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giovedì 12 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA cinquant'anni fa - Dodici dicembre 1969

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti.
A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti.
Alle 16.37 siamo già vecchi. 
Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati.
Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda.
La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pino Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio.
Anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un malore attivo.
Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente.
La pista anarchica viene suggerita e orchestrata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno per depistare le inchieste.
Passano gli anni e la magistratura imbocca la pista giusta. Le valigette che contengono l’esplosivo del ’69 sono state acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova.
Emerge un piano che deve sfociare in un tentativo di colpo di Stato militare.
(Tratto dalla prefazione “Attentato Imminente” di Daniele Bianchessi)


QANA Patty Smith

Non c’è nessuno
nel villaggio
né un essere umano
né una pietra
non c’è nessuno
nel villaggio
i bambini sono partiti
e una madre si dondola
per addormentarsi
fate crollare tutto
fatela piangere 

i morti giacevano in strane forme

Alcuni sono sepolti
altri strisciano all’aperto
non le ha fatte un bambino
le macerie urlanti
e una madre si dondola
per addormentarsi
fate crollare tutto
fatela piangere

i morti giacevano in strane forme

Bamboline afflosciate
incrostate nel fango
piccole, piccole mani
trovate nella strada
e le loro chiacchiere
bersagli di guerra
che bella frase
bombe che cadono
gli americani hanno creato
il nuovo Medio Oriente
e quella lì, la Rice, starnazza

i morti giacevano in strane forme

piccoli corpi
piccoli corpi
legati mani e piedi
avvolti nella plastica
disposti per strada
il nuovo Medio Oriente
quella lì, la Rice, starnazza

i morti giacevano in strane forme

Acqua in vino
vino in sangue
ah, Qana,
il miracolo
è l’amore.
29 luglio 2006 
BEIRUT - E' strage di bambini a Cana, nel sud del Libano. L'attacco aereo israeliano sul villaggio, è arrivato nella notte. Una pioggia di bombe ad alta precisione: obiettivo un edificio di tre piani che è venuto giù come un castello di carte. Dentro si erano rifugiate da giorni molte famiglie spaventate dal conflitto. Sotto le macerie, una sessantina di cadaveri, 37 sono bambini (quindici di loro erano disabili). E' la strage che segnerà per sempre questa data e questa guerra. Per tutta la giornata il mondo è stato colpito e travolto dalle immagini dei soccorritori che scavavano tra le macerie e sollevavano corpi di bambini e bambine, li portavano via a braccia, li mostravano urlando e chiedendosi perché. 

Un'economia municipalizzata è un'economia morale

Qualsiasi movimento rivoluzionario comunista libertario deve, a mio avviso, riconoscere l'importanza della municipalità come il Locus di nuovi problemi che riguardano più classi e che non possono essere ridotti semplicemente alla lotta tra lavoro salariato è capitale. I problemi del degrado ambientale riguardano tutti i membri della comunità; così come i problemi delle ingiustizie sociali ed economiche; i problemi di salute, istruzione, condizioni sanitarie e l'incubo della crescita insensata. Il capitalismo e un sistema espansivo compulsivo la moderna economia di mercato impone che le imprese debbano "crescere o morire" nulla impedisce al capitalismo di industrializzare tutto il pianeta espandendosi sempre di più ogni volta che è pronto a farlo. Solo la completa ricostruzione della società e dell'economia può porre fine ai dilemmi sollevati dalla globalizzazione: lo sfruttamento dei Lavoratori e l'aumento del potere delle aziende fino al punto di minacciare la sopravvivenza di gran parte del nostro pianeta. Solo una politica economica di base -  fondata su un progetto e un movimento municipalista libertario - può offrire un'alternativa importante ed è proprio una alternativa in grado di arrestare l'impatto della globalizzazione, ciò che molte persone cercano oggi.
il capitale globale a causa della sua enormità può essere sradicato solo con un movimento municipalista libertario al centro della società. Deve essere eroso dalle moltitudini che mobilitate da un movimento di base, sfidino la sovranità del capitale globale sulle loro vite e cerchino di sviluppare alternative economiche locali e regionali alle sue operazioni industriali
Un'economia municipalizzata - lenta come può essere nel suo divenire -  è un'economia morale che privilegia la qualità dei suoi prodotti e la loro produzione a basso costo;  può In definitiva sperare di sovvertire un economia d'azienda in cui il successo è  misurato interamente dai profitti piuttosto che dalla qualità dei prodotti.
La società capitalista ha conseguenze non solo sulle relazioni economiche e sociali, ma anche sulle idee e le tradizioni intellettuali come sulla storia, Le frammenta fino a quando le conoscenze e perfino la realtà si confondono, spogliate di qualsiasi distinzione, specificità e articolazione. 
Il municipalismo libertario deve essere concepito come un processo, una pratica paziente che inizialmente avrà un successo limitato e anche allora solo in aree selezionate che forniranno esempi delle possibilità che si potrebbero  ottenere se adottate su larga scala non cresceremo una solita municipalista libertaria dall'oggi al domani. Pazienza,  costanza e impegno sono qualità che i nostri vecchi  Compagni rivoluzionari hanno  coltivato assiduamente.  

