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Visualizzazione post con etichetta autogestione. Mostra tutti i post
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giovedì 28 maggio 2026

L'esigenza amorosa

Come insegnano ormai i bambini, il piacere di vivere non deve più affermarsi pagando un tributo alla retorica della sua sconfitta. A dispetto delle antiche oppressioni, l’amore di sé, quale lo scoprono l’infanzia e la nuova coscienza degli amanti irradia da una potenza di cui la potenza industriale, perfettamente concentrata nell’irradiazione nucleare, sarà stata il mortale surrogato. È il motivo per cui noi consideriamo l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile. O l’economia porterà a compimento la perdizione del vivente, o la società si fonderà sulla predominanza dei desideri affrancati dall’universo mercantile. O noi periremo nella stupidità crescente del profitto e del prestigio promozionale, o il primato del godimento porterà alla rovina il lavoro attraverso la creatività, lo scambio mediante il dono, il senso di colpa tramite l’innocenza, la volontà di potenza grazie alla volontà di vivere, gli appagamenti angosciati per mezzo del ritmo naturale del piacere e del dispiacere. Una scommessa è aperta. Tra la tendenza ad abbandonare il meglio per il peggio, e la trasmutazione dell’Es individuale. Tra il disprezzo di sé, questa virtù, di cui si onora lo schiavo, di rimettersi ad una guida uomo politico, prete, medico, psicanalista, pensatore, istituzione, governo, e un arte di godere, pazientemente decantata dalle impregnazioni della morte.

giovedì 12 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell'autogestione (1905-1918) I°

Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta» ebbe «un inizio puramente spontaneo». Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all'insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale. 

La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo - il soviet -con lo scopo iniziale di alleviare «le terribili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». Nel suo primo «abbozzo» il soviet fu una «associazione permanente operaia» che, a mezzo del Consiglio dei delegati operai, eletti dagli operai di tutte le fabbriche, ed a mezzo di un giornale di informazione operaia - «Izvestia» - riuscì ad inserirsi nelle vicende rivoluzionarie russe. 

Di questo nuovo organismo, sorto, si ripete, «spontaneamente, in seguito ad un accordo collettivo, in seno ad un piccolo aggruppamento fortuito e di carattere assolutamente privato» (VOLIN era stato uno dei promotori della creazione del primo soviet), Trotzky così scriveva poco dopo la sua creazione: «L'attività del soviet significava l'organizzazione dell'anarchia. La sua esistenza e il suo sviluppo successivi dimostravano un rafforzamento dell'anarchia». 

A questo punto non è inutile richiamare il pensiero di Lenin circa la «spontaneità operaia», la forza «creativa» del proletariato e circa lo sviluppo della rivoluzione «dal basso», affinché si possa meglio comprendere sia la successiva involuzione, nel senso dell'accentramento autoritario, oltre che dei soviet, anche degli altri organismi di base che più ci interessano da vicino, e cioè dei comitati di fabbrica, sorti anch'essi spontaneamente nel 1917, e sia, in senso più lato, lo snaturamento delle concezioni libertarie dell'autogestione, attraverso il cosiddetto «controllo operaio». 

A tal proposito è significativo il ben noto scritto leninista Che fare? (marzo 1902), in cui è esplicitamente pronunciata la condanna della spontaneità dei lavoratori in favore di un'organizzazione stabile di dirigenti, di uomini che abbiano «come professione» l'attività rivoluzionaria. «Le masse operaie sono incapaci di elaborare esse stesse un'ideologia indipendente», giacché con le loro forze possono «soltanto pervenire ad una coscienza tradeunionista». Partendo appunto dalla premessa di diffidenza nelle capacità delle masse lavoratrici (Lenin, a seconda del momento politico, espresse sfiducia o fiducia nell'opera delle masse lavoratrici. Prevalse concettualmente la sfiducia, giacché, in epoca posteriore, scriveva testualmente: «Con la parola d'ordine: più fiducia nella classe operaia, di fatto si lavora a rafforzare le influenze mesceviche ed anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt ha mostrato e dimostrato ciò con chiara evidenza»), Lenin passava alla critica del «culto dello spontaneo», la cui teoria, oltre a confondersi con l'economismo opportunista e col terrorismo ed oltre a comportare una limitazione della funzione della coscienza socialista nel movimento operaio, era - secondo Lenin - da ritenersi una teoria borghese. « Ogni culto della spontaneità del movimento operaio, ogni indebolimento della funzione dell'elemento cosciente, del ruolo della socialdemocrazia, significa necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese sugli operai». E più oltre: «Perciò il nostro compito, il compito cioè della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità, di distogliere il movimento operaio dalla detta tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l'ala della borghesia». Dopo queste affermazioni che, palesemente, confondevano i concetti di autonomia ed automatismo, fu facile per Lenin passare alla formulazione di un programma di organizzazione costituita da «un cerchio stretto di quadri stabili di dirigenti, composto principalmente di rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello del partito», e, successivamente, postulare i principi dell'attività rivoluzionaria dall'alto, della partecipazione della socialdemocrazia al governo e dell'utilizzazione del potere rivoluzionario per la creazione di uno Stato potente ed accentratore.


