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Visualizzazione post con etichetta Piazza Fontana 1969. Mostra tutti i post
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giovedì 18 dicembre 2025

La Madre di tutte le Stragi

È stata la madre di tutte le stragi, quella che ha iniziato in Italia la stagione del terrorismo e soprattutto del terrorismo di Stato.

C‘è una frattura nella società italiana che non si è ancora ricomposta. E pensare che sono passati quasi sessant’anni. La cosiddetta frattura data infatti dal 1969. Quell’anno, segnato da una sequenza impressionante di attentati piccoli e grandi, ha il suo drammatico epilogo il 12 dicembre 1969. Bombe a Milano: alla Banca nazionale dell’agricoltura (17 morti e quasi cento feriti) e una bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana di piazza Cordusio. Bombe a Roma: alla Banca nazionale del lavoro in via Veneto (14 feriti) e all’Altare della patria, in piazza Venezia (quattro feriti).

Da quella strage inizia una storia infinita che si concluderà nei tribunali ben 36 anni dopo: il 3 maggio 2005. Con un epilogo incredibile: quelle bombe non le ha messe nessuno. Tragitto più breve, invece, ha la ricerca di responsabilità della morte nella questura di Milano di un fermato subito dopo gli attentati. Si tratta del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli che, stando alla sentenza del 1975 dell’allora magistrato e oggi senatore del Pd, Gerardo D’Ambrosio, sarebbe precipitato da una finestra del quarto piano per colpa di un «malore attivo», un malore così improvviso da non permettere ai poliziotti presenti nella stanza di riuscire a fermare la caduta.

Perché frattura? Perché quelle bombe e quei morti ci raccontano il «lato oscuro» del potere, di una classe politica, degli apparati dello stato italiano. Ci raccontano la volontà di «normalizzare» con il terrore i fermenti di una parte consistente della società italiana che voleva un profondo cambiamento. Ci raccontano come la paura di perdere il potere politico abbia «consigliato» la politica delle bombe.

E nonostante il passare degli anni abbia depositato tanta polvere su quegli avvenimenti, abbia reso incerta la memoria, abbia appannato l’orrore, la frattura permane. Incredibile, vero? Eppure…

Quel 12 dicembre 1969, infatti, ha scritto un percorso della storia italiana. Ha modificato il discorso sociale e politico, tanto che si può con certezza affermare che c’è un prima e un dopo le bombe. Insomma, un tragico salto qualitativo.

Allora focalizzare l’attenzione su un fatto di quasi sessant’anni, richiamare il senso della memoria non è operazione solo storica, ma è qualcosa di ancor più rilevante. Non è un caso che classe politica e mass media stiano lavorando per modificare (ancora una volta) il senso e il significato di quegli avvenimenti. Se la frattura fosse stata ricomposta non ci sarebbe bisogno di voler rileggere la storia secondo «una memoria condivisa». Questo ritornello ripetuto ogni volta che si sente echeggiare «12 dicembre 1969» significa che l’operazione di rimozione non ha avuto quel successo ricercato da chi deteneva e detiene il potere.



giovedì 3 luglio 2025

L’Anarchia nel XX secolo – Parte LXXXV

1969 

16 dicembre - In un affrettato confronto, il tassista milanese Rolandi riconosce in Pietro Valpreda il misterioso individuo che si sarebbe fatto trasportare sulla sua autovettura per 135 metri nel convulso traffico del centro di Milano per andare a depositare la bomba il pomeriggio del 12 dicembre. Valpreda, sconcertato, si sente dire dal giudice Occorsio: «Noi le contestiamo 14 morti e cento feriti». Verso la mezzanotte di martedì 16 dicembre la cella d'isolamento n. 32 del carcere di Regina Coeli, a Roma, si richiude alle spalle di Pietro Valpreda, mentre sui giornali scoppia l'isterismo anti-anarchico. Valpreda verrà tenuto in cella d'isolamento per 38 giorni, senza una notizia dal mondo esterno, senza un libro, un giornale, una voce, con una lampadina accesa notte e giorno sulla testa, e il freddo, la puzza e il vitto immondo. Comincia cosi il caso Valpreda, legato alla strage di Milano. Mentre vengono arrestati gli altri giovani componenti del circolo 22 Marzo e le vittime dell'attentato  salgono a 16, la sinistra italiana subisce l'iniziativa dell'apparato statale e sulle prime non sa replicare alle accuse. Soltanto parte della sinistra extraparlamentare reagirà nei primi mesi del 1970 con cortei e manifestazioni in favore degli anarchici arrestati, e denunciando nella «defenestrazione » di Pino Pinelli un nuovo crimine di Stato. Pinelli diventa cosi la diciassettesima vittima di quella che viene definita la «strategia della tensione», il tentativo cioè di reagire col terrorismo alle richieste operaie e studentesche maturate negli anni 1968 e 1969 nelle fabbriche, nelle scuole e nella società civile. Valpreda farà tre anni di carcere in attesa di processo sulla sola «prova» della incredibile corsa in taxi per pochi metri; il misterioso tassista morirà di crepacuore, gli anarchici più giovani, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese e altri saranno imprigionati, perseguitati in Italia e all'estero. Soltanto dopo che un'avanguardia di militanti extraparlamentari, di borghesi illuminati, di avvocati della sinistra avrà fatto riaprire il caso, le indagini andranno nella direzione fascista, giungendo a individuare gravissime responsabilità dei settori più reazionari della politica italiana, in un intreccio fitto di rapporti tra la destra eversiva e i corpi speciali dello Stato. 


giovedì 26 giugno 2025

L’Anarchia nel XX secolo – Parte LXXXIV

1969 

Nasce in Francia il Mouvement Communiste Libertaire, dall'incontro tra un gruppo dell'ex Fédération Communiste Libertaire,della Jeunesse  Anarchiste Communiste e del Groupe Action di Tours. 

1-2 novembre - Al convegno della FAI a Carrara duri scontri tra situazionisti e tradizionalisti, tra l'anarchismo dell'anziano Mario Mantovani e i «reichiani» di Napoli. L'«anziano» Gino Cerrito accusa i situazionisti di essere  borghesi teorici del classismo marxista. 

