Il termine sukeban deriva dall'unione delle parole suke (ragazza) e banchò (capo) e se all'inizio si riferiva solamente alle leader delle gang, ha poi iniziato a rappresentarle in senso globale, soprattutto presso i mass media. Quando si parla di sukeban si indica un fenomeno di delinquenza giovanile con protagoniste sole ragazze che ebbe la sua origine negli anni Sessanta. Quelle che dapprima si presentavano come gang scolastiche ribelli in conflitto con le norme scolastiche particolarmente restrittive, in seguito si trasformarono in gruppi di maggiore rilevanza sociale coinvolti in atti criminali che non potevano essere ignorati, e che mobilitarono forze di polizia ed istituzioni. In ambito sociale, il termine comincio ad essere utilizzato negli anni Sessanta per definire i membri di una banda criminale femminile (l'equivalente di banchò utilizzato per identificare i membri delle gang maschili), e usato per identificarne sia il capo, sia, in seguito i membri di una gang in generale. Nel corso degli anni Sessanta, la criminalità giovanile femminile (con annessi episodi di aggressioni di gruppo, taccheggio, e linciaggio), aumento a livelli esponenziali raggiungendo l'apice piu alto del periodo postbellico, con un tasso corrispondente a meno del 10% nel 1965 che sali nel corso degli anni Settanta fino a raggiungere il 19% nel 1981. Fumare nei bagni della scuola fu uno dei primi segni di delinquenza a diffondersi fra le ragazze, ma ben presto le gang cominciarono a proliferare con l'efficacia di un virus e a costruire la propria gerarchia degna di una vera banda criminale. Il fenomeno sukeban raggiunse una popolarità talmente elevata da toccare una quota di ventimila membri. Una delle piu pericolose sukeban mai esistite: K-Ko The Razor, leader a capo di una gang di cinquanta ragazze. Il nome di K-Ko the Razor derivava dalla scelta della sua arma personale, un rasoio, per l'appunto, e divento una leggenda. Le sukeban furono una vera e propria anomalia nella cultura criminale sessista e maschilista giapponese: nella yakuza infatti la componente femminile è praticamente inesistente e quelle poche presenti non hanno alcuna autorità. Ma gli anni '70 furono la culla di femminismo e di idee liberali, quindi anche le donne si sentirono libere di essere promiscue, ardimentose e violente come gli uomini. Le ragazze volevano dimostrare che la femminilità e la forza non si escludevano a vicenda e per questo portavano con orgoglio l'uniforme scolastica alla marinaretta, la classica "fuku" però modificata. La gonna divenne insolitamente lunga, in segno di protesta contro il ritratto sessualizzato delle adolescenti che andava all'epoca per la maggiore; era uno strumento di protezione con cui le ragazze dichiaravano che la loro esistenza non era legata ai desideri degli uomini. I mocassini furono sostituiti dalle sneakers Converse; la camicia a volte era tagliata per esporre l'ombelico, un fazzoletto da marinaio era annodato sotto il collo e i calzini erano colorati e morbidi. Il trucco poteva esserci ma le sopracciglia dovevano essere sottilissime e i capelli erano vistosi, colorati oppure con la permanente. E sotto a tutto questo, le sukeban nascondevano rasoi e catene. E anche dopo aver finito il liceo, continuavano a proclamare l'appartenenza al loro stato di sukeban ricamando rose e messaggi anarchici sulla stoffa, prendendo ispirazione dal movimento punk britannico.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 5 ottobre 2023
Senza femminismo niente anarchismo – Emma Goldman
Non è piacevole sperimentare atteggiamenti e comportamenti sessisti da parte dei compagni. La frustrazione e la delusione che ne conseguono giustificano, da parte delle donne, la tendenza ad uscire dai gruppi in cui vi sono anche uomini, per formare organizzazioni femminili separatiste. Tuttavia la soluzione separatista - che offre un'alternativa immediata e appetibile all'ira e alla frustrazione - è un errore, sia dal punto di vista teorico che sul piano pratico. Una politica settaria, fondata sulla divisione tra i sessi o su qualunque altro elemento di separazione, può diventare facilmente paranoica, e come tale può essere relegata ai margini, privata di ogni rilevanza. Non posso fare a meno di concordare con il punto di vista espresso dal "Manifesto anarco-femminista" dell'ANORG (Federazione anarchica della Norvegia), nel quale si legge tra