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sabato 25 aprile 2026

TORINO 25 APRILE 1945

Nell’aprile 1945 a Torino si respira un clima intriso di sangue e tensione: operai e militanti sono arrestati, torturati e uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI. Di fronte al rifiuto operaio di appoggiare il fascismo sostenitore della guerra e al servizio dei tedeschi, la repressione colpisce duramente. Di contro, il movimento antifascista reagisce con imboscate, attacchi e agitazioni. Maturano lentamente le condizioni per una prova generale che ripeta, su scala più ampia, quanto avvenuto il 1 marzo 1944. Le forze antifasciste preparano lo sciopero del 18 aprile come un atto politico unitario, mirando a coinvolgere, oltre alle fabbriche, anche le altre categorie di lavoratori. Fascisti e tedeschi non stanno a guardare e cercano di opporsi, impartendo disposizioni atte a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso”. La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara all’agitazione: gli operai e i sappisti, coadiuvati da unità partigiane armate, affiggono volantini e manifesti inneggianti alla protesta. La mattina del 18 aprile si fermano tutti gli apparati produttivi: le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici. Di fronte a questa situazione la repressione colpisce soltanto la Fiat Fonderie Ghisa e la Grandi Motori, mentre alla Fiat Mirafiori è impedita l’uscita agli operai, che restano in sciopero all’interno delle officine. Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appare lampante: Torino è pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945. 

Testimonianze 

La mattina del 18 aprile 1945 inizia lo sciopero generale voluto dal Comitato di Liberazione Nazionale di Torino come prova generale dell’insurrezione. Si fermano per primi gli operai di Borgo San Paolo e di Regio Parco, ma a metà mattina l’intera città è paralizzata.

"18 aprile. La strada è piena di iscrizioni, manifestini inneggianti allo sciopero, alla rivolta: anche per le zone periferiche che attraverso, Regio Parco, Barriera di Milano, è altrettanto. Verso le 9.30 cominciano a circolare le prime notizie di scioperi in Borgo S. Paolo: nel giro di neppure mezz’ora tutte le industrie sono ferme.”



giovedì 24 aprile 2025

PARLANO LE DONNE PARTIGIANE

Staffette

Durante il periodo della lotta clandestina, condotta nella nostra città dalle forze antifasciste, vivo e attivo è stato l’apporto dato da alcune donne. Compagne vere di ogni azione e rischio. Esse sono state utilizzate principalmente per i necessari collegamenti tra gli organi direttivi e quelli periferici, sia durante il periodo preparatorio sia durante la lotta in città. Che alcune donne abbiano preso parte attiva per la cacciata può forse far fuggire sulla bocca di alcuni eroi dell’ultima ora che hanno valorosamente resistito per mesi rinchiusi nelle loro più segrete stanze, magari una frase ironica, se non imbecillemente sapida. Ma noi che abbiamo conosciuto che cosa volesse dire la cospirazione e l’azione che questo pericolo – pur conoscendolo – lo abbiamo affrontato, noi che non nelle nostre cantine, ma in campo aperto, abbiamo lottato e combattuto, noi tutti possiamo riconoscere appieno il loro sacrificio. Ragazze che alla vita casalinga e a balletti cicalecci hanno volontariamente anteposto lotta di rischio e di fatica; ragazze che magari, con il cuore in tumulto e il sorriso sulle labbra portavano le armi che avrebbero abbattuto i nazifascisti; ragazze che ritornando dal mercato avevano strane spese di pomodori che nascondevano gli ordigni più vari; ragazze che incuranti della stanchezza presente e delle fatiche successive mai hanno rifiutato un incarico, mai si sono rifiutate. Cosi sono state le nostre compagne. 

Collaboratrici 

Accanto al gruppo di donne che hanno combattuto assieme ai partigiani sta una più grande schiera di compagne che – non potendosi accingere a tale rischio quotidiano – ha pur tuttavia rappresentato un sicuro aiuto per l’organizzazione dei Partigiani. Il patriota decide, nel sicuro del suo cuore, di salire alla montagna e abbracciati babbo e mamma, fratelli e fidanzata si unisce ai partigiani. Ed è da questo momento che inizia il lavoro umile, paziente, faticoso, segreto delle donne per i figli, fidanzati e compagni. È un lavoro segreto nella sua organizzazione e perciò tanto difficile. Difficoltà nella ricerca dei materiali, difficoltà nella propaganda, difficoltà ancor più grandi nella raccolta e nell’invio. Gli occhi della spia sono attenti giorno e notte; una sola parola può perdere tutto, ma la volontà delle Compagne ha saputo comprimere il battito del cuore, ha saputo superare, mai trepidando, le varie situazioni e nell’assoluta certezza ha compiuto sempre il proprio dovere. Ogni punto al fazzoletto rosso, alla fondina per la rivoltella è stato seguito dallo sguardo dell’amore più puro, ogni parola scritta per essi è stata dettata dal profondo dell’animo, ogni momento della giornata è stato un ricordo e un augurio continuo per il partigiano. E quando, con il 4 agosto, i nostri più cari Compagni sono entrati a Firenze, il lavoro delle Compagne ha potuto finalmente svolgersi apertamente, quanto esse hanno potuto fare lo hanno fatto nulla hanno negato; dall’indumento scucito alla camicia che di tale indumento aveva solo più il nome, dai piedi doloranti a tutte le altre necessità, per tutto hanno dato, spontaneamente, con il cuore, con gioia, con gli occhi brillanti di amore o amicizia. E l’abbraccio del partigiano è stato il premio più caro ai sacrifici e alle privazioni e per il partigiano caduto ogni donna ha eletto nel proprio cuore a figli e fidanzati imperituri tutti i Garibaldini di Firenze, della Toscana, dell’Italia intera.