giovedì 20 marzo 2025

Compagno e Compagna

Dal XIII secolo fino alla rivoluzione francese, il termine compagno, o compagna, di arte indicava l'artigiano operaio che, dopo aver terminato il suo apprendistato di parecchi anni al servizio di un maestro artigiano-operaio, aveva dimostrato le sue capacità realizzando un "capolavoro". La storia del compagnonnage, lunga e molto confusa, ha ben poca importanza per la conoscenza delle origini del socialismo e dell'anarchismo - salvo per quanto l'anarchismo individualista ha trovato un alimento in taluni concetti (specie economici) venuti direttamente dalla tradizione del lavoro artigianale e della sua organizzazione. L'apparizione delle manifatture, e poi delle fabbriche, facendo nascere prima gli operai proletari e poi una classe operaia, ha respinto il compagno-artigiano o verso la piccola borghesia commerciante, o verso le cooperative di produzione della piccola borghesia commerciante, o verso le cooperative di produzione della piccola industria d'arte e marginale, dato che questi due ambienti si sono dimostrati particolarmente favorevoli a un certo umanesimo individualista. L'operaio artigiano ha dei compagni d'arte, l'operaio proletario ha dei compagni,  dei camerati. Questi dividono con lui la sua camera (dallo spagnolo camerada); gli altri dividevano il pane. Bisogna segnalare che la differenza tende a sparire. La compagna è la donna con cui si vive. L'uso di questa parola, praticamente abbandonata dai comunisti francesi dagli anni 30, permette: 1) di negare le categorie borghesi (moglie, amante); 2)di inserire nel linguaggio la nozione di uguaglianza dei componenti la coppia.  


giovedì 26 dicembre 2024

Modificazioni del corpo

"Il primo dovere dell'uomo è quello di essere artificiale" (Oscar Wilde)

Che la natura modelli il corpo non è certo una novità e senza andare a scomodare ricordi etnologici basta pensare a quante vittime continuano a mietere le riviste di moda con i loro improponibili canoni di bellezza. Certo esiste una differenza tra un cambiamento dettato da rituali magici e gli interventi da palazzinari sui nostri tessuti. Siamo abituati alla colonizzazione del corpo: cementificazioni, buldozerate, nasini alla francese, tette siliconate, liposuzione, cambi di sesso, raggi UVA. Alle facili ironie verso le usanze degli altri popoli dettate dallo sciovinismo eurocentrico si va sostituendosi un formicolante rifiorire di pratiche corporali sino ad oggi condannate come primitive. Se il tatuaggio ha ormai assunto lo status di moda, per altre pratiche hardcore di modificazioni del corpo, come scarnificazioni o foratura indiscriminata delle parti molli, la strada per essere accettate sembra ancora lunga. Ma paiono di godere di grande favore presso le avanguardie creative, i cosiddetti primitivi moderni che hanno riscoperto il fachirismo. Certo l'idiozia è sempre in agguato e qualche flippato potrebbe avvicinarsene come ad un hobby, giusto un pò più impegnativo della filatelia. Le società tribali hanno sempre usato le modificazioni del corpo sia per vanità, sia per aumentare il piacere sessuale, sia per simbiosi con il proprio animale totemico, sia per controllo nazista sulle femmine ma soprattutto, ed è questo che ci interessa, per ragioni esoteriche, per una spinta verso il soprannaturale.

Il corpo è il nostro schiavo più fedele e può condurci ovunque, modificandolo si modifica anche la mente. Il piccolo chimico che ci portiamo dietro geneticamente, è assolutamente democratico, stimolato nel modo giusto è programmato per farci connettere con la Dinamo Celeste. Niente sostanze strane per accedere alle Visioni Cosmiche, ma posture e respirazioni adatte, esercizi fisici, vibrazioni, digiuni e mortificazioni, e innamoramenti.




