La fiducia nella crescita economica illimitata come soluzione ai mali della società è insita nel sistema capitalista, ma è solo dopo gli anni ’50 del secolo scorso che è diventata, con il nome di sviluppo, una politica di Stato. Da allora la Ragione di Stato è diventata principalmente Ragione di Mercato. Per la prima volta la sopravvivenza delle strutture del potere statale non dipendeva più dalle guerre, fossero anche fredde, ma dalle economie, preferibilmente calde. La libertà, da sempre associata ai diritti civili, veniva espressa sempre più come diritto commerciale. Da quel momento essere liberi significava esclusivamente poter lavorare, comprare e vendere in tutta libertà, senza regole né ostacoli. Di conseguenza il grado di libertà delle società capitaliste tendeva a essere determinato dalla percentuale dei disoccupati e dai livelli di consumo, ovvero dal livello di integrazione dei lavoratori nell’economia. E, come corollario, la contestazione sociale più autentica si è venuta definendo come rifiuto del lavoro e del consumismo, ovvero come negazione dell’economia resasi indipendente dalla collettività, come critica anti-industriale. Lo sviluppo si è trasformato rapidamente in una minaccia, non solo per l’ambiente e il territorio, ma anche per la vita delle persone ormai ridotta agli imperativi del lavoro e del consumo. L’alterazione dei cicli geochimici, l’avvelenamento dell’ambiente, la disgregazione degli ecosistemi e l’esaurimento delle risorse mettono letteralmente in pericolo la sopravvivenza della specie umana. Il rapporto tra la società urbana e l’ambiente circostante suburbanizzato è diventato sempre più critico, poiché l’urbanizzazione generalizzata del mondo lo porta a una banalizzazione distruttrice non meno generalizzata: l’uniformizzazione del territorio attraverso l’accesso facilitato; la distruzione della terra con l’inquinamento e il cemento; la rovina dei suoi abitanti immersi in un nuovo ambiente reso artificiale, sporco e ostile. Lo sviluppo, valorizzando economicamente il territorio e la vita, non poteva che provocare il degrado dell’ambiente naturale e la decomposizione sociale, ma dal momento che ogni forma di crescita è diventata una forma di distruzione, la distruzione è diventata essa stessa un nuovo fattore economico, condizione sine qua non della crescita.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 24 ottobre 2024
giovedì 11 aprile 2024
ECOLOGIA SOCIALE LIBERTARIA
Bookchin parte da una concezione ecologica più ampia, che riveste il sociale come il biologico: vede nella situazione del mondo oggi una crisi del rapporto uomo-natura di vasta portata, crisi dovuta soprattutto all'atteggiamento culturale che la nostra società ha rispetto alla natura che viene vista come puro oggetto, esteriorizzata, considerata un nemico da dominare e sfruttare. Questo atteggiamento non è altro che la trasposizione analogica del concetto di dominio dell'uomo sull'uomo che permea la nostra società. Quindi l'unica ecologia realmente possibile è quella che cambia radicalmente i rapporti sociali, che si pone da un punto di vista sociale in modo rivoluzionario poiché l'unica società ecologica è quella libertaria. La situazione odierna con i suoi disastri planetari (Bookchin ha citato solo alcuni casi particolarmente significativi: il disboscamento della foresta amazzonica e l'inquinamento oceanico che diminuiscono l'ossigeno; l'aumento dell'anidride carbonica, le migliaia di casi di abitazioni costruite su residui tossici che provocano malattie mortali e mutazioni genetiche) non può essere risolto solo dalla tecnologia, dalle macchine o da nuovi prodotti chimici; non si andrebbe certo alla radice del problema, anzi queste tecniche, senza dei principi libertari sono pericolose. Il problema non è creare satelliti artificiali per l'energia solare o nuovi strumenti sempre più complicati per risolvere i problemi dell'inquinamento, il punto è rivoltare la situazione, creare comunità a misura d'uomo dove tutti siano in grado di capire e quindi di decidere sui loro problemi, riprendersi in mano la vita, ricostruire uno spirito umano che non deleghi continuamente, ma partecipi attivamente. Oggi la nostra società sta riportando indietro l'evoluzione di milioni di anni, attraverso il cemento, i metalli. Coprendo il suolo e irradiandolo, stiamo creando un mondo sempre più inorganico; con un'agricoltura sempre più semplificata stiamo sostituendo ad habitat variati ecosistemi semplici, inadatti a forme di vita superiori: stiamo insomma creando un mondo per i microrganismi. Per Bookchin la soluzione non è tecnica, ma sociale: è solo attraverso cambiamenti molecolari della struttura sociale, con l'instaurarsi di una società diversa, che potremo operare un'inversione di tendenza. Questi sono i punti in cui Bookchin è più vicino a Kropotkin, sia per l'idea dell'industria decentralizzata, legata a comunità piccole in stretta relazione con la campagna, dove agricoltura e artigianato convivano, sia per l'idea di interazione tra lavoro manuale e intellettuale. In effetti gli esempi citati da Bookchin (orti sui terrazzi di alcuni ghetti, proposte di ristrutturazioni agricole) sono molto simili alle idee espresse da Kropotkin in Campi, fabbriche e officine. Inoltre Bookchin rivaluta, attraverso le ultime scoperte scientifiche, il mutuo appoggio di Kropotkin: l'importanza della simbiosi della natura oggi è considerata molto più valida rispetto alla lotta per la sopravvivenza cara alla scienza del XIX secolo. Per quanto riguarda il rapporto tra cultura e natura, Bookchin ritiene che l'uomo e la società fanno parte della natura. Noi siamo natura pensante, non possiamo estrarre l'umanità dalla natura: tra natura e cultura ci sarebbe un interscambio continuo che va scoperto, perché anche se il rapporto che l'uomo ha con l'ambiente è un rapporto culturale, questo rapporto poi produce un più alto grado di animalità. La difficoltà principale di questo dibattito è stabilire i significati dei due termini natura e cultura, ambedue così legati ai nostri schemi culturali. Per Bookchin la chiave di questo problema, come quello di una scienza diversa con nuovi fondamenti, sta proprio nell'approccio ecologico. È da qui che può nascere una nuova tecnologia. Se la