l'altro: "Un anarchismo serio dovrebbe essere femminista, altrimenti sarebbe soltanto un mezzo anarchismo patriarcale, non un anarchismo vero. Garantire la presenza del fattore femminista dell'anarchismo è compito delle anarco-femministe. Senza femminismo non ci sarà anarchismo". Per parte mia aggiungerò che non ci sarà mai un vero, efficace femminismo senza anarchismo. Emma Goldman sarebbe d'accordo con me, perché era convinta che il femminismo non potesse sviluppare una teoria e una prassi libertarie isolandosi dalla più vasta lotta per la liberazione dell'umanità. Nella biografia "Emma Goldman: An Intimate Life" Alice Wexler riporta queste sue parole: "Ho polemizzato con le femministe... perché la maggior parte di loro considerava la schiavitù della donna come qualcosa di separato dal resto dell'umanità". La Goldman era convinta che "nonostante le linee di confine artificiali tracciate tra i diritti delle donne e quelli degli uomini... esiste un punto nel quale queste differenziazioni possono incontrarsi e fondersi in un insieme perfetto". Il pericolo che si annida in un femminismo inteso come politica orientata esclusivamente all'emancipazione della donna è, ovviamente, il riformismo politico e sociale. Come la Goldman stessa sottolineò, nel criticare il movimento suffragista, la conquista del voto da parte delle donne non rappresenta una minaccia per il sistema dominante - semplicemente, lo rafforza. La liberazione presuppone una trasformazione radicale dell'intero ordine politico, economico e sociale. Se questo obiettivo ultimo pare irraggiungibile, dobbiamo ugualmente pensare e agire secondo questo ideale necessariamente utopico. Si tratta di vivere creativamente, di sviluppare fantasie creative, fantasie necessarie, non avulse dall'area delle possibilità razionali. Secondo Alice Wexler, la Goldman "diede una dimensione femminista all'anarchismo e una dimensione libertaria al concetto dell'emancipazione della donna". Si adoperò perché gli anarchici riconoscessero al sesso la sua natura politica, ovvero comprendessero che una completa libertà sessuale e riproduttiva è requisito essenziale dell'emancipazione femminile. Questo concetto non sarà mai ribadito abbastanza nelle discussioni sul femminismo e sull'anarchismo, perché un'analisi più approfondita della politica della sessualità rivela l'intricata complessità dell'esperienza umana,- in termini di pensiero, sensazione e azione. Ora dobbiamo pensare sensitivamente. Ciò ci costringe a ripensare la natura della rivoluzione come processo, come prassi mutativa del pensiero, del sentimento e dell'attività sociale collettiva.
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giovedì 3 novembre 2022
La donna, il proletario del maschio
La rivoluzione sociale che il grado di decomposizione della società capitalista richiede, è possibile solo con la ricostituzione di un tessuto sociale costruito attorno alla centralità di un femminile totalmente da reinventare poiché la meccanica folle dell’economicismo l'ha completamente rimosso. Tra gli ultimi rantoli di una misoginia trionfante su cui è fondata la cultura patriarcale, il capitalismo chiude il ciclo delle civiltà dell'alienazione in quanto economia assoluta, dominio della merce sull'umano proletarizzato in cui la donna (di casa, in carriera o femminista) resta sempre il proletario del maschio poiché l'elemento femminile di ciascuno rimane prigioniero della supremazia accordata al soggetto virile. Anche di una donna che sa cavarsela si dice, del resto, che ha le palle, tesoro patetico messo fieramente in resta da chi porta i pantaloni e che consiste in una competitività senza limite e in un’ aggressività predatrice. Nel mondo gerarchico del dio denaro, un mitico fallo si erge sempre come lo scettro di un potere priapico orgasticamente impotente. L’autocostruzione di se, del proprio territorio psicogeografico di vita sfociante in un nuovo mondo, è l'unico giardino che ha senso coltivare, l'unica casa che vale la pena costruire, insieme ma ognuno a suo modo, come un dono per se stessi e per tutti quelli che si amano. Un uomo libero agisce per il piacere che attraverso la sua azione dona e riceve, incurante di ogni nuova morale che tenda a far rinascere le gerarchie sociali sulla base di un qualunque odioso senso di colpa, di una vergognosa debolezza, di un’intollerabile inferiorità, di un dover essere interiorizzato.
