva conoscerne e misurarne esattamente il valore.

Affianchiamo dunque a questi due termini, libertà ed eguaglianza, due equivalenti, il cui significato preciso non può dar luogo a equivoci e diciamo: Vogliamo la liberta, cioè l'anarchia, e l'eguaglianza, cioè il comunismo.

Nessun nuovo governo o nuovo Stato, per quanto possa definirsi popolare o democratico, rivoluzionario o provvisorio.

Poiché la ricchezza comune è diffusa su tutta la terra e appartiene di diritto all'umanità intera, coloro che si trovano alla portata di questa ricchezza e in grado di utilizzarla la sfrutteranno in comune. Gli abitanti di un dato paese utilizzeranno la terra, le macchine, i laboratori, le case ecc., e se ne serviranno tutti in comune. Come parte dell'umanità, eserciteranno di fatto e direttamente il loro diritto a una parte della ricchezza umana.

giovedì 13 luglio 2023

La Rivoluzione Sociale di Pier Carlo Masini


"VIVA LA RIVOLUZIONE SOCIALE ", con questo grido erano finiti i lavori della Conferenza di Rimini. E il Cafiero, presidente di quella conferenza, aveva poco dopo concluso il suo articolo sul congresso dell'Aia con parole altrettanto impegnative e solenni: "A provare le nostre forze attendiamo la Rivoluzione: che essa giudichi autoritari ed anarchici". Ma che cosa intendevano gli internazionalisti italiani per rivoluzione sociale? Essi anzitutto, mettendo piuttosto l'accento sull'aggettivo che sul sostantivo, intendevano il contrario della rivoluzione politica, di cui il Risorgimento con il suo epilogo unitario-monarchico, rappresentava l'esempio negativo e deludente. In secondo luogo, per la stessa impostazione anarchica del problema, non potevano concepire la rivoluzione nei termini delle esperienze quarantottesche: come conquista del potere politico a mezzo di colpi di mano sui centri di questo potere. Infatti gli internazionalisti non volevano in alcun modo – né violento, né pacifico, né legale, né illegale – la conquista del potere politico, ma si proponevano piuttosto di distruggerlo. Le due questioni erano legate perché la conquista del potere politico ricadeva ancora negli schemi della rivoluzione politica che appunto gli internazionalisti rifiutavano in nome della rivoluzione sociale. D'altra parte la rivoluzione politica richiedeva anche per il suo successo una organizzazione fortemente centralizzata, un efficiente apparato militare, una rigida disciplina ideologica e tattica che gli internazionalisti, per ragioni di principio, rifiutavano. Detto ciò che gli internazionalisti non volevano, resta più facile capire che cosa in effetti volessero. Di positivo volevano, come dicono i loro programmi, "l'emancipazione del proletario" e "l'organamento del lavoro": due obiettivi che a loro giudizio stavano completamente fuori della politica corrente, in una nuova dimensione storica. Per "emancipazione del proletario" essi intendevano la liberazione dei lavoratori dalla condizione del salariato e dalla soggezione al capitale; per "organamento del lavoro" una organizzazione economica collettivistica a base federativa fra i comuni e le associazioni produttive: questa era la parte socialista del loro programma. Quanto alla rivoluzione sociale – o come si diceva talvolta più  fantasiosamente liquidazione sociale – essa si presentava agli occhi degli internazionalisti come una prospettiva catastrofica e palingenetica, una specie di sisma politico più o meno imminente. Si trattava di un mito di potente effetto nell'agitazione e nella propaganda, mancante peraltro di quella concretezza e praticabilità che invece si ritrovava nei piani rivoluzionari di tipo tradizionale, giacobino o blanquista, mazziniano o garibaldino. Un nuovo millenarismo animava questa idea di rivoluzione sociale non più concentrata in un punto dato e prevista per un momento convenuto, ma concepita come un moto diffuso e ininterrotto, una guerra senza quartiere, senza rigidi fronti di combattimento, senza possibilità di armistizi e di soluzioni provvisorie: cospirazioni, dimostrazioni barricate guerriglia per bande, sortite, moti di piazza, proteste, agitazioni, scioperi, attentati, rivolte in campagne e in città, atti individuali e movimentI collettivi, fino alla totale distruzione del nemico: tutto questo era la rivoluzione sociale.