giovedì 1 febbraio 2024

Gli spazi liberati - Zone da difendere

Le controculture hanno origine negli spazi liberati – quelle “zone da difendere” – durante il confronto con gli interessi dominanti. Emergono da altri modi di vivere emergenti che sfuggono al consumo di massa, quindi alla sfera del mercato. Attualmente solo la difesa del territorio è in grado di illuminarle, perché il conflitto territoriale ha bisogno di essere sostenuto da realizzazioni in margine al capitalismo e queste avvengono con minori difficoltà e migliori risultati in campagna. Gli ambienti urbani sono troppo artificializzati, atomizzati e tecno-dipendenti. Sono terreno ostile alla coscienza. Ciò non significa che le lotte per i salari, le pensioni, l’alloggio, i trasporti gratuiti o i diritti delle minoranze non siano importanti. Semplicemente, il territorio è l’anello più problematico della catena capitalista e con la maggiore capacità unificante. È diventato un elemento strategico decisivo, sia per i suoi sfruttatori sia per i suoi difensori. Tuttavia, in linea di principio, non si tratta tanto di condurre cruente battaglie contro le forze dell’ordine quanto di dimostrare che un altro modo di produrre e gestire, più giusto, più semplice e più egualitario, è perfettamente fattibile. Per raggiungere quest’obiettivo, dobbiamo ripopolare le aree lontane dal capitale da cui promuovere grandi mobilitazioni contro la distruzione dei terreni agricoli o qualsiasi altra nocività. Non partire da formule miracolose o da volontarismi puerili, ma da esperienze comunitarie autonome e coordinate che rompano con la logica della specializzazione e del profitto, per ricostruire una rete di rapporti diretti consuetudinari sufficientemente solida da sostenere un'offensiva. Arrivati a questo punto, i gruppi urbani possono essere ausiliari molto efficaci. I tempi non scorrono uguali ovunque. Come qualcuno ha giustamente affermato, la storia non è omogenea, numerosi fattori s’insinuano nei suoi interstizi e ne condizionano in modi diversi il divenire. Oggi, nelle nostre coordinate continentali, le lotte per la dignità si combattono soprattutto contro la valanga d’impianti di energie rinnovabili industriali. Altrove, la resistenza alla mercantilizzazione si esercita soprattutto contro la costruzione d’insediamenti residenziali, complessi turistici, autostrade e aeroporti. In tutti loro il fronte comune è contro l’agricoltura industriale. In vaste aree che stanno per essere devastate dall’estrattivismo capitalista, si tratta piuttosto di non entrare che di uscire dal capitalismo, di affrontare – anche con le armi alla mano – le intrusioni vandaliche degli scagnozzi dell’economia a tutti i livelli, rafforzando i legami di una società contadina autogovernata, come accade in varie parti dell’America Latina o del Kurdistan. Il cammino della storia – delle storie – è stato finora un susseguirsi di disastri. La rivoluzione non consisterà mai in un salto di qualità della produttività grazie ad un uso “democratico” di tecniche che sono essenzialmente totalitarie. Non si baserà mai su un’accelerazione pacifica dei cambiamenti economici guidata dallo Stato da guidatori esperti e ben intenzionati, ma piuttosto su un loro brusco arresto, opera anonima di un soggetto collettivo oppresso. 


giovedì 7 settembre 2023

Cos’è che tanto temiamo della Catastrofe?

C’è chi resiste ad accettare la convenienza della Catastrofe; e, non potendo credere nella capacità di ammenda del capitalismo —capacità di porsi dei limiti, di porre il freno, di “smettere di essere sé stesso”—, appoggia una “eco-tirannia”, una “eco-dittatura”: obbligare gli uomini a comportarsi bene, nella loro relazione con l’ambiente, come devono comportarsi per assicurare semplicemente la sussistenza della specie umana; obbligarli a vivere come è necessario per schivare quella catastrofe. Si tratterebbe, senz’altro, della più filantropica delle dittature, una tirannia veramente “umanitaria”. A questa “eco-dittatura” si riferiva Hans Jonas quando aggiungeva che, se deve esistere un’umanità sulla Terra, bisognerà rinunciare ai lussi della libertà; e, tra altri, le ha dedicato molte pagine Rudolf Bahro, nella sua Logica della Salvazione. Secondo quest’autore, «il governo della salvazione sarà totalitario, o eco-dittatoriale, o come si voglia chiamarlo, fino a quando gli individui non avranno il minimo proposito di porsi per convinzione propria all’altezza della sfida storica: assicurare la sussistenza della specie umana sulla Terra, per il quale scopo porre termine agli orientamenti economici e alle pratiche politiche “sterminatrici” oggi dominanti». Certo che risulta peripatetica quest’idea di una “santa tirannia”, di una “dittatura filantropica”; certo che è scomodo accettare la postulazione di una catastrofe imminente (“imminente” è un termine relativo: vuol dire “immediatamente”, in un pugno d’anni o in pochi secoli). Ma, possiamo credere ancora nella volontà di “auto-correzione” del produttivismo? Possiamo fidarci del fatto che sarà riveduta e neutralizzata la logica di crescita, di produzione e consumo inarrestabile, che caratterizza il capitalismo e che pure ha fatto estinguere il Socialismo? È possibile immaginare formule di organizzazione politico-economica che, appartandosi dal produttivismo, e recuperando gli elementi positivi delle tradizioni collettiviste, cooperativiste, agrarie, ecc., istituiscano modelli di società infinitamente meno dannosi per la Natura che quello attuale e, in questo modo, garantiscano la non-estinzione degli esseri umani. La tradizione libertaria sa molto su questa possibilità: storicamente è stata fatta un’incursione per vie poco transitate che permetterebbero all’uomo di sorteggiare “santi dispotismi” e “catastrofi annunciate”. Però ci sono uomini (o sarà possibile averli) disposti ad accettare un cambio così drastico nelle loro abitudini politiche ed economiche; capaci di assumere che sono stati formati ed educati in una farsa sanguinosa, e che hanno investito tutta la loro vita nell’errore più stupido e nel concimare la perdizione dell’umanità? Se si potesse rispondere affermativamente a questa domanda rimarrebbe ancora uno spiraglio di speranza. Se la risposta è negativa, rimane solo una questione da esporre: cos’è quello che temiamo della Catastrofe? Che temiamo della Catastrofe quando la maggior parte dei nostri simili già vive nel suo seno (catastrofe di morire di fame, di veder morire i suoi figli nell’infanzia, di sapersi indifeso e alla mercè delle malattie, di non poter scappare dal terrore politico,...)? Non sarà che l’unica cosa che non ci sembra buona di quest’infortunio quotidiano, nel cui cuore vivono già milioni di persone, l’unica cosa che ci inquieta e ci scuote, è che domani potrebbe toccare anche a noi, gli occidentali, gli uomini e le donne che durante gli ultimi secoli abbiamo fatto tutto il possibile perché la catastrofe sia il destino degli altri e adesso retrocediamo spaventati davanti al sospetto, se non alla certezza, che dovrà essere anche il nostro?