giovedì 5 dicembre 2019

PIAZZA FONTANA cinquant'anni fa - Il colpo di stato

Dopo la strage, nei piani degli alti strateghi era previsto che i funerali delle vittime degenerassero in una giornata di scontri e violenze, scatenando provocatori e bande fasciste e innescando episodi di guerriglia urbana. Radio e televisione avrebbero poi opportunamente ripreso e amplificato gli efferati eventi, così da suscitare quell'invocazione di autorità e ordine che avrebbe legittimato la svolta autoritaria. 
L'ispirazione veniva dagli scontri e dagli atti di violenza già sperimentati su scala minore dai gruppi della destra estrema il mese precedente, il giorno dei funerali a Milano dell'agente Annarumma. 
La mattina del 15 dicembre i funerali delle vittime si svolgono in una piazza del Duomo che fin dalle prime ore del mattino è presidiata da centinaia di operai ed è gremita da una folla vigile anche nelle strade adiacenti. In una giornata fredda e cupa, quattordici bare sfilano tra le immense ali di una folla attenta, tesa, in un silenzio impressionante e composto, quasi minaccioso — allora non si applaudivano i morti. Quelle migliaia di donne e uomini che secondo i piani sarebbero dovute restare chiuse in casa tremanti di paura sono tutte lì, nessuno le ha convocate, non c'è un cartello, un manifesto, ciascuno è venuto di sua iniziativa ed è come se una coscienza collettiva avesse avvertito il pericolo e si fosse stretta alle vittime, per dimostrare che esiste una risposta democratica che non ha paura, che ha colto il messaggio provocatorio della strage e che non intende accettare soprusi. Non è retorica affermare che fu quella folla imponente e muta, quel popolo democratico, che salvò quel giorno questo paese, quando già era sulla soglia del baratro. 
Secondo una versione ormai accreditata vi erano, tra i fautori del colpo di stato appoggiato dagli Usa, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) e gli uomini a lui vicini, la destra democristiana dell'allora presidente del Consiglio Mariano Rumor e tutte le componenti più o meno dichiaratamente  fasciste, altri erano più possibilisti mentre era contraria la corrente Dc dell'on. Moro, che fin dai tempi del suo primo governo con i socialisti, nel 1963, perseguiva un'ipotesi di centro-sinistra. L'ala dura era la più consistente e si riteneva in grado di imporre le proprie scelte. Ma fu di fronte a quel silenzio agghiacciante, a quella inattesa dimostrazione di coesione e fermezza da parte della popolazione milanese nel giorno dei funerali, accompagnata anche da una esplicita esibizione di forza da parte dei servizi
d'ordine e dei presidi che quel giorno partiti, sindacati e movimenti di sinistra avevano predisposto — il golpe era nell'aria — che venne a più miti consigli la componente golpista. Fu lo stesso Presidente del Consiglio Mariano Rumor, che a Milano assistette ai funerali, a rimanere turbato e intimorito dalla forza di quella manifestazione che si dissociò dal piano, non consentendo al presidente Saragat di dichiarare lo stato di crisi, sciogliere le camere e mettere in atto il progettato "golpe istituzionale". Si tenga anche presente che il quotidiano inglese «The  Observer», di fatto portavoce del governo di Sua Maestà, aveva pubblicato già il 7 dicembre un documento che attestava intese tra i colonnelli greci ed esponenti politici e militari italiani e il 17 dicembre, quattro giorni dopo la strage, indirizzerà esplicitamente le sue accuse alla destra e ai servizi, con un editoriale che denunciava il piano eversivo come una "strategy of tension", impiegando per la prima volta quella definizione destinata a entrare nella storia. Il documento, palesemente opera dell'intelligent britannica dimostra una spaccatura strategica sull'Italia tra i servizi segreti americani e quelli inglesi. 
Lo stesso 17 dicembre il SID, il servizio segreto militare, aveva ricevuto dal suo raggruppamento di Roma un comunicato in cui si indirizzavano esplicitamente i sospetti verso un'agenzia d'oltralpe chiamata "Aginter Presse", organizzazione fascista guidata da tale Yves Guérin Sérac (al secolo Yves Guillou). Quel documento, che avrebbe potuto allora cambiare il corso degli eventi, sarà nascosto alla magistratura che ne verrà a conoscenza solo nel marzo 1973.
(Tratto da Pinelli la finestra è ancora aperta Gabriele Fuga - Enrico Maltini)