12 dicembre - Poco prima delle16 scoppia una bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, a pochi passi da piazza del Duomo. Le prime notizie di cronaca parlano di 14 morti e di feriti gravissimi. L'attentato s'inquadra nel clima di tensione generato dall'autunno caldo (resistenza padronale alle richieste operaie, scadenza dei contratti di lavoro, metodi di lotta ripresi dal Maggio francese, unità studenti-operai) e viene interpretato come l'inizio della reazione alla fase contestatrice aperta nel 1967-68. Nella stessa giornata esplode una bomba anche a Roma, all'Altare della Patria, senza provocare vittime. Notte tra il 15 e il 16 dicembre «Cade» dal quarto piano della Questura centrale di Milano l'anarchico Giuseppe Pinelli, ferroviere di 42 anni. Il «suicidio» della notizia ufficiale scatena dopo un primo momento d'incertezza vivissime polemiche. Trattenuto illegalmente in stato di fermo per tre giorni e sottoposto a interrogatorio in merito all'attentato di piazza Fontana, Pinelli, secondo la versione della polizia, vistosi scoperto, si sarebbe lanciato dalla finestra gridando: «Questa è la fine dell'anarchia!». La grottesca versione non convince, come non convince il tentativo di addossare agli anarchici il sanguinoso  attentato. Viene fermato, intanto, il 15 dicembre, un altro anarchico  milanese, Pietro  Valpreda, di qualche anno più giovane di  Pinelli. Valpreda, che aveva fondato a Roma il circolo 22  Marzo, viene trasportato in quella città. Da parecchi mesi il movimento anarchico subisce interrogatori e intimidazioni da parte della polizia e della magistratura in quanto ritenuto colpevole di esplosioni  avvenute a Milano alla Stazione Centrale e alla Fiera Campionaria il 25 aprile 1969, e che successivamente si riveleranno invece di matrice fascista. 


giovedì 12 dicembre 2024

Dicembre 1969 - NON DIMENTICHEREMO MAI

L'anarchico defenestrato di Paolo Finzi

Eppure io ho l'intima convinzione - indimostrabile, certo - che se fosse ancora qui, sarebbe ancora "nel giro". Sarebbe ancora attivo nel nostro movimento: a fare che cosa, non importa. Diciannove anni sono tanti, e in questi 19 anni quanta gente - che pure è stata attiva ed entusiasta, o almeno lo pareva - è scomparsa alla fine nel nulla, si è svaccata, sistemata, allontanata. Quante cose sono successe, quante speranze sono appassite, quante facce sono comparse e scomparse in questi 19 anni!

Ma chi ha conosciuto Pino difficilmente potrebbe immaginarselo diverso da quello che era negli ultimi anni della sua vita - in quegli anni '60 che, ancor prima del '68, avevano visto una progressiva crescita del movimento anarchico a Milano. Niente di travolgente, d'accordo. Eppure, affianco dei compagni vecchi e di mezza età - molti dei quali passati attraverso l'esperienza della Resistenza e poi ritrovatisi intorno al giornale Il libertario ed al suo redattore Mario Mantovani - si era affacciata una manciata di giovani, con i quali Pino - di almeno un decennio più vecchio di loro - aveva subito legato.

Lui che, finite le elementari, aveva dovuto andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere, aveva però colmato le lacune della mancata istruzione scolastica con la lettura di centinaia e centinaia di libri, ammirevole esempio di autodidatta.

E poi, nel '44/'45, men che diciottenne, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta partigiana, in uno dei vari raggruppamenti anarchici che operarono efficacemente dentro e intorno alla metropoli lombarda. Poi la Liberazione, l'entusiasmo per la ritrovata libertà, il rapido gonfiarsi delle fila libertarie con l'afflusso di tanti giovani. Tempo qualche anno e l'euforia del dopoguerra è solo un ricordo: il riflusso dell'ondata rivoluzionaria post-bellica "sgonfia" il movimento anarchico. Pino è tra i non molti giovani a rimanere, convinto ed attivo.

Nel '54, vinto un concorso, entra nelle Ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.

Il circolo seconda casa

Nel '63 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" - finalmente una sede anarchica, dopo che per un decennio i compagni erano "costretti" a chiedere ospitalità ai repubblicani o ad altri. Nel '68, dopo che lo sfratto costringe alla chiusura il "Sacco e Vanzetti", il 1° maggio (pochi giorni prima che scoppi... il Maggio) si inaugura un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal ponte della Ghisolfa.

Il clima sociale è surriscaldato e tale rimarrà anche per tutto l'anno successivo. Al circolo si succedono cicli di conferenze, riunioni di studenti, assemblee. Vi si riuniscono alcuni dei primi comitati unitari di base, i "mitici" CUB che segnarono la prima ondata, in quegli anni, di sindacalismo di azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali. Pino è tra i promotori della (ri)costituzione della sezione dell'unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.

Il circolo diventa per Pino la seconda casa (a volte la prima, si lamenta Licia, che lo vede sempre meno). È lui a promuovere l'organizzazione della biblioteca (e poi, dopo tante arrabbiature, a mettere i lucchetti agli armadi per farla finita con la "scomparsa" dei libri - tutti con la loro copertina nera, tutti schedati ed ordinati). Alla domenica mattina, quando nel circolo si ritrovano i "vecchi" (e qualcuno lo era davvero: 90 anni, ed anche di più), Pino c'era quasi sempre: lui che era il più vecchio - con Cesare - tra i giovani, ma certamente un giovane tra quei vecchi spesso attivi prima del fascismo, prima cioè che lui fosse nato.

Ma questa volta era diverso

Negli ultimi mesi della sua vita, poi, Pino è particolarmente coinvolto dalle attività connesse con gli arresti dei vari anarchici accusati delle bombe esplose il 25 aprile '69 a Milano, alla Stazione Centrale ed alla Fiera Campionaria. Ai compagni detenuti a San Vittore (saranno poi assolti nel giugno '71, dopo aver trascorso - alcuni di loro - 26 mesi di carcere) Pinelli assicura l'invio di soldi raccolti tra compagni ed amici, fa arrivare pacchi di cibo, vestiario e libri che lui stesso porta alla portineria del carcere. Nell'ambito della appena costituita Crocenera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.

Quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli altri dell'ufficio politico piombano nella seconda sede anarchica milanese - in fondo al secondo cortile di via Scaldasole 5, nel cuore del quartiere Ticinese - Pinelli è appena arrivato per lavorare un po', con un altro compagno, alla sistemazione dei locali, in vista della prossima inaugurazione.

Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli sul suo motorino. C'era già stato tante volte, in via Fatebenefratelli: conosceva bene le regole del gioco, interrogatori, lusinghe e minacce, richieste di nomi, indirizzi, informazioni. Ma questa volta era diverso.

Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l'inizio di una tragica farsa, tuttora in corso.


giovedì 15 dicembre 2022

15 dicembre 1969 - Giuseppe Pinelli

Nasce a Milano il 21 ottobre 1928 da Alfredo e Rosa Malacarne. Nel 1944, sedicenne, partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta della BGT Franco, collaborando con un gruppo di partigiani anarchici, che costituiscono il suo primo tramite con il pensiero libertario. Nel 1954 entra nelle ferrovie come manovratore. Nel 1955 si sposa con Licia Rognini. Nei primi anni ’60 si costituisce a Milano un gruppo di giovani anarchici (Gioventù libertaria). Nel 1965 dopo una decina di anni senza sede, se ne apre una in viale Murillo, Pinelli è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. In seguito ad uno sfratto, gli anarchici milanesi cambiano sede e il primo maggio del 1968 viene inaugurato il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, sito in piazzale Lugano, nel periferico quartiere operaio della Bovisa. Siamo nel ’68 e il vento della contestazione che soffia dalla Francia arriva anche a Milano. L’ambiente anarchico milanese è in pieno fermento, in molte scuole superiori nascono nuclei libertari, anche nelle fabbriche ci sono operai anarchici e frequenti sono i volantinaggi di primo mattino. Gli anarchici milanesi sentono la necessità di una seconda sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Tra i più impegnati nella sistemazione e nell’appertura del Circolo di via Scaldasole c’è il Pinelli. Il 25 aprile 1969 due attentati colpiscono la Stazione Centrale e la Fiera. Le indagini si indirizzano verso ambienti libertari e alcuni anarchici vengono arrestati: è l’inizio di una campagna di criminalizzazione, che trova nuova linfa in agosto, quando alcuni attentati ai treni vengono ancora attribuiti agli anarchici. Pinelli e il gruppo Bandiera Nera danno vita sull’esempio della Black Cross inglese di quei mesi e della Croce Nera russa degli anni ’20, alla Crocenera anarchica, specificatamente dedita alla solidarietà concreta con i compagni detenuti, ma anche alla pubblicazione di un bollettino di controinformazione. Pinelli è l’anarchico più in vista e frequentemente è in questura per richieste di autorizzazione ecc. il suo interlocutore è perlopiù un giovane commissario di polizia, informale nei modi: Luigi Calabresi. Così, quando nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, subito dopo l’attentato di piazza Fontana, Calabresi si presenta al Circolo di via Scaldasole e invita Pinelli a recarsi in questura, questi acconsente senza problemi. In questura Pinelli incontra, in un grosso salone, gran parte degli anarchici milanesi, fermati come lui per chiarire il proprio alibi. Entro 48 ore, limite massimo concesso dalla legge di allora per il fermo di polizia, molti fermati vengono rilasciati, alcuni spostati nel carcere di San Vittore. Pinelli invece viene trattenuto in questura aldilà del limite legale. Viene interrogato. Poi intorno alla mezzanotte tra il 15 e 16 dicembre, il suo corpo vola da una stanza dell’Ufficio politico al quaro piano e si sfracella a terra. Pinelli muore a Milano all’Ospedale Fatebenefratelli nella notte tra il 15 e 15 dicembre 1969. La vicenda politico giudiziaria del suo assassinio, intrecciata con l’intera storia della strage di piazza Fontana, in particolare con il caso Valpreda, diventerà negli anni un vero e proprio boomerang per il potere. I maldestri tentativi di mettere a tacere il tutto, culminati nella tesi del malore attivo proposta dal giudice Gerardo D’Ambrosio, non faranno che evidenziare quella verità che non hanno ancora trovato spazio nelle carte ufficiali. 


lunedì 12 dicembre 2022

Gli anarchici non dimenticano - 12 dicembre 1969

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti. A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati.




giovedì 9 dicembre 2021

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

La strage di p.za Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria  iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare  la diffamazione giornalistica e scatenare l'esecrazione pubblica ci voleva del sangue. E il  sangue c'è stato. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica” tutela dell'ordine contro gli opposti  estremisti ha continuato la sua  marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene. Per mesi abbino gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio. E sulle pane ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia magistratura stampa se la prendessero con gli  anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con igliaia di denunce a operai, centinaia di fermi, perquisizioni ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del  Movimento Studentesco (quelli anarchici erano stati sempre dispersi brutalmente)... Anche un cieco  avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no. Eccoli a gridare — facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata — che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese sta' succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista... Come se fosse  normale routine democratica che per gli attentati scopertamente  reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto dr. Calabrese) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto) militanti della sinistra extraparlantentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini” marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente). In questo bollettino non abbiamo potuto raccogliere per mancanza di tempo e spazio tutta la documentazione sull'estendersi della repressione (già del resto ampiamente documentata dalla stampa). Ci siamo limitati al campo anarchico, trovando in esso non solo la nostra specifica funzione di Crocenera, ma anche purtroppo sufficiente materiale. Perché la repressione si è estesa, ma continua a colpire sempre e pesantemente gli  anarchici. Anarchico era Pinelli, la prima vittima prescelta della repressione (dopo i morti di Avola e Battipaglia, vittime “casuali”);   anarchico è Valpreda, capro espiatorio della montatura provocatoria;  anarchici in larga parte i fermati ed i perquisiti (oltre settanta solo a Milano); anarchico il movimento politico scelto come primo più facile bersaglio della calunnia dei pennivendoli... (da  Crocanera n. 5, febbraio 1970)


UN FATTO DI CRONACA

Nel 1973 quando era in prima media, Claudia Pinelli, la minore delle due figlie di Licia e Pino, raccontò la sua versione dei fatti in un compito in classe. 

Tema: Un  fatto di cronaca 

Svolgimento 

Erano verso le h. 4 del pomeriggio, a un tratto echeggiò una esplosione, molta gente accorse dove si era sentito il boato; davanti a loro stavano le macerie di una banca distrutta e qua e là corpi straziati. Così avvenne quella che noi ora definiamo: La strage di Piazza Fontana. La polizia non sapeva dove mettere le mani, così decise di addossare la colpa agli anarchici. Li vennero a prendere per portarli in questura. In quelle tragiche notti perse la vita il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli fermato dalla polizia come tanti altri suoi compagni. La moglie (Licia Pinelli) ora si sta battendo per scoprire la verità sulla morte del marito, perché lei è convinta con le sue figlie, che Giuseppe Pinelli non si è suicidato, ma sia stato ucciso. La  polizia, vedendo la reazione della moglie, si affrettò subito a dire che Pinelli era un bravuomo e che il giorno seguente lo dovevano liberare. Ma  alla vedova Pinelli non bastavano le loro assicurazioni; ora era sola e doveva provvedere  al mantenimento delle sue due bambine, Silvia di 9 anni e Claudia di 8. Intanto  per la strage di Piazza Fontana  era stato accusato  Valpreda. Sono passati tre anni dalla strage di Piazza Fontana e Valpreda è stato rilasciato in libertà provvisoria senza un vero processo (ben due processi sono stati rinviati). Speriamo che il terzo processo sia quello che faccia trionfare la giustizia liberando gli innocenti e imprigionando i veri colpevoli.