tecnica è stata storicamente il dominio dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sulla natura, questo non vuol dire che non possa esistere una tecnologia profondamente diversa. Anche perché accanto alla tecnica dominante è sempre esistita una tecnica fatta di piccole macchine e di piccoli strumenti, una tecnica con ritmi biologici e immaginazione artistica: una tecnica libertaria che si è sempre contrapposta alla tecnica dominante. Per capire meglio questo concetto, bisogna precisare che la tecnologia è definita in questo contesto nel modo più ampio comprendendo, oltre alle macchine e al loro uso, l'energia e i suoi mezzi di sfruttamento, la comunicazione, le interazioni tra le persone, l'organizzazione del lavoro e il rapporto uomo-natura. L'ecologia deve recuperare le tecniche libertarie, riportarle nella società: una tecnologia che non deve più essere strumento di pochi eletti, quasi fosse un rito misterioso, ma capacità di tutti. A dimostrare che questa è la strada giusta c'è proprio la scoperta e la critica che la borghesia fa oggi alla sua tecnica, non più funzionale. Tentativo di recupero da parte del potere che tende alla semplificazione e alla centralizzazione. Ma giunto alla scala mondiale deve reintrodurre la varietà e la diversificazione se vuole sopravvivere. Uno dei compiti principali dell'ecologia è quindi di non farsi strumentalizzare; bisogna essere coscienti e vigili perché senza una coscienza libertaria l'ecologia decade a puro ambientalismo. La via ecologica è la via degli orti al posto delle monoculture, dell'agricoltura organica, ma è anche la lotta contro l'espropriazione e lo sfruttamento; la lotta per la varietà e diversità in tutti i campi, la lotta per un'educazione diversa, perché gente controllata e mistificata può solo creare omogeneità, può solo autodistruggersi; un problema quindi sociale ed etico
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giovedì 22 febbraio 2024
Il Digitale, la soluzione del Capitale
L’impatto del sistema digitale sugli ambienti naturali resta, malgrado qualche crepa nel consenso, una delle principali cose impensate della nostra epoca, perfino negli ambienti della contestazione. La fabbricazione di smartphone e tablet, di semiconduttori e chip RFID, di antenne-ripetitori e batterie, consuma e distrugge straordinariamente risorse, in termini di metalli, energia e acqua. Il consumo elettrico legato al funzionamento delle reti e allo stoccaggio dei dati aumenta in modo vertiginoso, nella misura in cui la nostra vita è assorbita da Internet; e fa sì che il sistema digitale contribuisca alle emissioni di gas serra molto più del trasporto aereo. Ora, qual è la “soluzione” proposta dall’oligarchia politico-industriale per salvare il pianeta e il clima? Digitalizzare. Mettere ovunque sensori elettronici e microchip. Adoperare software e robot per gestire il consumo di energia e l’inquinamento. Non c’è nessun “Grande reset”. Di fronte alla catastrofe ecologia e sociale, c’è una radicalizzazione del vecchio progetto capitalista industriale di padroneggiare la natura e di razionalizzare l’essere umano, per trarvi profitto e potere. Che tutto questo sia ribattezzato “transizione energetica”, “decarbonizzazione”, “reti intelligenti di energie rinnovabili”, la leva di questa radicalizzazione risiede nel digitale. Pochi territori saranno risparmiati da questa radicalizzazione industriale: aumento spropositato di parchi eolici e pannelli solari, con l’aggiunta di nuovi reattori nucleari; moltiplicazione di antenne-ripetitori; proliferazione di data center, oltre alle miniere. L’annuncio recente della riapertura di un vecchio sito minerario, nell’Allier, per estrarre litio in grandi quantità, segna il debutto di una nuova fase: diventa sempre più difficile non stabilire il legame tra le predazioni industriali specifiche di questo o quell’altro luogo, e il Grande progetto capitalista di digitalizzazione totale. (Écran total Occitania, Tolosa, 19 novembre 2022)
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giovedì 2 novembre 2023
Due parole sulla tecnologia - Marco Camenisch
Abbiamo bisogno di un mix di pessimismo e di ottimismo. Le questioni sono aperte. Questa civiltà fa schifo, questo è il pessimismo che dobbiamo cercare di tramandare, la consapevolezza che la civiltà è letale. Ma la questione è aperta. Ci sono degli scritti di Jarach che mi sono piaciuti, in cui dice che noi come anarchici non dobbiamo essere troppo duri e puri… La storia non ha ancora dimostrato quale tipo di organizzazione sia quella giusta per raggiungere l’obiettivo di una rivoluzione, quindi anche noi come anarchici a un certo punto dobbiamo sospendere il giudizio, su cosa intendiamo per autoritario o antiautoritario, su come organizzarci insieme alle persone normali, oppure tra di noi, oppure con i comunisti. Jarach dice che la questione dell’organizzazione non è ancora stata risolta, nella storia non ci sono risposte, sono tutte da verificare, non si sa cosa funziona meglio in una data situazione. Perché l’errore che commettiamo spesso è che facciamo confusione e agiamo, pensiamo e predichiamo come se la rivoluzione fosse già avvenuta. Siamo in una certa situazione con determinate condizioni e dobbiamo agire in modo molto contraddittorio e non possiamo agire se diciamo: “no, ho ragione io”. Quindi penso che dobbiamo essere molto cauti nel fare affermazioni, nel dire le cose sono così e così, dobbiamo verificare le cose, verificarle da noi e insieme ad altre persone. E poi chiederci: cosa posso fare? Jarach, e credo anche tu John, dite che anche l’anarchismo è un’ideologia moderna e perciò dobbiamo metterla in discussione, anche in collegamento con le lotte che ci sono attorno a noi. Non possiamo pretendere che gli indiani siano dei perfetti primitivisti o degli anarchici, infatti non lo sono. E noi lo siamo? No, neanche noi lo siamo! Sono io che devo sapere come cambiare, e poi chiedere alle persone che mi stanno vicino di cambiare in modo da rispettare l’autodeterminazione. Per me forse è una scorciatoia ma quando rifletto sull’anarchismo, il primitivismo è lì, è al suo interno, è logico, ovvio. Così come è logico che se hai il concetto di anarchia (apposta non ho detto (anarchismo) la critica della