giovedì 15 settembre 2022

Cafiero e Malatesta in giro per Roma

Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta furono più volte a Roma al fine di allargare alla neo capitale del regno la rete organizzativa dell’Associazione internazionale dei lavoratori (AIL), svolgendovi un ruolo di educazione e organizzazione tale da caratterizzare in senso libertario gli sviluppi futuri del socialismo romano. Un primo passaggio di Cafiero in città è segnalato nel novembre 1871 durante i lavori del XII congresso nazionale delle Società operaie affratellate. In questa occasione, egli non entrò in contatto diretto con il nascente movimento sindacale capitolino ma, attraverso i rapporti stabiliti durante l’assise con alcuni esponenti della sinistra repubblicana (Cesare Sterbini e Salvatore Battaglia), contribuì alla rottura tra le associazioni economiche cittadine e gli ambienti moderati fino ad allora prevalenti. Il cambio di orientamento fu segnato dalla nascita, avvenuta il mese successivo, di un primo raggruppamento d’area internazionalista, la Società della democrazia sociale, che contò fin da subito un centinaio di aderenti “tutti appartenenti alle infime classi”. Nella capitale, Cafiero tornò a metà giugno dell’anno seguente, in preparazione del congresso fondativo dell’AIL in Italia, che si sarebbe svolto a Rimini in agosto. Qui partecipò ad alcuni incontri con i garibaldini reduci della battaglia dei Vosgi tra cui Osvaldo Gnocchi Viani, il quale si fece promotore della prima sezione internazionalista cittadina,
la Lega operaia d’arti e mestieri industriali, sorta il mese successivo. In questo periodo, Cafiero sembrava intenzionato a trasferirsi in città per seguire più da vicino lo sviluppo dell’AIL nella capitale, ma il suo proposito fu vanificato dall’azione repressiva del prefetto che decretò lo scioglimento della Lega operaia e l’arresto di pressoché tutta la direzione, Viani compreso. Nuovi incontri si svolsero tra la primavera e l’inizio dell’estate del 1874 in vista dei moti di agosto cui, insieme a Cafiero, parteciparono anche Andrea Costa ed Errico Malatesta. Dopo alcune riunioni, fu quest’ultimo a seguire gli internazionalisti capitolini, con i quali organizzò un colpo di mano che, nell’ambito della preannunciata sollevazione, prevedeva di impossessarsi di 3.000 fucili della guardia nazionale custoditi all’Aracoeli e altri 400 custoditi in un deposito ai Castelli. L’esproprio delle armi fu tuttavia impedito dall’azione preventiva della pubblica sicurezza; ciò nonostante, le attività di Malatesta contribuirono a una maggiore definizione in chiave anarchica e insurrezionale del socialismo romano, con una prima presa di distanza all’impostazione evoluzionista caldeggiata da Viani. Insieme a Emilio Covelli, Cafiero e Malatesta tornarono nell’Urbe all’inizio
del 1876 con lo scopo di trasferirvisi in maniera definitiva avendo in animo di organizzare in città un convegno nazionale dell’AIL e costituirvi il centro del Comitato italiano per la rivoluzione sociale. Ospitati dapprima nell’abitazione dell’antiautoritario Emilio Borghetti, in via dei Pontefici, Malatesta si trasferì poi in via dell’Impresa, tra Montecitorio e Palazzo Chigi, mentre Cafiero si spostò all’inizio della Cassia, per stabilirsi infine nella centrale via del Pellegrino, trovando lavoro come bibliotecario alla Biblioteca “Vittorio Emanuele” per una paga di 3 lire al giorno (grossomodo quella di un muratore). Durante il loro soggiorno, entrambi – ma soprattutto Malatesta – si mossero per la possibile unificazione con i garibaldini e la parte più radicale del movimento repubblicano, ipotesi tuttavia vanificata dalla netta opposizione della massoneria, contraria alla fusione dei democratici con i socialisti. Rotta la possibilità di una collaborazione tra gli ambienti sovversivi, Malatesta partecipò alla costituzione del Circolo operaio, un raggruppamento distinto dalla proposta di Viani fino a quel momento prevalente, che giocò un certo ruolo nelle lotte dei disoccupati scoppiate in quei mesi. Le attività dei due esponenti sollevarono le apprensioni della pubblica sicurezza, oltremodo preoccupata per il possibile radicamento dell’anarchismo nella capitale politica del regno. La loro permanenza durò infatti assai poco: in seguito a una serie di arresti, Cafiero fu costretto a partire il 30 maggio, mentre Malatesta lasciò la città in fretta e furia il 18 giugno, mantenendo comunque i rapporti con gli ambienti romani che lo delegarono al congresso internazionale di Berna di fine ottobre. Cafiero e Malatesta tornarono a Roma all’inizio dell’anno successivo in vista dell’iniziativa insurrezionale del Matese prevista per la primavera seguente. Malatesta partecipò a una serie di riunioni riservate che si svolsero nelle campagne e nelle osterie fuori Porta Maggiore, all’epoca estrema periferia della città. Le discussioni non furono affatto facili; egli dové infatti affrontare le perplessità che
serpeggiavano tra gli ambienti romani che, in seguito al fallimento dei moti del 1874, pur confermando la loro adesione alla linea antiautoritaria simostrarono in un primo momento poco disponibili a nuove sortite sediziose. Superati gli indugi, sotto la supervisione di Cafiero e Malatesta venne infine organizzato un gruppo armato che avrebbedovuto raggiungere gli insorti del Matese, ma le cose andarono male: la spedizione fu intercettata dalla polizia all’uscita dalla città con l’arresto dei suoi componenti. Fu un duro colpo per i socialisti capitolini che, solo in novembre, poterono riorganizzarsi dando vita al Circolo internazionalista di Roma, un organismo dal carattere esplicitamente anarchico. Quello del 1877 fu un passaggio delicato, che si risolse in una più piena e convinta adesione dell’insieme dell’internazionalismo romano alla proposta libertaria. Negli anni seguenti, le altre correnti sorte in seno all’AIL, come quella socialista rivoluzionaria di Costa o quella operaista di Gnocchi Viani, trovarono infatti serie difficoltà a radicarsi nel tessuto sociale cittadino non riuscendo mai ad aprire una propria sezione locale. Grazie al lungo lavorìo di Cafiero e Malatesta, l’anarchismo continuò invece ad allignare tra il proletariato capitolino rappresentandone una tensione culturale, ancor prima che politica, che negli anni successivi si sarebbe rivelata lungamente egemone e chiaramente riconoscibile. 