giovedì 31 gennaio 2019
Mary Wollstonecraft
Definita «la profetessa del femminismo moderno», nacque il 17 aprile 1759 a Spitalfields, un sobborgo di Londra, dove il padre era impegnato nella conduzione di una fattoria. La famiglia, composta da sei figli, da un padre autoritario, dispotico e a volte violento, e da una madre indolente e rassegnata, cambiò spesso domicilio nel disperato tentativo di allontanare la minaccia di miseria che la sovrastava. I ricordi dell’infanzia infelice e delle discordie familiari ritorneranno spesso nei romanzi e negli scritti di Mary. Sua unica fortuna, in tanto dissesto, fu che le venne risparmiata un’educazione convenzionale e la segregazione di solito riservata alle ragazze. Fu infatti lasciata libera di giocare all’aria aperta, con i suoi coetanei, e di avere un rapporto costante e simbiotico con la natura. La sua formazione culturale Mary se la verrà costruendo faticosamente in seguito e sarà quella di un’autodidatta. A diciotto anni decise di abbandonare la casa paterna alla ricerca della propria indipendenza economica, ma la morte della madre la costrinse a tornare in famiglia per occuparsi dei fratelli e del padre.
Nel 1783 la troviamo a Newington Green, vicino a Londra, una comunità di ricchi dissidenti intellettuali dove, con l’aiuto dell’amica Fanny Blood aprì una scuola. Qui ebbe la possibilità di conoscere Richard Price, filosofo, teologo nonché amico di Franklin, Jefferson, Condorcet, Priestley, e di stabilire contatti con la comunità «nonconformista». La Wollstonecraft entrò così in rapporto con i radicali inglesi e le loro idee libertarie. Nel 1787 pubblicò Thoughts on the Education of Daughters, un saggio pedagogico ispirato a Rousseau e a T. Day, ma che risentiva del pensiero pedagogico di Locke e che anticipava alcune affermazioni della sua Vindication... L’anno successivo vide la luce il suo primo romanzo Mary: A fiction che narra la presa di coscienza di una giovane donna e la sua lotta contro le forze sociali inibitrici. Trasferitasi definitivamente a Londra, Mary Wollstonecraft fu introdotta nella cerchia di un gruppo cosmopolita di intellettualiliberali e radicali: H. Fuseli, J. Priestley, W. Godwin, W. Blake, T. Paine. Decise allora di abbandonare il suo lavoro di istitutrice e dedicarsi al giornalismo e alla professione di scrittrice. Inserendosi nel dibattito suscitato dalla presa della Bastiglia in Francia e intervenendo in difesa delle idee libertarie espresse in un opuscolo dall’amico Price, Mary pubblicò nel 1790 Vindication of the Rights of Men, in cui si schierava dalla parte dei riformatori liberali londinesi attaccati dai conservatori e a favore della libertà civile e religiosa già propugnata dagli illuministi.