civiltà è basilare, fondamentale, perché la civiltà non ha nulla di anarchico, lo dimostra l’intera storia e a maggior ragione l’attualità, per cui spesso nelle discussioni posso soltanto dire che le cose sono semplici: se pensi alla rivoluzione, una vera rivoluzione, l’analisi primitivista anarchica è in un certo senso ovvia. Se non possiedi questi strumenti per capire come vanno le cose, penso che non avrai l’opportunità di andare alle fondamenta, di andare davvero alla radice delle cose. Senza andare alla radice non è possibile cambiare per davvero le cose, perché altrimenti ci si fermerà sempre a un certo limite… ci penserà la prossima generazione… ma magari la prossima generazione vorrà Facebook, no? O forse invece non lo vorrà, dirà che è un’alienazione, che è controproducente e così via. Ma cosa dirai alle giovani generazioni ormai abituate a Facebook, devi dire loro che hai le stesse critiche di base che devi avere contro le automobili, che però usi pure tu…
giovedì 8 giugno 2023
Parliamo di ecologia sociale
L'ecologia sociale è il prodotto della solida tradizione organicista presente nella filosofia occidentale, da Eraclito alla dialettica quasi evoluzionistica di Aristotele e di Hegel, fino allo straordinario approccio critico della famosa Scuola di Francoforte - con particolare riguardo alla spietata critica del positivismo logico (che affiora ripetutamente in Naess) e del misticismo primitivista di Heidegger (che emerge a ogni passo negli scritti sull'"ecologia profonda"). Da un punto di vista sociale, l'ecologia sociale è rivoluzionaria, non semplicemente "radicale". Descrive minuziosamente e critica lo sviluppo delle gerarchie in tutte le sue forme, dall'elitarismo neo-malthusiano alla brutalità ecologica di un David Foreman, dall'anti-umanismo di un David Ehrenfeld al razzismo latente, all'arroganza da Primo Mondo, al nichilismo yuppie dello spiritualismo post-modernistico. L'ecologia sociale si rifà alle profonde analisi eco-anarchiche di Piotr Kropotkin, alle teorie economiche radicali di Karl Marx, alle promesse emancipatorie dell'illuminismo rivoluzionario formulate dal grande enciclopedista Denis Diderot, agli Enragés della Rivoluzione Francese, agli ideali femministi rivoluzionari di Louise Michel e di Emma Goldman, agli ideali comunitari di Paul Goodman e di E. A. Gutkind e ai vari manifesti eco-rivoluzionari dei primi anni '60. Politicamente parlando, l'ecologia sociale è Verde - radicalmente Verde. È vicina all'ala sinistra dei Verdi tedeschi; ai movimenti extra-parlamentari europei; all'emergente movimento eco-femminista radicale americano; alle richieste di una nuova politica fondata sulle iniziative dei cittadini, sulle assemblee di quartiere e sulle assemblee municipali secondo la tradizione della Nuova Inghilterra; ai movimenti non-allineati e anti-imperialisti in patria e all'estero; alle lotte dei popoli di colore contro la dominazione dei bianchi privilegiati e contro le superpotenze da una parte e dall'altra della cortina di ferro. Sotto il profilo morale, l'ecologia sociale è dichiaratamente umanistica, nel senso più alto che questo termine aveva nel rinascimento. L'umanesimo ha significato, da sempre, uno spostamento della visione dal cielo alla terra, un passaggio dalla superstizione alla ragione, dalle divinità agli esseri umani - che sono il prodotto dell'evoluzione naturale non meno di quanto lo siano gli orsi grizzly e le balene. L'ecologia sociale rifiuta il "biocentrismo", che fondamentalmente nega o degrada l'unicità degli esseri umani, la loro soggettività, la razionalità, la sensibilità estetica e le potenzialità etiche di questa specie straordinaria. Ma alla stessa stregua, l'ecologia sociale rifiuta l'"antropocentrismo", che conferisce a una minoranza privilegiata il diritto di sfruttare il mondo della vita, ivi compresi i giovani, le donne, i poveri e i non privilegiati. Di fatto, l'ecologia sociale rifiuta qualsiasi forma di "centralità", nuovo sinonimo di gerarchia e di dominazione - sia dominazione della natura da parte di un "Uomo" mistico, sia dominazione degli uomini da parte di una "Natura" altrettanto mistica. Per l'ecologia sociale, natura è sinonimo di evoluzione naturale. L'evoluzione naturale è la natura, nel senso - quanto mai reale - che consiste di atomi e molecole evolutisi in aminoacidi, proteine, organismi intercellulari, codici genetici, invertebrati e vertebrati, anfibi, rettili, mammiferi, primati ed esseri umani - e tutto ciò in una spinta cumulativa verso una sempre maggiore complessità, una sempre maggiore soggettività e infine una mente sempre più grande, capace di pensiero concettuale, dalla più sofisticata comunicazione simbolica e dell'auto-coscienza, nella quale l'evoluzione naturale conosce risolutamente e deliberatamente se stessa. Di fatto, la specie umana è il prodotto dell'evoluzione naturale, non meno di quanto lo siano le alghe azzurre. Svilire questa specie in nome dell'"antiumanesimo", negare ai suoi membri il carattere unico di esseri pensanti, dotati di una facoltà senza precedenti come quella del pensiero concettuale, significa negare la ricca fecondità della stessa evoluzione naturale. Separare gli esseri umani e la società dalla natura significa dualizzare e mozzare la natura stessa, diminuire il significato e la portata dell'evoluzione naturale in nome di un "biocentrismo" che passa più tempo trastullandosi con mantra, divinità e cose sovrannaturali, invece che occuparsi delle realtà della biosfera e del ruolo della società nei problemi ecologici. Così l'ecologia sociale non cela dietro metafora il proprio impegno critico e ricostruttivo. Dà alla società "tecnologico-industriale" il nome di capitalismo - un termine che attribuisce la responsabilità dei nostri problemi ecologici alle fonti vive e ai rapporti sociali che danno loro origine, e non all'allestimento di una "Terza Ondata" che confonde queste fonti con la tecnica, con una "mentalità" tecnica o addirittura con i tecnici che lavorano alle macchine. Infine, l'ecologia sociale non ignora le classi sociali, le differenze etniche, l'imperialismo e l'oppressione, creando semplicemente un contenitore universale detto "Umanità", contrapposto a una "Natura" mistificata, privata di ogni sviluppo.