giovedì 15 aprile 2021

Cafiero tra Engels e Bakunin

Fino alla metà di novembre 1871, i socialisti italiani, occupati a neutralizzare l'influenza mazziniana e a gettare le basi di una futura organizzazione, erano rimasti del tutto estranei alla lotta delle correnti che si svolgeva all'interno dell'Internazionale fra Marx e Bakunin. Quando le risoluzioni marxiane della Conferenza di Londra (La Conferenza di Londra era stata riunita in settembre, in sostituzione di un Congresso generale reso impossibile dalla guerra e dagli avvenimenti parigini), provocarono l'aperta ribellione dei bakuninisti del Giura, che in un congresso a Sonvillier (12 novembre) denunciarono i metodi dittatoriali del Consiglio Generale e l'illegalità della Conferenza, chiedendo l'immediata convocazione di un congresso regolare, l'eco della polemica rimbalzò anche in Italia. Tuttavia va notato che le risoluzioni della Conferenza di Londra, e soprattutto la IX che affermava la necessità della conquista  del potere politico per l'emancipazione  del proletariato, avevano suscitato perplessità e malumore nell'ambiente napoletano, indipendentemente dalla protesta dei giurassiani. Cafiero stesso ne informa Engels: “Qui c'è stata un poco di agitazione per questa benedetta Conferenza... Quella Regola IX la si volle prendere come una  transazione del 3° Considerando dei nostri Statuti. L'idea di un partito politico, sebbene opposto ad ogni altro borghese, scandalizzò e si gridò al tradimento dai borghesi che, entrati nell'Internazionale, s'erano fatti strada sino alla Conferenza”. Pertanto, ad evitare dissidi e “scissure”, Cafiero chiede ad Engels ulteriori istruzioni e delucidazioni, mentre non può fare a meno di esprimere la sua stessa perplessità: “Io poi, che nel Congresso di Roma rimbeccai un mazziniano sull'affare della questione politica ed economica devo confessarvi  che non ne sono stato troppo entusiasmato da quella risoluzione IX che ci accosta indiavolatamente ai mazziniani... trovare  la Conferenza che ci dice implicitamente di  essere andati nel tenerci troppo strettamente legati ai nostri Statuti, è un affare che veramente dispiace”. Bakunin intanto ha deciso di prendere posizione: nelle lettere ai suoi amici vecchi e nuovi, chiarifica i termini del dissenso nei confronti del Consiglio Generale e «inonda» l'Italia  — come confida ad un amico russo — della circolare di Sonvillier. La tattica per l'offensiva che intende sferrare, è scelta con notevole abilità; egli cerca di sfruttare lo stato d'animo di reazione al mazzinianesimo che egli stesso ha contribuito ad alimentare, paragonando il dissidio dei Giurassiani al conflitto che si svolge in seno alla democrazia italiana e ritorcendo contro Marx le stesse accuse che aveva rivolto contro Mazzini: “Mazzini e Marx — scrive infatti — benché molto differenti per altri rapporti sono spinti da un'unica passione: vanità politica che nell'uno è religiosa, nell'altro è scientifica e dottrinaria: il
vanitoso impulso di governare, educare e organizzare le masse secondo le proprie idee
”. E altrove: «La Circolare di Sonvillier è una solenne protesta in nome della libertà, il vero principio dell'Internazionale contro le pretese dogmatiche  e governative del Consiglio Generale di Londra, di cui tutto il compito, secondo lo spirito e la lettera dei nostri Statuti generali, deve limitarsi a quello di un semplice Ufficio Centrale di Statistica e di Corrispondenza ». L'argomento su cui insiste Bakunin è che «l'internazionale non ammette un dogma ortodosso, né teoria ufficiale, né governo centrale. Essa è fondata sull'autonomia, sullo sviluppo spontaneo, sulla libertà delle opinioni, sulla federazione  libera delle associazioni operaie. L'unità dell'Internazionale non è  basata sulla uniformità di una teoria ufficiale o di un dogma, come nella chiesa di  Mazzini». La libertà da ogni imposizione ideologica e dottrinale che era stato il leit-motiv della polemica contro Mazzini, diviene ora il motivo centrale della polemica contro  Marx. E i neo-internazionalisti italiani che si sono appena liberati della soggezione ideologica di Mazzini, non erano certo propensi a sacrificare la conquistata  autonomia di giudizio: impostata la questione in tal senso, non c'era da dubitare del successo di Bakunin. A nulla valgono i tentativi di conciliazione di Cafiero, le acrobazie interpretative che questi compie  nell'illustrare la famosa Risoluzione IX, le sue esortazioni velate ad Engels di non irrigidire e aggravare il contrasto: Engels non ne tiene conto e sconfessa pubblicamente  Bakunin, in un articolo sulla Roma del Popolo (L'occasione di sconfessare  Bakunin era stata offerta ad Engels da un articolo di Mazzini sulla Roma del Popolo (16 novembre 1871) che citava come «documenti dell'Internazionale» alcune dichiarazioni di Bakunin, anteriori alla sua ammissione nell'AIL. Engels nega la responsabilità dell'Internazionale per ogni dichiarazione «individuale» al di fuori dei documenti ufficiali e accusa Bakunin di voler sostituire al programma dell'Internazionale un programma «stretto e settario». La lettera di Engels comparve anche sulla Puebe il 12 dicembre, oltre che sulla Roma del Popolo 21 dicembre). L'articolo fu giudicato «eminentemente impolitico» da Cafiero, che rimproverò Engels di aver tirato «il primo colpo di una battaglia che non si può calcolare come finirà». Bakunin dal canto suo intensificò le sue pressioni affinché senza equivoci di sorta, i gruppi italiani dichiarassero la loro adesione ai dissidenti del Giura, e alla fine del  '71, raggiunse questo obiettivo: il Fascio Operaio di Bologna, intorno al quale ruotavano numerosi nuclei in tutta la Romagna, La Società Emancipazione del proletariato di Torino, La Federazione operaia napoletana, la Sezione Girgentina, il «Gruppo internazionalista» di Milano, facente parte del Circolo Operaio, i centri più importanti del nascente schieramento internazionalista italiano, si erano pronunciati a favore dei dissidenti del Giura per la convocazione anticipata di un Congresso generale. Cafiero stesso interrompe la sua corrispondenza con Engels e la riprenderà dopo parecchi mesi, ma solo per informare Engels della sua conversione all'anarchismo. 




giovedì 8 aprile 2021

LA BANDA DEL MATESE

Si era all’8 aprile del 1878 e tra quei bei ragazzi figurava il fior fiore del  futuro movimento anarchico  italiano:  Florido Matteucci, che nelle carceri di Benevento studia lingue: inglese, spagnolo, tedesco; Errico Malatesta che prepara la relazione sulla spedizione da inviare alla commissione di corrispondenza della Federazione italiana; il russo Sergej Kravanskij, futuro attentatore del generale Mezencov, capo della gendarmeria dello zar (Pietroburgo, 4 agosto 1878), che studia Marx, Comte, Ferrari e in nove mesi di carcere impara perfettamente l'italiano, mentre Carlo Cafiero traduce di slancio e compendia il primo libro del Capitale di Marx basandosi   su un'edizione francese, lavoro che sarà apprezzato dall'autore per l'efficacia divulgativa. Ora lasciamo la parola al corrispondente de "Il Corriere del Mattino" (28 agosto 1878): “Sono ventisei gli imputati, molti giovanissimi, parecchi operai: tutti con precedenti di vita onesta, qualcuno interessantissimo per varietà di casi, per costanza della sua fede, per virtù grande di abnegazione e  di coraggio. Carlo Cafiero ha appena trent'anni. E alto e ben disposto della persona, bello del volto, con modo elegante ed  attraente; parla benissimo anche l'inglese, il francese e il russo. Errico Malatesta è un giovane di  24 anni, piccino, bruno, con due occhi nerissimi, pieni di fuoco: tutto energia, tutto intelligenza, è anch'esso, come il Cafiero, un carattere”. 