Gli anarchici torinesi nella prima resistenza antifascista


Nel capoluogo subalpino i libertari federati nell’Unione anarchica piemontese, con numerosi militanti e dirigenti di primo piano nella Fiom e nell’Unione sindacale italiana locali, sono protagonisti del movimento consiliari sta dando forte impulso, insieme alla frazione comunista del Psi guidata da Antonio Gramsci, alla agitazione metallurgica e alla grande occupazione delle fabbriche del settembre 1920, propugnando una soluzione espropriatrice e rivoluzionaria. Organizzati nel corpo delle Guardie rosse con gli ordinovisti e nei Gruppi rivoluzionari d’azione, promossi dall’Unione anarchica italiana e aperti alla base operaia delle altre forze sovversive, gli antiautoritari torinesi sono tra i primi ad esporsi per difendere le industrie autogestite dai lavoratori dalla repressione governativa e dalle prime provocazioni e violenze delle squadre fasciste, sorte anche a Torino dall’arditismo di guerra con il patrocinio padronale. Proprio due giovani miliziani dell’Usi, Raffaele Van Dijck, anarchico belga, e Alfonso Garamella, emigrato pugliese, operai calzaturieri di presidio allo stabilimento chimico Capamianto, cadono vittime il 12 di quel settembre in uno scontro a fuoco con l’industriale Francesco De Benedetti, finanziatore del Fascio torinese, capo squadrista e proprietario della attigua omonima fonderia, tra i ritrovi delle prime bande nere. Già a questi tragici episodi sarebbe dunque possibile far risalire la primogenitura anarchica dell’antifascismo d’azione torinese. La smobilitazione delle occupazioni, concertata dai vertici riformisti di Psi e Cgil con il governo Giolitti e gli industriali, sancisce la sconfitta del movimento dei Consigli di fabbrica e chiude il Biennio rosso rivoluzionario. Dall’ottobre 1920 dilagano infatti la repressione statale e il terrore borghese contro gli operai, sempre più esercitato attraverso lo strumento della violenza squadrista, inaugurando il tragico Biennio nero. Presto si scatena la caccia agli arsenali messi al sicuro dalle avanguardie di fabbrica in vista della resistenza e di una nuova rottura rivoluzionaria, con una infruttuosa perquisizione al Circolo libertario “Francisco Ferrer” di Barriera di Milano e con successivi sequestri di armi, arresti e denunce a carico di diversi attivisti. Con il 1921 le brutalità fasciste si fanno sempre più gravi e frequenti. «Ricordo », testimonia Maurizio Garino, dirigente anarchico della Fiom, «che c’erano gli operai della
Fiat che uscivano e gli squadristi, quando individuavano un membro del Consiglio di fabbrica, o qualcuno che era un rosso... allora via! Giù! Bastonate!». A farne le spese, con i comunisti, sono in primo luogo i libertari, tra i quali il giovane meccanico Giovanni Barberis. Il corrispondente torinese di «Umanità Nova» denuncia la complicità delle autorità con i fascisti capeggiati dall’ex-anarchico interventista Mario Gioda, lasciati agire indisturbati e coperti, e fornisce puntualmente notizie sulle violenze delle camicie nere e sulla conseguente risposta organizzata del proletariato. Già in marzo, infatti, l’assemblea dei delegati dei Consigli di fabbrica, l’Uap, l’Usi e il neonato Partito comunista d’Italia danno vita ad un Comitato contro il fascismo, primo passo verso la costituzione di un fronte rivoluzionario d’azione antisquadrista in città. In anticipo su altre città Torino vede dunque rapidamente approntarsi la resistenza dei lavoratori. Sotto il fuoco delle squadre di Cesare Maria De Vecchi si trovano innanzitutto le strutture sindacali più combattive. Le sedi dell’Usi di via San Domenico 34 e di vicolo Pappagalli sono essere colpite tra le prime. Il 25 aprile anche la Camera del lavoro confederale, al 12 di corso Siccardi, viene attaccata e devastata dopo forte resistenza. Nel tentativo di vendicare le spedizioni punitive l’anarchico Mario Facta, giovane meccanico disoccupato, resta ucciso di lì a poco nel fallito attentato esplosivo contro il già noto ingegnere fascista De Benedetti, assassino confesso dei due miliziani sindacalisti caduti in settembre alla Capamianto occupata ma mai perseguito penalmente. Con l’inizio dell’estate, mentre l’artigiano individualista Guglielmo Casassa
Mont, ex minatore, è arrestato per il ferimento di una camicia nera, le “teste di morto” assaltano nuovamente la sede confederale, stavolta respinte, e alcune sedi del Pcd’I. La risposta operaia non si fa attendere e il 7 luglio «Umanità Nova» annuncia: «Corre voce che anche a Torino si stanno organizzando gli Arditi del Popolo. Di lì a poco, il 15 luglio, ai funerali di due militanti comunisti caduti in una rappresaglia, presenti migliaia di lavoratori, fanno per la prima volta la loro comparsa duecento Arditi del popolo che, inquadrati militarmente, sfilano dal Cimitero Monumentale per essere poi dispersi dalla Regia Guardia a Porta Palazzo. Per iniziativa della Lega proletaria dei mutilati e reduci di guerra, a maggioranza comunista, con l’adesione di numerosi miliziani delle Guardie rosse e dei Gruppi rivoluzionari d’azione e con l’appoggio dei partiti e delle organizzazioni economiche di classe, il 19 luglio si costituisce la sezione cittadina del «nuovo esercito di Difesa Proletaria». «Gli Arditi del Popolo costituiti a Torino». Aderiscono da subito anche l’Uap e l’Usi, che già organizza squadre di militanti a presidio delle proprie sedi, auspicando che l’arditismo popolare, forma militare dell’auspicato fronte unico rivoluzionario, «sappia nel momento della lotta unificare il proletariato». Oltre al comunista Mandelli, segretario politico cittadino della Lega proletaria, la Questura individua tra i comandanti degli Arditi del popolo del capoluogo gli anarchici antiorganizzatori Raffaele Schiavina, noto propagandista già redattore con Luigi Galleani del periodico «Cronaca Sovversiva», e Ilario Margarita, detto “Barricata”, muratore militante del Gruppo “Germinal” e dirigente locale Ilario Margarita, dell’Usi. Tra i miliziani libertari più noti figurano anche i libertari Giulio Guerrini, romano di nascita, falegname, ex combattente e ferito di guerra, iniziatore degli Arditi del popolo torinesi e responsabile della squadra del Pilonetto, spesso erroneamente citato dalle fonti e in letteratura come iscritto al Partito comunista; Carlo Peroni, tipografo novarese, già caporalmaggiore di fanteria e prigioniero di guerra; Giuseppe Odello, operaio metallurgico alla Fiat Lingotto, attivista del Circolo “Ferrer” e della Fiom, già guardia rossa; il barbiere Pietro Gibellino, immigrato dal vercellese; Domenico Rubatto, tornitore: tutti di età media sui trent’anni e appartenenti alle varie tendenze del movimento anarchico. Ma non pochi altri devono essere gli antiautoritari aderenti agli Arditi del popolo, come forse il fonditore di origine pisana Arduilio D’Angina, vicepresidente della Società di mutuo soccorso della categoria, decorato di guerra e capoguardia delle milizie consiliariste, per i quali non si hanno però ad ora riscontri certi dalle carte di polizia. Il ruolo dei libertari risulterebbe dunque niente affatto trascurabile, tanto che il labaro delle formazioni cittadine vede recare su un fronte le loro insegne rosse e nere. Marce, ronde ed esercitazioni si svolgono in queste settimane nei sobborghi operai e a Collegno, mentre gli scontri con le camicie nere si moltiplicano nel centro cittadino, a Moncalieri e in Borgo San Paolo, dove il libertario siracusano Umberto Consiglio, segretario della Cooperativa dell’Industria del Legno, tenente di fanteria nel recente conflitto mondiale, è tra i promotori della resistenza popolare, e per questo in seguito arrestato e condannato. Il direttorio torinese della nuova formazione antifascista si schiera intanto contro il trattato di pacificazione sottoscritto dai socialisti con Mussolini e plaude al Pcd’I, agli anarchici e all’Usi chiedendo ulteriore sostegno politico e materiale per l’organizzazione dei battaglioni. Forti di ventimila aderenti a livello nazionale, gli Arditi del popolo contano in Piemonte circa milletrecento miliziani suddivisi in otto sezioni territoriali tra le quali quella del capoluogo, con quasi un quarto degli effettivi dell’intera regione e nuclei in via di costituzione in provincia a Bussoleno e Carmagnola, primeggia per consistenza ed efficacia. L’organizzazione è però da subito nel mirino del capogabinetto Bonomi. A metà agosto un nuovo corteo delle centurie è ancora una volta sciolto con la forza dalla Guardia Regia al Parco del Valentino