Pedro Garcìa Olivo


giovedì 1 dicembre 2022

Una rivoluzione anarchica

Lottiamo per esaurire una tensione; una tensione nutrita da quel bisogno che chiamiamo libertà. La contingenza, la nostra contingenza, ci ha portati a chiamare questa lotta anarchia. Già, per noi, l’anarchia non è la società futura, non è un fine nè un mezzo, essa è un metodo; uno fra i possibili ma l’unico possibile per come noi viviamo il presente. Nel momento in cui riuscissimo ad avvicinare i lembi della società, ad esaurire la tensione che sostiene la nostra lotta, potremmo considerarci vincitori. Un’insidia però ci aspetta nel momento della vittoria. Nell’illusione che senza anarchia non ci sia libertà, nell’illusione che la nostra anarchia sia l’Anarchia, potremmo cadere nell’errore di lottare per essa e non per la libertà. Ci accorgeremmo troppo tardi di essere diventati i nuovi padroni, i garanti dell’istituito.

L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita.

Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non come evento. Vale a dire che la rivoluzione anarchica viene prevalentemente intesa in senso lato, cioè come radicale trasformazione sociale, e non in senso stretto, cioè come fenomeno insurrezionale. Il che non significa necessariamente che la transizione della società gerarchica alla società libertaria non possa o non debba implicare dei passaggi insurrezionali, ma che, anche per chi ritiene inevitabile il momento insurrezionale esso è per l’appunto, un momento, per quanto importante (soprattutto come rottura dell’immaginario sociale), di un mutamento complessivo culturale (nel senso antropologico del termine cultura) assai più ampio che avviene prima durante e dopo tale passaggio. I mezzi del mutamento sociale radicale devono essere coerenti con i suoi fini, perché il fine non giustifica i mezzi. A questo punto si apre una sfida: trovare la capacità di immettere il futuro nelle cose che si fanno nel presente. Immergere la realtà nel “sogno”. Sogni nuovi per un sogno antico: essere padroni della propria vita. Vale a dire togliere la rivoluzione dalla dimensione evento per immetterla nella dimensione quotidiana. I piccoli tanti gesti, comportamenti, fatti, le piccole tante realizzazioni che creano dimensione comunitaria. Tolta dalla sua visione eroica e taumaturgica la rivoluzione, diviene, allora, possibile.


giovedì 10 novembre 2022

L’identità senza confini

L'identità senza confini, è proprio l’estrema indipendenza delle individualità e il rifiuto di autorappresentarsi come partito e pertanto di fissare una gerarchia, una struttura e qualsiasi forma di potere dall’alto che distinguono, in modo categorico, il movimento anarchico, soprattutto nella sua organizzazione di sintesi, dai partiti politici. Il tratto distintivo dell’anarchismo rispetto al comunismo e al socialismo è proprio la concordanza fra fini e mezzi, tra mondo futuro e organizzazioni anarchiche: non è ammissibile nessuna dittatura oligarchica popolare, né alcuna burocrazia nel partito. Se il fine è l’empowerment, e cioè il potenziamento delle libertà di tutti gli individui, il mezzo deve essere qui ed ora la promozione dello sviluppo delle capacità individuali attraverso organizzazioni fluide, destrutturate, che favoriscano l’espressione individuale e che, d’altro canto, inducano con l’esempio e la persuasione, alla solidarietà e all’azione collettiva e cooperativa.