LA CALIFFA di Alberto Bevilacqua

La "Califfa" nomignolo che in Emilia viene attribuito alla donna autoritaria e spregiudicata. 
Doberdò è uno scaltro e maturo industriale, un "self-made-man" che si è costruito un piccolo impero economico in una cittadina della provincia emiliana. Per solidarietà con gli operai licenziati da un'altra impresa fallita, le maestranze di Doberdò occupano gli stabilimenti. Nel fronteggiare la situazione, il padrone si mostra fermo, ma anche disponibile al dialogo; e quando una delle sue dipendenti, la bella e focosa Irene, detta "la Califfa", con un gesto volgare gli esprime pubblicamente il proprio disprezzo, egli si mostra magnanimo per indurre gli operai incerti tra le direttive dei capi sindacali e gli incitamenti alla violenza di estremisti facinorosi a riprendere il lavoro. Irene è una donna indipendente e spregiudicata, rimasta vedova quando le hanno ucciso il marito durante una dimostrazione, e risoluta a combattere l'odiato padrone. Si lascia tuttavia, a poco a poco, ammorbidire e conquistare da Doberdò, negli incontri che i due hanno in fabbrica e poi anche nella villa dell'industriate. Irene diventa l'amante di Doberdò e induce gli operai ad ascoltare le proposte di rinnovamento e di partecipazione avanzate dall'industriale. I disordini, però, continuano; anche perché il progressismo dell'industriale non è ben visto dai suoi colleghi, che minacciano di esautorarlo dalla direzione della loro associazione. Così mentre da un lato Doberdò ritrova nell'amore per Irene la vitalità che aveva perduto nel monotono "ménage" con una moglie banale e un figlio capellone, dall'altro cerca di non farsi sfuggire di mano la situazione in fabbrica. Ma mentre, all'alba, rientra da un ennesimo incontro con l'amante, è assalito e ucciso da sicari, che ne abbandonano il corpo nei pressi della fabbrica. Ancora una volta Irene ha perduto così il suo amore.
La Califfa, o dell'ambiguità, è l'opera prima cinematografica dello scrittore Alberto Bevilacqua. Girato appena dopo l'autunno caldo è il primo film a soggetto direttamente collegabile a quei mesi drammatici, tratto dal suo terzo libro, edito nel 1964, è ambientato a Parma, città natale di Bevilacqua.
Il linguaggio di Bevilacqua è rapido e asciutto. Probabilmente l’esperienza cinematografica gioverà al narratore, abbreviando la distanza dalle cose. Né gli attori lasciano a desiderare: Ugo Tognazzi è un perfetto imprenditore figlio di contadini che, grazie all’amore, passa dal pragmatismo alla sfida romantica nei confronti del potere. Romy Schneider è di una bellezza sconvolgente, fotografata in stupendi primi piani, tra le cariche della polizia e il sangue che scorre. Un personaggio adatto alle sue caratteristiche femminili, una donna forte e innamorata, disposta a mettersi in gioco. Bevilacqua racconta la società italiana di fine anni Sessanta con gli imprenditori d’assalto, le fabbriche che chiudono, gli operai che occupano e chiedono rispetto per il lavoro. Vediamo le cariche della polizia, gli imprenditori suicidi dopo il fallimento, le proteste di piazza. Il quadro sociale è accompagnato da un’analisi spietata dei rapporti borghesi tra moglie e marito, la passione che si stempera, il tradimento, ma pure il contrasto generazionale padre – figlio non sfugge alla critica. L’operaia ribelle e l’imprenditore hanno in comune il coraggio, le origini umili, la voglia di credere in un progetto e l’illusione di cambiare il mondo. Ma sarà la cruda realtà a vincere sui loro sogni.
La politica di avvicinamento di Doberdò verso i lavoratori gli procura prima l'irritazione e poi l'odio dell'Unione degli Industriali della Regione i quali ammoniscono l'ormai ex amico a desistere dalle sue iniziative. Doberdò non accetta imposizioni e in tal modo firma la sua condanna: viene preso a fucilate e trascinato a morire dinanzi alla sua fabbrica. Gli operai nel film sono mostrati come una sparuta e odiosa minoranza di teppisti, violenti, pronti magari ad uccidere, ma poi, vista la fine di Doberdò ucciso dagli industriali, sono allora proprio queste facce patibolari ad avere ragione, a non voler credere e accettare le «isole» di democrazia, a voler generalizzare la lotta, a voler continuare lo sciopero anche se hanno ottenuto la cogestione, infatti Doberdò è stato eliminato dagli industriali retrivi non perché questi non sono ancora maturi al salto di qualità, ma perché egli ha condotto la sua lotta da solo, dall'alto, paternalisticamente, svincolato da una ideologia comune con gli operai, da una vera coscienza proletaria e rivoluzionaria.