Che   avevano mai fatto gli imputati? Figli ideali del Pisacane, espressione della migliore tradizione    meridionale che si oppone al fatalismo e all'ignavia, essi hanno organizzato una spedizione che ha   portato tra il Lazio e il Molise la  parola dell'anarchia e del comunismo. I contadini hanno accolto entusiasti gli “internazionalisti” venuti ad abolire le tasse, il macinato, il servizio militare. E senza spargimento di sangue. Ecco la dichiarazione rilasciata a un segretario comunale: “Noi qui sottoscritti dichiariamo aver occupato il municipio di Letino armata mano in nome della rivoluzione Sociale, oggi  8 aprile  1877.  Carlo  Cafiero, Errico Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli". 

Cafiero sale sul basamento di una croce che sovrasta la piazza e sotto una grande bandiera rossa e nera spiega alla folla i principi dell'anarchia. Viene decretata la fine della monarchia, incendiato l'archivio comunale per distruggere i titoli di proprietà, i registri delle tasse, ipoteche, enfiteusi, ogni foglio di carta bollata che reca l'aborrito simbolo dello Stato, e guastati i contatori apposti ai mulini  per registrare i giri delle macine, cioè le macchine che  facevano da esattori dell'odiata tassa sul macinato. Lo Stato scatena contro di loro un imponente rastrellamento. L'intero massiccio del  Matese è assediato da dodicimila bersaglieri e fanti. Gli internazionalisti, stremati dal freddo e dalla fame, saranno catturati quasi al completo il 12 aprile. Si scatena, sulla stampa e  nei salotti, al parlamento e al governo, l'isterismo antianarchico. Il primo ministro Nicotera vuole  un linciaggio legalizzato e insiste per una procedura sommaria da parte di un tribunale di guerra. In gioventù questo tipico esponente del trasformismo italiano aveva fatto  parte della spedizione di Sapri con Pisacane, di cui aveva adottata la figlia Silvia. L'avvocato napoletano Carlo Gambuzzi, seguace  di  Bakunin,  intervenne  presso Silvia Pisacane, la quale strappò al Nicotera la promessa   di un processo  regolare. Nel 1878, alla corte d'Assise di Benevento la Banda del Matese fu assolta e scarcerata. (La morte dell'unica vittima, un carabiniere, fu attribuita a causa sopravvenuta).


giovedì 10 dicembre 2020

Alle origini dell'anarchia - parte diciannovesima

1873 

Giugno. In Spagna re Amedeo di Savoia abdica e viene proclamata la repubblica. L'Internazionale, forte di 50 000 membri in prevalenza operai e contadini poveri del Sud, svolge un ruolo decisivo: Pi y Margall, impiegato di Madrid di origine catalana, traduttore delle principali opere di  Proudhon, già attivo nella rivoluzione spagnola del 1854, sostiene alle Cortes l'esigenza di una repubblica federale, di cui egli stesso diventa presidente. Durante la sua breve presidenza si avvia un  processo di decentralizzazione (movimento rivoluzionario cantonalista) in cui le regioni godono di una vasta autonomia amministrativa e in cui il potere della Chiesa viene drasticamente ridimensionato mentre le comunità contadine si accingono a prendere possesso dei latifondi incolti del Sud. L'insurrezione reazionaria dei carlisti al  Nord interrompe la trasformazione rivoluzionaria, mentre le grandi città dell'Andalusia e del Levante (Siviglia, Granada, Valencia, Cadice, Malaga e Cartagena) si dichiarano liberi cantoni. Sotto la guida di comitati di salute pubblica vengono chiuse le chiese e tassati i ricchi. Travolto dagli avvenimenti Pi y Margall si dimette e il governo provvisorio di Madrid invia truppe al sud a reprimere la rivolta; soltanto Cartagena resiste per quasi cinque mesi grazie alla solidarietà attiva dei federalisti dell'intera regione. Numerosi anarchici sostengono i federalisti a titolo personale, essendosi l'Internazionale pronunciata a  favore dell'astensione dall'intervento politico. Essi provocano rivolte in piccoli villaggi andalusi, espropriati a favore del popolo; si dichiara la giornata lavorativa di 8 ore. 

1874 

L'influenza degli avvenimenti spagnoli e l'aggravarsi delle condizioni di vita popolare in Italia spingono gli anarchici all'insurrezione: organizzati nel Comitato italiano per la rivoluzione sociale essi preparano un piano per la rivolta a Bologna, Firenze e in Puglia, che fallisce miseramente. 

1875 

Enrico Bignami fonda a Lodi il giornale socialista "La Plebe", subito interprete delle lotte operaie che vigoreggiano sull'onda della ripresa economica italiana causata dalla guerra franco-prussiana che ha paralizzato la produzione francese, fino a quel momento molto più importante di quella italiana e seconda solo  alla produzione inglese. 

1876 

26 giugno. Muore a Berna, mentre è diretto a Napoli, Mikhail Bakunin. Molto malato, dal 1874 si era ritirato a Lugano ove cercava di campare con l'orticoltura. 

1877 

Aprile. La «banda del Matese» (internazionalisti guidati da Cafiero, Malatesta e Pietro Cesare Ceccarelli) libera una serie di comuni agricoli e montani tra Benevento e Campobasso, proclama la repubblica sociale, abolisce la tassa sul macinato, la proprietà  privata e ogni ingerenza dello Stato. Catturati dall'esercito regio, gli internazionalisti vengono processati e assolti. Gli avvenimenti del beneventano danno al governo italiano il pretesto per sciogliere l'Internazionale, che si ricostituisce clandestinamente. L'isterismo anti-internazionalista vede agitatori dappertutto. Il 17 luglio la malavita di Firenze, armata di coltelli e bastoni, organizza la caccia agli internazionalisti. L'Internazionale risponde con  una  grande manifestazione di massa. Una colonna di cinquecento anarchici armati di bastoni ripulisce la città dai teppisti. La polizia arresta gli esponenti dell'anarchismo che vengono processati per cospirazione contro la sicurezza dello Stato. Le retate della polizia  e i continui processi sconvolgono l'organizzazione. 