 

La Strategia eversiva e i suoi responsabili

Apparentemente, la strategia eversiva sarà condotta sul terreno da un  coacervo di forze di destra civili, settori dell'economia, strutture militari e paramilitari e vere centrali terroristiche come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale — che ne saranno gli effettivi bracci armati — ma non mancheranno addentellati con la mafia, sempre  vicina ai servizi americani. Vere coordinatrici e promotrici della strategia si riveleranno però alcune organizzazioni politico-militari, formalmente clandestine ma con altissimi livelli di copertura politica e cospicui mezzi economici. Si tratta di strutture eversive ufficialmente non istituzionali, ma di fatto para-istituzionali, parastatali si potrebbe dire, avendo al loro interno funzionari ed esponenti di spicco delle realtà economiche, politiche, istituzionali e militari. Questi organismi controllano ingenti depositi di armi e centri  di addestramento attrezzati per operazioni clandestine e di sabotaggio  e fanno capo direttamente o indirettamente a una più vasta rete "coperta" e ramificata, creata negli anni '50 in ambito Nato-Cia, nota come Stay Behind Net, "la rete che sta dietro", una rete in origine pensata per essere attivata in caso di invasione sovietica, ma che avrebbe potuto tornare utile anche in caso di vittoria o possibile vittoria elettorale di partiti comunisti, e/o qualora ci fosse la necessità di ristabilire un ordine sociale. Fa parte formale  della rete, fin dal lontano 1956, la Gladio, struttura paramilitare "coperta" coordinata dal Ministero della Difesa, mentre vi si riferiscono in modo non formale altre strutture più recenti, dai nomi  ormai noti. composte sia da civili che da militari, fra le quali l' "Aginter Presse", la loggia massonica "P2", l'organizzazione "Rosa dei venti", il "Movimento azione rivoluzionaria" (Mar), l'"Anello" noto anche come  "Sid parallelo" o 'Noto  servizio", i "Nuclei di difesa dello Stato" ed altri gruppi minori. Dietro e/o dentro queste organizzazioni si muovono oltre ai servizi "di capi di governo, Ministri (di Interno e Difesa in particolare), politici di primo piano (della Dc, del Psdi e del Msi  in primis), pezzi di magistratura e molti alti funzionari dell'esercito, della finanza, della polizia e dei carabinieri — specifico di questi ultimi è nel 1964 il famoso "Piano solo" — oltre a giornalisti, spie, giornalisti-spia, cani sciolti, ex repubblichini e nuovi fascisti, in un reticolo di connessioni, complicità e ricatti i cui intrecci, nonostante le numerose inchieste giudiziarie, rimangono in gran parte avvolti da una spessa nebbia. Consultando i documenti dell'UAAR si rimane sconcertati dalla quantità di gruppi e organizzazioni, dichiaratamente fasciste e più o meno colluse con strutture istituzionali, sulle quali i burattinai dell'eversione e il "partito americano" potevano contare e che potevano agevolmente  manipolare. Certamente i servizi di sicurezza e i loro settori segreti e supersegreti, nazionali e non, vi giocarono un ruolo primario, ma ricordiamo sempre che nessuno di loro giocava in modo autonomo come si è poi cercato di far credere. I fantomatici servizi deviati avevano tutti, direttamente o no, un referente istituzionale, che in molti casi era lo stesso Presidente del Consiglio in carica. "Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello", ha detto in una intervista nel 2011 il  capo della P2 Licio Gelli. È  ormai risaputo che le supposte deviazioni rispondevano in realtà a vertici politico-istituzionali ed a esigenze di ordine sovrannazionale (leggi Nato, Cia...) legate alla logica dei blocchi, alle quali questa Repubblica era sottomessa. Dopo il fallimento della strategia della tensione e delle stragi, tanto i "fascisti" quanto i "servizi deviati" saranno il comodo alibi dello Stato e dei suoi apparati. (Tratto da “La finestra è ancora aperta” Gabriele Fuga - Enrico Maltini)



giovedì 19 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant'anni fa - L'arresto di Valpreda