MESSAGGIO DEGLI IROCHESI AL MONDO OCCIDENTALE

Gli  Hau de no sau nee o Confederazione Irochese delle Sei Nazioni sono su questa Terra dall'inizio della memoria umana. La nostra cultura è tra le più antiche che ancora esistono al mondo. Noi ricordiamo ancora i primi atti del comportamento umano. Noi ricordiamo le istruzioni originarie del Creatori della vita a questo luogo che noi chiamiamo Madre Terra. Noi siamo i guardiani spirituali di questo luogo. Noi siamo il vero popolo. Al principio c'è stato detto che gli esseri umani che camminano sulla terra sono stati dotati di tutto ciò che loro necessario per vivere. Abbiamo imparato ad amarci gli uni con gli altri, ad avere un grande rispetto per tutti gli esseri della terra.
Ci è stato mostrato che la nostra vita esiste grazie alla vita degli alberi, che il nostro benessere dipende dalla vita vegetale, che noi siamo parenti più prossimi degli esseri a quattro zampe. 
Secondo noi la coscienza spirituale è la forma più compiuta della politica. La nostra politica è un modo di vita. Noi pensiamo che tutto ciò che vive sia dovuto ad esseri spirituali. Gli spiriti possono esprimersi sotto forma di energia tradotta in materia. Un filo d'erba è una forma di energia espressa in materia: - la materia erba -.
Tutte le cose del mondo - L' Universo spirituale -, si manifesta all'uomo sotto la forma della Creazione, la Creazione che sorregge la vita.
Noi pensiamo che l'uomo sia un essere reale, una parte della creazione, e che suo dovere sia di mantenere la vita in unione con gli altri esseri. E' per questo che noi ci chiamiamo Ongwhehon-whe - il vero Popolo -  Le istruzione originarie ci raccomandano per noi che camminiamo sulla terra, di avere un grande rispetto, una grande affezione e gratitudine verso tutti gli spiriti che mantengono la vita.


giovedì 28 novembre 2019

Vivere controcorrente la vita

Vivere controcorrente la vita, questa è la norma. Pertanto il rovesciamento di prospettiva si opera sotto ai nostri occhi, scombussolando gli architetti dell’inversione. Esso segna la fine dell’era economica alla soglia dell’autogestione generalizzata. Tiene occupato il cuore di tutti e sta al centro delle condizioni storiche. Fonda sulla gratuità dei godimenti il sabotaggio del circuito mercantile che paralizza i muscoli e spezza i nervi per inibire il desiderio in nome del lavoro, del dovere, della costrizione, dello scambio, del senso di colpa, del controllo intellettuale, della volontà di potenza. In esso, ciò che uccide con le migliori delle ragioni, si separa da quello che spinge a vivere senza ragioni. In esso, il rifiuto della sopravvivenza è vinto dall’affermazione della vita insaziabile.
La rivoluzione non è più nel rifiuto della sopravvivenza, ma in un godimento di sé che tutto congiura ad interdire, a cominciare dai sostenitori del rifiuto. Contro la spettacolarizzazione del corpo e dei desideri, la sola arma alla portata di tutti è il piacere senza riserve e senza contropartita.
L’emancipazione non ha peggior nemico di chi pretende di cambiare la società e non smette di dissimulare, esorcizzandolo, il vecchio mondo che si porta dentro. Procuratori della rivoluzione, sniffatori di radicalità, bottegai del merito e del demerito, questi sono gli avversari corazzati di nevrosi contro cui va a urtare, con incredibile violenza, tutto quello che comincia a muoversi al ritmo di una vita senza coercizioni.