e un’ondata di arresti colpisce con l’accusa di costituzione di banda armata almeno una cinquantina di militanti comunisti e libertari tra i quali Guerrini e Schiavina, in realtà estraneo alla struttura ardito popolare e contrario al carattere gerarchico e paramilitare di questa, che trovano su «Umanità Nova» la solidarietà dell’Uai. La stretta repressiva del governo porta dunque in Ottobre alla crisi definitiva del giovane mo-vimento antisquadrista cittadino, messo fuori legge e indebolito dalla defezione dei comunisti autoritari che ne avevano costituito la spina dorsale, i quali ora anche a Torino cedono al diktat dell’esecutivo nazionale spezzando il fronte antifascista e ripiegando nei ranghi delle squadre armate di partito, forti di ottocento effettivi. Due di queste resteranno tuttavia intitolate agli anarchici Mario Facta, e Vincenzo Todeschini, giovane operaio tipografo disoccupato iscritto alla Fiom caduto alcuni mesi prima in una disperata azione individuale contro la sede della Questura. Solo in seguito, talvolta molti anni più tardi, i dirigenti comunisti torinesi Gramsci, Tasca e Terracini produrranno una seria autocritica sul mancato sostegno all’organismo unitario ardito popolare e sugli evidenti limiti delle proprie formazioni esclusive nel contrasto al fascismo. Le forze residue degli Arditi del popolo e dell’antifascismo d’azione non irrigimentato dal Pcd’I devono tentare di riorganizzarsi in forme spontanee e semiclandestine intorno a Margarita, appena rientrato da Brescia, dove in qualità di segretario della Camera del lavoro sindacalista rivoluzionaria ha contribuito a dar vita al nucleo ardito-popolare locale, e a pochi altri. I fascisti si scateneranno in autunno e nell’inverno del 1922 in nuove provocazioni e violenze contro i tranvieri, i ferrovieri e gli operai della Fiat, tra i quali l’Usi e l’Uap hanno un significativo radicamento e che si contrappongono spontaneamente agli assalti, e colpiranno le sedi comuniste e anarchiche di Vanchiglia, in via Mongrando 30, e di Barriera di Casale, al 7 di via Casalborgone, difese dai militanti e dagli abitanti della zona. A fine aprile le camicie nere si riuniscono al Teatro Balbo per poi attaccare ancora una volta la Camera del lavoro. In settembre i lavoratori resistono ancora alle incursioni squadriste a Nichelino, a Moncalieri, a Pozzo Strada e alla Casa del popolo di Borgo Vittoria, in strada Lanzo 101, sede del Gruppo anarchico rionale “Bruno Filippi”. Nelle continue aggressioni resta ferito anche il libertario Giovanni Vaudano, mentre Consiglio e Peroni sono costretti ad abbandonare la città. Schiavina e Guerrini risultano intanto assolti insieme a una decina di militanti comunisti nel processo contro gli Arditi del popolo. Ma ormai tutto è perduto. Il 28 ottobre 1922 Roma è presa dai fascisti e il 31 la Camera del lavoro torinese, dove hanno sede l’Uap e il Gruppo anarchico “Centro”, è ridotta a un rogo. Cadono anche le ultime Case del popolo, le cooperative, i circoli e i giornali operai e rivoluzionari. L’11 novembre ventimila squadristi piemontesi sfilano in un imponente corteo. L’opposizione dei lavoratori è definitivamente spezzata, per prendere Torino si attende solo l’ordine di Mussolini. Tra il 18 e il 20 dicembre i “lanzichenecchi”, come spesso usa chiamarli «Umanità Nova», calati in città agli ordini del console Brandimarte, detto “Procellaria”, investono la città causando undici vittime operaie. Tra queste il segretario comunista libertario della Fiom cittadina Pietro Ferrero e Giovanni Massaro, manovale disoccupato dello Scalo Dora e simpatizzante anarchico, oltre a Carlo Berruti, massimo dirigente torinese del Sindacato dei ferrovieri passato di recente dalle file antiautoritarie, alle quali aveva aderito giovanissimo, al Pcd’I; mentre l’operaio Probo Mari, secondo alcuni studi anch’egli anarchico e militante dell’Usi, era riuscito a sopravvivere all’esecuzione. Scampati alla strage, Margarita e Guerrini riparano presto oltreconfine continuando la lotta antifascista. Come loro, lavoratori coscienti e uomini liberi, altri anarchici torinesi, nativi o acquisiti, saranno ancora protagonisti nel fuoruscitismo, nella cospirazione interna contro il regime, nella guerra rivoluzionaria contro la reazione in Spagna, nel maquis in Francia e nella Resistenza partigiana. 



giovedì 27 aprile 2023

A proposito del 25 aprile

Per gli anarchici il 25 aprile era iniziato più di vent’anni prima. L’anarchismo e il fascismo d’altronde sono sempre stati in pessimi rapporti. Da un lato l’aspirazione alla libertà, dall’altro un sistema di dominio che pretendeva di inquadrare l’individuo in tutto quello che i libertari hanno sempre combattuto: Dio, Patria e Famiglia. Non c’è da stupirsi dunque se gli anarchici sono sin 1921 tra gli entusiasti sostenitori degli Arditi del Popolo e si battono nelle loro file in tutta la penisola e sulle barricate di Parma del 1922. A questo proposito, si può affermare che l’unica componente proletaria che sostenne attivamente l’arditismo popolare fu proprio quella libertaria. Dopo la Marcia su Roma, migliaia di anarchici furono costretti ad andare in esilio, dove cercarono di rendere la vita impossibile ai rappresentanti del fascismo all’estero con ogni mezzo necessario – dai giornali alla propaganda, dalla creazione di reti di mutuo soccorso a veri propri attentati contro uomini e istituzioni del regime. Diversi furono inoltre i tentativi di eliminare Mussolini, come quelli di Gino Lucetti (1926), Michele Schirru (1931) e Angelo Sbardellotto (1932). Gli anarchici di lingua italiana, così come i loro compagni provenienti da tutto il mondo combatterono poi nel corso della rivoluzione spagnola. Nel settembre 1943, se alcuni rifiutarono di partecipare a una guerra tra imperialismi, molti anarchici invece decisero di prendere parte alla lotta armata contro il nazifascismo. Di questo impegno sono prova le numerose formazioni che si vennero a creare come le brigate “Bruzzi-Malatesta”, i battaglioni “Lucetti” e Schirru”, solo per citarne alcune. Fino ad arrivare al 25 aprile. Un 25 aprile “lungo”, dunque, più di vent’anni e non ristretto solo all’Italia. Ma la Liberazione sembra essere un processo tutt’altro che finito. Nuovi fascismi, nuove forme di dominio, sempre più diffuse e ambigue, segnano il nostro esistente. Per questo ha senso riandare alle parole dei/lle partigiane che lottarono in quei tormentati anni, riascoltare le loro voci e fare in modo che quelle non rimangano mero feticcio storico, ma lasciti, per continuare a cercare di costruire una società libera e solidale.


giovedì 20 aprile 2023

Gli Anarchici e la Resistenza

Fieramente ribelli anche al confino

L'8 novembre 1926 fu pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" il decreto che istituiva il "Tribunale Speciale per la difesa dello Stato" e le "Commissioni provinciali per l'assegnazione al Confino di Polizia". Ma fin da prima di quel decreto molti anarchici furono relegati su quelle isole sperdute nel Mediterraneo che già erano state utilizzate alla fine del secolo scorso per tenervi raccolti (ed isolati dal mondo esterno) i sovversivi. Al confino, gli anarchici costituirono sempre un gruppo compatto e battagliero, e seppero combattere la dittatura fascista anche in quelle dure condizioni. Basti pensare alle condanne al carcere subite da 152 confinati politici che nel 1933 organizzarono a Ponza le proteste contro i continui soprusi della direzione della Colonia; numerosi fra questi condannati gli anarchici (Failla, Grossuti, Bidoli, Dettori, ecc.). L'anno successivo l'anarchico Messinese, confinato ad Ustica, prese a schiaffi il direttore della Colonia che voleva obbligarlo a fare il saluto romano. La ribellione contro simili soprusi si estese progressivamente ad altre isole, in particolare a Ventotene ed a Tremiti, portando a nuove condanne contro compagni nostri. Uniti da stretti vincoli di solidarietà, gli anarchici riuscirono a far giungere e circolare clandestinamente fra i compagni alcuni testi anarchici e sostennero nel contempo vivaci polemiche con gli altri confinati. Particolarmente tesi furono sempre i rapporti fra confinati comunisti ed anarchici poiché i primi, ligi alle direttive politiche provenienti dal Partito e da Mosca, fecero sempre di tutto per ostacolare l'attività politica dei libertari. Ad acutizzare questa polemica giunsero, a partire dal 1936, le notizie dal fronte spagnolo, che, seppur senza precisione, riferivano di scontri armati fra anarchici e stalinisti. Ribelli ad ogni autorità, gli anarchici tennero costantemente un comportamento fiero e deciso, e furono sempre ritenuti i più pericolosi e sediziosi dalle autorità del confino; questa pessima (e meritata) fama presso le alte gerarchie fasciste fu causa di nuove persecuzioni e condanne e spesso dell'allungamento della pena di confino senza neppure una parvenza di processo. Accadde così che alcuni compagni, pur condannati inizialmente a pochi anni, dovettero restare sulle isole fino al 1943, quando, con la caduta del fascismo in luglio, esse furono "smobilitate". Significativa al riguardo la liquidazione del confino di Ventotene, dov'era stato concentrato un numero elevato di anarchici. Quando giunse la notizia della caduta del fascismo i primi ad esser liberati furono i militanti di "Giustizia e Libertà", cattolici, repubblicani e testimoni di Geova; per cui in un primo tempo rimasero a Ventotene solo comunisti, socialisti ed anarchici. Quando però il maresciallo Badoglio chiamò al governo Roveda per i comunisti e Buozzi per i socialisti, questi pretesero ed ottennero la liberazione dei carcerati comunisti e socialisti, trascurando gli anarchici ed i nazionalisti sloveni. Si ruppe così quel vincolo di solidarietà che, al di là delle accese polemiche, aveva pur sempre legato le varie comunità politiche di confinati di fronte al comune