Pietro Valpreda è milanese, ha 37 anni, è figlio di piccoli commercianti, ha la passione della danza e di professione fa il ballerino di teatro. Pietro frequenta i circoli anarchici ed anche, come tutti gli artisti e gli alternativi di allora, i locali intorno a Brera. Agli inizi del 1969 si trasferisce a Roma, dove con alcuni giovanissimi compagni mette insieme un gruppo, chiamato "22  Marzo", un piccolo gruppo al cui interno si infiltra subito un fascista, Mario Michele Merlino e vi viene distaccato addirittura un poliziotto, Andrea lppoliti. Valpreda è ben noto alla polizia milanese perché ha qualche anno più della media, fa un lavoro saltuario, è un tipo estroverso che non teme di farsi notare. Pietro ha la erre arrotata ed è un po' "bauscia"  come si dice a Milano, dove il genere è diffuso. Nelle ultime manifestazioni ha coniato  gli slogan: "Satana Lucifero Belzebù” il più truculento "bombe, sangue, anarchia" urlati a squarciagola e palesemente ironici e provocatori, come è tipico del suo repertorio e come è anche quel "Il Papa alla ghigliottina" per cui viene incriminato dal Giudice Amati per "offesa a capo di Stato estero". 
Valpreda è un poco burlone, "un simpatico  casinista" lo ha definito una volta Licia Pinelli, ma è anche persona sensibile e di buona cultura, molto socievole e che in casa ha una ricca biblioteca. 
Pino e Pietro si conoscono bene, anche se Pinelli non sempre condivide quel fare goliardico e tra i due nasce ogni tanto qualche screzio e qualche litigio — come si conviene tra compagni  — ma nulla di serio e tanto meno duraturo. I media ingigantiranno poi indecentemente questo aspetto, al solo scopo di denigrare Valpreda
La mattina del 15  dicembre, mentre si svolgono i fuerali delle vittime, Pietro Valpreda, 36 anni, milanese, viene fermato a Milano all'interno del Palazzo di Giustizia mentre alle 10,35 esce dall'ufficio del Giudice Amati che lo aveva convocato tempo prima per una imputazione di "offesa al Papa". 
Così racconta Valpreda: “Il giudice vuole vedermi. Così mi comunica Improta, il quale aggiunge che il mio avvocato mi attende al palazzo di giustizia. Erano ormai due giorni e una notte che non conoscevo un attimo di respiro. La testa mi ciondolava sul petto, gli occhi mi bruciavano, mi sentivo sporco, coi vestiti stazzonati, la barba che mi pungeva. Capii che anche questo piccolo particolare del non consentire di radersi è un modo di stroncare l'individuo caduto nelle mani della polizia. Ero veramente a terra, mi sentivo uno straccio, ma il peggio doveva avvenire. Attraversiamo il cortile del “palazzaccio”, saliamo una rampa di scale, percorriamo corridoi bui e tetri. Mi trovo seduto su una panca contro il muro. Mi guardo attorno e a un tratto noto quattro persone che spiccano in mezzo agli altri agenti trasandati. Mi accompagnano. Sono quattro signori pressappoco della mia statura, ma hanno tutti un aspetto lindo e ordinato, il loro bel cappottino alla moda, la camicia bianca con la cravatta ben annodata, le guance rasate di fresco, i capelli pettinati come si deve. Sembrano pronti per andare a una festa. Quale festa, la mia? Così trascorrono le ore, non saprei dire con esattezza quanto tempo ho passato su quella panca. A un certo punto riconosco l'avvocato Calvi. Si fa largo tra i poliziotti e mi viene incontro. Mi alzo per stringergli la mano e chiedo, con la speranza di avere finalmente un po' di luce, di uscire da questo stato di rimbambimento: " Guido! Ma che cosa sta succedendo? Cosa vogliono da me? ". Calvi mi tranquillizza dicendo che devo subire un confronto *. Per la legge, non può aggiungere altro; riesce solo a sussurrarmi: "
Stai calmo".La stanza del giudice è vasta, asimmetrica, male illuminata, cupa da mettere tristezza. Al centro troneggia il giudice, al suo fianco un uomo alla macchina da scrivere. Sulla destra, una decina di funzionari e questurini. Con me entrano i quattro figurini. Nessuno parla, nessuno si presenta. Mi guardo attorno, ma tra i presenti non vedo facce note. Qualcuno dà l'ordine di disporsi di fronte alla porta.
Comincia il confronto. Fra i cinque io sono secondo partendo dalla mia destra. Calvi mi si avvicina, cerca di rassettarmi la camicia e la cravatta spiegazzata, mi ravvia i capelli con la mano e mi dà un paio di colpetti sulla guancia esortandomi a tenere gli occhi aperti. Faccio uno sforzo per sembrare il più normale possibile. Ma non posso cancellare le trenta ore di stanchezza fisica e morale. Si spalanca la porta, entrano tre persone. Improta ha accompagnato nella stanza del giudice il famoso teste Rolandi. Ricordo che aveva un modo strano di agitare il braccio destro. Si aggiustava di continuo la sciarpa scura attorno al collo. Per tutto il breve periodo di tempo che rimase nella stanza evitò di guardarmi negli occhi. Il giudice Occorsio, si rivolge a Rolandi e gli pone la domanda di rito: " Riconosce in uno di questi signori il passeggero del suo taxi? ". Rolandi si sposta leggermente verso di noi che siamo schierati. Rivedo la scena: il tassista è un uomo robusto, ma in questo momento si stringe nelle spalle come per farsi piccolo, si curva, spingendo in avanti la testa come una tartaruga. In mezzo al suo faccione spicca il naso a patata. Sta girato verso il giudice e non alza quasi mai da terra lo sguardo sfuggente. Ha un po' l'aria furtiva, dipenderà forse anche dal vestiario dimesso. Sembra il più traumatizzato di tutti. Solleva impercettibilmente lo sguardo, lo fa scorrere velocemente su noi cinque allineati e senza esitazione mi indica con un dito dicendo in milanese:"L'è lü" (è lui).
La mia reazione, anche se ero stupito, è stata di fare un piccolo passo avanti ed esclamare: "Ma mi hai guardato bene?". Per alcuni istanti nella sala ci fu silenzio, poi Rolandi disse qualcosa, una breve frase come "Non c'è" o forse "Allora non c'è ". A questo punto intervenne l'avvocato Calvi il quale, rivolgendosi al giudice, gli fece notare che il teste aveva praticamente ritrattato. Come ho sentito io, così devono aver sentito tutti i presenti. Ma la reazione di Occorsio fu fulminea: si rivolse in fretta a quanti erano nella stanza chiedendo, quasi avesse voluto fornire lui stesso la risposta e evitarne altre: " Qualcuno ha sentito? no? Lei Rolandi conferma il riconoscimento? Bene, cancelliere, scriva che il teste conferma il riconoscimento ". E' avvenuto tutto in pochi secondi. Occorsio parla come accavallando le frasi, incastrandole l'una dentro l'altra, tutti i presenti fanno scena muta. Cade nel vuoto e nell'omertà la contestazione di Calvi sulla ritrattazione di Rolandi.
Così, con quella piccola frase in dialetto milanese, si decide il destino mio e dei miei compagni” .

domenica 15 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - L’ultimo viaggio di Giuseppe Pinelli

Arrivato in via Scaldasole, Pinelli trova Ardau. Ma non è solo. Ci sono anche tre poliziotti. Li guida il commissario della squadra politica, Luigi Calabresi. «Ah, bene, sei qui anche tu», dice Calabresi a Pinelli, «vieni in questura, puoi seguirci con il tuo motorino». Ardau viene fatto salire sulla macchina della polizia. Durante il percorso Calabresi dice ad Ardau: «C’è una sicura matrice anarchica negli attentati». Poi chiede notizie di «quel pazzo criminale di Valpreda». E aggiunge: «Voi due siete due bravi ragazzi,ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda con il suo codazzo di ragazzini, con la loro esaltazione criminale ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, perché ora non possiamo più tollerare ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato. Dovete rendervi conto che ci sono stati quattordici morti e non venite a raccontare, tu o altri, che sono stati i fascisti. Questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio. E voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora».
Questo è quanto Ardau ricorda di quel colloquio. Intanto Pinelli li segue. È il suo penultimo viaggio. Quello definitivo sarà da una finestra del quarto piano della questura di Milano in via Fatebenefratelli.
L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. 
È la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell’«Unità», Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della questura. È nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. È mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? È già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla questura è partita una richiesta di  ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che pretende di risolvere Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del «malore attivo», che manda tutti assolti, ma riabilita pienamente Pinelli. Scrive D’ambrosio: «Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto». Tutto qui. D’Ambrosio non tiene in considerazione le enormi contraddizioni in cui sono caduti i poliziotti. Secondo loro Pinelli si è gettato dalla finestra gridando: «È la fine dell’anarchia ». I poliziotti accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido. Panessa afferma di essere riuscito ad afferrare Pinelli, rimanendo con una scarpa in mano. Ma i giornalisti accorsi vicino al moribondo lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi. 
Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: «Perché non mi avete avvertito?». Risposta del commissario: «Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare...». 
Nel frattempo Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: «Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco».


giovedì 12 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA cinquant'anni fa - Dodici dicembre 1969