Erano anni pieni di euforia e di entusiasmo per la Rivoluzione francese e la diffusione in tutta Europa delle idee egualitarie fece sorgere anche a Londra molti circoli libertari come i Friends of the People, cui aderivano pure esponenti delle classi medie. In questa atmosfera, nel 1792 pubblicò il libro che doveva renderla famosa e suscitare scalpore in mezza Europa: A Vindication of the Rights of Woman, il primo libro
femminista tout court che anticipa alcune delle analisi socio-politiche riprese dall’attuale movimento delle donne sulla subordinazione al maschio, sulla mancanza di autonomia, sulla necessità dell’indipendenza economica e di un’adeguata istruzione. «È giunto il momento» scrive, «per una rivoluzione nel comportamento delle donne; è il momento di restituire loro la dignità perduta e di fare in modo che esse, in quanto parte dell’umana specie,si adoprino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse». La Wollstonecraft fece suoi i principi egualitari del radicalismo inglese e della rivoluzione francese e li applicò alle donne, stabilendo così i principi fondamentali su cui fondare la causa dei diritti delle donne e operando al contempo un’analisi complessiva della personalità femminile soffocata e distorta da deleterie influenze ambientali e da antichi pregiudizi. In particolare si scagliò contro il principio d’autorità e contro quelle istituzioni che lo perpetuano: l’aristocrazia, l’esercito, la Chiesa, la famiglia e in special modo il matrimonio. Anche la piaga della prostituzione affondava a suo avviso le proprie radici nell’educazione impartita alle donne che le ha sempre portate a cercare nell’uomo l’unico sostegno intellettuale, fisico ed economico e a considerare il proprio corpo una merce da offrire all’uomo come ricompensa per i servizi resi. Essere una rivoluzionaria, aver scritto Vindication nell’ultimo decennio del secolo XVIII, significava per Mary Wollstonecraft essere disperatamente sola ed isolata socialmente e politicamente oltre che sul piano emotivo. Decise allora di recarsi nella capitale francese proprio nel periodo in cui Etta Palm rivendicava davanti all’Assemblea legislativa i diritti delle donne all’istruzione e al divorzio. A Parigi la Wollstonecraft rimase impressionata dagli spettacoli di morte che vide per le vie e la sua simpatia politica non andò tanto al gruppo sanguinario della Montagna quanto ai girondini, più vicini al suo modo di sentire, sostenitori della tolleranza religiosa e sensibili ai problemi dell’emancipazione della donna. In An Historical and Moral View of the Origins and Progress of the French Revolution, del 1794, riuscì
ad esprimere ancora un cauto ottimismo nei confronti della rivoluzione. Risale a questo periodo la sua sfortunata vicenda sentimentale con Gilbert Imlay, un uomo di affari americano che si rivelò ben presto un cinico impostore. Il rapporto con quest’uomo, da cui nacque una figlia, Fanny, durò circa tre anni, ma fu molto burrascoso e parco di soddisfazioni morali, nonostante il tenace coinvolgimento affettivo di Mary che, vistasi abbandonata, tenterà ben due volte il suicidio. Dopo questa drammatica parentesi, la
Wollstonecraft, tornata a Londra, riprese a frequentare, la cerchia di amici fedeli, dove ritrovò William Godwin. I due cominciarono a frequentarsi e a conoscersi. Nacque così un sentimento maturo e profondo che li coinvolse entrambi nella stessa misura. Nel marzo 1797, essendo Mary di nuovo incinta, i due decisero di sposarsi nonostante le forti resistenze ideologiche. Fu un matrimonio di breve durata perché Mary Wollstonecraft morì di setticemia quindici giorni dopo il parto, il 10 settembre 1797, a soli trentotto anni.
La bambina sopravvisse e venne chiamata Mary, come la madre. Diventerà la seconda moglie del poeta Shelley e autrice del romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo.
Nel 1783 la troviamo a Newington Green, vicino a Londra, una comunità di ricchi dissidenti intellettuali dove, con l’aiuto dell’amica Fanny Blood aprì una scuola. Qui ebbe la possibilità di conoscere Richard Price, filosofo, teologo nonché amico di Franklin, Jefferson, Condorcet, Priestley, e di stabilire contatti con la comunità «nonconformista». La Wollstonecraft entrò così in rapporto con i radicali inglesi e le loro idee libertarie. Nel 1787 pubblicò Thoughts on the Education of Daughters, un saggio pedagogico ispirato a Rousseau e a T. Day, ma che risentiva del pensiero pedagogico di Locke e che anticipava alcune affermazioni della sua Vindication... L’anno successivo vide la luce il suo primo romanzo Mary: A fiction che narra la presa di coscienza di una giovane donna e la sua lotta contro le forze sociali inibitrici. Trasferitasi definitivamente a Londra, Mary Wollstonecraft fu introdotta nella cerchia di un gruppo cosmopolita di intellettualiliberali e radicali: H. Fuseli, J. Priestley, W. Godwin, W. Blake, T. Paine. Decise allora di abbandonare il suo lavoro di istitutrice e dedicarsi al giornalismo e alla professione di scrittrice. Inserendosi nel dibattito suscitato dalla presa della Bastiglia in Francia e intervenendo in difesa delle idee libertarie espresse in un opuscolo dall’amico Price, Mary pubblicò nel 1790 Vindication of the Rights of Men, in cui si schierava dalla parte dei riformatori liberali londinesi attaccati dai conservatori e a favore della libertà civile e religiosa già propugnata dagli illuministi.