Non solo i partiti – quelli di sinistra compresi – ma lo stesso modello democratico fondato sul voto, vengono messi in discussione dall’anarchismo, per il quale la rappresentanza costituisce una forma di dominio delle élite sulle masse: non rappresentanti, bensì delegati con mandato imperativo sono i portavoce anarchici, i quali, sempre secondo lo statuto della FAI, non hanno alcun potere di prendere decisioni che non siano state previamente concordate con i gruppi di base – chiamati «gruppi di affinità». Inoltre, come più volte asserito da uno degli esponenti più significativi dell’anarchismo internazionale, Noam Chomsky, le elezioni pseudo-democratiche sono solo una gigantesca kermesse, in cui i rapporti di forza tra i partiti sono già stabiliti dalla loro copertura mediatica e finanziaria. Una vera alternativa democratica non si dà, in quanto le «regole del gioco» delle competizioni elettorali prevedono non forme di partecipazioni dal basso, ma macchine burocratiche e oliate tramite affari e compromessi.


giovedì 7 luglio 2022

Una comunità di lotta

Il cittadinismo è l’ideologia che meglio si adatta alle conurbazioni, dato che non ha realmente bisogno di uno spazio pubblico per riprodursi, ma di qualcosa che gli assomigli, una sorta di spazio formale e simbolico in cui rappresentare un dibattito apparente. Affinché possa aver luogo un dibattito reale deve esistere un pubblico reale, una comunità di lotta; ma una comunità di questo tipo – un soggetto collettivo – è tutto il contrario di un’assemblea cittadinista, aggregazione volatile di individualità mutilate che imita i gesti della discussione diretta senza per questo andare a finire nella direzione richiesta, dato che evita accuratamente il rischio sfuggendo il combattimento. Le sue battaglie non sono che semplice chiasso e il suo eroismo nient’altro che una posa. Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.


giovedì 30 settembre 2021

UN PUNTO di vista anarchico

NON IL, ma un, punto di vista anarchico. Quindi contiene le caratteristiche tipiche della visuale anarchica che, pur essendo parziale, relativa e non assoluta, come tutte le visuali che non si limitino ad uno specifico campo d’azione, rappresenta una chiave di lettura capace di abbracciare valori universali, proposti con la consapevolezza di una validità estensibile a tutti ed a tutte le situazioni. Ed il punto di vista anarchico principe presuppone sopra ogni altra cosa il rifiuto incondizionato di ogni genere di sopraffazione di potere e di ogni forma di dominio, in nome del riconoscimento di fatto di un’eguaglianza sociale diffusa, di pratiche costanti di libertà e del ripudio di qualsiasi esercizio della violenza nell’espletamento delle decisioni e della volontà collettive, rese operanti attraverso strutture orizzontali, non gerarchiche e non rigide. Qual è il problema di fondo rispetto all’auspicabile possibilità della realizzazione di una futura società anarchica? Corrisponde al superamento e all’abbattimento delle barriere storicamente consolidate, strutturali senza dubbio, ma soprattutto culturali, che mantengono in piedi la stabilità degli assetti di potere del vigente dominio. L’istituzionalizzazione del potere in atto, infatti, che legittima la necessità del comando gerarchico e della sua esecuzione attraverso l’uso della forza costituita, ha in sostanza due tipi di giustificazione: la prima, la più antica ed ancestrale è di tipo religioso, secondo la cui credenza dio o più dei, dal momento che non si fidano dell’imperfezione umana da essi stessi creata, dall’alto del loro potere superumano obbligano l’umanità ad obbedire ad alcuni uomini scelti da loro per eseguire la volontà divina, rivelata e in genere sancita da sacre scritture; l’altra, di carattere laico, è l’homo homini lupus hobbessiano, secondo cui, dal momento che fin dalle origini dello stato di natura ogni uomo è ostile agli altri uomini, per poter vivere in sicurezza e in armonia la società ha necessità di trovare chi la comanda, capace d’imporre con la forza quell’ordine indispensabile al vivere comune, che per una diffusa convinzione altrimenti verrebbe meno. Il compito degli anarchici allora è quello di proporsi e di agire per dimostrare e convincere che le motivazioni storicamente determinatesi, della volontà di dio e della necessità del comando dall’alto, altro non sono che semplici credenze umane, imposte e legittimate nel tempo dalla volontà dei potenti di turno. Non solo sono eludibili, ma perfettamente sostituibili con una visione fondata su principi di libertà, su una conduzione delle cose collettive non governata dall’alto, sulla possibilità di organizzarsi senza gerarchie di comando e con forme di gestione orizzontale. Possiamo benissimo non essere governati, ma autogovernarci, sostituendo il potere della forza d’imposizione con la reciprocità, la solidarietà e un’effettiva partecipazione alle decisioni, che non avranno perciò più la necessità di essere imposte con la forza e la legittimità giuridica di corpi armati addetti alla sicurezza ed all’ordine pubblico, cioè da esecutori della volontà di istituzioni autoritarie.