Centri di propaganda e agitazione anarchica sono creati in Tunisia da Niccolò Converti, il quale fonda anche un giornale, "L'operaio, organo degli anarchici di Tunisi e della Sicilia", e in Egitto, a opera di italiani che danno vita nello stesso anno al foglio "Il lavoratore", e dove nel 1882 Malatesta, Ceccarelli e Marocco cercheranno di infondere contenuti sociali nell'ostilità anti-inglese. 



giovedì 3 dicembre 2020

Alle origini dell'anarchia - parte diciottesima

Il comunardo non è però un sanculotto parigino dell'89, patriota, artigiano sciovinista e repubblicano a oltranza (anche se questi tratti sono ancora evidenti in superficie, nell'«ideologia» del piccolo comunardo). Infatti, anche le piccole imprese artigianali non sono un relitto del passato ma si situano in un rapporto funzionale alla produzione del plusvalore delle grandi industrie moderne. 17-22 settembre. Conferenza di Londra dell'Internazionale. La frazione marxista approva una serie di risoluzioni che tendono ad accentuare in senso centralista, autoritario e burocratico, le funzioni del Consiglio generale (sorta di comitato centrale dell'AIT). Vengono presi provvedimenti disciplinari nei confronti dell'Alleanza della democrazia socialista e della Federazione del Giura. 1-5 novembre. Congresso operaio di Roma ispirato da Mazzini: Cafiero e Tucci diffondono  tra i delegati  un manifesto di Bakunin contro le tesi nazionaliste e democraticiste dei repubblicani di osservanza mazziniana. All'interno del movimento operaio l'anarchismo comincia a differenziarsi sia dal repubblicanesimo borghese sia dall'«autoritarismo e determinismo economicistico marxisti». 

1872 

Maggio. Cafiero e Fanelli s'incontrano a Locarno con Bakunin. Vengono gettate le basi per un'alleanza delle sezioni italiane dell'AIT con la linea espressa da Bakunin. 4 agosto.  A Rimini, conferenza nazionale delle 21 sezioni italiane dell'Internazionale. Si decide la costituzione di una Federazione italiana dell'Internazionale, e di rompere ogni rapporto sul piano ideologico e pratico con il Consiglio generale di Londra. Carlo Cafiero, Andrea Costa  e il giovane Errico Malatesta sono gli uomini di punta di questa tendenza libertaria e antiparlamentarista del movimento socialista. Essi propongono a tutte le sezioni che non condividono l'autoritarismo del Consiglio Generale, di inviare i delegati, il prossimo 2 settembre, non all'Aia al congresso dell'Internazionale, ma a Neuchatel, in Svizzera, « per 

ivi aprire il Congresso Generale anti-autoritario». 2 settembre. Il congresso dell'Aia dell'AIT decide l'espulsione di Bakunin e Guillaume, il conferimento di più ampi poteri al Consiglio generale e il suo trasferimento a New York per sottrarlo all'influenza delle federazioni libertarie (Italia, Spagna e Giura). Quello dell'Aia è l'ultimo congresso della Prima Internazionale. 15-16 settembre. Si tiene nella cittadina di Saint-Imier (Svizzera) un congresso  internazionale antiautoritario. La delegazione italiana (di cui fanno parte Cafiero, Costa, Fanelli,  Malatesta, Ludovico Nabruzzi e Bakunin) è la  più numerosa. Il congresso approva quattro risoluzioni che diventano la piattaforma pratico-ideologica del movimento anarchico. I punti fondamentali sono il rifiuto dei poteri legislativi e direttivi dei congressi, a garanzia della libertà d'azione delle sezioni e la critica alla dottrina marxista dello stato: «il proletariato, impadronendosi del potere politico, diventerebbe egli stesso una classe dominante e sfruttatrice ». Dicembre. Il congresso generale di Còrdoba approva all'unanimità le risoluzioni di Saint-Imier. All'interno della Spagna viene adottato lo stesso tipo di organizzazione decentralizzata proposto per l'Internazionale anti-autoritaria: le sezioni sono autonome e il consiglio regionale assume le funzioni di ufficio di corrispondenza.



giovedì 23 maggio 2019

Ricordando Carlo Cafiero

Carlo Cafiero è una notevole personalità, uomo dei nostri tempi, non già malgrado ma grazie alle sue contraddizioni: contraddizioni che egli attrasse in sé dalla società circostante, esasperandole e ingigantendole fino alla follia. 
Fu dentro ai maggiori movimenti intellettuali dell'epoca — cristiano, libero pensatore, marxista, anarchico, comunista, e individualista, rivoluzionario e riformatore, violento e non-violento, materialista e idealista — sempre con un filo di coerenza interiore che tiene assieme il blocco della sua umanità. 
Fu il primo marxista italiano ma fu anche il primo critico della dottrina marxista in Italia. Fu anarchico intransigente per tanti anni ma nell'ultima fase della sua attività pubblica, accettò i mezzi legali, la via parlamentare e —  nolente  — la candidatura.  Fu nell'anarchismo della corrente federalista e associativa, fondatore della Federazione Italiana dell'Internazionale, presidente  dei congressi nazionali di  Rimini e di  Chiasso, di quelli internazionali di Saint-Imier e di Berna, ma con le sue teorie dell'azione diretta individuale, dei fatti spontanei, dell'illegalismo e dell'amorfismo  precorse le tendenze individualiste dei decenni successivi. Fu un rigido, un oltranzista, un consequenziario, un estremista e un esclusivo, eppure  quanti lo conobbero restarono colpiti dalla mitezza d'animo e dalla dolcezza nei rapporti umani: «un uomo», disse Kropotkin, «che non avrebbe mai fatto del male a nessuno, e che ciò nonostante prese il fucile e si mise in marcia per le montagne del beneventano».  
Fu un uomo forte verso l'esterno ma una natura fragile all'interno, quasi femminile. Fu un impulsivo e un eccessivo nelle inimicizie, pronto e aperto alle riconciliazioni: con Marx, con Bakunin, con Costa, con lo stesso Tito Zanardelli che lo aveva ricoperto di grossolane ingiurie. Non avrebbe perdonato ad un compagno una leggerezza o una scorrettezza nocive alla causa e poi idealizzava la teppa come forza rivoluzionaria ignaro di quali istinti fosse deposito. Fu un solitario, un aristocratico nei modi e nei gusti; ed anche nel  linguaggio, violento mai triviale. Eppure non poteva vivere che immerso nel popolo, fra «i sofferenti» come lui diceva in contrapposizione ai «gaudenti».Operai, popolani, plebei furono i suoi compagni di lotta e di sventura. Fu un uomo del suo secolo, pur nella brevità temporale — appena  dodici  anni — della sua azione pubblica. Nato l'anno in cui Proudhon pubblicava La filosofia della miseria, il «manifesto» della questione sociale, fu accolto nelle file dell'Internazionale da Marx nella primavera della Comune di Parigi. Cadde, atterrato definitivamente dalla malattia, un mese prima della morte di Marx, di cui egli era stato il critico e il divulgatore. Mori infine pochi giorni prima che in Italia sorgesse un moderno partito operaio d'ispirazione marxista dal solco della scissione fra socialismo e anarchismo: due termini di cui egli aveva tentato l'ardita sintesi. 
Chi ha seguito le vicende di quest'uomo tragico e fantastico, che ne ha ascoltata la voce, avrà riconosciuto in lui e nella sua vita momenti e tratti della nostra storia d'ieri e di oggi, il segno dei nostri ricorrenti problemi, la traccia di virtù e di difetti nazionali, il riflesso sanguigno delle lotte di classe e di partiti del nostro paese. Ma al di là di tutto questo, al di là della politica e della storia, Cafiero porta in sé, nel suo acuto destino, un frammento dell'umana odissea. I suoi rifiuti successivi — della famiglia, della chiesa, dello stato, della ricchezza e del sesso, del cibo e del vestiario, della stessa vita, della stessa  ragione — altro non sono che tappe della ricerca di un'altra cosa, di una diversa dimensione al di là del reale e dell'umano.

