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giovedì 8 gennaio 2026

Il concetto di razza

Il concetto di “razza” è servito anche per giustificare, ad esempio, gli zoo umani nei quali, in Europa, gli individui delle “razze inferiori” (individui catturati come selvaggina nelle colonie) erano mostrati agli occidentali rinchiusi in gabbie, come una curiosità esotica, al fianco delle donne barbute e alle gare di lancio del nano. Lo stesso colonialismo era basato sul concetto di “razza” e sulla presunta “superiorità” degli uni sugli altri o, a seconda dei punti di vista, degli altri sugli uni. Sono le stesse concezioni che hanno permesso che intere popolazioni fossero schiavizzate da parte di altre, attraverso le epoche e su scale mostruose, come nel caso delle diverse tratte dei neri o del commercio triangolare su cui gli Stati occidentali (ma anche di altre regioni del mondo, in particolare quelle in cui venivano catturati gli schiavi) si sono arricchiti per secoli. Il termine è stato adoperato ancora per qualche decennio, e il suo uso era il più delle volte legato all’ignoranza e all’abitudine, finché non è stato adoperato soltanto da qualche corrente razzista (o razzialista, ma lasciamo la distinzione agli imbalsamatori) d’estrema destra, come i suprematisti bianchi del Ku Klux Klan negli Stati Uniti o gli Afrikaner dell’apartheid in Sud-Africa, ma anche i suprematisti neri di Louis Farrakhan, ecc. Ad ogni modo, ci sembrava importante ricordare che le “razze” sono costruzioni sociali senza nessun altro fondamento che le ideologie e le tradizioni reazionarie. Un concetto che non è mai servito ad altro che a creare gerarchie tra gli esseri umani basate su criteri sociobiologici rivolti, da un lato, a cancellare le differenze tra le classi (al servizio della guerra ai poveri), dall’altro a dividere gli sfruttati in piccole comunità chiuse in cui solo i “loro” contano, e tutti gli altri possono benissimo crepare. Tutte le categorie che riducono gli individui a criteri biologici (o sociobiologici) oppure a identità fisse, sono categorie del potere che non sono mai servite a nient’altro che separare gli umani tra di loro, non su criteri di classe, o su criteri legati alle scelte individuali degli uni e degli altri, ma su criteri immaginari, essenzialisti e inglobanti. Uno è “nero” o “bianco”, “francese” o “spagnolo”, “israeliano” o “palestinese”, come si può essere “ebreo”, “cristiano” o “musulmano”, cioè per scelta, assegnazione o per interiorizzazione delle categorie del potere. In tutti e tre i casi, il risultato è lo stesso: il ripiegamento identitario tribale e comunitarista. Ma le identità sono illusioni e fantasmi su cui si sono sempre rintanati gli sfruttati in periodi di crisi sociale, contribuendo a diffondere immaginari di divisione che il potere adopera per mantenere la “pace sociale”, altro nome della guerra ai poveri. Se abbiamo a cuore la rottura di questo mondo fatto di denaro e polizia, bisognerà abbandonare tutte queste categorie del potere che non servono ad altro se non a dividere per meglio regnare, e perciò assicurare il dominio dell’economia e degli Stati sulle popolazioni.

Dobbiamo gettare la “razza” nella spazzatura della storia, là dove l’abbiamo trovata, per evitare di rendere impossibile qualunque trasformazione radicale dell’esistente.


giovedì 27 febbraio 2020

Abbattere dominio costruire libertà

Due sono le forze propulsive dell'anarchismo, quella distruttrice e quella costruttrice: abbattere dominio, costruire libertà. 
La prima non si riconosce nel presente, anzi lo delegittima, lo combatte e mira gradualmente a distruggerlo; la seconda invece è tutta intenta a prospettare di già il futuro: una società della libertà e dell'uguaglianza.
Insomma, gli anarchici, convinti che le iniquità siano dovute all'organizzazione gerarchica della società, propongono che ognuno riprenda nelle proprie mani il destino e che tutti insieme riprendiamo in mano il destino dell'umanità, per renderci artefici di una società in orizzontale, che parta dall'individuo per giungere poi alla libera associazione fra individui, alla comune ed infine ad una federazione dal basso, che unisca le libere comuni dal territorio al mondo intero.
Ecco, è così che gli anarchici amano pensare il municipalismo o il comunalismo libertario, come dir si voglia: come una proposta radicale, rivoluzionaria, ma nello stesso tempo gradualista; una proposta che si colloca nelle conflittualità dell'oggi per la difesa degli interessi immediati delle classi subalterne, ma si prefigge, nel contempo, di iniziare a costruire nel "qui ed ora" le basi alternative su cui edificare la società libera del domani.