Erano anni pieni di euforia e di entusiasmo per la Rivoluzione francese e la diffusione in tutta Europa delle idee egualitarie fece sorgere anche a Londra molti circoli libertari come i Friends of the People, cui aderivano pure esponenti delle classi medie. In questa atmosfera, nel 1792 pubblicò il libro che doveva renderla famosa e suscitare scalpore in mezza Europa: A Vindication of the Rights of Woman, il primo libro
femminista tout court che anticipa alcune delle analisi socio-politiche riprese dall’attuale movimento delle donne sulla subordinazione al maschio, sulla mancanza di autonomia, sulla necessità dell’indipendenza economica e di un’adeguata istruzione. «È giunto il momento» scrive, «per una rivoluzione nel comportamento delle donne; è il momento di restituire loro la dignità perduta e di fare in modo che esse, in quanto parte dell’umana specie,si adoprino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse». La Wollstonecraft fece suoi i principi egualitari del radicalismo inglese e della rivoluzione francese e li applicò alle donne, stabilendo così i principi fondamentali su cui fondare la causa dei diritti delle donne e operando al contempo un’analisi complessiva della personalità femminile soffocata e distorta da deleterie influenze ambientali e da antichi pregiudizi. In particolare si scagliò contro il principio d’autorità e contro quelle istituzioni che lo perpetuano: l’aristocrazia, l’esercito, la Chiesa, la famiglia e in special modo il matrimonio. Anche la piaga della prostituzione affondava a suo avviso le proprie radici nell’educazione impartita alle donne che le ha sempre portate a cercare nell’uomo l’unico sostegno intellettuale, fisico ed economico e a considerare il proprio corpo una merce da offrire all’uomo come ricompensa per i servizi resi. Essere una rivoluzionaria, aver scritto Vindication nell’ultimo decennio del secolo XVIII, significava per Mary Wollstonecraft essere disperatamente sola ed isolata socialmente e politicamente oltre che sul piano emotivo. Decise allora di recarsi nella capitale francese proprio nel periodo in cui Etta Palm rivendicava davanti all’Assemblea legislativa i diritti delle donne all’istruzione e al divorzio. A Parigi la Wollstonecraft rimase impressionata dagli spettacoli di morte che vide per le vie e la sua simpatia politica non andò tanto al gruppo sanguinario della Montagna quanto ai girondini, più vicini al suo modo di sentire, sostenitori della tolleranza religiosa e sensibili ai problemi dell’emancipazione della donna. In An Historical and Moral View of the Origins and Progress of the French Revolution, del 1794, riuscì
ad esprimere ancora un cauto ottimismo nei confronti della rivoluzione. Risale a questo periodo la sua sfortunata vicenda sentimentale con Gilbert Imlay, un uomo di affari americano che si rivelò ben presto un cinico impostore. Il rapporto con quest’uomo, da cui nacque una figlia, Fanny, durò circa tre anni, ma fu molto burrascoso e parco di soddisfazioni morali, nonostante il tenace coinvolgimento affettivo di Mary che, vistasi abbandonata, tenterà ben due volte il suicidio. Dopo questa drammatica parentesi, la
Wollstonecraft, tornata a Londra, riprese a frequentare, la cerchia di amici fedeli, dove ritrovò William Godwin. I due cominciarono a frequentarsi e a conoscersi. Nacque così un sentimento maturo e profondo che li coinvolse entrambi nella stessa misura. Nel marzo 1797, essendo Mary di nuovo incinta, i due decisero di sposarsi nonostante le forti resistenze ideologiche. Fu un matrimonio di breve durata perché Mary Wollstonecraft morì di setticemia quindici giorni dopo il parto, il 10 settembre 1797, a soli trentotto anni.