Sèbastien Faure

Nasce il 6 gennaio del 1858 in una ricca famiglia cattolica e viene educato dai gesuiti dapprima a Saint-Etienne e poi, nel 1874, all’età di sedici anni, a Clermont-Ferrand. Dopo diciassette mesi e prima di pronunciare i voti una grave malattia del padre lo riporta alla vita civile. Lascia il collegio e l’ordine religioso per assumersi la responsabilità della famiglia a seguito della morte del padre. Inizia a lavorare in una compagnia di assicurazioni e a contatto con la vita e i problemi quotidiani dell’esistenza civile, Faure comincia a interessarsi a numerosi problemi di ordine filosofico, politico e scientifico aprendo la mente a nuovi e affascinanti orizzonti. Dopo una altrettanto deludente esperienza militare, e alla fine di un soggiorno in Inghilterra, egli è ormai pronto per iniziare la sua straordinaria vita di militante e di rivoluzionario. Il vero scopo e l’unico interesse del giovane Faure diventa ora l’attività politico-sociale e dopo aver brevemente aderito al partito «Guesdiste» passa nelle file del movimento anarchico. In questo periodo rompe con la propria famiglia e si separa dalla moglie che non riesce a tollerare un simile cambiamento.
Nel 1888 si trasferisce a Parigi dove approfondisce la sua conoscenza dell’anarchismo attraverso la lettura, in particolare, dei testi di Elisée Reclus e Pëtr Kropotkin e con la frequentazione dei circoli e dei militanti dell’anarchismo francese. Dotato di una capacità oratoria poco comune, per non dire straordinaria, gira la Francia intera per diffondere il pensiero anarchico rivolgendo le sue critiche particolarmente alla lotta contro lo Stato, il capitalismo e soprattutto la religione. I titoli delle sue conferenze hanno spesso un significato provocatorio: Dodici prove dell’inesistenza di dio, Il fallimento del cristianesimo, La dittatura della borghesia, Né comandare né obbedire, La putredine parlamentare, ecc.
I suoi debutti sono alquanto difficili ma il pubblico presente alle manifestazioni, che lo vedono protagonista e oratore principale, si allarga sempre più tanto che vengono organizzate delle vere e proprie tournées che ottengono clamorosi successi di partecipazione tanto da diventare eventi di grande risonanza e non solo locale. I testi delle sue conferenze diventano opuscoli di propaganda ampiamente diffusi e divulgati. Con la sua azione egli convince e avvicina agli ideali dell’anarchismo numerosi uomini e donne e si conquista il rispetto e l’ammirazione di molti avversari. Naturalmente non mancano le attenzioni della polizia che perquisisce più volte le sue abitazioni, mandandolo in prigione. Particolarmente nota per la vasta eco ottenuta è il giro di conferenze che Faure compie assieme a Louise Michel.
Nel 1894 viene incriminato nel «processo dei Trenta». Nel 1895 fonda con la Michel il periodico settimanale «Le Libertaire» e per primo utilizza questo termine per definire gli anarchici. A partire dal 1898 si dedica quasi totalmente alla difesa del capitano ebreo Dreyfus e alla campagna in difesa che ne consegue. Dopo aver fondato altri fogli anarchici in varie parti della Francia aderisce, nei primi anni del ventesimo secolo alle tesi neo-malthusiane. Ma a  partire dal 1903 egli dedica tutta la sua vita, le sue energie e i suoi sforzi a realizzare un progetto a cui tiene particolarmente: educare i ragazzi secondo principi libertari. Fonda infatti «La Ruche», che sarà attiva dal 1904 al 1917 fino a quando i contraccolpi della prima guerra mondiale non metteranno fine a questa straordinaria esperienza. Durante il periodo bellico egli si impegna attivamente a sostenere le idee pacifiste e antimilitariste. Dal 1926 al 1934 dà alla luce l’unico esempio di Enciclopedia anarchica con la collaborazione di numerosi studiosi e militanti. Durante l’epopea tragica ed esaltante della rivoluzione spagnola la sua tarda età non gli impedisce di portare la sua attiva solidarietà ai combattenti per la rivoluzione sociale della CNT-FAI. Si spegne a Royan il 14 luglio del 1942.