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti.
A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti.
Alle 16.37 siamo già vecchi. 
Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati.
Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda.
La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pino Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.
Anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un malore attivo.
Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente.
La pista anarchica viene suggerita e orchestrata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno per depistare le inchieste.
Passano gli anni e la magistratura imbocca la pista giusta. Le valigette che contengono l’esplosivo del ’69 sono state acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova.
Emerge un piano che deve sfociare in un tentativo di colpo di Stato militare.
(Tratto dalla prefazione “Attentato Imminente” di Daniele Bianchessi)


giovedì 5 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA cinquant'anni fa - Il colpo di stato

Dopo la strage, nei piani degli alti strateghi era previsto che i funerali delle vittime degenerassero in una giornata di scontri e violenze, scatenando provocatori e bande fasciste e innescando episodi di guerriglia urbana. Radio e televisione avrebbero poi opportunamente ripreso e amplificato gli efferati eventi, così da suscitare quell'invocazione di autorità e ordine che avrebbe legittimato la svolta autoritaria. 
L'ispirazione veniva dagli scontri e dagli atti di violenza già sperimentati su scala minore dai gruppi della destra estrema il mese precedente, il giorno dei funerali a Milano dell'agente Annarumma. 
La mattina del 15 dicembre i funerali delle vittime si svolgono in una piazza del Duomo che fin dalle prime ore del mattino è presidiata da centinaia di operai ed è gremita da una folla vigile anche nelle strade adiacenti. In una giornata fredda e cupa, quattordici bare sfilano tra le immense ali di una folla attenta, tesa, in un silenzio impressionante e composto, quasi minaccioso — allora non si applaudivano i morti. Quelle migliaia di donne e uomini che secondo i piani sarebbero dovute restare chiuse in casa tremanti di paura sono tutte lì, nessuno le ha convocate, non c'è un cartello, un manifesto, ciascuno è venuto di sua iniziativa ed è come se una coscienza collettiva avesse avvertito il pericolo e si fosse stretta alle vittime, per dimostrare che esiste una risposta democratica che non ha paura, che ha colto il messaggio provocatorio della strage e che non intende accettare soprusi. Non è retorica affermare che fu quella folla imponente e muta, quel popolo democratico, che salvò quel giorno questo paese, quando già era sulla soglia del baratro. 
Secondo una versione ormai accreditata vi erano, tra i fautori del colpo di stato appoggiato dagli Usa, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) e gli uomini a lui vicini, la destra democristiana dell'allora presidente del Consiglio Mariano Rumor e tutte le componenti più o meno dichiaratamente  fasciste, altri erano più possibilisti mentre era contraria la corrente Dc dell'on. Moro, che fin dai tempi del suo primo governo con i socialisti, nel 1963, perseguiva un'ipotesi di centro-sinistra. L'ala dura era la più consistente e si riteneva in grado di imporre le proprie scelte. Ma fu di fronte a quel silenzio agghiacciante, a quella inattesa dimostrazione di coesione e fermezza da parte della popolazione milanese nel giorno dei funerali, accompagnata anche da una esplicita esibizione di forza da parte dei servizi
d'ordine e dei presidi che quel giorno partiti, sindacati e movimenti di sinistra avevano predisposto — il golpe era nell'aria — che venne a più miti consigli la componente golpista. Fu lo stesso Presidente del Consiglio Mariano Rumor, che a Milano assistette ai funerali, a rimanere turbato e intimorito dalla forza di quella manifestazione che si dissociò dal piano, non consentendo al presidente Saragat di dichiarare lo stato di crisi, sciogliere le camere e mettere in atto il progettato "golpe istituzionale". Si tenga anche presente che il quotidiano inglese «The  Observer», di fatto portavoce del governo di Sua Maestà, aveva pubblicato già il 7 dicembre un documento che attestava intese tra i colonnelli greci ed esponenti politici e militari italiani e il 17 dicembre, quattro giorni dopo la strage, indirizzerà esplicitamente le sue accuse alla destra e ai servizi, con un editoriale che denunciava il piano eversivo come una "strategy of tension", impiegando per la prima volta quella definizione destinata a entrare nella storia. Il documento, palesemente opera dell'intelligent britannica dimostra una spaccatura strategica sull'Italia tra i servizi segreti americani e quelli inglesi. 
Lo stesso 17 dicembre il SID, il servizio segreto militare, aveva ricevuto dal suo raggruppamento di Roma un comunicato in cui si indirizzavano esplicitamente i sospetti verso un'agenzia d'oltralpe chiamata "Aginter Presse", organizzazione fascista guidata da tale Yves Guérin Sérac (al secolo Yves Guillou). Quel documento, che avrebbe potuto allora cambiare il corso degli eventi, sarà nascosto alla magistratura che ne verrà a conoscenza solo nel marzo 1973.
(Tratto da Pinelli la finestra è ancora aperta Gabriele Fuga - Enrico Maltini)

giovedì 28 novembre 2019

Piazza Fontana cinquant'anni fa - Colpevoli gli anarchici!

Perché gli anarchici? Perché gli anarchici rappresentano la parte più debole dello schieramento di sinistra, perché priva di protezione, senza amici, di fatto isolata politicamente. Inoltre sono pressoché privi di organizzazione, e seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilità di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i cui obiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a nessun’altra forza di sinistra, sia parlamentare che extraparlamentare. Da non sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica, la più sprovveduta, facile preda di ogni tentativo di manipolazione "culturale": per l’italiano medio, gli anarchici rappresentano le forze scatenate e disgregatrici dello Stato, il rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese. senza idee o alternative precise; "fanno paura", una paura generica e indefinibile, che di conseguenza impone il ricorso a forze che siano in grado di ristabilire l’ordine e l’autorità minacciati dal nichilismo.
Infine gli anarchici, abilmente "pubblicizzati" da una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e a mitizzare questo loro ruolo negativo, consentono anche una escalation della repressione che si attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando i tempi lunghi, le stesse forze della sinistra più solide e organizzate (sindacati e PCI), senza provocare traumi né nell’opinione pubblica moderata né nelle forze politiche costituzionali.
Per capire la complessità della manovra che si andava preparando sulle spalle degli anarchici. serve rileggere, fra i tanti, questo brano di un articolo della Stampa di Torino che esce in quei giorni. Sotto il titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori", il quotidiano della Fiat scrive: "Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi. per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dall’estrema destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra". Come si vede, il pogrom antianarchico è già giustificato e programmato e nello stesso tempo si è aperto quel discorso sugli opposti estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle forze moderate per invocare il ripristino dell’"ordine" turbato.