giovedì 21 dicembre 2017

Anarchia e Comunismo Carlo Cafiero

Il suo scritto più originale, Anarchia e comunismo del 1880, muove dalla convinzione che la rivoluzione sia una legge che regola la storia dell’umanità e che rende possibile il progresso dei popoli nel corso del tempo: “la rivoluzione è causa ed effetto di ogni progresso umano, è la condizione di vita, la legge naturale dell’umanità: arrestarla è un crimine; ristabilire il suo corso è un dovere umano”. Non è difficile scorgere in questa affermazione, un’eco marxiana. Cafiero era convinto che la società borghese dell’Ottocento fosse profondamente ammalata e che per essa non vi fosse speranza di guarigione se non attraverso una rivoluzione, della cui necessità il proletariato cominciava a rendersi conto, come gli scioperi, le manifestazioni di protesta e le rivolte sempre più frequenti in tutti gli stati europei dimostravano eloquentemente. La mèta a cui bisogna tendere è la libertà, che non può consistere nel semplice riconoscimento dei diritti borghesi, incapaci di incidere sulle condizioni di vita dei lavoratori e di soddisfare le loro esigenze più importanti; la via a cui ricorrere per liberare l’umanità da ogni catena è la rivoluzione violenta. Fin qui, egli concorda con Marx ed Engels. Per questo motivo, Cafiero è contrario al socialismo ufficiale che persegue il proprio disegno nel rispetto pieno della legalità, attraverso una via evoluzionistica (l’attuazione graduale di una politica di riforme a vantaggio del proletariato), e giudica il passaggio di Andrea Costa nel 1881 dall’anarchismo al socialismo e all’azione parlamentare un vero tradimento della causa del proletariato. Per Cafiero non c’è vera libertà senza l’anarchismo, come non può esserci effettiva uguaglianza tra gli uomini senza il comunismo. Infatti l’anarchia viene concepita come la condizione del libero sviluppo sia dell’individuo che della società e il comunismo viene considerato come riappropriazione, da parte dell’umanità nel suo complesso, di tutte le ricchezze della terra, delle quali era stata espropriata ad opera di una minoranza: anche qui l’influsso marxiano è fin troppo evidente. Il suo pensiero, per il quale accetta le definizioni di collettivismo e di comunismo, che considera sinonimi, ha sulla scia di Bakunin, un orientamento nettamente anti-individualistico:
 “non solo si può essere comunisti; bisogna esserlo, a rischio di fallire lo scopo della rivoluzione una volta ci dicevamo "collettivisti" per distinguerci dagli individualisti e dai comunisti autoritari, ma in fondo eravamo semplicemente comunisti antiautoritari, e, dicendoci "collettivisti" pensavamo di esprimere in questo modo la nostra idea che tutto dev’essere messo in comune, senza fare differenze tra gli strumenti e i materiali di lavoro e i prodotti del lavoro collettivo.... Non si può essere anarchici senza essere comunisti. Dobbiamo essere comunisti, perché nel comunismo realizzeremo la vera uguaglianza. Dobbiamo essere comunisti perché il popolo, che non afferra i sofismi collettivisti, capisce perfettamente il comunismo. Dobbiamo essere comunisti, perché siamo anarchici, perché l'anarchia e il comunismo sono i due termini necessari della rivoluzione”.


giovedì 4 settembre 2014

I tempi non sono maturi!

I tempi non sono maturi! Ecco come s’insulta all’umanità, al diritto, alla giustizia. Ecco la più insulsa delle offese, e la più cretina delle risposte.
Chi farà maturi i tempi? E chi ne avvertirà del momento quando lo saranno? E che farete voi anche allora, perché non lo fate adesso? Voi direte allora: “I tempi non sono maturi”. Perché voi non volete il progresso, perché voi non volete la libertà, perché voi non volete la giustizia.
I tempi sono sempre maturi, per togliere l’ingiustizia, quando l’ingiustizia esiste. Attendete che l’uomo si sia rimesso in piedi per rialzarlo? Allora sarà venuto il momento di dargli aiuto? O quando giace? O quando l’aggressore gli sta sopra? O quando vi chiede soccorso?
I tempi sono maturi, quando domina l’ingiustizia, quando trionfa il male, quando la misura e colma, quando la voce dell’umanità oltraggiata si alza terribile, e fa agghiacciare il sangue dei traditori, dei parassiti.
I tempi sono maturi, perché si sente nell’aria un rombo che è come la voce di mille e mille grida di dolore e di rabbia, perché l’eco se ne ripercuote fragorosa dalle catene dei monti d’Irlanda a quelle della Sicilia; perché un grande pensiero avvicina gli operai di tutto il mondo; perché tutti gli schiavi si fanno della partita.
Sì, il polline è maturo e sta per cadere, perché l’ovario si distende trepidante, invocando il bacio fecondatore. Prepariamo il terreno che si vuol coltivare.
Bisogna ricuperare la massima parte dell’umanità, che langue senza pensiero, senza dignità, senza vita.
E non sono maturi i tempi per farlo?
I tempi sono maturi!
Proviamo a scuotere tutti insieme basti e catene!
Si udirebbe un gran fracasso!
Il fracasso divertirà … e si vedranno allibire quelli che ce lo vogliono tenere il basto, quelli che dicono i tempi non sono maturi.