Piazza Fontana cinquant'anni fa - Colpevoli gli anarchici!

Perché gli anarchici? Perché gli anarchici rappresentano la parte più debole dello schieramento di sinistra, perché priva di protezione, senza amici, di fatto isolata politicamente. Inoltre sono pressoché privi di organizzazione, e seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilità di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i cui obiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a nessun’altra forza di sinistra, sia parlamentare che extraparlamentare. Da non sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica, la più sprovveduta, facile preda di ogni tentativo di manipolazione "culturale": per l’italiano medio, gli anarchici rappresentano le forze scatenate e disgregatrici dello Stato, il rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese. senza idee o alternative precise; "fanno paura", una paura generica e indefinibile, che di conseguenza impone il ricorso a forze che siano in grado di ristabilire l’ordine e l’autorità minacciati dal nichilismo.
Infine gli anarchici, abilmente "pubblicizzati" da una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e a mitizzare questo loro ruolo negativo, consentono anche una escalation della repressione che si attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando i tempi lunghi, le stesse forze della sinistra più solide e organizzate (sindacati e PCI), senza provocare traumi né nell’opinione pubblica moderata né nelle forze politiche costituzionali.
Per capire la complessità della manovra che si andava preparando sulle spalle degli anarchici. serve rileggere, fra i tanti, questo brano di un articolo della Stampa di Torino che esce in quei giorni. Sotto il titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori", il quotidiano della Fiat scrive: "Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi. per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dall’estrema destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra". Come si vede, il pogrom antianarchico è già giustificato e programmato e nello stesso tempo si è aperto quel discorso sugli opposti estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle forze moderate per invocare il ripristino dell’"ordine" turbato.

giovedì 21 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Le Stragi

Materialmente, la fase calda del piano che porterà alta prima delle grandi stragi inizia accusando alcuni giovanissimi anarchici di essere i responsabili oltre che di piccoli "botti" dimostrativi, anche delle bombe  che il 25 aprile 1969 scoppiano al padiglione FIAT della Fiera Campionaria e all'ufficio Cambi della stazione di Milano e di quelle esplose sui treni il successivo 8 agosto, bombe vere in attentati veri con numerosi feriti. Di quelle sui treni, in particolare, si tenterà poi strenuamente - e vanamente - di accusare il ferroviere Pinelli anche dopo la morte. I "terroristi anarchici" fanno così il loro ingresso nell'immaginario mediatico-collettivo. Ed è proprio nelle indagini su quegli attentati che il nome di Luigi Calabresi, giovane e promettente commissario aggiunto dell'ufficio politico della Questura di Milano, entra come protagonista nelle cronache giudiziarie del tempo. 
È in un clima che minaccia altre violenze e attentati che scatta l'ora X: quella in cui la tensione deve essere esasperata e portata all'estremo, anche a costo di vite umane, per giustificare di fronte all'opinione pubblica e alla comunità internazionale la dichiarazione dello stato di emergenza e lo scioglimento delle Camere. Ed è proprio attraverso il sacrificio di un adeguato numero di vite umane che si decide di raggiungere l'obiettivo. Nella logica della strategia le vittime devono essere scelte a caso tra la gente comune, in luoghi che tutti possono frequentare in modo che ciascuno si possa identificare come la vittima o come il prossimo bersaglio. Sommandosi ai cortei e alle manifestazioni di piazza, agli scontri tra dimostranti e polizia, a molotov e spranghe, a candelotti e manganelli e alla minaccia di nuovi attentati "anarchici", la strage deve suscitare un clima di terrore senza scampo.
Quella di piazza Fontana sarà la  "madre", ma altre stragi seguiranno: tralasciando gli attentati minori, Peteano (G0), maggio 1972, tre morti; piazza della Loggia a Brescia, maggio 1974, otto morti; treno Italicus presso san Benedetto Val di Sambro, agosto 1974, dodici morti e la strage alla stazione di Bologna nell'agosto 1980, ottantacinque morti, sono al di là di ogni dubbio da ascriversi a questa strategia. Di natura individuale è probabilmente da ritenersi l'attentato di Gianfranco Bertoli alla Questura di Milano - maggio 1973 - con quattro morti, mentre di altra matrice sarà anni dopo la genesi della strage del 1984 sul treno rapido 904, all'interno della galleria dell'Appennino nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, diciassette i morti, ove compare la mano della mafia. 
(Tratto dal libro "Pinelli una finestra ancora aperta")