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giovedì 27 maggio 2021
L'immondizia essenziale del nostro mondo
L'immondizia essenziale del nostro mondo come riduzione ultima della materia all'astrazione. La vera ultima realtà è l'Immondizia: gettare tutto nella immondizia, il più rapidamente possibile, è l'ordine più, imperioso che oggi riceviamo, e contribuire all'accumulo dei rifiuti è il contributo essenziale dei sudditi del Mondo. Ed è così che forse la più famosa delle scoperte di Freud, l'identità tra merda e denaro, raggiunge adesso la sua realizzazione pratica, in quanto tutti gli oggetti del Mondo, digeriti e scambiati in denaro tutti indifferentemente, trovano, il loro destino ultimo e la giustificazione nell'essere componenti dell’immondezzaio in cui la Nuova Società trasforma le terre ed i mari: un immondezzaio, certamente meno organico e meno vivo della merda primitiva, nella quale quella umana era ancora quasi simile a quella del meraviglioso asino che cagava monete d'oro; ma non è che naturale, considerato quel processo di astrazione attraverso il quale la digestione delle cose è passato i cimiteri di carcasse di auto che invadono le riserve naturali non sono, a dire la verità, molto diversi dai mucchi di automobili vive che intasano le città; ma questo spettacolo della morte delle auto non fa che rivelare il carattere funereo delle auto vive, il loro carattere di bare ambulanti della stupidità umana, che forse tra il frastuono ed i semafori potrebbe passare inavvertito. E anche L’indistruttibilità e l'eternità pratica che, gli apocalittici attribuiscono alle materie plastiche invadenti ed alla radioattività delle scorie delle fabbriche di atomi per la Pace non sono che manifestazioni del carattere di materia astratta (sia come materia aristotelica, sia come atomi democritei) che in questi ultimi residui delle cose si realizza.
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giovedì 28 maggio 2020
È tempo di prendere coscienza
Bisogna imparare a scommettere sulla nostra creatività per affondare un sistema che si distrugge minacciandoci di distruzione. Quando avremo capito che il desiderio di una vita diversa è già quella vita, smetteremo di cadere nella trappola dei dualismi intellettuali - bene e male, riformismo e radicalismo, ottimismo e pessimismo - che ci distolgono dai nostri veri problemi. La disperazione è oggi insieme alla paura, l'arma più efficace per il totalitarismo mercantile. Questo è ormai arrivato a rendere redditizia la speranza, facendo quotidianamente della verità, del suo declino una verità universale che incita a una saggia rassegnazione, meglio accontentarsi di un oggi miserabile dal momento che il domani sarà peggiore.
E' tempo di prendere coscienza delle occasioni offerte all'autonomia individuale e alla creatività di ciascuno. Secondo il parere dei suoi promotori, il capitalismo finanziario è condannato all'implosione a più o meno lunga scadenza. Ciononostante in una forma sclerotizzata si profila un capitalismo risanato che progetta di approfittare delle energie rinnovabili facendocele pagare allorché sono gratuite. Ci vengono proposti biocarburanti a condizione di accettare delle culture transgeniche di colza, l'ecoturismo getta le basi di un saccheggio della biosfera. A questi livelli è già possibile intervenire. Le risorse naturali ci appartengono, sono gratuite e devono essere messe al servizio della gratuità della vita. Toccherà alle comunità autonome assicurare la loro indipendenza energetica e alimentare liberandosi dal peso delle multinazionali e degli stati che sono loro vassalli. Ci è offerta l'occasione di riappropriarci delle energie naturali riappropriamoci della nostra stessa esistenza.
Abbiamo troppo spesso concesso degli alibi alla disperazione che nasce dal sentimento di dover lottare contro un nemico troppo potente. In effetti non si tratta di affrontare quel che uccide, ma di battersi per vivere meglio.
E' tempo di prendere coscienza delle occasioni offerte all'autonomia individuale e alla creatività di ciascuno. Secondo il parere dei suoi promotori, il capitalismo finanziario è condannato all'implosione a più o meno lunga scadenza. Ciononostante in una forma sclerotizzata si profila un capitalismo risanato che progetta di approfittare delle energie rinnovabili facendocele pagare allorché sono gratuite. Ci vengono proposti biocarburanti a condizione di accettare delle culture transgeniche di colza, l'ecoturismo getta le basi di un saccheggio della biosfera. A questi livelli è già possibile intervenire. Le risorse naturali ci appartengono, sono gratuite e devono essere messe al servizio della gratuità della vita. Toccherà alle comunità autonome assicurare la loro indipendenza energetica e alimentare liberandosi dal peso delle multinazionali e degli stati che sono loro vassalli. Ci è offerta l'occasione di riappropriarci delle energie naturali riappropriamoci della nostra stessa esistenza.
Abbiamo troppo spesso concesso degli alibi alla disperazione che nasce dal sentimento di dover lottare contro un nemico troppo potente. In effetti non si tratta di affrontare quel che uccide, ma di battersi per vivere meglio.
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giovedì 2 aprile 2020
Ipotizzare la liberazione animale e della natura
La domesticazione di animali e piante è stato il fattore scatenante della cosiddetta rivoluzione neolitica che segnò il passaggio dalla comunità di cacciatori del paleolitico alla primitiva società gerarchica che fu poi la base dello stato.
