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giovedì 21 giugno 2012

UNA NUOVA ECOLOGICA VISIONE DEL MONDO


Nell'attuale visione del mondo meccanicista gli esseri viventi non sono altro che macchine, con esigenze puramente materiali e tecnologiche,  proprio quelle che un sistema altamente centralizzato e tecnologico può soddisfare.
Qualsiasi problematica sociale ed ecologica viene interpretata e ridotta in modo tale da essere riconducibile ad una soluzione tecnologica, attraverso qualche nuovo processo o ritrovato tecnico.
Nei termini fissati dal paradigma di dominio non sarà mai possibile capire e interpretare gli aspetti che ci hanno portato all'attuale situazione. Le relazioni sono intrecciate a un livello tanto fondamentale e profondo che non è più possibile isolarle dal loro contesto e separarne una dalle altre. 
In questa disumanizzazione le stesse sensibilità e capacità di provare empatia per ciò che ci circonda sono colpite alla radice. All'interno di un percorso di distruzione dello spirito, la morte del pianeta sarà solo una conseguenza di cui rammaricarci. Continueremo a far saccheggiare e manipolare i nostri corpi finché non adotteremo una visione d'insieme, non potremmo mai sentirci vicini agli altri animali se non capiamo che siamo animali, non potremmo percepire la foresta come l'elemento essenziale per la vita sulla Terra se anche noi ci sentiamo parte di essa.
La  visione antropocentrica ha diviso il mondo in territori di saccheggio, ha ridotto gli elementi in combustibile per mandare avanti questo sistema tecno-industriale. La reificazione della natura ha aperto la strada a quel processo di devastazione che chiamiamo civilizzazione. La realtà è ridotta a ciò che si può misurare, quantificare, verificare, negando qualsiasi altro valore qualitativo. Il dualismo pervade le nostre menti separate dai nostri corpi e i nostri corpi disgiunti dal mondo circostante.
Soggiaciamo al progresso materiale, all'efficienza dell'automatismo, alla specializzazione sopra qualsiasi altro valore, così facendo estirpiamo giorno per giorno ciò che di naturale è in noi e confermiamo invece come naturale il mondo surrogato che ci circonda ed assedia.
Normali cicli e processi naturali, come l'acqua, con cui l'ecosfera rende possibile la vita sulla Terra, non solo vengono svuotati da ogni valore intrinseco, a tutto viene assegnato un valore strettamente economico. Diventano parte di un processo tecnico che trasforma una materia viva in prodotto o servizio profittabile. 
Come non è possibile la coesistenza tra nocività e un mondo libero e naturale, non è conciliabile un'opposizione interna al sistema tecnoindustriale dove tutto ciò che si pone in alternativa è già recuperato dal sistema stesso. 
Riaffermare la questione ecologica non significa quindi occuparsi degli effetti ultimi ambientali, ma del significato profondo, causale, del distacco dell'uomo dalla natura. Abbiamo bisogno di una nuova ecologica visione del mondo, che sviluppi sensibilità con cui costruire una rete di contesti e reciprocità non gerarchiche, in cui possano crescere reali rapporti non mediati dalla macchina e dalle sue istituzioni, in cui è possibile autodeterminarsi come individui e riprendersi in mano la propria vita nella sua interezza.
Pensiamo sia necessario agire subito senza perdere altro tempo per cercare di inceppare l'attuale meccanismo, per cercare di fare aprire gli occhi, scuotere gli apatici, gli indifferenti e tutti, tutte coloro che si sono rassegnati allo stato di cose presenti.
L'ecologismo radicale potrà essere una reale lotta di cambiamento solo se saprà approfondire la propria radicalità, slegandosi dal dominio e da chi lo sostiene apertamente o subdolamente. 
L'ecologismo radicale potrà costruire percorsi di cambiamento solo se saprà non fermarsi su cause singole estrapolate dall'insieme, ma se avrà la capacità di intrecciarsi e saper comprendere gli altri movimenti di lotta, approfondendo la critica ed estendendo il conflitto.

giovedì 26 aprile 2012

La liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate


Esiste una forma di progresso che non sia sfruttamento di esseri viventi? Cosa contraddistingue effettivamente le civiltà umane da quando hanno compiuto un balzo fuori dalla dinamica binaria che contrappone predatori e prede?
La domesticazione (e la contemporanea reificazione/mercificazione) di animali e piante è stato il fattore scatenante della cosiddetta rivoluzione neolitica che segnò il passaggio dalla comunità di cacciatori del paleolitico alla primitiva società gerarchica che fu poi la base dello stato. Cosa resta di quell’atto di sopraffazione verso la natura, nella nostra moderna civiltà fondata sul diritto? Possiamo dire concluso il tempo della nostra lotta per la sopravvivenza e guardare a un futuro di sviluppo sostenibile e non autoritario o invece, come ha affermato qualcuno, il neolitico (connotazione di dominio) non è ancora finito?
La prevaricazione e la dominazione sono centrali nella cultura dell'animale uomo, la mercificazione è la sua naturale conseguenza (lo sfruttamento degli animali negli allevamenti di vario genere e i laboratori di vivisezione costituiscono anche oggi la base economica della società), la dominazione dell’animale umano diviene parte di un sistema sociale via via più centralizzato e gerarchico, che ha interiorizzato e riprodotto un dispositivo di potere che rende gli individui strumenti economici (merce) funzionali  all’espansione della società, e che forma in quanto organizzazione sociale la struttura della coscienza e dell’agire dell’uomo.
Quando ebbe inizio il vero e proprio predominio dell’uomo sulla natura però, e la conferma vieni da studi archeologici, non ci fu un aumento di benessere generalizzato, come la prevalente ottica progressista tende a far credere. Il surplus di risorse derivante da agricoltura e allevamento fu invece, da subito, funzionale al vantaggio quasi esclusivo delle classi privilegiate, che amministravano un potere che si reggeva sull’accettazione da parte dei membri della società di un ordine gerarchico basato sulla divisione in classi e la schiavitù.
Ipotizzare la liberazione animale e della natura, come fanno i movimenti animalisti ed ecologisti radicali sorti a partire dagli anni 70, ha perciò un potenziale esplosivo che va al cuore della nostra civiltà, di cui però non è ancora stata compresa a pieno la portata nemmeno da coloro che, nel non saper analizzare efficacemente le origini e la natura dell’antropocentrismo che combattono, non sono in grado di agire politicamente e risolvono la propria lotta nelle scelte etiche individuali di consumo e di alimentazione.
Ciò che interessa è invece riflettere sulla possibilità di spezzare la circolarità del dominio, e quindi del sistema gerarchico e quindi immaginare e realizzare la possibilità sia di una soggettività vitale nella natura, sia della  naturalità nell’uomo.
La solidarietà verso gli altri esseri viventi, che fuori dall’illusione spirituale di una coscienza umana “superiore” si mostrano finalmente come soggetti stretti dalla contingenza di una comune dimensione fisica spezza la necessità della sopraffazione che da sempre contrappone le specie viventi nella lotta per la sopravvivenza, aprendo la possibilità di un salto di qualità dal regno della necessità al regno della libertà. Impossibile delineare, oggi, i tratti di un cambiamento del genere, ma è certo che in quest’ottica la liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate una all’altra, la seconda presuppone la prima.