giovedì 6 giugno 2019

La prossima rivoluzione

La prossima rivoluzione sarà una rivoluzione democratica e razionale, questa l'idea centrale del pensiero di Murray Bookchin. Partendo dalla lunga storia di militante anarchico ed ecologista Bookchin elabora una nuova idea politica e sociale che si adatta perfettamente alle sfide del XXI secolo. Ecologia sociale, comunalismo, municipalismo libertario, confederalismo sono i termini che Bookchin utilizza di volta in volta per spiegare le proprie idee e come realizzarle. 
L'utopia realizzabile sviluppa il progetto di un nuovo modello sociale e politico per costruire un mondo razionale, egualitario e libertario, organizzato - a livello locale - in comuni e municipi autogestiti, la cui vita politica ed economica si fonda sulla democrazia diretta e le assemblee popolari. Infatti l'organizzazione politica e sociale che ha delineato è teorizzato nel corso di alcuni decenni di intensa produzione intellettuale e letteraria, progetta una democrazia decentrata e assembleare in cui la partecipazione diretta al governo locale rappresenta la base per lo sviluppo di una società caratterizzata da una organizzazione politica più libera, efficiente e complessa. Un modello che è stato realizzato in parte già realizzato nel Rojava, la zona autonoma del nord della Siria, abitate in maggioranza della popolazione curde che hanno liberato questo territorio prima dallo Stato Siriano e poi dall'Isis. Nel Rojava il progetto comunalista e confederalista democratico che prende vita da l'idea di Bookchin si è sviluppato da oltre 10 anni, realizzando una società caratterizzata da piccoli nuclei sociali composti da alcune centinaia di persone che condividono l'organizzazione politica, economica e sociale di un municipio o di una comune. Nonostante lo stato di guerra che caratterizza ancora il Rojava una parte dei membri di questi municipi (uomini e donne senza distinzione) lavorano regolarmente all'interno della comunità, in alcuni casi vere e proprie comuni, mentre altri sono impiegati insulti e militari e produttive esterne, con cui municipi mantengono i rapporti di interdipendenza.
Tutte le decisioni che riguardano il municipio o la comune vengono discusse all'interno delle assemblee popolari, in cui tutti hanno uguale diritto di voto e di parola. Nel caso dell'impossibilità di un accordo complessivo, le decisioni vengono prese a maggioranza,e la minoranza è tenuta ad accettare quanto approvato.
Le comunità fanno parte di una rete o confederazione di comuni e municipi che costruiscono aggregazioni più vaste da un punto di vista sia geografico che economico.
Le comuni e i municipi possono confederarsi tra di loro per governare in modo di condiviso aree urbane o rurali, ma possono anche gestire attività produttive e culturali come fabbriche, scuole, istituti di ricerca e produzione scientifica e tecnologica. 
Alla base di tale progetto politico c'è l'idea, profondamente anarchica, che il genere umano sia in grado di autogovernarsi una società razionale e non autoritaria.

giovedì 29 marzo 2018

Il Comunalismo di di Murray Bookchin

Mentre entriamo nel ventunesimo secolo, i radicali sociali hanno bisogno di un socialismo – libertario e rivoluzionario – che non sia né un prolungamento dell’«associazionismo», di tipo contadino e artigianale, che troviamo al centro dell’anarchismo, né l’«operaiolatria» che troviamo al centro del sindacalismo rivoluzionario e del marxismo. Tentare di rianimare il marxismo, l’anarchismo o il sindacalismo rivoluzionario, dotandoli di un’immortalità ideologica, sarebbe un ostacolo allo sviluppo di un importante movimento radicale. È mia opinione che il comunalismo sia la categoria politica generale più adatta a comprendere pienamente una visione ben ponderata e sistematica dell’ecologia sociale. Come ideologia, il comunalismo attinge alla migliore tradizione delle vecchie ideologie di sinistra –marxismo e anarchismo o, più propriamente, la tradizione socialista libertaria – offrendone una visione più vasta e rimarchevole per il nostro tempo. La scelta del termine comunalismo per affrontare le componenti filosofiche, storiche, politiche e organizzative di un socialismo per il ventunesimo secolo non è avventata. Il termine trae origine dalla Comune di Parigi del 1871, quando nella capitale francese il popolo armato salì sulle barricate non solo per difendere il consiglio comunale di Parigi e le sue sotto strutture amministrative, ma anche per creare una confederazione nazionale di città e paesi, in sostituzione dello Stato-nazione repubblicano. Il comunalismo, come ideologia, non è contaminato dall’individualismo e dall’antirazionalismo, spesso esplicito nell’anarchismo; né porta il peso dell’autoritarismo marxista esplicitato nel bolscevismo. Esso non si concentra sulla fabbrica come suo principale campo sociale o sul proletariato industriale come suo principale agente storico e non riduce le libere comunità del futuro in comunità irreali di stampo medievale. Certamente oggi il pensiero filosofico e sociale deve confrontarsi con l’irreversibile degrado ambientale prodotto da un capitalismo senza freni: un fatto evidente di cui la scienza ci parla da più di cinquanta anni, mentre i progressi della tecnica cercano solo di mascherarlo. Ogni vantaggio che ci hanno portato l’industrializzazione e il capitalismo, ogni miglioramento nella scienza, nella salute, nella comunicazione e nel benessere getta ormai la stessa ombra letale. Il capitalismo si fonda per definizione sulla crescita; «per il capitalismo desistere dalla sua crescita insensata significherebbe commettere un suicidio sociale». Evidentemente abbiamo semplicemente preso il cancro come modello del nostro sistema sociale. L’imperativo capitalista di «crescere o morire» si scontra radicalmente con gli imperativi ecologici dell’interdipendenza e della sussistenza. Queste due visioni non possono più coesistere tra loro, né potrà sopravvivere una società fondata sul mito di questa coesistenza impossibile. O sapremo realizzare una società ecologica o non ci sarà più una società per nessuno, indipendentemente dal suo status.