La bambina sopravvisse e venne chiamata Mary, come la madre. Diventerà la seconda moglie del poeta Shelley e autrice del romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo.
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giovedì 8 settembre 2016
Le Donne di Alexandra Myrial
Seguendo l'idea di Cartesio, sforziamoci di scacciare via quel poco di teorie o di principi sociali che possiamo aver ammesso a priori e, con spirito libero, affrontiamo i grandi problemi della vita umana basandoci sui reali bisogni dell'Uomo. Lo studio delle civiltà passate, le differenti fasi della vita sociale alla quale noi apparteniamo ci permetterà di non lanciarci in teorie speculative basate su un Uomo ideale che non esiste. Noi conosceremo il cammino fatto dai nostri antenati, le tendenze, la mentalità particolare, i bisogni artificiali che l'atavismo e le influenze ambientali hanno sviluppato nei nostri contemporanei; conosceremo le esperienze fatte dall'umanità, ma essendone in larga parte straniere, le potremo considerare con la calma che si presenta davanti allo studio della storia, senza passione e senza legame personale, così da garantire l'esattezza delle nostre conclusioni.
Sarebbe indegno per il movimento femminista aspirare ad essere solo una copia del maschio e fidarsi nel seguire strade già tracciate da altri. In quanto elemento nuovo nella vita sociale, c'è bisogno che le donne vi apportino un nuovo orientamento, una nuova attività e nuove concezioni. Non attardiamoci, dunque, supplicando dietro le porte che ci hanno sbattuto in faccia. Eleviamoci più in alto, perché già conosciamo l'immaturità dei cenacoli che ci rifiutano. Senza avere un inutile disprezzo per l'opera altrui, ammettiamo comunque di essere altro, comprendiamo che le nostre condizioni sono speciali e, lontano dal rattristarci, approfittiamo dei vantaggi che ci possono procurare.
Numerosi soggetti sollecitano più attentamente la nostra attenzione e i nostri studi: cioè l'universo concettuale che gravita ad esempio intorno a Famiglia, Figli, Vita sociale e individuale delle donne. Tutte queste questioni, e tante altre che ci interessano direttamente, sono state discusse e risolte senza di noi, spesso soprattutto contro di noi. Chi potrebbe negare che esse toccano le basi stesse della società e che le donne illuminate, apportandovi le riforme che la scienza e la ragione impongono, contribuiranno cosi all'evoluzione dell'intera vita sociale?
Non limitiamo la nostra attività a piccoli lavori. Un' umiltà rassegnata è altra cosa rispetto ad una prudente saggezza. Penso, da parte mia, che le donne dovranno prefiggersi come scopo di realizzare pacificamente importanti trasformazioni che molte volte invece, si attuarono in modo violento.
La loro può essere un'opera di pace, un'opera di giustizia sociale; devono così portare con sé, nell'asprezza delle relazioni sociali attuali, la bontà, l'indulgenza che crea il vero sapere.
In nessun modo sosterremo l'infima situazione attuale, in cui si cerca di mantenerci allo scopo di sottrarci a questo compito glorioso: infatti sappiamo che occuperemo nella società il posto che sapremo prenderci.
(Alexandra David-Néel nel 1899 scrisse un saggio anarchico con lo pseudonimo di Alexandra Myrial intitolato Pour la vie con la prefazione dell'anarchico e geografo Elisée Reclus)
Sarebbe indegno per il movimento femminista aspirare ad essere solo una copia del maschio e fidarsi nel seguire strade già tracciate da altri. In quanto elemento nuovo nella vita sociale, c'è bisogno che le donne vi apportino un nuovo orientamento, una nuova attività e nuove concezioni. Non attardiamoci, dunque, supplicando dietro le porte che ci hanno sbattuto in faccia. Eleviamoci più in alto, perché già conosciamo l'immaturità dei cenacoli che ci rifiutano. Senza avere un inutile disprezzo per l'opera altrui, ammettiamo comunque di essere altro, comprendiamo che le nostre condizioni sono speciali e, lontano dal rattristarci, approfittiamo dei vantaggi che ci possono procurare.
