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giovedì 4 febbraio 2021

IL FEDERALISMO E L’AUTOGESTIONE

L'Individuo è il fine ultimo ma la sua realizzazione viene vista da questa appartenenza alla realtà autogestionaria. L'autogestione dunque malgrado la sua connotazione a-statale, non esclude al suo interno forme decisionali di tipo democratico (maggioranza / minoranza) o di ampia delega. È su questa radice che si basa il federalismo "libertario" connaturato all'autogestione perché riconosciuto insito nelle mutevoli ma permanenti necessità consociative delle varie realtà consociative. Allo stesso modo che l'autogestione non esclude forme di ampia delega, il federalismo libertario non esclude forme di organizzazione statale ridotta alle funzioni essenziali e configura una costruzione dalla periferia al centro. Il federalismo anarchico parte anch'esso dall'autogestione e del resto è l'anarchismo a porne il concetto, ma non si limita ad essere a-statale. Il federalismo anarchico è antistatale perché pone come non ulteriore ma primario elemento autarchico l'individuo, che trova il legame con gli altri e le altre realtà non nel "bene comune" ma nella solidarietà volontaria. Rifiuta così non solo il concetto di governo dall'alto ma anche quello della democrazia e della delega. Il federalismo anarchico non riconosce maggioranze o minoranze ma solo l'oggettivo prevalere di una soluzione "tecnica" su altre ed il diritto per chi non condivide quella prevalente di provare la propria. Il concetto di autogestione e di federalismo diventa talmente peculiare nell'anarchismo da renderlo difficilmente compatibile con qualsiasi costruzione di tipo statico e assolutamente incompatibile con quella di tipo statale. Il suo federalismo non è una costruzione dal basso all'alto ma nemmeno dalla periferia al centro, è tendenzialmente una costruzione orizzontale.


giovedì 19 dicembre 2019

La notte delle coscienze ha un tempo unico

Ubbidendo alla logica del profitto a breve termine, il valore d’uso del lavoro cede il passo al suo valore di scambio. Per quanto l’oscurantismo della nostra epoca  e la società dello spettacolo si sforzano di propagare l’istupidimento, l’insensibilità, il servilismo, la legge del più forte e del più furbo, niente potrà impedire al pensiero radicale di avanzare e di minare di nascosto lo spettacolo in cui la miseria esistenziale è elevata a virtù. 
Da quando la tirannia del lavoro è stata assorbita dalla tirannia del denaro, un grande vuoto monetizzabile si è impadronito delle teste e dei corpi.
Quelli che incitano al lavoro sono gli stessi che lo distruggono.
Quelli che osano oggi glorificare il lavoro sono gli stessi che chiudono le imprese per giocarsele in borsa alla roulette delle speculazioni borsistiche. 
La notte delle coscienze ha un tempo unico.
Non c’è riuscita possibile per le ideologie ammuffite e per le vecchie gomme sgonfie della religione rigonfiate in tutta fretta, rimesse in sesto, gettate in pasto a una disperazione che l’affarismo è bravo a rendere redditizia.
Nel bene e nel male è iniziata la fine dello sfruttamento della natura, la fine del lavoro, dello scambio, della predazione, della separazione da sé stessi, del sacrificio, dei sensi di colpa, della rinuncia al piacere, del feticismo del denaro, del potere, dell’autorità gerarchica, del disprezzo e della paura della donna, della subornazione del bambino, dell’ascendente intellettuale, del dispotismo militare e poliziesco, delle religioni, delle ideologie, della rimozione e dei suoi sfoghi mortiferi.
Non c’è che la volontà di vivere che permetta il predominio dell’essere sull’avere, del godimento sull’appropriazione, della creazione sul lavoro e dall’affinamento dei piaceri sulla redditività delle loro rappresentazioni mercantili.
Per questo dobbiamo scommettere sull’autonomia degli individui, sulla collettività che federandosi getteranno le basi di una società solidale e su quella facoltà creatrice che è in ciascuno e che la necessità di lavorare ha sempre ostacolato.

giovedì 3 ottobre 2019

La libertà in questo socialismo dello shopping

Se l’opposizione al totalitarismo dell’economia non comincia già nella nostra vita reale di individui, la speranza che l’uomo sia una merce resterà un pio voto, dal quale il corpo è destinato a essere l’altare depresso. Nello spettacolo l’uomo non è che una protesi della merce che consuma.
L’uomo capitalizzato è felice come una vittima consenziente, nel migliore dei mondi spettacolari.
L’ingiustizia dell’economia si basa sull’ineguaglianza del portafoglio delle persone, uguali da un punto di vista astratto in un mondo in cui tutto si paga. Essa condanna nei suoi tribunali della sopravvivenza quotidiana ogni deroga all’obbligo assoluto di pagare il prezzo di qualunque appropriazione, del minimo gesto di vita. La liturgia del potere si compiace a officiare nello spettacolo dell’impotenza collettiva. 
Tutti i nemici veri o presunti dello spettacolo sono rigettati senza distinzione come barbari dall’universo chiuso della grande superficie commerciale alla quale gli uomini economizzati stanno riducendo il mondo. Ogni idea pratica di gratuità e di libertà resta al di fuori di questa cosmologia orribile, e dunque anche qualunque effettiva possibilità di umanità.
La libertà in questo socialismo dello shopping si riduce al consumo e alla rinuncia. Desiderare altrove, desiderare altrimenti, sembra ormai inconcepibile ma, a diversi gradi di coscienza e di risoluzione, la volontà di vivere tutte le sensazioni, tutte le esperienze, tutti i possibili è presente in ogni uomo. Federare la volontà di tutti, rimettendo al centro l’autonomia individuale, emanciparsi dalle basi materiali della verità rovesciata è più che mai il contenuto concreto dell’auto emancipazione della nostra epoca.