La prevaricazione e la dominazione sono centrali nella cultura dell'animale uomo, la mercificazione è la sua naturale conseguenza (lo sfruttamento degli animali negli allevamenti di vario genere e i laboratori di vivisezione costituiscono anche oggi la base economica della società), la dominazione dell’animale umano diviene parte di un sistema sociale via via più centralizzato e gerarchico, che ha interiorizzato e riprodotto un dispositivo di potere che rende gli individui strumenti economici (merce) funzionali all’espansione della società, e che forma in quanto organizzazione sociale la struttura della coscienza e dell’agire dell’uomo. Quando ebbe inizio il vero e proprio predominio dell’uomo sulla natura però, e la conferma vieni da studi archeologici, non ci fu un aumento di benessere generalizzato, come la prevalente ottica progressista tende a far credere. Il surplus di risorse derivante da agricoltura e allevamento fu invece, da subito, funzionale al vantaggio quasi esclusivo delle classi privilegiate, che amministravano un potere che si reggeva sull’accettazione da parte dei membri della società di un ordine gerarchico basato sulla divisione in classi e la schiavitù.
Ipotizzare la liberazione animale e della natura, come fanno i movimenti animalisti ed ecologisti radicali sorti a partire dagli anni 70, ha perciò un potenziale esplosivo che va al cuore della nostra civiltà, spezza la circolarità del dominio, e fa saltare il sistema gerarchico.
La solidarietà verso gli altri esseri viventi, che fuori dall’illusione spirituale di una coscienza umana “superiore” si mostrano finalmente come soggetti stretti dalla contingenza di una comune dimensione fisica spezza la necessità della sopraffazione che da sempre contrappone le specie viventi nella lotta per la sopravvivenza, aprendo la possibilità di un salto di qualità dal regno della necessità al regno della libertà. Impossibile delineare, oggi, i tratti di un cambiamento del genere, ma è certo che in quest’ottica la liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate una all’altra, la seconda presuppone la prima.
La prevaricazione e la dominazione sono centrali nella cultura dell'animale uomo, la mercificazione è la sua naturale conseguenza (lo sfruttamento degli animali negli allevamenti di vario genere e i laboratori di vivisezione costituiscono anche oggi la base economica della società), la dominazione dell’animale umano diviene parte di un sistema sociale via via più centralizzato e gerarchico, che ha interiorizzato e riprodotto un dispositivo di potere che rende gli individui strumenti economici (merce) funzionali all’espansione della società, e che forma in quanto organizzazione sociale la struttura della coscienza e dell’agire dell’uomo. Quando ebbe inizio il vero e proprio predominio dell’uomo sulla natura però, e la conferma vieni da studi archeologici, non ci fu un aumento di benessere generalizzato, come la prevalente ottica progressista tende a far credere. Il surplus di risorse derivante da agricoltura e allevamento fu invece, da subito, funzionale al vantaggio quasi esclusivo delle classi privilegiate, che amministravano un potere che si reggeva sull’accettazione da parte dei membri della società di un ordine gerarchico basato sulla divisione in classi e la schiavitù.
Ipotizzare la liberazione animale e della natura, come fanno i movimenti animalisti ed ecologisti radicali sorti a partire dagli anni 70, ha perciò un potenziale esplosivo che va al cuore della nostra civiltà, spezza la circolarità del dominio, e fa saltare il sistema gerarchico.
La solidarietà verso gli altri esseri viventi, che fuori dall’illusione spirituale di una coscienza umana “superiore” si mostrano finalmente come soggetti stretti dalla contingenza di una comune dimensione fisica spezza la necessità della sopraffazione che da sempre contrappone le specie viventi nella lotta per la sopravvivenza, aprendo la possibilità di un salto di qualità dal regno della necessità al regno della libertà. Impossibile delineare, oggi, i tratti di un cambiamento del genere, ma è certo che in quest’ottica la liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate una all’altra, la seconda presuppone la prima.
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giovedì 4 luglio 2019
Statuto delle Piante
art 1
La terra è la casa comune della vita.
La sovranità appartiene di ogni essere vivente
art 2
La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono
art 3
La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate
art 4
La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni
art 5
La Nazione delle Piante garantisce il diritto all'acqua, al suolo e all'atmosfera puliti
art 6
Il consumo di qualsiasi risorsa non è ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
art 7
La Nazione delle Piante non ha confini.
Ogni essere vivente libro di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione
art 8
La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturale di essere viventi come strumento di convivenza e di progresso.
La terra è la casa comune della vita.
La sovranità appartiene di ogni essere vivente
art 2
La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono
art 3
La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate
art 4
La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni
art 5
La Nazione delle Piante garantisce il diritto all'acqua, al suolo e all'atmosfera puliti
art 6
Il consumo di qualsiasi risorsa non è ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
art 7
La Nazione delle Piante non ha confini.
Ogni essere vivente libro di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione
art 8
La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturale di essere viventi come strumento di convivenza e di progresso.
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Stefano Mancuso
giovedì 16 agosto 2018
Gli EcoAnarchici
Gli ecoanarchici tendono a considerare la civiltà come la logica, le istituzioni e l'apparato materiale dell'addomesticamento, del controllo e del dominio. Anche se i diversi individui e gruppi danno priorità ad aspetti distinti della civiltà (per esempio i primitivisti si concentrano tipicamente sulla questione delle origini, le femministe essenzialmente sulle radici e sulle manifestazioni del patriarcato e gli insurrezionalisti principalmente sulla distruzione delle attuali istituzioni di controllo), la maggioranza degli ecoanarchici concorda sul fatto che essa è il problema di fondo o l'origine dell'oppressione e deve essere smantellata. L'avanzamento della civiltà può essere descritto a grandi linee come il passaggio,nel corso degli ultimi 10.000 anni,da un'esistenza integrata e profondamente collegata alla trama della vita a un'esistenza separata che controlla il resto della vita. Prima della civilizzazione,si disponeva di abbondante tempo da dedicare ai propri interessi e piaceri e vi era notevole autonomia e uguaglianza fra i sessi, un atteggiamento non distruttivo nei confronti del mondo naturale,l'assenza di violenza organizzata,
nessuna mediazione o istituzione formale,buona salute e robustezza fisica. La civiltà ha inaugurato la guerra, la sottomissione delle donne,la crescita della popolazione, il lavoro di fatica, il concetto di proprietà, le gerarchie costituite e praticamente ogni malattia nota, per nominare solo alcuni dei suoi derivati devastanti. La civilizzazione comincia con e si basa su una rinuncia forzata alla libertà istintiva. La civiltà non può essere riformata ed è quindi nostra nemica.
