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giovedì 15 maggio 2025

L’individualismo

L'individualismo, va sottolineato, può essere inteso in almeno due modi. Il primo, il più comune, è la giustificazione ideologica dell'egoismo più rapace, l'idea che i rapporti tra gli esseri umani devono sottostare alla legge bruta della lotta per la vita. E il caso dell'economia liberale, che domina il mercato e difende il non intervento dello Stato negli affari delle imprese capitaliste, proprio a beneficio dei più forti. Quello che Emma Goldman chiamava «rude individualismo». L'altro - quello di Stirner e i suoi seguaci - è una corrente che, senza basarsi su dogmi o su una tradizione ereditata, fa appello solo alla coscienza individuale". Contro la morale dell'arrivismo e del dominio, questo individualismo rimanda a una rivoluzione interiore e dei sentimenti, a una maniera di stare al mondo che promuove la differenza e 'unicità delle persone, davanti alla dittatura del capitale. «La "libertà individuale"», scriveva Stirner,

che il liberalismo borghese vigila gelosamente, non significa affatto che io sono totalmente libero di autodeterminarmi liberamente, nel qual caso le azioni che compio diverrebbero davvero mie, ma indica semplicemente che io sono indipendente dalle persone. È libero individualmente chi non è responsabile di fronte a nessun uomo”. 

Tutto quel che non si vive direttamente, in prima persona - pensieri, azioni e rapporti umani - si trasforma in sacrificio, ideologia e sfruttamento. La vita autentica implica la rivolta permanente contro tutti i poteri separati.


giovedì 14 novembre 2024

L'INDIVIDUO

Si può comprendere che alle sue origini, quando ancora faceva fatica a formarsi, la società condannasse e perseguitasse gli individui ribelli, tanto più che il ruolo delle individualità forti nella costituzione del gruppo primitivo era allora potente e dominante. Ma una volta costituita la comunità, quali ragioni poteva avere la società per perseguitare ancora gli spiriti liberi, i temperamenti di valore?

La società vuole per natura l'uniformità, mira alla fusione in un gruppo omogeneo che inghiotte gli individui, se ne nutre, li digerisce e rigurgita una totalità rivestita di nuove virtù; dalla tribù del villaggio primitivo alle masse delle nazioni industriali, passando per l'aristocrazia feudale medievale.

L'individuo deve essere totalmente libero, nei limiti in cui la sua libertà non costituisce un elemento nocivo per gli altri.