giovedì 21 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Le Stragi

Materialmente, la fase calda del piano che porterà alta prima delle grandi stragi inizia accusando alcuni giovanissimi anarchici di essere i responsabili oltre che di piccoli "botti" dimostrativi, anche delle bombe  che il 25 aprile 1969 scoppiano al padiglione FIAT della Fiera Campionaria e all'ufficio Cambi della stazione di Milano e di quelle esplose sui treni il successivo 8 agosto, bombe vere in attentati veri con numerosi feriti. Di quelle sui treni, in particolare, si tenterà poi strenuamente - e vanamente - di accusare il ferroviere Pinelli anche dopo la morte. I "terroristi anarchici" fanno così il loro ingresso nell'immaginario mediatico-collettivo. Ed è proprio nelle indagini su quegli attentati che il nome di Luigi Calabresi, giovane e promettente commissario aggiunto dell'ufficio politico della Questura di Milano, entra come protagonista nelle cronache giudiziarie del tempo. 
È in un clima che minaccia altre violenze e attentati che scatta l'ora X: quella in cui la tensione deve essere esasperata e portata all'estremo, anche a costo di vite umane, per giustificare di fronte all'opinione pubblica e alla comunità internazionale la dichiarazione dello stato di emergenza e lo scioglimento delle Camere. Ed è proprio attraverso il sacrificio di un adeguato numero di vite umane che si decide di raggiungere l'obiettivo. Nella logica della strategia le vittime devono essere scelte a caso tra la gente comune, in luoghi che tutti possono frequentare in modo che ciascuno si possa identificare come la vittima o come il prossimo bersaglio. Sommandosi ai cortei e alle manifestazioni di piazza, agli scontri tra dimostranti e polizia, a molotov e spranghe, a candelotti e manganelli e alla minaccia di nuovi attentati "anarchici", la strage deve suscitare un clima di terrore senza scampo.
Quella di piazza Fontana sarà la  "madre", ma altre stragi seguiranno: tralasciando gli attentati minori, Peteano (G0), maggio 1972, tre morti; piazza della Loggia a Brescia, maggio 1974, otto morti; treno Italicus presso san Benedetto Val di Sambro, agosto 1974, dodici morti e la strage alla stazione di Bologna nell'agosto 1980, ottantacinque morti, sono al di là di ogni dubbio da ascriversi a questa strategia. Di natura individuale è probabilmente da ritenersi l'attentato di Gianfranco Bertoli alla Questura di Milano - maggio 1973 - con quattro morti, mentre di altra matrice sarà anni dopo la genesi della strage del 1984 sul treno rapido 904, all'interno della galleria dell'Appennino nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, diciassette i morti, ove compare la mano della mafia. 
(Tratto dal libro "Pinelli una finestra ancora aperta")

giovedì 14 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Antefatto parte seconda

Il 27 marzo 1969, a Roma, a ridosso del portone di accesso al deposito di falegnameria sito nel seminterrato dell’edificio che ospita il Ministero della Pubblica Istruzione, angolo via Enrico Dandolo e via Emilio Morosini, esplodeva un ordigno che causava la rottura del portone, della soglia di travertino e di un gradino, nonché la lesione dell'architrave, la rottura di un tubo dell'impianto di riscaldamento e il danneggiamento del legname lì conservato. Lo spostamento d'aria provocava la rottura di numerosi vetri delle finestre del Ministero e delle case circostanti. Riportavano alcuni danni anche due autovetture, alla carrozzeria e ai vetri, una Fiat 500 e una Fiat 850 parcheggiate nelle due vie.
Il 31 marzo 1969, a Roma, in via Ulpiano n. 2 oltre il cancello d'ingresso secondario, scoppiava un ordigno posto al settimo gradino della scalinata del Palazzo di Giustizia producendo molti danni. L’esplosione infatti cagionava lo scardinamento della parte inferiore terminale del battente sinistro, di una doppia lastra in ferro, e di alcune sbarre; causava il lancio a circa 2 metri di distanza sul marciapiede antistante della piastra metallica interna, di circa cm. 160x45, con contorsione e foro, di circa cm. 50x20, di una sbarra di ferro di cm. 145, di un’altra sbarra più piccola e di 2 bulloni; provocava la frantumazione nell'androne retrostante il cancello, dell'intonaco dei muri, di una porta a vetri, di una lampada di illuminazione, e di varie finestre a vetri e porte di ingresso di uffici; determinava la frantumazione dei vetri delle porte d'ingresso di alcuni uffici, contraddistinti con i numeri civici 3,5, e 7, siti a livello strada di via Ulpiano; procurava lo sfondamento della vetrata di esposizione della Libreria Utet, sita al n. 17 della stessa via, ad opera della lastra di ferro scardinata dal cancello che attraversò diagonalmente la via per circa 25 metri cadendo dietro al bancone di vendita. Il
bancone, i libri e altre suppellettili riportavano danni; causava la rottura dei vetri delle finestre e della vetrata dell'androne del Palazzo dell'Opera Nazionale per i Combattenti, e arrecava danni di varia entità a cinque autovetture parcheggiate di fronte al cancello o sul lato della strada antistante la Utet. 
Il 01 aprile 1969, a Milano, un metronotte, nell'effettuare un giro di perlustrazione della zona di corso Magenta, notava in via Ruffini, nei pressi della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, un giovane con un pacco sotto il braccio e con fare circospetto. Dopo un vano inseguimento il metronotte raccoglieva il pacco abbandonato, che esaminato anche dalla Polizia accorsa sul posto, risultò contenere 9 candelotti di dinamite, innescata con un detonatore di alluminio collegato ad una miccia a lenta combustione, lunga 1 metro. 
Il 25 aprile 1969, a Milano, nel corridoio dello stand FIAT alla Fiera campionaria, dove venivano proiettate delle diapositive, deflagrava un ordigno. Oltre ai vari danni 20 persone riportavano ferite. 
Il 25 aprile 1969, a Milano, nell'ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione Centrale 
esplodeva un ordigno che provocava un incendio domato dai vigili del fuoco. 
In seguito alla sentenza-ordinanza del 24 luglio 1970 e a chiusura della istruzione dell’inchiesta, in parziale difformità dalle richieste del Giudice, venivano rinviati a giudizio Angelo Pietro Della Savia, Paolo Braschi, Tito Pullsinelli, Paolo Faccioli, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti, in stato di detenzione ed accusati dei reati di associazione per delinquere, strage pubblica intimidazione per mezzo di materiale esplodente, furto, detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi. Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melegari vengono invece processati per il reato di falsa testimonianza. Con la sentenza-ordinanza veniva inoltre dichiarato di non potersi procedere nei confronti di Giovanni Corradini e Eliane Vincileoni per insufficienza di prove in ordine a tutte le imputazioni. Caddero anche le accuse nei confronti di Della Savia e di Faccioli per le imputazioni di lesioni volontarie lievi e danneggiamento per estinzione dei reati a causa dell’amnistia, e per l’attentato alla Montedison per non aver commesso il fatto. Il dibattimento si svolge dal 22 marzo
1971 al 28 maggio 1971. 
Il 28 maggio 1971 la Corte di Assise di Milano condanna per gli attentati del 1968 e 1969 Paolo Braschi a complessivi 6 anni e 10 mesi di reclusione e 460.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, possesso di esplosivi, attentato continuato; Angelo Pietro Della Savia a complessivi 8 anni di reclusione e 450.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, attentato continuato, e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni; Paolo Faccioli a 3 anni, 6 mesi, 20 giorni e al pagamento di 140.000 lire di multa per i reati di trasporto in luogo pubblico di esplosivi. Vengono invece assolti Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia, Clara Mazzanti, Giangiacomo Feltrinelli, Sibilla Melega. 
Il 7 aprile 1976 la Corte di Assise d’Appello di Milano riduce la pena di tutti gli imputati: Della Savia viene condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione e 300.000 lire di multa; Braschi a 3 anni, 2 mesi e 290.000 lire di multa; Faccioli a 1 anno, 4 mesi e 140.000 lire di multa. 
Il 02 dicembre 1977 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Dell Savia e rigetta i ricorsi di Braschi e Faccioli condannando i ricorrenti a pagare in solido 100.000 lire ciascuno. 