nessuna mediazione o istituzione formale,buona salute e robustezza fisica. La civiltà ha inaugurato la guerra, la sottomissione delle donne,la crescita della popolazione, il lavoro di fatica, il concetto di proprietà, le gerarchie costituite e praticamente ogni malattia nota, per nominare solo alcuni dei suoi derivati devastanti. La civilizzazione comincia con e si basa su una rinuncia forzata alla libertà istintiva. La civiltà non può essere riformata ed è quindi nostra nemica.
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giovedì 29 giugno 2017
Noi non rimaniamo che dei prodotti del pianeta
L'uomo non vive solo sul suolo, nasce anche dalla terra; ne è figlio, così come dicono tutte le mitologie dei popoli. Noi siamo della polvere, dell'acqua, dell'aria, combinati. E' da essa (terra) che noi traiamo la nostra sostanza; essa ci alimenta dei suoi succhi nutrienti, fornisce l'aria ai nostri polmoni e ci donna la vita, il movimento dell'essere. E' dunque impossibile che le forme terresti con le quali la flora e la fauna si armonizzano in modo così ammirabile, non si riflettano ugualmente nei fenomeni vitali di questa altra fauna che noi chiamiamo umanità. L'uomo, questo essere ragionevole che ama tanto vantare il suo libero arbitrio, non può nemmeno rendersi indipendente dai climi e dalle condizioni fisiche del territorio che egli abita. La nostra libertà, nei nostri rapporti con la terra, consiste nel riconoscere le leggi per conformarvi la nostra esistenza. Noi non rimaniamo che dei prodotti del pianeta. E non è solamente in quanto individui isolati che noi apparteniamo alla terra, le società, considerate nel loro insieme, hanno dovuto necessariamente modularsi alla loro origine sul suolo che le ha sostenute; esse hanno dovuto riflettere nella loro organizzazione intima gli innumerevoli fenomeni delle terre emerse nel continente, delle acque fluviali e marittime, della atmosfera dell'ambiente.
E' dalla azione del pianeta sul uomo e dalla reazione dell'uomo nei confronti del pianeta che nasce questa armonia che è la storia della razza umana. La Terra costituisce i corpi dell'umanità e l'uomo, a sua volta, è l'anima della Terra. Senza appropriarci orgogliosamente del globo che ci ospita, ci è permesso dire, che dopo essere stati per lungo tempo dei semplici prodotti appena coscienti, noi diveniamo attori via via più attivi dentro la sua storia.
E' dalla azione del pianeta sul uomo e dalla reazione dell'uomo nei confronti del pianeta che nasce questa armonia che è la storia della razza umana. La Terra costituisce i corpi dell'umanità e l'uomo, a sua volta, è l'anima della Terra. Senza appropriarci orgogliosamente del globo che ci ospita, ci è permesso dire, che dopo essere stati per lungo tempo dei semplici prodotti appena coscienti, noi diveniamo attori via via più attivi dentro la sua storia.
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giovedì 15 settembre 2016
Il criterio dell'azione diretta
Le esigenze della biosfera e della biodiversità non possono essere negoziate nell'arena politica ma vanno calate nella pratica di un vissuto politico-sociale concreto e utopico allo stesso tempo, e in linea con la tradizione del rifiuto della delega e dell'auto-rappresentanza. La "guerra" per conservare spazi incontaminati (wilderness) non è semplicemente volta a preservare determinate possibilità di ricreazione all'aria libera, bensì si propone abbastanza aggressivamente di ricreare vaste aree di wilderness in tutti gli ecosistemi del pianeta: identificare aree chiave, chiudere strade, rimuovere insediamenti, e reintrodurre la vita selvaggia sradicata.
Il criterio dell'azione diretta, ispirato ai principi della disobbedienza civile, include forme di protesta nonviolenta come i sit-in o tree-sitting, i raduni eco-pacifisti, il guerrilla-theatre, nonché le forme piu estreme collegate alle pratiche del sabotaggio ecologico (monkeywrenching). Flessibilità e capacità di adattarsi alle situazioni porta inoltre gli attivisti del movimento a non disdegnare di servirsi, all'occasione, di mezzi legali come le campagne di pressione per lettera o e-mail, la documentazione e raccolta di dati, la causa intentata contro privati responsabili di comportamenti non in linea con la legislazione sull'ambiente. Tali strategie vengono ritenute in alcuni casi necessarie, ma assolutamente non sostitutive dell'azione diretta nelle sue varie forme, definita come uno sforzo personale e focalizzato in prima linea nella guerra condotta contro il pianeta. Occorre rivendicare la funzione dell'arresto o della disobbedienza civile nel richiamare l'attenzione sui problemi della difesa delle foreste, della biodiversità e della wilderness.
Nel movimento, oggetto di dibattito particolare e l'opportunità di accettare o incoraggiare una strategia nonviolenta ma fortemente illegale come il sabotaggio ecologico, visto come massima forma di disobbedienza civile, da adottarsi in casi estremi: esso non viene ufficialmente riconosciuto ma parecchi attivisti lo praticano a titolo individuale (in ogni caso, con obiettivi mirati e modalità il più possibile nonviolente).