giovedì 12 maggio 2022

Errico Malatesta – Comunismo e individualismo

Ma per essere anarchici non basta volere l'emancipazione del proprio individuo, ma bisogna volere l'emancipazione di tutti; non basta ribellarsi all'oppressione, ma bisogna rifiutarsi di essere oppressori; bisogna comprendere i vincoli di solidarietà, naturale o voluta, che legano gli uomini tra di loro, bisogna amare i propri simili, soffrire dei mali altrui, non sentirsi felici se si sa che altri sono infelici. E questa non è questione di assetti economici: è questione di sentimenti, o, come si dice teoricamente, questione di etica. Da tali principi e tali sentimenti, comuni malgrado il diverso linguaggio, a tutti gli anarchici, si tratta di trovare ai problemi pratici della vita le soluzioni che meglio rispettano la libertà e meglio soddisfano i sentimenti di amore e di solidarietà. Quegli anarchici che si dicono comunisti (ed io mi metto tra essi) sono tali non perché vogliano imporre il loro speciale modo di vedere o credano che fuori di esso non vi sia salvezza, ma perché sono convinti, fino a prova in contrario, che più gli uomini sono affratellati e più intima è la cooperazione dei loro sforzi a favore di tutti quegli associati, più grande è il benessere e la libertà di cui ciascuno può godere. L'uomo, essi pensano, se anche è liberato dall'oppressione dell'uomo, resta sempre esposto alle forze ostili della natura, ch'egli non può vincere da solo, ma può col concorso degli altri uomini dominare e trasformare in mezzi del proprio benessere. Un uomo che volesse provvedere ai suoi bisogni materiali lavorando da solo, sarebbe lo schiavo del suo lavoro. Un contadino, per esempio, che volesse coltivare da solo il suo pezzo di terra, rinuncerebbe a tutti i vantaggi della cooperazione e si condannerebbe ad una vita miserabile: non potrebbe concedersi periodi di riposo, viaggi, studi, contatti colla vita molteplice dei vasti aggruppamenti umani... e non riuscirebbe sempre a sfamarsi. È grottesco pensare che degli anarchici, per quanto si dicano e siano comunisti, vogliano vivere come in un convento, sottoposti alla regola comune, al pasto ed al vestito uniformi, ecc.; ma sarebbe egualmente assurdo il pensare ch'essi vogliano fare quello che loro piace senza tener conto dei bisogni degli altri, del diritto di tutti ad una eguale libertà. Tutti sanno che Kropotkin, per esempio, il quale fu tra gli anarchici uno dei più appassionati ed il più eloquente propagatore della concezione comunista, fu nello stesso tempo grande apostolo dell'indipendenza individuale e voleva con passione che tutti potessero sviluppare e soddisfare liberamente i loro gusti artistici, dedicarsi alle ricerche scientifiche, unire armoniosamente il lavoro manuale a quello intellettuale per diventare uomini nel senso più elevato della parola. Di più, i comunisti (anarchici, s'intende) credono che a causa delle differenze naturali di fertilità, salubrità e posizione del suolo, sarebbe impossibile assicurare individualmente a ciascuno eguali condizioni di lavoro e realizzare, se non la solidarietà, almeno la giustizia. Ma nello stesso tempo essi si rendono conto delle immense difficoltà per praticare, prima di un lungo periodo di libera evoluzione, quel volontario comunismo universale che essi considerano quale l'ideale supremo dell'umanità emancipata ed affratellata. ed arrivano
quindi ad una conclusione che potrebbe esprimersi colla formula: quanto più comunismo è possibile per realizzare il più possibile di individualismo, vale a dire il massimo di solidarietà per godere il massimo di libertà.
D'altra parte gli individualisti (parlo, si intende, sempre degli anarchici) per reazione contro il comunismo autoritario - che è stato nella storia la prima concezione che si è presentata alla mente umana di una forma di società razionale e giusta e che ha influenzato più o meno tutte le utopie e tutti i tentativi di realizzazione - per reazione, dico, contro il comunismo autoritario che in nome dell'eguaglianza inceppa e quasi distrugge la personalità umana, hanno dato la maggiore importanza al concetto astratto di libertà e non si sono accorti o non vi hanno insistito, che la libertà concreta, la libertà reale è condizionata dalla solidarietà, dalla fratellanza e dalla cooperazione volontaria. Sarebbe nullameno ingiusto il pensare che essi vogliono privarsi dei benefizi della cooperazione e condannarsi ad un impossibile isolamento. Essi comprendono certamente che il lavoro isolato è impotente e che l'uomo, per assicurarsi una vita umana e godere materialmente di tutte le conquiste della civiltà, o deve sfruttare direttamente o indirettamente il lavoro altrui e prosperare sulla miseria dei lavoratori, o associarsi coi suoi sibili e dividere con essi i pesi e le gioie della vita. E siccome essendo anarchici non possono ammettere lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, debbono necessariamente convenire che per esser liberi e vivere da uomini bisogna accettare un grado ed una forma qualsiasi di comunismo volontario. (E. Malatesta da Pensiero e Volontà, 1 Aprile 1926)