nemico fascista. Nonostante alcuni militanti dei partiti di sinistra cercassero di rifiutarsi di partire per non lasciar soli gli anarchici, il grosso dei confinati se ne andò libero, noncurante di quelli che erano costretti a restare sull'isola. Gli anarchici, dopo una decina di giorni dalla partenza degli altri, furono trasportati, per nave e poi in treno, fino al campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Durante questo lungo viaggio di trasferimento molti compagni cercarono di fuggire, eludendo la stretta vigilanza di poliziotti e carabinieri, ma solo uno riuscì nel suo intento. Appena giunti nel campo gli anarchici ebbero a scontrarsi con le autorità e due compagni nostri furono immediatamente segregati in cella; questo diede l'avvio alle proteste ed alla continua agitazione degli anarchici (fra i quali ricordiamo Alfonso Failla) che giunsero a scontrarsi violentemente con le forze dell'ordine del campo. Successivamente, comunque, alcuni riuscirono a fuggire ed andarono a costituire le prime bande partigiane delle zone circostanti. Solo nel settembre le guardie se la squagliarono ed i compagni lasciarono il campo, appena prima che arrivassero i tedeschi.


Gli anarchici contro il fascismo


Nel '20 gli anarchici in Italia erano una forza rivoluzionaria con cui si dovevano fare i conti, una forza con cui dovevano fare i conti padroni, governo e fascisti. Essi avevano un quotidiano, Umanità Nova, che tirava cinquantamila copie e numerosi periodici. L'U.S.I., il sindacato rivoluzionario influenzato dagli anarchici (segretario ne era l'anarchico Armando Borghi), contava centinaia di migliaia di iscritti. Dopo il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, gli anarchici riconoscendo nel fascismo la "contro-rivoluzione preventiva" (come la definì bene Luigi Fabbri) con cui i padroni avrebbero cercato di impedire il ripetersi di una situazione pre-rivoluzionaria, gettarono tutte le loro energie nella mischia contro il giovane ma già robusto figlio bastardo del capitalismo. La volontà ed il coraggio degli anarchici non potevano però bastare di fronte allo squadrismo, potentemente dotato di mezzi e di armi e spalleggiato dagli organi repressivi dello stato. Tanto più che anarchici ed anarcosindacalisti erano presenti in modo determinante solo in alcune località ed in alcuni settori produttivi. Soltanto una analoga scelta di scontro frontale da parte del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro avrebbe potuto fermare il fascismo. Purtroppo la politica disfattista, capitolarda del Partito e del sindacato riformisti, che già aveva ostacolato lo sviluppo rivoluzionario e dunque contribuito al fallimento dell'occupazione delle fabbriche, seminò confusione ed incertezza nel movimento operaio in un momento che già era per molti aspetti di riflusso delle lotte. E questo proprio di fronte al moltiplicarsi ed aggravarsi delle violenze fasciste, soprattutto dopo il '21. Ovunque in Italia le squadracce di Mussolini assaltavano le sedi politiche, le redazioni, i militanti più attivi, tutto quanto "puzzasse" di "sovversivo". Lo stato liberale fu diretto complice sia delle attività criminali sia dell'intera strategia politica del fascismo nella comune lotta contro la combattività dei lavoratori. Pur essendo essi stessi vittime delle violenze squadriste, i socialisti si limitarono a denunciare le "illegalità" fasciste, senza dedicare tutte le loro energie alla lotta popolare rivoluzionaria contro il terrorismo padronale. Non solo, ma il PSI giunse al punto di stipulare con i fascisti un Patto di Pacificazione (agosto 1921) che contribuì a disarmare il movimento operaio sia psicologicamente sia materialmente, nel momento stesso in cui si intensificavano le violenze squadriste (che continuarono a crescere... in barba al patto!). Quello che ci interessa sottolineare è che, mentre i vertici politici sindacali invitavano alla "calma" e alla non violenza, furono gli stessi lavoratori, organizzatisi autonomamente, a dare alcune storiche lezioni ai fascisti. Le insurrezioni di Sarzana (luglio '21) e di Parma (agosto '22) sono due esempi della validità della linea politica sostenuta dagli anarchici, allora, sulla stampa e nelle lotte: contro il disfattismo delle burocrazie riformiste, gli anarchici sostenevano infatti l'urgente necessità di battere con la lotta il movimento fascista, stimolando la combattività dei lavoratori. Coerentemente con questo programma gli anarchici si batterono sino in fondo senza quei tentennamenti e quella ricerca di compromessi che caratterizzarono l'attività dei socialisti. Significativa al riguardo la differente posizione assunta da socialisti e comunisti da una parte ed anarchici dall'altra, di fronte al movimento degli Arditi del Popolo.


giovedì 21 aprile 2022

Gli arditi del popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all'altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n'era una tenuta dagli anarchici. Completamente diverso fu l'atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d' I. giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fu imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato alla televisione il comunista Umberto Terraccini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi noi, come già cinquant'anni fa i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa dura critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che - anche se su posizioni da noi molto differenti - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo. Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente. 


giovedì 22 aprile 2021

25 APRILE - Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna)


Dalle belle città date al nemico

fuggimmo un dì su per l'aride montagne,

cercando libertà tra rupe e rupe,

contro la schiavitù del suol tradito.

Lasciammo case, scuole ed officine,

mutammo in caserme le vecchie cascine,

armammo le mani di bombe e mitraglia,

temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.


Siamo i ribelli della montagna,

viviam di stenti e di patimenti,

ma quella fede che ci accompagna

sarà la legge dell'avvenir.

Ma quella legge che ci accompagna

sarà la fede dell'avvenir.


Di giustizia è la nostra disciplina,

libertà è l'idea che ci avvicina,

rosso sangue è il color della bandiera,

partigian della folta e ardente schiera. 

Sulle strade dal nemico assediate

lasciammo talvolta le carni straziate.

sentimmo l'ardor per la grande riscossa,

sentimmo l'amor per la patria nostra.


(Di giustizia è la nostra disciplina

Comunismo l'idea che ci avvicina

Rosso sangue il color della bandiera

Partigiana la nostra ardente schiera.


Per le strade dal nemico assediate

Lasciammo assai spesso le carni straziate

Sentimmo l'ardor per la grande riscossa

Sentimmo l'amor per la bandiera rossa.)*


Siamo i ribelli della montagna,

viviam di stenti e di patimenti,

ma quella fede che ci accompagna

sarà la legge dell'avvenir.