Numerosi soggetti sollecitano più attentamente la nostra attenzione e i nostri studi: cioè l'universo concettuale che gravita ad esempio intorno a Famiglia, Figli, Vita sociale e individuale delle donne. Tutte queste questioni, e tante altre che ci interessano direttamente, sono state discusse e risolte senza di noi, spesso soprattutto contro di noi. Chi potrebbe negare che esse toccano le basi stesse della società e che le donne illuminate, apportandovi le riforme che la scienza e la ragione impongono, contribuiranno cosi all'evoluzione dell'intera vita sociale?
Non limitiamo la nostra attività a piccoli lavori. Un' umiltà rassegnata è altra cosa rispetto ad una prudente saggezza. Penso, da parte mia, che le donne dovranno prefiggersi come scopo di realizzare pacificamente importanti trasformazioni che molte volte invece, si attuarono in modo violento.
La loro può essere un'opera di pace, un'opera di giustizia sociale; devono così portare con sé, nell'asprezza delle relazioni sociali attuali, la bontà, l'indulgenza che crea il vero sapere.
In nessun modo sosterremo l'infima situazione attuale, in cui si cerca di mantenerci allo scopo di sottrarci a questo compito glorioso: infatti sappiamo che occuperemo nella società il posto che sapremo prenderci.
(Alexandra David-Néel nel 1899 scrisse un saggio anarchico con lo pseudonimo di Alexandra Myrial intitolato Pour la vie con la prefazione dell'anarchico e geografo Elisée Reclus)
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giovedì 31 dicembre 2015
Anna Kuliscioff e la questione femminile italiana
Sin da quando era anarchica, Anna Kuliscioff diede grande importanza alla causa della discriminazione della donna. D'altronde, il logoramento del rapporto con Andrea Costa fu ingenerato proprio dalla gelosia del compagno (Anna aveva un buon rapporto con Carlo Cafiero e Costa ne era molto geloso), che mal tollerava la sua emancipazione. Ciò fu causa di numerosi conflitti che poi portarono alla separazione della coppia. Alla gelosia di Costa e alla tendenza degli uomini a vedere la propria donna come un oggetto di loro proprietà, Anna risponde così: «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora».
Quando poi giunge a Milano, entra in contatto con le principali esponenti del femminismo cittadino (Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati), che nel 1882 avevano fondato la Lega per gli interessi femminili. Da questo momento in poi, la sua lotta femminista assumerà un carattere sempre più netto e marcato, che culminerà con l'intervento al Circolo filologico di Milano il 27 aprile 1890 intitolata Il Monopolio dell'uomo. La Conferenza da lei tenuta quel giorno può essere considerata il “Manifesto della questione femminile italiana” che pone sotto una nuova luce, anche per gran parte dei socialisti del tempo, la questione della subordinazione femminile nella società e nella famiglia, negando che sia un fatto naturale antropologico. Solo il lavoro sociale, retribuito al pari dell'uomo, può portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e del rispetto; senza questo il matrimonio non fa che umiliarla in un dramma che le toglie la dignità e l'indipendenza. Netto è il suo distacco dal “femminismo “ che considera un fenomeno borghese. Continuando anche nella sua attività in favore del socialismo, Anna si scontra sulla questione femminile con il compagno Filippo Turati e con altri esponenti dell'area marxista: «L'esperienza di altre e molte donne che si alternarono a deviare dal binario tradizionale la vita femminile in genere, e soprattutto l’esperienza mia propria, m’insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affacciano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna»
Quando all'inizio del novecento si sviluppa un dibattito intorno alla richiesta di estendere il diritto di voto a tutti gli uomini, l'ex-anarchica si batte per estenderlo anche alle donne. E quando il compagno Turati difende la posizione dei socialisti perché «la ancora pigra coscienza politica di classe delle masse proletarie femminili», Anna replica su Critica sociale: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch'essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?».
Il 7 gennaio del 1912 Anna Kuliscioff fonda la rivista bimestrale «La Difesa delle Lavoratrici», che dirigerà per due anni insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff.
Anna Kuliscioff muore il 29 dicembre 1925 a Milano. Durante il funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre che si dirigeva verso il Cimitero Monumentale di Milano.