giovedì 8 luglio 2021

Autodifesa, parte dell’istinto umano

La maggior parte della popolazione mondiale vive in condizioni deplorevoli, non perché non è diventata civilizzata o modernizzata, ma perché è obbligata ad essere la manodopera del cosiddetto potere del primo mondo. Alcuni di noi vivono nel primo mondo soffrendone, con estrema alienazione, deterioramento fisico, distorsione psicologica, e vuoto spirituale, non ci sono dubbi che siamo tutti diretti in un percorso unidirezionale verso la sorte avversa. Quindi nell'essere anarchici si è automaticamente rivoluzionari, o comunque atti a promuovere l'insurrezione a scopo di liberazione. Questo può avvenire in diverse forme, ma la riforma dei sistemi di dominazione non sono punti di vista anarchici. Mentre molte azioni anarchiche possono essere considerate non violente, non esiste limite da porre alla nostra resistenza. Come anarchisti, dobbiamo rifiutare i limiti ideologici e filosofici mentre scegliamo come resistere. L'interazione fisica con l’autorità necessita di andare oltre la passività e i simboli. Infatti, molti anarchici adottano la violenza rivoluzionaria come reazione naturale e necessaria all'oppressione. Se noi guardiamo ovunque nel mondo naturale, osserviamo che l'auto-difesa fa parte dell’istinto umano. È importante mettere in discussione le limitazioni ideologiche che provengono da luoghi di estremo privilegio. Molte persone della Terra non hanno la possibilità di decidere quale sia la risposta più giusta alla dominazione, e spesso devono scegliere fra la vita e la morte. Non è questione di riflessione personale o di perfezionismo ideologico; è agire o morire. Questo non significa che tutto deve essere collegato alla resistenza violenta, ma piuttosto, sapendo che esiste, ammettere che è giustificata (in molte situazioni), e che non deve essere condannata. La violenza rivoluzionaria, nelle sue varie forme, è una risposta necessaria alla violenza istituzionale del sistema, ed è necessaria per la continuazione di tutte le forme di vita.


giovedì 17 giugno 2021

Azione diretta e rappresentanza collettiva

 

Affinché la critica anti-industriale possa riempire di contenuti le lotte sociali, deve nascere una cultura politica radicalmente diversa da quella che predomina oggi. Questo vuol dire iniziare a ricostruire tra gli oppressi, al di fuori della politica ma all'interno del conflitto stesso, una comunità di interessi opposti a questo sviluppo tecnologico infinito del capitale. Per questo motivo, la molteplicità degli interessi locali deve condensarsi e rafforzarsi in un interesse generale, al fine di concretizzarsi in obiettivi precisi ed in alternative reali attraverso un dibattito pubblico. Una comunità siffatta deve essere egualitaria e guidata dalla volontà di vivere in un altro modo. La politica anti-industriale si fonda sul principio dell'azione diretta e della rappresentanza collettiva, motivo per cui non deve riprodurre la separazione tra dirigenti e diretti che configura la società esistente. In questo ritorno al pubblico, l'economia deve ritornare alla domus, rivendicare quel che è stata, un'attività domestica. Da un lato la comunità deve garantirsi contro qualsiasi potere separato, organizzandosi in maniera orizzontale attraverso strutture assembleari e controllando nel modo più diretto possibile i suoi delegati e rappresentanti, in modo che non si ricostituiscano gerarchie formali o informali. Dall'altro, deve interrompere la sottomissione alla razionalità mercantile e tecnologica. Non potrà mai controllare le condizioni della propria riproduzione inalterata se agisce altrimenti, ovvero se crede al mercato e alla tecnologia, se riconosce la seppur minima legittimità alle istituzioni del potere dominante o se adotta i suoi modi di funzionamento.


giovedì 10 giugno 2021

Siamo diventati dei disabili

In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo civilizzato abbiamo perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci … Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo civilizzato non siamo più in grado di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo, di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili al nostro nutrimento … Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo civilizzato siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo di immaginarlo un mondo diverso …  A forza di artificializzarci silenziosamente, di separarci con leggerezza dalla vita vissuta, di recitare la parte dei polli in batteria subordinando la realtà reale a quella virtuale, arriveremo a perdere anche solo la capacità di immaginarlo un mondo naturale nel quale tornare a vivere.


giovedì 20 maggio 2021

Il fine del processo di civilizzazione

Oggi siamo tutti progressivamente privati delle nostre capacità di genere e messi di continuo alla mercé di una macchina o delle decisioni di uno specialista. In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito abbiamo perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci … Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito non siamo più in grado di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo, di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili al nostro nutrimento … Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo incivilito siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo di immaginarlo un mondo diverso. Per farla breve il fine del processo di civilizzazione è quello di far perdere ad ogni individuo la capacità di saper disporre di se stesso.