Ma quella legge che ci accompagna

sarà la fede dell'avvenir.

*(variazione della seconda strofa più comunista)


Il canto viene creato nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini "Cini". Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti i giovani dela nostra generazione, esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l'iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all'ingresso della "caserma", che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e sugerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa. In distaccamento c'è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi”. [testimonianza diretta di Carlo De Menech, allora diciottenne commissario politico del distaccamento].

Anarchici antifascisti a Torino

Dopo l’occupazione delle fabbriche a Torino nell’autunno del 1920, l’offensiva fascista diventerà sistematica e coordinata, comandati dal famigerato Pietro Brandimarte i fascisti a Torino assalirono la Camera del Lavoro il 18 dicembre 1922; successivamente protetti e sostenuti dagli ufficiali del regio esercito e dalla polizia, incendiarono e devastarono il circolo dei ferrovieri, il circolo “Calo Marx” e la sede dell’"Ordine Nuovo”. Fra il 18 e 19 dicembre, 22 militanti anarchici, socialisti e comunisti furono uccisi dagli assassini in camicia nera. L’anarchico Pietro Ferrero, legato per i piedi a testa in giù dietro un autocarro, fu trascinato per ore lungo alcuni viali di Torino. Gli assassini abbandonarono poi il suo corpo martoriato nei pressi della Camera del Lavoro. Con l’avvento del fascismo gli anarchici torinesi, costretti alla clandestinità e alla cospirazione, cercarono di ricomporre le fila del Movimento contando solo sulle forze genuinamente anarchiche ancora disponibili alla lotta. Già nell’agosto del 1930 una relazione della Divisione Polizia Politica poteva fare il punto della situazione: secondo la polizia fascista esistevano a Torino tre gruppi anarchici denominati: “ Barriera Nizza, Barriera di Milano, Campidoglio”. Il gruppo “Barriera di Milano” era composto quasi esclusivamente da immigrati toscani, per lo più piombinesi e pisani che, - continua il rapporto – avevano abbandonato “il loro paese nativo allo scopo di sottrarsi ad eventuali misure di polizia, perché noti colà come sovversivi”. Del gruppo facevano parte: Settimo Guerrieri, piombinese (indicato dalla polizia come anarchico da arrestare, irreperibile e come organizzatore di espatri clandestini); Dario Franci, piombinese, anarchico da arrestare, muratore e cultore della lingua esperanto; Arduilio D’Angina, Dante Armanetti, i fratelli Giacomelli, Mario Carpini, i fratelli Vindice e Muzio Tosi, anch’essi piombinesi, anarchici da arrestare. Il gruppo “Barriera di Nizza” era forse il più numeroso, anche se nel rapporto di polizia erano segnalati solo i compagni più esposti, quelli di cui “l’informatore” era venuto a conoscenza. Ne facevano parte: Cesare Sobrito, dal rapporto “elemento molto quotato fra i suoi, perché da diversi anni milita nelle file anarchiche, è in relazione con il noto anarchico Luigi Bertoni di Ginevra ed invia periodicamente corrispondenze sotto lo pseudonimo di Germinal, ai giornali anarchici: Il Risveglio di Ginevra e L’Adunata dei Refrattari di New York”. Emilio Bernasconi, elemento “veramente pericoloso e ritenuto capace di atti inconsulti”. Eugenio Martinelli, “descritto dagli stessi anarchici, come compagno fidato e autorevole”; Michele Candela “incaricato a distribuire sussidi alle famiglie dei detenuti politici”; e Vittorio Levis. La relazione della Divisione Polizia Politica non conteneva nessuna notizia sul gruppo Campidoglio, che evidentemente non aveva nessun infiltrato al suo interno. Il rapporto di polizia prosegue narrando come, per mantenere i contatti tra di loro, gli anarchici dei tre gruppi ricorressero alla compagna Teresa Barattero, venditrice di giornali, con un chiosco posto in corso Dante.   



giovedì 23 aprile 2020

IIª BRIGATA MALATESTA

Nel gennaio 1944 in S. Cristina, presso le costruzioni meccaniche Fratelli Guidetti, è stato costituito il Iº Comitato di agitazione antifascista. Nello stesso tempo venivano organizzate delle squadre d’azione nella zona di Mede-Lomello e campagna. Furono quindi costituiti gruppi armati della IIª Brigata Malatesta in S. Cristina, Corteolona, Inverno, Monteleone, Miradolo, Bissone, Boscone e Calendasco. Furono aiutati prigionieri inglesi fornendo loro denaro e vestiti. Alcuni di essi furono accompagnati a Milano di dove poterono riparare in Svizzera. Furono stretti rapporti con gli slovacchi di Corteolona e di S. Cristina i quali hanno fornito armi e munizioni. Fra gli slovacchi stessi fu costituito un gruppo di patrioti. Questi gruppi erano inquadrati nelle Brigate Malatesta e Bruzzi di Milano che agivano alle dipendenze delle formazioni Matteotti.
Azioni importanti: - 15 aprile 1944. Operazione armata dei distaccamenti di Mede-Lomello contro la caserma dei CC.RR. e della G.N.R. di Pieve del Cairo. Bottino 12 moschetti, 5 rivoltelle e materiale vario. - 23 aprile 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco sul Po a Pieve del Cairo (il nemico perdeva un uomo). Disarmo di un sergente e di un maresciallo tedesco. - giugno 1944. Operazione armata contro la caserma di S. Giorgio Lomellina. Disarmo dei militi di presidio; bottino di armi e munizioni. - 24 luglio 1944.
Rastrellamento della Lomellina operato dalla 4ª Compagnia delle Brigate nere Alfieri (Villa Biscossa) durante il quale venne catturato il patriota Gatti Carlo di S.Nazzaro (Pavia), il quale fu poi deportato in Germania da dove fece ritorno solo nel maggio 1945. - 26 luglio 1944. Operazione di disarmo contro due militi della B.n. di Mede (Guardamagna Orazio e Serafino Scarroni). In seguito a tale operazione fu catturato dalle B.n. per rappresaglia il volontario patriota Bernini Piero il quale, condotto alla sede della B.n., venne seviziato e quindi consegnato alla Muti di Milano. Di questo volontario non si è potuto avere notizie; si suppone sia deceduto in seguito alle sevizie patite. - 5 agosto 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco nella zona di Boscone Calendasco (Piacenza). Disarmo di alcuni soldati tedeschi. L’azione fu diretta dal comandante di quel distaccamento Rossi Luigi.
- 28 agosto 1944. Arresto di Gaiulli Giuseppe organizzatore della zona di Mede-Lomello dalla B.n. Alfieri. - gennaio 1945. Azione di sabotaggio contro gli impianti dell’organizzazione TODT sul Po presso Torre Beretti. - 2 marzo 1945. Arresto a Milano del comandante di Brigata Pietropaolo Antonio unitamente ad altri membri del comando della formazione. - 1 aprile 1945. Azione armata contro il presidio di Lomello della G.N.R.; la bandiera della formazione fu issata sulla piazza del comune dalle 7 alle 11,30. Due militari tedeschi furono disarmati. Contemporaneamente al bivio della strada Lomello-Mortara-Pavia avveniva il disarmo di quattro militari della Wermacht; il nemico ebbe due feriti. - 31 marzo 1945. Da tempo erano stati stretti rapporti con elementi del  distaccamento di S. Cristina e gli slovacchi del presidio a Corteolona, i quali fornirono armi e munizioni. Nella notte dal 31 marzo al 1 aprile, alcuni slovacchi esperti nel maneggio delle armi automatiche unitamente a Saracchi e Castiglioni operano il rafforzamento del posto di blocco sulla strada
Vigentina portando un carico di armi automatiche con munizioni a Milano per rafforzare la Iª Brigata Bruzzi operante nella zona in vista delle azioni insurrezionali. - 24 aprile 1945. Occupazione della caserma della G.N.R. completa del nemico. Attacco di un’autocorriera carica di militi della B.n. sulla strada Mede-Lomello; nel combattimento cadde il patriota Camussoni Angelo. - 25 aprile 1945. Zona Pavese occidentale: i patrioti del distaccamento di S. Cristina-Corteolona-Belgioioso occupavano le strade della zona e prendevano contatto con i militari slovacchi, i quali passavano in massa con noi portando con essi tutto l’armamento (cinquanta fucili ed alcuni mitragliatori). Rinforzi venivano inviati alla Brigata Garibaldina Stella Rossa impegnata in combattimento con duecento marinai nei pressi di Alberoni. Attaccati e disarmati, i marinai tedeschi vennero inviati al Comando di S. Colombano. Nello stesso tempo tre autocarri tedeschi che si dirigevano verso Corteolona furono attaccati e bloccati a Belgioioso. Zona della Lomellina: - 25 aprile 1945. Occupazione della caserma e del municipio di Mede. Vennero fatti prigionieri numerosi militi della B.n. e militari della Wermacht. - 26 aprile 1945. Nel pomeriggio i nostri reparti venivano minacciati da una colonna fascista forte di ottomila uomini proveniente dal cuneense. Data la superiorità del nemico e dato l’atteggiamento della Brigata Fachiro che già da cinque ore si era ritirata, i nostri operavano lo sganciamento, disturbando il nemico con colpi di mano isolati. - 27 aprile 1945. Azione di disarmo nei pressi di Sartirana di elementi isolati della colonna. - 28 aprile 1945. Attacco dei presidi nemici di Sartirana. - 29 aprile 1945. Nella notte collegamento con le altre Brigate partigiane affluite nella zona. Si creava uno sbarramento di mortai e mitragliatrici pesanti con mezzi tolti al nemico che veniva così limitato in una zona di accerchiamento. Alle ore 23,30 veniva intimata la resa alla colonna accerchiata. - 30 aprile 1945. Resa completa del nemico.