(Da Carlo Cafiero, La Plebe, Milano, 26-27 novembre 1875)   

giovedì 2 gennaio 2014

Il Comunismo libertario di Carlo Cafiero

Nel 1880 si tiene a la Chaux de Fonds (Svizzera) un congresso della Federazione del Giura, la quale, dopo la scissione dell’Aia (1872) fra autoritari e antiautoritari, è divenuta la portavoce riconosciuta del socialismo libertario, secondo la linea espressa da Bakunin.
Nella relazione tenuta da Cafiero si afferma:
“… Anarchia, oggi vuol dire l’attacco, la guerra ad ogni autorità, ad ogni potere, ad ogni Stato. Nella società futura l’anarchia sarà difesa, l’impedimento innalzato contro la restaurazione di ogni autorità, potere e Stato: piena ed intera libertà dell’individuo che, liberamente e spinto soltanto dai suoi bisogni, gusti e simpatie, si unisce ad altri individui nel gruppo o nell’associazione; libero sviluppo dell’associazione che si collega in federazione con altre nella comune o nel quartiere; libero sviluppo delle comuni che si federano nella regione e così via; le regioni nella nazione; le nazioni nell’umanità. Il comunismo, cioè la questione che ci interessa in modo particolare, rappresenta il secondo puinto del nostro ideale rivoluzionario. Esso è attualmente ancora l’attacco; non è la distruzione dell’autorità, ma è la presa di possesso, a nome di tutta l’umanità, della ricchezza esistente nel globo. Bisogna sottolineare, soprattutto nei confronti dei nostri avversari, i comunisti autoritari o statalisti, che la presa di possesso e il godimento di tutta la ricchezza esistente spettano al popolo stesso. Niente intermediari o rappresentanti che finiscono sempre col rappresentare solo se stessi, no ai moderatori dell’eguaglianza e tanto più ai moderatori della libertà, no ad un nuovo governo e ad un nuovo Stato, sia che si dica popolare o democratico, rivoluzionario o provvisorio. In effetti, la minima idea di un limite qualsiasi contiene già in sé i germi dell’autoritarismo. Non potrebbe manifestarsi senza comportare immediatamente la legge, il giudice, il gendarme …”  

giovedì 18 luglio 2013

Non voleva lavarsi

Il decreto formale per l’internamento in manicomio di Carlo Cafiero venne emesso dal Tribunale di Firenze il 13 febbraio 1883. Il 7 marzo 1883 il Tribunale di Firenze dispone la definitiva associazione di Cafiero al Regio Manicomio di Bonifazio; sia l’autorità sanitaria che quella giudiziaria sono orientate contro l’eventualità di una liberazione, sia pure condizionata alla custodia domestica.
Dai documenti che accompagnano i ricoveri vari del povero Cafiero, allora, si ricava una serie di elementi che vanno a costituire il suo paradigma psichiatrico.  
Alcuni esempi di questi elementi – ascrivibili al versante medico-igienico: 
Cafiero non voleva più lavarsi 
Si denudava (si tagliava addosso i vestiti, anche) 
Si alimentava di soli liquidi, o pesce, o cioccolata 
Parlava da solo (anche in francese, o in tedesco) 
Fumava molto 
Diceva di ricevere benefici influssi dai pavimenti 
Era ipocondriaco 
Rideva in modo strano (come un grido di pavone) 
A volte era aggressivo con i medici (ma raramente) 
Si tagliava più peli che poteva (e diceva che aspettava la crescita delle penne, per volare) 
Almeno in un caso si è dato all’iconofagia (mangiando fotografie di persone care, per purificarsi) 
Poi, (per la sezione meno tradizionalmente medicalizzata del paradigma): 
Era darwinista e, al contempo, creazionista: materia e forza sono eterne, uomo, bestie e piante si possono trasformare ma sono creati ab eterno 
Sostiene che l’ultima fase dell’evoluzione sarà la spiritualizzazione della materia 
Quindi, è teleologista 
Vorrebbe unire i socialisti con i gesuiti 
Parla dell’occhio della mente 
Firma apponendo una croce cristiana dopo il proprio nome 
Credeva in una sorta di simbolismo cromatico 
Invia “telegrammi” gestuali (comunicazione telepatica) 
Ipotizza l’esistenza di una macchina duplicatrice 
Sogna di fare il marinaio nella Marina Inglese 
E, a quanto pare, per un anno intero non ha “consumato” il matrimonio. 

giovedì 7 marzo 2013

Il programma anarchico di Carlo Cafiero


Alcuni dei nostri avversari ci accusano spesso di non avere programma. Se per programma s’intende una nuova forma elaborata in tutti i suoi più minuti particolari, nella quale si vuole mettere l’umanità di buon volere o di forza, il dire che non abbiamo programma è renderci la più ampia giustizia, qualificarci per veri amici della rivoluzione, per anarchisti quali ci vantiamo. Ma se per programma s’intende una meta con la strada che vi mena, uno scopo con la designazione dei mezzi per raggiungerlo, una bandiera di lotta per la vita e per la morte, un’ideale della nostra esistenza, allora noi risponderemo che l’accusa è assolutamente gratuita, perché noi abbiamo un programma, e chiaro, netto e preciso.
La prima parola del nostro programma è anarchia, che ne contiene, per così dire, la sua quinta essenza e tutto in essa sola la sintetizza. Se, come già dicemmo, l’eguaglianza economica è tutt’altro che impossibile senza la libertà, l’anarchia al contrario esige la più completa eguaglianza fra gli uomini.
Non solo l’ideale, ma la nostra pratica e la nostra morale rivoluzionaria sono eziandio contenute nell’anarchia; la quale viene così a formare il nostro tutto rivoluzionario. È per ciò che noi l’invochiamo come l’avvenimento completo e definitivo della rivoluzione: la rivoluzione per la rivoluzione.
A noi, dell’anarchia, è confidata solamente la missione distruttrice. Noi forse periremo in un’avvisaglia od ai primi colpi della grande giornata; forse a qualcuno sarà dato persino mirare i primi albori dell’avvenimento umano. In tutti i casi, noi cadremo soddisfatti. Soddisfatti di aver concorso alla certa rovina di questo mondo iniquo, crudele, infame; che, crollando, ci seppellirà nella più gloriosa tomba concessa mai a combattenti.
Ben altri uomini nasceranno dalle viscere stesse della feconda rivoluzione, per assumere il compito di attuare la parte positiva ed organica dell’anarchia.
Odio, guerra e distruzione a noi, ad essi amore, pace e felicità. 