Quello che dobbiamo sempre ricordare che un’esistenza senza catene è la sola condizione compatibile con la vita umana e della Terra; la sola condizione in cui poter godere di un’esistenza libera e gratificante insieme e non contro gli altri.   


giovedì 13 maggio 2021

“I dirigenti rivoluzionari”

Dal momento in cui il popolo in rivolta rinuncia alla sua volontà per seguire quella dei suoi consiglieri, perde l'impiego della sua libertà e incorona, con l'ambiguo titolo di dirigenti rivoluzionari, i suoi oppressori di domani. In ciò consiste, in qualche sorta, l'astuzia del potere parcellare: esso genera delle rivoluzioni parcellari, scisse dal rovesciamento di prospettiva, separate dalla totalità; paradossalmente dissociate dal proletariato che le fa. Come potrebbe la totalità delle libertà rivendicate accontentarsi di qualche briciola delle libertà conquistate senza fare subito le spese di un regime totalitario? Si è creduto di vedervi una maledizione: la rivoluzione che divora i suoi figli: come se la sconfitta di Makhno, l'annientamento di Kronstadt, l'assassinio di Durruti non fossero già stati implicati dalla struttura dei nuclei bolscevichi iniziali, forse anche dai modi autoritari di Marx nella Prima Internazionale. Necessità storica e ragione di stato non sono che necessità e ragione dei dirigenti chiamati ad avallare il loro abbandono del progetto rivoluzionario, il loro abbandono della radicalità. La nuova ondata insurrezionale riunisce oggi dei giovani che si sono tenuti lontani dalla politica specializzata, che sia di sinistra o di destra, o che vi sono passati rapidamente, il tempo di un errore di giudizio o di un'ignoranza scusabili. Nel maremoto nichilista, tutti i fiumi si confondono. Ciò che importa è solo l'al di là di questa confusione. La rivoluzione della vita quotidiana sarà la rivoluzione di quelli che, ritrovando con maggiore o minore facilità i germi di realizzazione totale conservati, contrastati, nascosti nelle ideologie di ogni genere, avranno per ciò stesso cessato di essere mistificati e mistificatori.


giovedì 6 maggio 2021

Democrazia locale e autogestionaria

Il nostro sogno è che il prossimo futuro sia l'alba di un altro comunismo che consideri la democrazia locale il punto di partenza di ogni azione. Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. Più che un agonismo su un'equità solo declamata, abbiamo bisogno di regole semplici, di accordi morali. Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio. Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un'idea di scuola e un'idea di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. La società si decide spezzando l'autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo.


giovedì 11 marzo 2021

Per un'autodifesa energetica

Nel corso del suo sviluppo, il capitalismo industriale aveva  favorito il fiorire di nuove invenzioni (elettricità, macchina a vapore, ferrovia). Quel che  restava di ricerca indipendente è ormai  sottomesso all'esteso controllo degli interessi di mercato che gestiscono i bilanci. Il capitalismo finanziario  produce un vuoto della scienza e della coscienza. Questo vuoto "di cui la natura ha orrore", rivela altre vie possibili, incoraggia l'esplorazione di un sapere originato dalla vita e non più dalla sopravvivenza com'è stato finora. Fisica, biologia, arte, medicina sono in cerca di una rifondazione radicale. Mentre gli ambienti scientifici, sotto lo choc del coronavirus, hanno perso credibilità per la loro incompetenza, le loro menzogne e la loro arroganza, la curiosità e il gusto della ricerca sono in cerca di un nuovo dinamismo. Tenuti al margine dalle lobbie scientifiche, molti ricercatori aspirano alla libertà di pescare nella vita inesplorata quel che può migliorare la nostra esistenza quotidiana e il suo ambiente. 

a) Le collettività locali e regionali devono sostenere progetti che contribuiscano alla gratuità dell'elettricità e del riscaldamento. Solo l'ingegnosità e l'ostinazione permetteranno di soppiantare l'egemonia delle mafie verde-dollaro sulle energie rinnovabili. 

b) Lo stesso vale per l'autorganizzazione della mobilità che richiede la messa a punto di trasporti gratuiti e non inquinanti. Non tocca forse alle collettività locali il compito di reinventare quel che lo Stato e le mafie petrolifere hanno distrutto? 

c) Non c'è nessun bisogno di visioni apocalittiche per capire che siamo nel cuore di una mutazione di civiltà. Se tutto cambia di base, ciò significa anche che le decisioni da prendere in materia di ambiente dipendono esclusivamente dalle assemblee comunali e regionali, tralasciando referendum patrocinati dallo Stato inquinatore.


