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giovedì 19 febbraio 2026

IL PENSIERO-SUONO

Non vi è dunque né materializzazione dei pensieri, né spiritualizzazione dei suoni, ma si tratta del fatto per cui il pensiero-suono implica divisioni e per cui la lingua elabora le sue unità costituendosi tra due masse amorfe. Ogni lingua crea dunque il proprio repertorio di significati articolando arbitrariamente la massa di per sé amorfa del pensiero. In questo senso il significato è linguisticamente autonomo: non esistono significati prima, al di fuori o indipendentemente dalla lingua; il significato nasce all'interno del sistema linguistico ed è un'entità tutta linguistica. 

Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l'espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità. Il pensiero, caotico per sua natura, è forzato a precisarsi decomponendosi.  

giovedì 14 dicembre 2023

Pensiero e linguaggio

 


Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l'espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità. Il pensiero, caotico per sua natura, è forzato a precisarsi decomponendosi. Non vi è dunque né materializzazione dei pensieri, né spiritualizzazione dei suoni, ma si tratta del fatto per cui il pensiero-suono implica divisioni e per cui la lingua elabora le sue unità costituendosi tra due masse amorfe. Ogni lingua crea dunque il proprio repertorio di significati articolando arbitrariamente la massa di per sé amorfa del pensiero. In questo senso il significato è linguistcamente autonomo: non esistono significati prima, al di fuori o indipendentemente dalla lingua; il significato nasce all'interno del sistema linguistico ed è un'entità tutta linguistica.  

giovedì 22 ottobre 2020

LE PAROLE LIBERE

 

Le parole libere di esprimersi non devono essere messe al servizio della difesa dell’umano: esse appartengono, in quanto libertà, alla libertà dell’umano. Non è soltanto ciò che desta la coscienza e il portavoce del suo risveglio: è il linguaggio restituito al vivente, quello che esprime il modo in cui viviamo il mondo e lo stile con cui intendiamo viverlo.

Le parole libere ridanno vita al linguaggio, al contrario dell’economia che ne fa una lingua morta, rinsecchita, composta di vocaboli intercambiabili, oggetto di scambio e non elemento soggettivo e intersoggettivo, nato dalla magia, dall’incanto, dalla poesia. Infatti è nella natura del linguaggio il radicarsi nella vita, in quanto esperienza fondamentale dell’esistenza quotidiana, che diversifica gli esseri e le cose, che li allontana e li avvicina ma, costituendo la loro sostanza comune, non li separa mai. 

La libertà d’espressione smetterà di essere il surrogato della libertà d’azione quando la vitalità e l’efficienza che essa racchiude in sé scongiureranno e scoraggeranno le contraffazioni creando una consonanza tra la fraternità delle parole e la fraternità degli uomini. 

La libertà di dire tutto esiste soltanto se la si rivendica di continuo. Rinnega se stessa se si riduce a un consumo passivo di idee preconcette, la cui proliferazione caotica la soffoca.

Resta una libertà soltanto a patto che si restituisca alle parole quella vita inscindibile dal vissuto quotidiano, senza la quale una lingua si fossilizza e diventa stereotipo.

Rompere con il vecchio sistema di sfruttamento che ci ha dominati finora significa restituire al linguaggio quella vocazione poetica dotata in origine, del potere di influire sulle circostanza e sul destino degli esseri.