ILIO BARONI

Ilio Baroni, nome di battaglia «Il Moro», muore nell’aprile 1945, durante la liberazione di Torino, nel corso di una azione della VIIa Brigata SAP, di cui è comandante.
Baroni è un anarchico di Piombino, dove è nato il 25.5.1902, che ha conosciuto tutta la trafila antifascista dell’epoca. Nel 1922 si scontra ripetutamente con le squadracce fasciste e, perseguitato, deve trasferirsi a Torino, dove lavora alle Ferriere Piemontesi. Nel 1937, dopo un tentativo non riuscito l’anno precedente, decide di partire per la Spagna, ma giunto a Parigi viene convinto dagli anarchici italiani lì rifugiati a tornare a Torino per mantenere i collegamenti con gli operai delle Ferriere e del quartiere Barriera di Milano dove è molto conosciuto e ascoltato. Tornato in Italia, poco dopo viene però nuovamente arrestato e inviato al confino fino al dicembre 1942. Rilasciato, rientra nuovamente a Torino e alle Ferriere, dove svolge un’intensa attività sindacale. Proprio all’interno delle Ferriere nasce la VII° Brigata SAP.
Testimonianza di Aldo Demi, volontario nelle brigate internazionali in Spagna e cognato di Baroni: "Alle Ferriere c’erano parecchi antifascisti, tant’è vero che quando nel ’35 volevano farci iscrivere al sindacato fascista noi dicemmo di no. In tutto il reparto laminatoi, dove lavorava Ilio, vi furono soltanto pochissimi - si contavano sulle dita - che si iscrissero. C’erano diversi anarchici. Ilio era conosciuto come anarchico: ci sapeva fare. Alle Ferriere c’erano dentro i tedeschi. Però il direttore era molto «legato» a mio cognato, perché la FIAT teneva il piede in due staffe. Erano stati minati i treni e Ilio - non so se da solo o con altri - li sminò, mettendo a rischio la propria esistenza perché potevano saltare da un momento all’altro. Ed è per quello che la FIAT in seguito era sicuramente a conoscenza della squadra SAP attiva nelle Ferriere: uscivano ed entravano dalle Ferriere quando volevano, il direttore sapeva tutto".
Testimonianza di Mario Trombetta, partigiano VIIa brigata SAP e attuale presidente della sezione ANPI «Ilio Baroni » di Torino: "Baroni era comandante di brigata e mio padre era vice-comandante. C’era una squadra di manovra che viveva alle Ferriere e quando era il caso venivano anche i GAP e un po’ tutti i partigiani che rientravano dalle montagne. Con questa squadra di manovra un giorno sì e un giorno no si facevano i disarmi: si andava fuori, si prendevano isolatamente le brigate nere, la X Mas o la Ettore Muti, e si procedeva al disarmo. Baroni era veramente un uomo d’azione, un anarchico. Certo non poteva fare un’eccessiva propaganda anarchica perché aveva ben altri compiti da svolgere. Era diventato comandante della VIIa brigata SAP ma era già stato attivo prima nella difesa sindacale all’interno della fabbrica. Era molto conosciuto, era un punto di forza del movimento operaio. Quando è morto, Baroni era con «Lucio» (Giulio Oberti), comandante di distaccamento. In corso Giulio Cesare hanno attaccato un nostro camion, i nostri sono prigionieri dietro al camion e ci sono i cecchini sul corso Giulio Cesare angolo via Novara. Partiamo io, «Lucio» e Baroni con un motocarro: sopra c’è la «crava», un fucile mitragliatore. Mentre stiamo per andare sentiamo sparare: i nostri compagni hanno attaccato un treno di tedeschi. Allora scendiamo e attacchiamo anche noi il treno per una buona mezz’ora finché i tedeschi non si arrendono. Esaurita questa operazione, torno indietro e cerco Baroni, ma mi dicono che è già andato via con Lucio. Torno indietro e arriva la notizia:«Hanno sparato a Moro»".
(Testimonianze raccolte da Tobia Imperato Tobia Imperato)

giovedì 25 aprile 2019

Impedire il saldarsi del fascismo e della miseria

Antifascismo oggi è anche impedire il saldarsi del fascismo e della miseria. È portare le ragioni della rivolta e della sovversione sociale là dove il potere prova a diffondere razzismo, discriminazione e lotte fra poveri. Senza esitazione, perché viviamo già nella catastrofe e il punto di non ritorno potrebbe anche essere alle nostre spalle.
Per muoversi, in prospettiva, verso una “buona vita” occorre mettere in campo molteplici azioni.
Da un lato un’iniziativa di carattere culturale il cui obiettivo sia ridare senso alle parole: quelle con le quali delineare lo stato di cose esistente e attraverso le quali immaginarci una società diversa.
Dall’altro lato – e come premessa necessaria –un’iniziativa di carattere sociale tendente a sottrarre le individualità all’anomia e infonder fiducia laddove c’è uno scoramento diffuso, mirando a de-segmentare il sociale: dare vita, cioè, a reti di solidarietà, alleanze e sinergie tra gruppi e individualità fondate su relazioni non autoritarie.
Come fare? Nel quotidiano, è bene continuare a resistere e a opporsi alle politiche del dominio, mettendo in collegamento l’antifascismo con tutte le altre attività e lotte che portano avanti, con l’obiettivo di produrre un ribaltamento si senso.
L’antagonismo anche nelle sue espressioni più lucide ed efficaci, non riesce ancora a innescare questo ribaltamento di senso. Anzi, rischia di creare ulteriore segmentazione nel momento in cui dà luogo a forme di auto-ghettizzazione, riproducendo politiche identitarie che nulla hanno a che fare con pratiche di liberazione e lotta al dominio.
Contemporaneamente, appare sempre più evidente come non ci sia spazio per ipotesi di riforma – per quanto radicale – dell’ordine delle cose. È necessario lavorare per una prospettiva rivoluzionaria che inverta la devastante direzione di marcia della società contemporanea.
(Tratto da un documento su “A” dei compagni e le compagne del circolo anarchico C. Berneri di Bologna)    

È FESTA D’APRILE Franco Antonicelli

E' già da qualche tempo che i nostri fascisti 
si fan vedere poco e sempre più tristi, 
hanno capito forse, se non son proprio tonti, 
che sta arrivare la resa dei conti. 