giovedì 3 novembre 2016

Gli individualisti di Emile Armand

Gli individualisti sanno che gli accumulatori di capitali e gli intermediari non si preoccupano affatto dei bisogni reali del consumo. Essi hanno come unico motore la speculazione, ossia il desiderio di far rendere il più possibile l’interesse sui fondi che impegnano nelle aziende che dirigono o di cui si occupano. Gli accumulatori di capitali e gli intermediari attivano o riducono la produzione non secondo l’aumento o la diminuzione del movimento del consumo, bensì solo se vi intravvedono un’occasione di acquisire profitti più o meno considerevoli. La qualità della produzione dipende interamente dal potere di acquisto dei consumatori e non dai loro bisogni: a consumatore agiato, prodotti di qualità superiore; a consumatore povero, prodotti di qualità inferiore.
Gli individualisti non ignorano che il lavoro attuale si compie senza metodo, caoticamente e sono al corrente della lotta accanita cui si abbandonano, gli uni contro gli altri, i grandi detentori dei mezzi di produzione, così mentre una massa di diseredati manca degli oggetti di consumo più necessari, i magazzini rigurgitano di prodotti manifatturieri!
Gli individualisti non ignorano nemmeno che la maggior parte degli operai, dei lavoratori delle fabbriche, delle officine, dei campi, degli impiegati di commercio, d’ufficio, dell’amministrazione, accettano il loro stato e non fanno nessuno sforzo reale per liberarsi, soddisfatti dei pregiudizi correnti sulla fortuna, sul rispetto che merita ogni arrivista, imbevuti di concetti retrogradi sull’accaparramento, il padronato, i monopoli, ecc. Sono schiavi di pregiudizi morali e intellettuali che mirano al mantenimento di cose stabilite e che costituiscono la base dell’insegnamento di Stato. Impauriti dalla minaccia di un licenziamento o della disoccupazione, gli infelici producono, non avendo altro scopo nella vita che passare inavvertiti, fortunati quando lo stress o il disgusto non li portano all’alcolismo o a un’altra forma di «degradazione».
L’individualista è dunque, di principio, l’avversario di ogni sistema societario in cui il lavoro sarà obbligatorio, imposto, costretto, in cui, rispetto all’ambiente sociale, il lavoratore si troverà in una dipendenza grande quanto quella in cui si trova attualmente nei confronti del capitalismo.
Perché il lavoro diventi piacere, deve perdere tutto ciò che lo fa assomigliare a una pena, a una condanna, a una espiazione, a una legge, a un’oppressione, a una soggezione, persino una sublimazione o una esaltazione mistica della fatica. Aspettando che si affermi la mentalità generale indispensabile per fare del lavoro una gioia positiva e liberatrice, all’individualista come noi lo intendiamo – solo o associato – non resta che darsi da fare per risolvere la «sua» questione economica. Al di sopra dell’interesse economico, l’individualista metterà la soddisfazione etica, il
perseguimento della serenità interiore, il godimento del piacere dei sensi. Nessuna soddisfazione varrà per lui quanto quella di sentirsi il più possibile liberato dall’assoggettamento produzione-consumo. La questione non è di sapere se l’impiego di un macchinismo sempre più perfezionato, il lavoro intruppato, la pratica del comunismo imposto o del solidarismo obbligatorio gli procureranno più vantaggi materiali – ma piuttosto cosa diventerà in quanto unità individuale, cosciente, insubordinata, pensante tramite e per se stessa.
L’individualista vuole vivere, certo, ma «liberamente». 
Il lavoro, d’accordo, ma come generatore di libertà individuale, non come fattore di schiacciamento dell’uno sotto il laminatoio societario.

giovedì 22 settembre 2016

IL FURTO di Alexandre Marius Jacob

Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signore, mi creda. Le pene che infiggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male. Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. E un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Se mi sono dato al furto non e per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia liberta, la mia indipendenza, la mia dignita di uomo, invece di farmi l'artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. Ma e proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il piu iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto e perché tutto appartiene solamente a qualcuno. La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.

giovedì 1 settembre 2016

Emile Armand è l’individualismo

L’azione individualistica anarchica consiste nello sviluppare l’odio, il disgusto, il disprezzo personale per la dominazione dell’uomo sull’uomo per mezzo dell’uomo, delle collettività sopra o per mezzo dell’individuo. Consiste nel creare uno spirito di critica permanente ed irriducibile verso le istituzioni che insegnano, mantengono, preconizzano la dominazione degli uomini sopra i loro simili. E non soltanto contro le istituzioni, ma altresì contro gli uomini che queste istituzioni rappresentano, poiché e per opera di quelli che conosciamo queste. Infatti l’autorità è un astrazione, la si conosce solo attraverso i suoi rappresentanti e i suoi esecutori, esiste, per ciascuno di noi, sottoforma di deputati, giudici, gendarmi, carcerieri, agenti delle imposte, contribuenti, elettori.
Per Armand l’anarchismo è innanzitutto una filosofia di vita, non è solo un modo di praticare i rapporti sociali ma anche di vedere il mondo. Egli afferma che l’anarchico, nel senso forte della parola, è quell’individuo che esprime un’insofferenza esistenziale contro ogni forma d’autorità, che lotta contro il potere perché, prima di tutto, questo lo opprime direttamente, poi perché opprime anche gli altri. Naturalmente non vengono sottovalutate le possibili considerazioni sociali, collettive e interumane, ma il fattore determinante è rappresentato dall’azione condotta in prima persona, nel senso che è sempre il singolo soggetto l’alfa e l’omega di ogni riferimento giustificativo della prassi, la vera e unica certezza che dà valore agli scopi della lotta, la sola fonte che illumina la condotta umana.