COLIN WARD e L’esperienza di «Anarchy»

Il mio primo contributo alla stampa anarchica l’ho scritto nel 1943 quando ero un coscritto dell’esercito britannico di stanza nelle Isole Orkney, a nord della Scozia, dove molte delle persone con cui condividevo la mia permanenza erano coscritti dell’esercito italiano presi prigionieri in Nord Africa. Questi prigionieri avevano la mia stessa età e venivano quasi tutti dal Sud Italia e dalle isole. Tornarono a casa nel 1947 e così feci anch’io. Proprio in quell’anno ero stato invitato ad unirmi al gruppo editoriale che pubblicava il settimanale anarchico «Freedom». Alla fine degli anni ’50 ebbi l’impressione che fossero emersi nuovi potenziali lettori sensibili ad una propaganda anarchica, in particolare per l’enorme espansione dell’istruzione superiore, ambito in cui l’attività politica per decenni era sembrata dover essere automaticamente dominata dal marxismo. (Penso che la situazione italiana fosse molto simile a quella della Gran Bretagna). In quell’epoca cominciai a sostenere che, piuttosto che usare tutte le nostre energie per produrre un settimanale senza che ci rimanesse tempo né per far circolare il giornale in modo efficace, né per consentirci di fermarci a pensare, avremmo dovuto produrre un mensile in un formato che in quei giorni si chiamava in-quarto (ora formato A4). Scrissi parecchi articoli su «Freedom» spiegando le ragioni per le quali pensavo che un cambiamento «ci avrebbe permesso di esprimere in modo più comprensibile e chiaro il pensiero anarchico sulla  realtà sociale del mondo contemporaneo», dandogli «una maggiore
incisività e un maggior impatto propagandistico» («Freedom», 10 dicembre 1960). E rincalzavo la dose scrivendo che «se mai ci fossimo proposti di effettuare la transizione da setta a forza sociale», avremmo avuto bisogno di rivitalizzare «Freedom», e questo «perché non eravamo riusciti a formulare alternative anarchiche nei più importanti campi della vita. Ed era proprio questa la ragione per cui la maggior parte di quanti avrebbero potuto portare nuova vita alle nostre attività non ci potevano prendere sul serio» («Freedom», 3 dicembre 1960).
I miei colleghi del gruppo editoriale Freedom Press risposero con una apertura mentale estrema e in effetti dissero: lasciamo che coloro che vogliono produrre un settimanale lo facciano, e che coloro che vogliono produrre un mensile facciano altrettanto. Fu allora deciso che nella prima settimana di ogni mese sarebbe apparsa la rivista mensile invece del settimanale e che avrebbe dovuto avere non il formato in-quarto che mi ero immaginato per un «Freedom» mensile, ma una pagina in-ottavo (l’attuale A5). Mi misi a pensare ad un nome per la nuova testata e selezionai «Autonomy», completato dal sottotitolo giornale di idee anarchiche. Era questo il titolo di uno dei primi giornali anarchici pubblicati in Gran Bretagna. Tuttavia ebbi molte pressioni per modificare il titolo in «Anarchy», il che rese il sottotitolo piuttosto superfluo sebbene sia stato mantenuto sino al ventisettesimo numero; dopodiché scomparì, ma non per decisione mia bensì dell’eccellente disegnatore che si occupava delle copertine: Rufus Segar.
Mi ero immaginato un «Freedom» mensile e invece mi ritrovai a produrre un giornale completamente diverso del quale io ero l’unico redattore. E una volta che l’impostazione di base era stata definita, mi fu data un’autonomia totale: nessuno discuteva quello che veniva pubblicato su
«Anarchy». Altre persone del gruppo intrapresero i nuovi complicati incarichi amministrativi – gli abbonamenti solo per «Freedom», gli abbonamenti solo per «Anarchy» e gli
abbonamenti cumulativi che noi tutti speravamo i nuovi lettori avrebbero scelto - così come tutta la massa di lavoro necessaria per evadere gli ordini e occuparsi della spedizione. Menziono tutti questi particolari della produzione perché penso che  anche in altri Paesi i piccoli gruppi di persone interessate al giornalismo anarchico abbiano affrontato problemi simili.
Nel 1970 comunicai ai miei colleghi, con sei mesi di preavviso, la mia intenzione di smetterla di fare il redattore.
Era mia opinione che dieci anni di lavoro redazionale fossero troppi per chiunque, anche per il più formidabile dei redattori: routine e formule automatiche cominciano a imporsi. E sebbene la gente spesso mi dica ancor’oggi che «Anarchy» negli anni Sessanta affrontava argomenti che sono stati poi percepiti come importanti solo negli anni Settanta e Ottanta, ci stavamo comunque muovendo verso un decennio differente. Sono diventato uno scrittore di libri, soprattutto sull’abitare, l’educazione e sugli usi popolari o non ufficiali dell’ambiente, rimanendo in parte anche un giornalista semplicemente perché i venticinque libri che ho scritto o curato nei successivi venticinque anni mi hanno fatto guadagnare molto poco. Tutti quanti, però, hanno proposto un approccio anarchico ad un pubblico di lettori che non avrei raggiunto altrimenti.
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La nostra è una cultura di morte