Quando poi giunge a Milano, entra in contatto con le principali esponenti del femminismo cittadino (Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati), che nel 1882 avevano fondato la Lega per gli interessi femminili. Da questo momento in poi, la sua lotta femminista assumerà un carattere sempre più netto e marcato, che culminerà con l'intervento al Circolo filologico di Milano il 27 aprile 1890 intitolata Il Monopolio dell'uomo. La Conferenza da lei tenuta quel giorno può essere considerata il “Manifesto della questione femminile italiana” che pone sotto una nuova luce, anche per gran parte dei socialisti del tempo, la questione della subordinazione femminile nella società e nella famiglia, negando che sia un fatto naturale antropologico. Solo il lavoro sociale, retribuito al pari dell'uomo, può portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e del rispetto; senza questo il matrimonio non fa che umiliarla in un dramma che le toglie la dignità e l'indipendenza. Netto è il suo distacco dal “femminismo “ che considera un fenomeno borghese. Continuando anche nella sua attività in favore del socialismo, Anna si scontra sulla questione femminile con il compagno Filippo Turati e con altri esponenti dell'area marxista: «L'esperienza di altre e molte donne che si alternarono a deviare dal binario tradizionale la vita femminile in genere, e soprattutto l’esperienza mia propria, m’insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affacciano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna»
Quando all'inizio del novecento si sviluppa un dibattito intorno alla richiesta di estendere il diritto di voto a tutti gli uomini, l'ex-anarchica si batte per estenderlo anche alle donne. E quando il compagno Turati difende la posizione dei socialisti perché «la ancora pigra coscienza politica di classe delle masse proletarie femminili», Anna replica su Critica sociale: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch'essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?».
Il 7 gennaio del 1912 Anna Kuliscioff fonda la rivista bimestrale «La Difesa delle Lavoratrici», che dirigerà per due anni insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff.
Anna Kuliscioff muore il 29 dicembre 1925 a Milano. Durante il funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre che si dirigeva verso il Cimitero Monumentale di Milano.
giovedì 17 settembre 2015
Leda Rafanelli, un’anarchica femminista
Così comincia, in data agosto 1908, una lunga scheda di Pubblica Sicurezza conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato e intestata a Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), propagandista anarchica, musulmana, cartomante, autrice di opuscoli politici, di romanzi e novelle.
Dalla scheda di polizia, nonostante la freddezza del linguaggio burocratico, traspare tutta la carica, la forza di volontà e di conoscenza, che la dovettero sostenere e che la portarono, lei autodidatta, ad assumere un ruolo di primo piano fra i teorici dell’anarchismo. Ma la speculazione teorica non le è sufficiente e a questa Leda affianca una azione capillare di propaganda dai fogli dei numerosi giornali ai quali collabora, su temi che riguardano la condizione femminile, l’educazione delle scuole, la prostituzione, la morale sessuale, consapevole della necessità di dover anzitutto illuminare molti esseri offuscati dalla paura e indeboliti dalla schiavitù imposta dalle leggi di questa società liberticida.
Le analisi politiche e sociali condotte da Leda nei suoi articoli sono spesso acute e originali, tanto da mettere in discussione le rigide categorie di pensiero che, soprattutto in tema morale, circolavano anche fra gli anarchici e socialisti. In particolare esse si caratterizzano per una insolita attenzione al punto di vista delle donne rispetto ai vari problemi affrontati: per esempio pur allineandosi con l’anticlericalismo professato dagli anarchici, Leda cerca di approfondire l’analisi delle ragioni che spingono soprattutto le donne a frequentare la chiesa – e ritiene che non siano ragioni disprezzabili: derivano da un lato dalla solitudine in cui le donne sono lasciate dai mariti, che nel tempo libero del lavoro si dedicano preferibilmente al vizio del bere; dall’altro dal bisogno che esse hanno di confronto spirituale, data la loro maggiore ricchezza interiore. O ancora rimprovera gli anarchici di sottovalutare la questione femminile e in particolare negli anni della guerra di avere strumentalizzato le donne, non diversamente dagli altri partiti: “oggi, dopo essere stata strumento di propaganda patriottica e di produzione bellica, si ricaccia (la donna) nelle quattro mura domestiche a custodire la casa e a riattizzare il fuoco”.
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