Il criterio dell'azione diretta, ispirato ai principi della disobbedienza civile, include forme di protesta nonviolenta come i sit-in o tree-sitting, i raduni eco-pacifisti, il guerrilla-theatre, nonché le forme piu estreme collegate alle pratiche del sabotaggio ecologico (monkeywrenching). Flessibilità e capacità di adattarsi alle situazioni porta inoltre gli attivisti del movimento a non disdegnare di servirsi, all'occasione, di mezzi legali come le campagne di pressione per lettera o e-mail, la documentazione e raccolta di dati, la causa intentata contro privati responsabili di comportamenti non in linea con la legislazione sull'ambiente. Tali strategie vengono ritenute in alcuni casi necessarie, ma assolutamente non sostitutive dell'azione diretta nelle sue varie forme, definita come uno sforzo personale e focalizzato in prima linea nella guerra condotta contro il pianeta. Occorre rivendicare la funzione dell'arresto o della disobbedienza civile nel richiamare l'attenzione sui problemi della difesa delle foreste, della biodiversità e della wilderness.
Nel movimento, oggetto di dibattito particolare e l'opportunità di accettare o incoraggiare una strategia nonviolenta ma fortemente illegale come il sabotaggio ecologico, visto come massima forma di disobbedienza civile, da adottarsi in casi estremi: esso non viene ufficialmente riconosciuto ma parecchi attivisti lo praticano a titolo individuale (in ogni caso, con obiettivi mirati e modalità il più possibile nonviolente).
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giovedì 30 giugno 2016
Linsurrezione selvaggia da Bedlam Rovers
I Politici cercano in continuazione di prendersi cura dei lavoratori per migliorare le nostre condizioni. Il problema è che non li stanno mai ad ascoltare. Se lo facessero, capirebbero che in sostanza non vogliono lavorare, e non vogliono lavorare specialmente in un mondo come questo, né in qualsiasi altro programma di autogestione dei lavoratori. L’idea di autogestire la nostra schiavitù è ancor meno allettante dell’avere un nemico che fa schioccare la frusta. NOI sappiamo che l’industria non ci offre felicità né appagamento, perché ci viviamo dentro e perché l’abbiamo costruita. Questa storia dei politici di sinistra o dei sindacati che ci dicono che solo nelle fabbriche gestite dai lavoratori possiamo trovare la liberazione deve finire. Credete che la loro utopia eliminerà l’inquinamento e le sostanze tossiche prodotte dall’industria, l’abuso dei bambini e delle donne prodotto dal disprezzo che si prova per se stessi lavorando come bestie, e l’abuso di se stessi con droghe e alcol per riuscire a sopportare il lavoro o per essere più efficienti? A tutto questo la risposta è NO!
L’apparato industriale non può funzionare senza nocività. Contrariamente a quanto credono la maggior parte dei politici di ogni colore, non esiste una tecnologia eco-compatibile, il computer senza il quale non potete vivere non può essere fabbricato senza sostanze tossiche. Così, mentre liberate voi stessi, avvelenate anche l’aria che respirate e l’acqua che bevete, oltre a uccidere molte altre specie. Anche senza i capitalisti, il lavoro servile, duro, noioso, ripugnante continuerà ad esistere finché avremo bisogno di lavorare. Un’economia mercantile non può funzionare senza che la maggioranza delle persone continui a svolgere lavori di routine. Ora, se si crea un mondo in cui possiamo disporre di qualsiasi merce vogliamo: credete che la gente lavorerebbe meno? A quel punto lavoreremmo per la merce stessa, diventando quindi schiavi della merce e non più dei capitalisti. Non stiamo lottando per ottenere il nostro posto nella catena di montaggio e passare la vita lavorando. Non crediamo che gli esseri umani siano i razionali “eredi del pianeta”. I Politici non hanno niente da offrire alla nostra rivolta quotidiana. Allora che cosa dobbiamo fare? Ci hanno fatto credere che per cambiare dobbiamo andare a destra o a sinistra. Fottetevene. La risposta è l’insurrezione selvaggia.
L’apparato industriale non può funzionare senza nocività. Contrariamente a quanto credono la maggior parte dei politici di ogni colore, non esiste una tecnologia eco-compatibile, il computer senza il quale non potete vivere non può essere fabbricato senza sostanze tossiche. Così, mentre liberate voi stessi, avvelenate anche l’aria che respirate e l’acqua che bevete, oltre a uccidere molte altre specie. Anche senza i capitalisti, il lavoro servile, duro, noioso, ripugnante continuerà ad esistere finché avremo bisogno di lavorare. Un’economia mercantile non può funzionare senza che la maggioranza delle persone continui a svolgere lavori di routine. Ora, se si crea un mondo in cui possiamo disporre di qualsiasi merce vogliamo: credete che la gente lavorerebbe meno? A quel punto lavoreremmo per la merce stessa, diventando quindi schiavi della merce e non più dei capitalisti. Non stiamo lottando per ottenere il nostro posto nella catena di montaggio e passare la vita lavorando. Non crediamo che gli esseri umani siano i razionali “eredi del pianeta”. I Politici non hanno niente da offrire alla nostra rivolta quotidiana. Allora che cosa dobbiamo fare? Ci hanno fatto credere che per cambiare dobbiamo andare a destra o a sinistra. Fottetevene. La risposta è l’insurrezione selvaggia.
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giovedì 31 luglio 2014
Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto!
La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.
Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stessi per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.
Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.
Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?
La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.
Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!
Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stessi per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.
Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.
Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?
La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.
Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!
giovedì 13 marzo 2014
Una filosofia del rispetto per la natura
Una filosofia del rispetto per la natura può nascere solo sulle ceneri dell’idea dell’incontrollato e selvaggio dominio sulla natura e sulle ceneri di una cieca e utopistica sottomissione dell’uomo alla natura. La prima rischia di cancellare la natura (e con essa, ovviamente, anche l’uomo). La seconda è fondata su un rifiuto della presenza dell’uomo, su una sorta di senso di colpa per questa presenza e rischia di renderci impotenti. Entrambe queste filosofie tendono a distruggere, di là da tutte le loro buone intenzioni, la nostra possibilità di abitare la Terra. L’ideologia dell’incontrollato dominio può trasformare l’uomo in un sovrano, assiso su un mucchio di macerie in attesa di una tragica soluzione finale. La seconda può togliere all’uomo ciò che lo fa umano: la sua “emersione” dal mondo animale attraverso la costruzione di arnesi, del linguaggio, di complicate forme artificiali di vita associata. Questa nuova filosofia deve compiere due rinunce. Deve far sì che l’uomo riesca ad abbandonare, insieme e contemporaneamente, il sadismo dello sfruttatore e il masochismo de rinunciatario. Non si tratta di una facile impresa. Tali rinunce non implicano solo la revisione o l’abbandono di antiche e radicate ideologie e tradizioni di pensiero; esse comportano gravi disagi, suscitano resistenze notevoli, inducono alla messa in opera di potenti meccanismi di difesa. In primo luogo sadismo e masochismo costituiscono un intreccio non facilmente districabile. In secondo luogo, perché le due posizioni del dominio e della sottomissione rinviano continuamente e alternativamente l’una all’altra, sono l’una come lo specchio dell’altra e danno luogo a una sorta di moto pendolare delle idee. In terzo luogo, perché è facile che nella contrapposizione violenta fra le posizioni tradizionali trovino ascolto più le reciproche accuse di malafede che le analisi corrette. In quarto luogo, infine, perché questo tipo di contrapposizioni spinge molti a saltare, con poche e confuse idee, sul carro del vincitore del momento.
Non credo sia il caso di farsi illusioni. Credo che una larga parte della nozione comune o corrente di natura sia ancora oggi, come era alle origini, il risultato di proiezioni antropomorfe, sia intessuta di miti, sia legata a istinti e impulsi non razionali. La natura continuerà di volta in volta ad apparirci come una benefica forza creatrice, come un’invenzione continua di forme e, insieme, come una forza capace di produrre il male, priva di pietà, capace di suscitare i demoni della distruzione. E’molto probabile che nessuna filosofia possa sradicare dalla nostra mente quella antica e profonda ambivalenza che trovò espressione altissima nel grande poema di Lucrezio, che inizia non per caso con un inno a Venere genitrice e termina con un orrido quadro di desolazione e di morte.
Non credo sia il caso di farsi illusioni. Credo che una larga parte della nozione comune o corrente di natura sia ancora oggi, come era alle origini, il risultato di proiezioni antropomorfe, sia intessuta di miti, sia legata a istinti e impulsi non razionali. La natura continuerà di volta in volta ad apparirci come una benefica forza creatrice, come un’invenzione continua di forme e, insieme, come una forza capace di produrre il male, priva di pietà, capace di suscitare i demoni della distruzione. E’molto probabile che nessuna filosofia possa sradicare dalla nostra mente quella antica e profonda ambivalenza che trovò espressione altissima nel grande poema di Lucrezio, che inizia non per caso con un inno a Venere genitrice e termina con un orrido quadro di desolazione e di morte.
giovedì 6 marzo 2014
La tecnologia non è neutrale
Almeno fra le persone coscienti e critiche sarebbe fondamentale smitizzare i luoghi comuni legati all'idea che la tecnologia ci giova, ci aiuta e sia indispensabile, quasi, facesse ormai parte della nostra struttura biologica e psicologica.
Accettare lo sviluppo della tecnologia nella nostra vita quotidiana diventa però una feroce rimozione autolesionista verso nuove e sofisticate forme di schiavitù e di dipendenza totale. E' la contraddizione tra i nostri reali bisogni, autodeterminati e responsabili, spogliati da ogni reale autonomia di individuo e collettività a favore di un inarrestabile degrado ambientale e del rafforzamento dei soliti poteri economici.
Se ogni lotta non saprà liberarci dal quotidiano anche tecnico e tecnologico che ci sommerge sarà comunque una lotta inutile e persa in partenza. Le grandi aspirazioni che desideriamo tutto sommato sono la garanzia di sopravvivenza per tutti gli esseri del pianeta, abitando una vita degna di questo nome. La tecnologia non è neutrale. E' l'intima espressione dello stato, del potere, dello sfruttamento, del padrone, del modo di produzione industriale. Al pari del loro progresso e del loro sviluppo è solo un loro prodotto. La tecnologia non è al servizio dell'uomo e del mondo, bensì al contrario, di chi nel "progresso" e nello "sviluppo " ci guadagna.
E' logico che l'accettazione della tecnologia da parte dei giovani e giovanissimi sia assoluta. Sono le prime generazioni cresciute ed educate dal consumo, dal condizionamento e dal plagio mediatico e globale.
Accettare lo sviluppo della tecnologia nella nostra vita quotidiana diventa però una feroce rimozione autolesionista verso nuove e sofisticate forme di schiavitù e di dipendenza totale. E' la contraddizione tra i nostri reali bisogni, autodeterminati e responsabili, spogliati da ogni reale autonomia di individuo e collettività a favore di un inarrestabile degrado ambientale e del rafforzamento dei soliti poteri economici.
Se ogni lotta non saprà liberarci dal quotidiano anche tecnico e tecnologico che ci sommerge sarà comunque una lotta inutile e persa in partenza. Le grandi aspirazioni che desideriamo tutto sommato sono la garanzia di sopravvivenza per tutti gli esseri del pianeta, abitando una vita degna di questo nome. La tecnologia non è neutrale. E' l'intima espressione dello stato, del potere, dello sfruttamento, del padrone, del modo di produzione industriale. Al pari del loro progresso e del loro sviluppo è solo un loro prodotto. La tecnologia non è al servizio dell'uomo e del mondo, bensì al contrario, di chi nel "progresso" e nello "sviluppo " ci guadagna.
E' logico che l'accettazione della tecnologia da parte dei giovani e giovanissimi sia assoluta. Sono le prime generazioni cresciute ed educate dal consumo, dal condizionamento e dal plagio mediatico e globale.
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