giovedì 7 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Antefatto parte prima

La sera del 30 aprile 1968, a Padova, un ordigno esplode sulla soglia dell’alloggio di servizio del Questore, scardinando parzialmente il portone. 
Il 27 maggio 1968, a Milano, sul davanzale di una finestra della sede della Citroën Italia, in via Gattamelata, esplodeva un ordigno che provocava la rottura dei vetri, della finestra, nonché la leggera flessione di un listello della intelaiatura della stessa. 
Il 16 giugno 1968, a Milano, all'angolo del cancello d'ingresso della Banca d'Italia, esplodeva, senza provocare danni di sorta, un rudimentale ordigno costituito da una modesta quantità di imprecisato esplosivo avvolto in carta straccia. 
Il 22 luglio 1968, a Milano, all’interno di un piccolo cortile della Biblioteca Ambrosiana di Milano, esplodeva senza provocare danni, una rudimentale bomba carta. 
Il 26 agosto 1968, a Milano, ignoti a bordo di un auto in corsa lanciavano una rudimentale bomba contro l'ingresso dello stabile di via Piceno n.3, dove abitava l'addetto commerciale cubano. L'esplosione dell'ordigno, costituito da un barattolo di latta di circa 5 Kg. contenente polvere di produzione artigianale dotata di miccia e avvolto in uno straccio, provocava la frantumazione di un'anta della vetrata d'ingresso, del lampadario posto nel corridoio, nonché di altri vetri delimitanti la portineria. 
Il 03 dicembre 1968, a Genova, su una finestra al piano terra del caseggiato di via S. Francesco n.4, dove ha sede l’Ufficio Annona del Comune di Genova, esplodeva un ordigno che provocava la rottura della grata esterna di ferro, e dell'intero telaio della finestra, nonché rilevanti danni alla corrispondente stanza da letto del portiere dello stabile, che riportava ferite. L'esplosione determinava, altresì, la rottura di molti vetri della via S. Francesco, uno stretto vicolo, nonché della sottostante piazza della Meridiana. 
Il 25 dicembre 1968, a Livorno, all'ingresso del Palazzo di Giustizia esplodeva un ordigno che provocava, oltre a lievi danni al cancello in ferro, la distruzione del portone in legno e della vetrata che immette nel cortile, nonché la rottura di diversi vetri dell'edificio e di abitazioni circostanti. 
Il 03 gennaio 1969, a Pisa, un rudimentale ordigno di modesta entità esplodeva all'esterno della rete di recinzione dell'8° Comando Logistico Statunitense di Camp Darby, provocando uno squarcio di 80 cm. 
Il 19 gennaio 1969, a Milano, una pattuglia addetta al servizio di vigilanza esterna della caserma di Polizia di S. Ambrogio, rinveniva, sul ripiano di una finestra situata nella parte est della caserma, un sacchetto, di plastica contenente un barattolo di vetro con dentro 5 candelotti di esplosivo tagliati a pezzi, innescati con un detonatore di alluminio a sua volta collegato con una miccia a lenta combustione lunga m. l,75. L'esplosione non era avvenuta a causa del distacco della miccia, totalmente combusta, dal detonatore, cui era attaccata tramite gomma da masticare. 
Il 26 gennaio 1969, a Milano, un ordigno scoppiava contro la serranda in ferro dell'ufficio Spagnolo del Turismo, in via Disciplini n.11. La deflagrazione danneggiava la serranda, il
muro, quasi tutte le suppellettili esistenti all'interno dell'ufficio e determinava la rottura di alcuni vetri delle case vicine. 
Il 27 gennaio 1969, a Torino, un ordigno esplodeva dinanzi all'ingresso della Chiesa di S. Cristina, determinando la parziale rottura della porta, lato inferiore sinistro. L'esplosione causava altresì la rottura di alcuni vetri di stabili adiacenti. 
Il 01 febbraio 1969, a Milano, un rudimentale ordigno esplodeva nell'angolo inferiore destro della saracinesca a maglie della vetrina di esposizione del magazzino della casa discografica R.C.A Italia, in piazzale Biancamano n.2. La deflagrazione causava lo scardinamento di alcune maglie della saracinesca e la rottura della vetrina, mentre alcune schegge colpivano un'auto posteggiata sull'antistante aiuola spartitraffico, nonché la parte inferiore di una recinzione metallica della facciata dello stabile di piazzale Biancamano n.2, per i lavori in corso. 
Il 28 febbraio 1969, a Roma, in via della Dogana Vecchia all'altezza del numero civico 28, corrispondente ad un ingresso posteriore, sempre chiuso, dello stabile di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, scoppiava un ordigno. La carica esplosiva posta all'angolo del portone ne frantumava la parte inferiore sinistra. A seguito dello spostamento d'aria una porta a vetri, situata dopo il portone, veniva scardinata andando a frantumarsi nel lungo corridoio retrostante, con conseguente rottura dei vetri di altre porte dei locali interni. Inoltre, sempre lo spostamento d'aria provocava la rottura dei vetri delle finestre attigue all'ingresso stesso, nonché di diverse finestre e porte dell'antistante Palazzo Giustiniani. Infine due auto, una Fiat 600 e una Fiat 850, parcheggiate ai lati del passo carraio del citato numero civico 8, riportavano i seguenti danni: la prima la rottura del parabrezza e danni alla portiera sinistra; la seconda il distacco del vetro posteriore sinistro e danni alla carrozzeria.