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia 
per conquistare la pace, per liberare l'Italia; 
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile; 
evviva i partigiani! è festa d'Aprile. 

Nera camicia nera, che noi abbiam lavata, 
non sei di marca buona, ti sei ritirata; 
si sa, la moda cambia quasi ogni mese, 
ora per il fascista s'addice il borghese. 

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia... 

Quando un repubblichino omaggia un germano 
alza il braccio destro al saluto romano, 
ma se per caso incontra partigiani 
per salutare alza entrambe le mani. 

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia... 

In queste settimane, miei cari tedeschi, 
maturano le nespole persino sui peschi; 
l'amato Duce e il Fuhrer ci davano per morti 
ma noi partigiani siam sempre risorti. 

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia... 

Ma è già da qualche tempo che i nostri fascisti 
si fan vedere spesso, e non certo tristi; 
forse non han capito, e sono proprio tonti, 
che sta per arrivare la resa dei conti. 

Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia... 

25 Aprile 1945

12 gennaio: Inquadrato nel I Corpo d’Armata canadese (VI Armata GB) entra in linea il gruppo di combattimento Cremona del gen. Clemente Primieri che sostituisce la 1a Divisione canadese nel settore tra Alfonsine (Ravenna) e la costa adriatica. Il gruppo è la prima delle sei grandi unità (le altre sono i gruppi Friuli, Legnano, Folgore, Mantova e Piceno) costituite dall'esercito italiano nella seconda metà del 1944, in stretta collaborazione con la missione militare alleata in Italia. Nel settore dell’VIII Armata GB, entrerà successivamente (8 febbraio) in linea il gruppo di combattimento italiano Friuli al comando del gen. Arturo Scattini, in sostituzione della Divisione polacca "Kresowa", schierata sul Senio di fronte a Riolo dei Bagni.
25 febbraio: nel settore della V Armata USA termina la prima fase della limitata offensiva del IV Corpo ad ovest della Statale 64. Sul fianco destro del fronte alleato, i primi reparti del gruppo di combattimento italiano Folgore prendono posizione nel settore del XIII Corpo (VIII Armata GB). Il nuovo esercito italiano completerà entro il 3 marzo lo schieramento a cavallo del fiume Santerno, assumendo la responsabilità del settore già tenuto dalla 6a Divisione GB.
28 febbraio: la 10a Divisione motorizzata USA e la 1a Divisione del Corpo di spedizione brasiliano (IV Corpo della V Armata USA) completano il raggruppamento per la seconda fase dell’offensiva contro i rilievi ad ovest della Strada Statale 64.
2 marzo: nel settore dell’VIII Armata GB, il gruppo di combattimento Cremona (V Corpo) con l’appoggio dei partigiani della 24a Brigata Garibaldi, inizia l'offensiva verso Comacchio.
3 marzo: inizia la seconda fase dell’offensiva limitata e locale del IV Corpo (V Armata USA) verso le alture a nord-est dei monti Torraccia e Castello. Nel settore del V Corpo (VIII Armata GB), la 56a Divisione conquista un solido caposaldo sulla riva orientale del Senio, nei pressi di San Severo mentre il gruppo Cremona continua la battaglia per Comacchio.