giovedì 4 febbraio 2021

IL FEDERALISMO E L’AUTOGESTIONE

L'Individuo è il fine ultimo ma la sua realizzazione viene vista da questa appartenenza alla realtà autogestionaria. L'autogestione dunque malgrado la sua connotazione a-statale, non esclude al suo interno forme decisionali di tipo democratico (maggioranza / minoranza) o di ampia delega. È su questa radice che si basa il federalismo "libertario" connaturato all'autogestione perché riconosciuto insito nelle mutevoli ma permanenti necessità consociative delle varie realtà consociative. Allo stesso modo che l'autogestione non esclude forme di ampia delega, il federalismo libertario non esclude forme di organizzazione statale ridotta alle funzioni essenziali e configura una costruzione dalla periferia al centro. Il federalismo anarchico parte anch'esso dall'autogestione e del resto è l'anarchismo a porne il concetto, ma non si limita ad essere a-statale. Il federalismo anarchico è antistatale perché pone come non ulteriore ma primario elemento autarchico l'individuo, che trova il legame con gli altri e le altre realtà non nel "bene comune" ma nella solidarietà volontaria. Rifiuta così non solo il concetto di governo dall'alto ma anche quello della democrazia e della delega. Il federalismo anarchico non riconosce maggioranze o minoranze ma solo l'oggettivo prevalere di una soluzione "tecnica" su altre ed il diritto per chi non condivide quella prevalente di provare la propria. Il concetto di autogestione e di federalismo diventa talmente peculiare nell'anarchismo da renderlo difficilmente compatibile con qualsiasi costruzione di tipo statico e assolutamente incompatibile con quella di tipo statale. Il suo federalismo non è una costruzione dal basso all'alto ma nemmeno dalla periferia al centro, è tendenzialmente una costruzione orizzontale.


giovedì 10 dicembre 2020

La gratuità appartiene alla tradizione contadina e operaia

La felicità non si paga, si strappa alla società che la vende. 

I rossi mattini sono meno importanti della scintilla che li accende.  

L’emancipazione dei godimenti porta in sé la gratuità universale di cui perirà la civiltà mercantile.

Siamo così abituati ad aspettare, anche nei piaceri più ludici, il giro di manovella, lo scatto della ruota della fortuna, il conto da che il risultato infelice di ogni sovversione è già incluso nell’avventura. Pertanto, lo spirito di sconfitta e di disperazione è sempre sul punto di mordersi la coda come il cerchio vizioso della merce. La passione della distruzione ha cessato di essere una passione creatrice, ne è semplicemente un surrogato. In fondo alla disperazione dove ci hanno trascinato le società industriali, la gratuità comincia a farsi strada. Quando uno sciopero della cassiera libera i clienti dal loro ruolo e li aiuta a prendere e a dare senza contropartita, quando gli operai si mettono a distribuire le merci dei magazzini, quando la gente rifiuta di pagare l’affitto, la luce, i trasporti, quando l’esproprio abbandona la rabbia della disinibizione per giocare alla distribuzione festosa dell’abbondanza, possiamo domandarci se la proletarizzazione, attraverso lo scambio permanente, non trascini con sé anche la sua radicale liquidazione. Del resto il lasciarsi andare alla gratuità appartiene alla tradizione contadina e operaia.


giovedì 26 novembre 2020

Il predominio dell’essere sull’avere

Per quanto l’oscurantismo della nostra epoca  e la società dello spettacolo si sforzano di propagare l’istupidimento, l’insensibilità, il servilismo, la legge del più forte e del più furbo, niente potrà impedire al pensiero radicale di avanzare e di minare di nascosto lo spettacolo in cui la miseria esistenziale è elevata a virtù. La notte delle coscienze ha un tempo unico. Non c’è riuscita possibile per le ideologie ammuffite e per le vecchie gomme sgonfie della religione rigonfiate in tutta fretta, rimesse in sesto, gettate in pasto a una disperazione che l’affarismo è bravo a rendere redditizia. Ubbidendo al la logica del profitto a breve termine, il valore d’uso del lavoro cede il passo al suo valore di scambio. Da quando la tirannia del lavoro è stata assorbita dalla tirannia del denaro, un grande vuoto monetizzabile si è impadronito delle teste e dei corpi. Quelli che incitano al lavoro sono gli stessi che lo distruggono. Quelli che osano oggi glorificare il lavoro sono gli stessi che chiudono le imprese per giocarsele in borsa alla roulette delle speculazioni borsistiche. Nel bene e nel male è iniziata la fine dello sfruttamento della natura, la fine del lavoro, dello scambio, della predazione, della separazione da sé stessi, del sacrificio, dei sensi di colpa, della rinuncia al piacere, del feticismo del denaro, del potere, dell’autorità gerarchica, del disprezzo e della paura della donna, della subornazione del bambino, dell’ascendente intellettuale, del dispotismo militare e poliziesco, delle religioni, delle ideologie, della rimozione e dei suoi sfoghi mortiferi. Non c’è che la volontà di vivere che permetta il predominio dell’essere sull’avere, del godimento sull’appropriazione, della creazione sul lavoro e dall’affinamento dei piaceri sulla redditività delle loro rappresentazioni mercantili.

Per questo dobbiamo scommettere sull’autonomia degli individui, sulla collettività che federandosi getteranno le basi di una società solidale e su quella facoltà creatrice che è in ciascuno e che la necessità di lavorare ha sempre ostacolato.