giovedì 1 novembre 2012

Rivoluzione, anarchia e comunismo di Carlo Cafiero


Anarchia vuol dire assenza di potere, assenza di autorità, assenza di gerarchia, assenza di ordine prestabilito – ordine stabilito dai pochi o dai primi, che è legge per i molti o per i secondi.
È mai possibile essere libero quando si è sottoposto ad un potere o ad una autorità qualunque? Si può mai considerare libero quell’uomo che può ricevere un comando da un altro uomo? Dov’è mai la nostra libertà, quando noi siamo costretti dalla legge a conformarci ad un ordine prestabilito, il quale ci riesce già insopportabile per il solo fatto che ci è imposto? Un vero amico della libertà deve essere nemico di ogni potere, di ogni autorità, di ogni comando, di ogni elevazione di uomo al di sopra di altri uomini, deve essere nemico di ogni legge, di ogni ordine prestabilito, deve essere, in una parola, un anarchista.
La vera libertà non si otterrà che nell’anarchia, che è per conseguenza il primo termine necessario della rivoluzione. Oggi, l’anarchia vuole che si attacchi, si combatta e si distrugga lo stato, che è l’organismo di tutti i poteri costituiti: la grande macchina politica che opprime l’uomo assicurandone lo sfruttamento. Ma fatta tavola rasa di tutto l’ordine esistente, l’anarchia esige che s’impedisca ogni nuovo impianto di autorità, ogni nuova supremazia, ogni nuovo dispotismo, ogni impianto di nuovo stato.
Oggi l’anarchia ha un carattere aggressivo e distruttivo: domani avrà un carattere preservativo e protettivo. Oggi è rivoluzione diretta: domani rivoluzione indiretta, impedimento della reazione.
Domani abbattuti gli ostacoli, l’anarchia sarà solidarietà ed amore: libertà completa di tutti. Essa formerà l’ambiente necessario allo sviluppo della felicità umana, allo sviluppo della vera libertà e della vera uguaglianza, all’avvenimento ed allo stabilimento definitivo della rivoluzione fra gli uomini. Anarchia sarà domani libero e completo sviluppo dell’individuo, che spinto solamente dai suoi gusti, dalle sue tendenze e simpatie, si assocerà con gli altri nel gruppo, nella corporazione od associazione che dir si voglia, le quali alla loro volta si federeranno liberamente nel comune, come i comuni nella regione, le regioni nella nazione e le nazioni nell’umanità.   

giovedì 22 marzo 2012

L’ideale rivoluzionario di Carlo Cafiero

Il nostro ideale rivoluzionario è molto semplice: si compone, come quello di tutti i nostri predecessori, di questi due termini: libertà ed eguaglianza.
Vi è solo una piccola differenza. Ammaestrati dall'esperienza degli inganni commessi dai reazionari di ogni tipo e in ogni tempo per mezzo delle parole libertà ed eguaglianza, abbiamo ritenuto opportuno mettere a fianco di questi due termini l'espressione del loro esatto valore. Queste due monete preziose sono state falsificate tanto sovente che noi vogliamo in via definitiva conoscerne e misurarne esattamente il valore.
Affianchiamo dunque a questi due termini, libertà ed eguaglianza, due equivalenti, il cui significato preciso non può dar luogo a equivoci e diciamo: “Vogliamo la liberta, cioè l'anarchia, e l'eguaglianza, cioè il comunismo”.
L'anarchia, oggi, è l'attacco; è la guerra a ogni autorità, a ogni potere, a ogni Stato. Nella società futura, l'anarchia sarà la difesa, la barriera contro la restaurazione di qualsiasi autorità, di qualsiasi potere, di qualsiasi Stato: libertà piena e completa dell'individuo, che liberamente e spinto soltanto dai propri bisogni, gusti e simpatie, si unisce ad altri individui nel gruppo o nell'associazione; libero sviluppo dell'associazione che si federa con altre nel comune o nel quartiere; libero sviluppo dei comuni che si uniscono in federazione nella regione e così via, delle regioni nella nazione, delle nazioni nell'umanità.
Il comunismo attualmente è ancora l'attacco; non è la distruzione dell'autorità, ma la presa di possesso in nome di tutta l'umanità di ogni ricchezza esistente sulla terra. Nella società futura il comunismo sarà il godimento di tutta la ricchezza esistente da parte di tutti gli uomini, secondo il principio: da ciascuno secondo le sue facoltà, a ciascuno secondo i suoi bisogni, vale a dire: da ciascuno e a ciascuno secondo la sua volontà.
Bisogna tuttavia notare - e ciò in risposta soprattutto ai nostri avversari, i comunisti-autoritari o statalisti - che la conquista e il godimento di tutta la ricchezza esistente debbono essere, secondo noi, opera del popolo stesso. Non essendo né il popolo né l'umanità degli individui che possano afferrare la ricchezza e tenerla tra le mani, se ne è voluto concludere, è vero, che per questa ragione bisogna istituire tutta una classe di dirigenti, rappresentanti e depositari della ricchezza comune. Ma noi non siamo di questo parere. Nessun intermediario, nessun rappresentante, che finisce sempre per rappresentare solo se stesso! Nessun moderatore dell'eguaglianza e nemmeno nessun moderatore della libertà! Nessun nuovo governo o nuovo Stato, per quanto possa definirsi popolare o democratico, rivoluzionario o provvisorio.

Poiché la ricchezza comune è diffusa su tutta la terra e appartiene di diritto all'umanità intera, coloro che si trovano alla portata di questa ricchezza e in grado di utilizzarla la sfrutteranno in comune. Gli abitanti di un dato paese utilizzeranno la terra, le macchine, i laboratori, le case ecc., e se ne serviranno tutti in comune. Come parte dell'umanità, eserciteranno di fatto e direttamente il loro diritto a una parte della ricchezza umana.