4 marzo: prosegue l’offensiva del IV Corpo della V Armata USA che raggiunge Monte Acidola, Madonna di Brasa e Monte della Croce. Sul fianco destro dello schieramento alleato (V Corpo dell’VIII Armata GB), il gruppo di combattimento Cremona entra a Torre di Primaro.
29 marzo: il CLNAI decreta l'unificazione delle forze partigiane (che non ci sarà il tempo di attuare realmente) e nomina un Comitato insurrezionale composto da Valiani (Partito d'Azione), Pertini (Partito Socialista) e Sereni (Partito Comunista).
1 aprile: durante la notte nel settore del V Corpo (VIII Armata GB) la 2a Brigata Commandos dà il via all’Operazione Roast per liberare la zona di Comacchio.
5 aprile: nel settore della V Armata USA, la 92a Divisione dà il via a un attacco in direzione di Massa.
10 aprile: dopo cinque giorni di scontri la 92a Divisione della V Armata USA entra a Massa. Continua l’offensiva delle unità dell’VIII Armata GB sul fianco orientale dello schieramento alleato. L’attacco in forze in questo settore coglie di sorpresa la X Armata tedesca del gen. Herr che si aspettava un’offensiva al centro e sul fianco destro del suo schieramento.
11 aprile: nel settore occidentale dello schieramento alleato, la 92a Divisione della V Armata USA conquista Carrara. Sul fianco orientale, dove operano le unità dell’VIII Armata GB, il II Corpo polacco raggiunge il fiume Santerno.
12 aprile: Hitler ordina la difesa ad oltranza delle città tedesche, decretando la pena di morte per i trasgressori. Sul fronte italiano la V Armata USA è costretta a rimandare l’offensiva, prevista per questa data, a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Prosegue l’avanzata delle unità del V Corpo (VIII Armata GB) verso Bastia, sulla riva settentrionale del fiume Reno.
13 aprile: alle formazioni partigiane impegnate con la "Direttiva n.16" di Luigi Longo (tenersi pronti per l'insurrezione finale) arrivò il perentorio comunicato di Clark (comandante delle forze Alleate in Italia).Il nuovo generale avuto sentore dell’iniziativa insurrezionale dei partigiani (infuriati gli alti comandi e lo stesso Truman), invia l'ordine a tutte le forze partigiane di astenersi da qualsiasi operazione militare, insurrezionale e politica. Il comando della V Armata USA rimanda ulteriormente l’inizio dell’offensiva a causa del persistere del tempo sfavorevole. Nel settore dell’VIII Armata GB, il II Corpo polacco espande la testa di ponte oltre il fiume Santerno.
15 aprile: nel settore della V Armata USA, mentre il IV Corpo procede nei settori di Suzzano e di Vergato, nella notte il II Corpo lancia l’attacco in direzione di Bologna, a est della Statale 64, dopo un intenso bombardamento aereo. Partecipa all’attacco anche il gruppo di combattimento italiano Legnano. Sul fianco orientale dello schieramento alleato, le unità del II Corpo polacco (VIII Armata GB) iniziano ad attraversare il fiume Sillaro.
17 aprile: l’avanzata delle forze Alleate prosegue senza soste. Nel settore occidentale, la 92a Divisione (V Armata USA) punta verso Sarzana, mentre il IV Corpo raggiunge i monti Ferra e Moscoso. Sul fianco orientale dello schieramento, il II Corpo polacco (VIII Armata GB) avanza ad ovest di Medicina mentre il XIII Corpo raggiunge il fiume Gaiana.
18 aprile: Torino non attende la data fissata dell'insurrezione impartita dalla «Direttiva n.16». Gli eventi incalzano con la ritirata dei tedeschi i cui reparti dovrebbero attraversare Torino. Le formazioni partigiane prima riescono a promuovere un grande sciopero generale nelle grandi fabbriche che sono, infatti, occupate, poi scatenano l'offensiva che si estende in tutte le valli piemontesi, soprattutto nel Cuneese, nel Biellese e nella Valsesia. Raggiungendo la zona Sulmonte-San Chierlo, la 10a Divisione da montagna del IV Corpo (V Armata USA) cattura circa 3000 prigionieri del XIV Corpo corazzato tedesco. Sul fianco destro dello schieramento alleato, il V Corpo (VIII Armata GB) conquista Argenta. All’azione partecipa il gruppo di combattimento italiano Cremona.
19 aprile: A Bologna i partigiani organizzano e fanno scattare l'insurrezione che avrà momenti drammatici con centinaia di morti per le strade sia di fascisti che tedeschi con le rappresaglie verso i partigiani, che ormai affrontano i nemici in campo aperto in vere e proprie battaglie militari. Un'epopea della città rossa, dove i suoi partigiani inseguono i tedeschi in ritirata, li precedono per tagliare loro la strada, li accerchiano, li catturano, o li mettono precipitosamente in fuga. Il tutto accadde mentre 1673 missioni di bombardieri alleati sganciano sulla città e in periferia, sul Serio e sul Santerno, 100.000 bombe e spezzoni incendiari. Quando arrivarono gli americani, la città era già stata liberata, ma fumava ancora per i loro bombardamenti, nel frattempo vengono emanate le direttive del comando della V Armata USA per il proseguimento dell’offensiva verso il Po: il piano prevede l’avanzata della 92a Divisione in direzione della Spezia, del IV Corpo verso il Panaro e successivamente oltre il Po tra Ostiglia e Borgoforte, e infine del II Corpo in direzione di Bologna con l’attraversamento del Po tra Ostiglia e Sermide.
20 aprile: la V Armata USA scende dagli Appennini nella pianura padana: il suo IV Corpo raggiunge Casalecchio, nei pressi di Bologna e il II conquista la regione tra Casalecchio e Gesso. Nel settore dell'VIII Armata GB, il X Corpo raggiunge il fiume Idice oltre il quale riescono a stabilire delle teste di ponte il II Corpo polacco e il XIII britannico. Il gen. Vietinghoff, comandante del Gruppo di armate C, ordina il ripiegamento delle forze tedesche (X e XIV Armata) sulla linea del Po: mossa tardiva perché le divisioni corazzate alleate si stanno avventando sulle truppe tedesche lungo tutta la linea del fronte.
21 aprile: il II Corpo Polacco, gruppi del CIL e la 28a Brigata Garibaldi "Bulow", entrano a Bologna e dilagano nella pianura padana: il 30 raggiungono Milano, Torino e Venezia, il 2 maggio entrano a Trieste.
22 aprile: mentre il IV Corpo della V Armata USA raggiunge il Panaro, superando successivamente Modena, il V Corpo dell'VIII Armata GB raggiunge Ferrara.
23 – 27 aprile: il segnale insurrezionale del "Piano A" per la liberazione di Genova scatta nelle prime ore del 23. I partigiani scendono dalle colline, assaltano il porto, dilagano nelle strade, bloccano i reparti in ritirata, procedendo alla cattura di quasi diecimila tedeschi, mentre la lotta continua per cinque giorni. Quando il 27, alle ore 21.20, entrarono i primi reparti della V Armata Alleata, Genova era già una città libera.23 aprile: Himmler e Goering cercano contatti con gli Alleati per una pace separata, ottenendo un rifiuto. Scoperti da Hitler, vengono espulsi dal partito nazista e destituiti da ogni carica. In Italia il IV Corpo della V Armata USA supera il Po nei pressi di Guastalla e di Luzzara. Nel settore dell'VIII Armata GB, il XIII Corpo stabilisce alcune teste di ponte oltre il Reno, mentre l’8a Divisione del V Corpo raggiunge Ferrara e il Po a Pontelagoscuro.
24 aprile: nel settore della V Armata USA, mentre la 92a Divisione riceve l’ordine di procedere in direzione di Genova, il IV Corpo punta sull’aeroporto di Villafranca, a sud di Verona. Reggio Emilia viene raggiunta dai reparti della 34a Divisione. Anche il XIII e il V Corpo britannico (VIII Armata GB) riescono a stabilire alcune teste di ponte oltre il Po, rispettivamente a Gaiaba e Stienta, e a ovest di Pontelagoscuro. Il Comitato di Liberazione Nazionale ordina l’insurrezione generale nell’Italia settentrionale. Le colonne tedesche in ritirata vengono attaccate dai partigiani che il 25 assumono il controllo di Milano. In Germania le truppe sovietiche accerchiano Berlino.
25 aprile: il CLNAI proclama l'insurrezione generale a Milano, a mezzanotte è scattata l'ora X della «Direttiva n.16», ed inizia lo sciopero generale tutte le fabbriche vengono occupate. Il CLNAI assume pieni poteri: s’insedia nell'amministrazione della giustizia, nel tribunale di guerra, nei consigli di gestione delle grandi aziende, nei posti chiave del governo della città. Dalla pianura e dalle valli tutti i partigiani convergono nel capoluogo lombardo. Mussolini, dopo aver tentato di trattare la resa con i rappresentanti del CLNAI, fugge con i suoi collaboratori verso la Svizzera. Nella notte, fascisti e tedeschi iniziano l'evacuazione della città. Le unità del IV Corpo (V Armata americana) conquistano l’aeroporto di Villafranca di Verona (10a Divisione da montagna) e Parma (3a Divisione), l'88a Divisione del II Corpo libera Verona. Nel settore dell'VIII Armata GB, la 56a Divisione e il gruppo di combattimento Cremona attraversano il Po presso Polesella e nei pressi della costa. Gli alleati entrano a Mantova, Parma e Verona. A Torgau (120 km a sud di Berlino), "Incontro sull’Elba" tra le forze sovietiche e quelle americane.

giovedì 18 aprile 2019

La primogenitura anarchica nell'antifascismo torinese

Organizzati nel corpo delle Guardie rosse con gli ordinovisti e nei Gruppi rivoluzionari d'azione, promossi dalla Unione anarchica italiana e aperti alla base operaia delle altre forze sovversive, gli antiautoritari torinesi sono tra i primi ad esporsi per difendere le industrie autogestite dai lavoratori dalla repressione governativa e dalle prime provocazioni e violenze delle squadre fasciste, sorte anche a Torino dall'arditismo di guerra con il patrocinio padronale.
Proprio due giovani miliziani dell'Usi, Raffele van Dijck, anarchico belga, e Alfonso Garamella, emigrato pugliese, operai calzaturieri di presidio allo stabilimento chimico Capamianto, cadono vittime il 12 di Settembre 1920 in uno scontro a fuoco con l'industriale Francesco De Benedetti, finanziatore del Fascio torinese, capo squadrista e proprietario della attigua omonima fonderia, tra i ritrovi delle prime bande nere. Già a questi tragici episodi sarebbe dunque possibile fare risalire la primogenitura anarchica dell'antifascismo d'azione torinese.
La smobilitazione delle occupazioni, concertata dai vertici riformisti di Psi e Cgl con il governo Giolitti e gli industriali, sancisce la sconfitta dei movimento dei Consigli di fabbrica e chiude il Biennio rosso rivoluzionario. Dalle pagine del quotidiano anarchico Umanità Nova Errico Malatesta aveva lanciato il monito ai lavoratori: "Se abbandonate le fabbriche sarà la reazione". Dall'ottobre 1920 dilagano infatti la repressione statale e il terrore borghese contro gli operai, sempre più esercitato attraverso lo strumento della violenza squadrista, inaugurando il tragico Biennio nero. Presto si scatena la caccia agli arsenali messi al sicuro dalle avanguardie di fabbrica in vista della resistenza e di una nuova rottura rivoluzionaria, con una infruttuosa perquisizione al circolo libertario "Francisco Ferrer" di Barriera di Milano e con successivi sequestri di armi, arresti e denunce a carico di diversi attivisti.