giovedì 27 dicembre 2018

Il linguaggio della menzogna

I giornali, la radio, la televisione sono i veicoli più grossolani della menzogna, non solo perché allontanano dai veri problemi, dal “come vivere meglio?” che si pone concretamente ogni giorno, ma perché costringono gli individui ad identificarsi con immagini ben fatte, a porsi astrattamente al posto di un capo di stato, di una vedette, di un assassino, di una vittima, a reagire come altro da sé. Le immagini che ci dominano sono il trionfo di tutto ciò che non siamo e di tutto ciò che ci allontana da noi stessi; di ciò che ci trasforma in oggetti destinati unicamente ad essere classificati, etichettati, gerarchizzati secondo i parametri del sistema della merce universalizzata.
Esiste un linguaggio al servizio del potere gerarchico. Esso non alligna solamente nell’informazione, nella pubblicità, nel senso comune, nelle abitudini, nei gesti condizionati, ma è presente anche in tutti i discorsi che non preparano la rivoluzione della vita quotidiana, in tutti i discorsi che non sono posti al servizio dei nostri piaceri.
Il sistema mercantile impone le sue rappresentazioni, le sue immagini, il suo senso, il suo linguaggio. Questo tutte le volte che si lavora per lui, quindi per la maggior parte del tempo. L’insieme di idee, di immagini di identificazioni, di condotte determinate dalla necessità di accumulazione e di riproduzione della merce costituisce lo spettacolo in cui ciascuno recita ciò che non vive realmente e vive falsamente ciò che non è. Perciò il ruolo è una menzogna vivente, e la sopravvivenza una maledizione senza fine.
Lo spettacolo (ideologie, cultura, arte, ruoli, immagini, rappresentazioni, parole-merci) è l’insieme delle condotte sociali mediante le quali gli uomini entrano a far parte del sistema mercantile. Partecipare questa farsa significa rinunciare a se stessi, ridursi a meri oggetti di sopravvivenza (merci), e rinviare per l’eternità il piacere di vivere concretamente per se stessi e di costruire liberamente la propria vita quotidiana.
Noi siamo per una società dove il diritto di comunicazione reale apparterrà a tutti, dove ognuno potrà far conoscere i propri desideri e i propri interessi avendo a sua completa disposizione tutte le tecniche (stampa, telecomunicazioni, internet …), dove la costruzione di una vita appassionante eliminerà per sempre la necessità dei ruoli e la costrizione di dover dare maggior importanza all’apparenza piuttosto che al vissuto autentico. 

giovedì 5 novembre 2015

Critica del linguaggio

La serie di attentati contro il linguaggio, che va dalle composizioni maccheroniche del Medioevo a Jean-Pier Brisser passando per le orde iconoclaste, prende la sua vera luce dall’esplosione dadaista. La volontà di dar battaglia ai segni, al pensiero, alle parole, corrisponde per la prima volta nel 1916 a una vera crisi della comunicazione. La liquidazione del linguaggio, così spesso intrapresa speculativamente tentava di realizzarsi storicamente. Finché un’epoca serbava tutta la sua fede nella trascendenza del linguaggio e in Dio, il signore di ogni trascendenza, il dubbio nutrito circa i segni faceva parte dell’azione terrorista. Quando la crisi dei rapporti umani ebbe spezzato il tessuto unitario di comunicazione mistica, l’attentato contro il linguaggio assunse il carattere di una rivoluzione. Tanto che si è quasi tentato di presumere, alla maniera di Hegel, che la decomposizione del linguaggio abbia scelto il movimento Dada per rivelarsi alla coscienza degli uomini. Nel regime unitario, la stessa volontà di giocare con i segni è rimasta senza eco, in qualche modo tradita dalla storia. Denunciando la comunicazione falsificata, Dada avviava lo stadio di superamento del linguaggio, la ricerca della poesia. Il linguaggio del mito e il linguaggio dello spettacolo si arrendono oggi alla realtà che li sottende: il linguaggio dei fatti. Questo linguaggio, portatore della critica di tutti i modi di espressione, porta in sé la propria critica. Poveri sotto-dadaisti! Per non aver capito niente del superamento necessario implicato da Dada, continuano a spappagallare che i nostri sono dialoghi di sordi. Così hanno la loro mangiatoia ben fornita nello spettacolo della decomposizione culturale.
Il linguaggio dell’uomo totale sarà il linguaggio totale; forse la fine del vecchio linguaggio delle parole. Inventare questo linguaggio è ricostruire la persona anche nel suo inconscio. Nel connubio infranto dei pensieri, delle parole, dei gesti, la totalità si cerca attraverso la non-totalità. Bisognerà parlare ancora fino al momento in cui i fatti permetteranno di tacere.