Noi sappiamo cosa significano questi luoghi introvabili: se la fabbrica non esiste più, è che lavoro è ovunque - se la prigione non esiste più è che il sequestro e la reclusione sono ovunque nello spazio/tempo -  se il manicomio non esiste più, è perché il controllo psicologico e terapeutico si è generalizzato e banalizzato - se la scuola non esiste più, è che tutte le fibre del processo sociale sono impregnate disciplina e di formazione pedagogica - se il capitale non esiste più (nè la sua critica marxista) è che la legge del valore è passata nell'autogestione della sopravvivenza in tutte le sue forme ecc., ecc.. Se il cimitero non esiste più, è che le città moderne tutte intere ne assumono la funzione: sono città morte e città di morte. E se la grande metropoli operativa è la forma perfetta di un'intera cultura, Allora la nostra è semplicemente una cultura di morte.

giovedì 14 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Antefatto parte seconda

Il 27 marzo 1969, a Roma, a ridosso del portone di accesso al deposito di falegnameria sito nel seminterrato dell’edificio che ospita il Ministero della Pubblica Istruzione, angolo via Enrico Dandolo e via Emilio Morosini, esplodeva un ordigno che causava la rottura del portone, della soglia di travertino e di un gradino, nonché la lesione dell'architrave, la rottura di un tubo dell'impianto di riscaldamento e il danneggiamento del legname lì conservato. Lo spostamento d'aria provocava la rottura di numerosi vetri delle finestre del Ministero e delle case circostanti. Riportavano alcuni danni anche due autovetture, alla carrozzeria e ai vetri, una Fiat 500 e una Fiat 850 parcheggiate nelle due vie.
Il 31 marzo 1969, a Roma, in via Ulpiano n. 2 oltre il cancello d'ingresso secondario, scoppiava un ordigno posto al settimo gradino della scalinata del Palazzo di Giustizia producendo molti danni. L’esplosione infatti cagionava lo scardinamento della parte inferiore terminale del battente sinistro, di una doppia lastra in ferro, e di alcune sbarre; causava il lancio a circa 2 metri di distanza sul marciapiede antistante della piastra metallica interna, di circa cm. 160x45, con contorsione e foro, di circa cm. 50x20, di una sbarra di ferro di cm. 145, di un’altra sbarra più piccola e di 2 bulloni; provocava la frantumazione nell'androne retrostante il cancello, dell'intonaco dei muri, di una porta a vetri, di una lampada di illuminazione, e di varie finestre a vetri e porte di ingresso di uffici; determinava la frantumazione dei vetri delle porte d'ingresso di alcuni uffici, contraddistinti con i numeri civici 3,5, e 7, siti a livello strada di via Ulpiano; procurava lo sfondamento della vetrata di esposizione della Libreria Utet, sita al n. 17 della stessa via, ad opera della lastra di ferro scardinata dal cancello che attraversò diagonalmente la via per circa 25 metri cadendo dietro al bancone di vendita. Il
bancone, i libri e altre suppellettili riportavano danni; causava la rottura dei vetri delle finestre e della vetrata dell'androne del Palazzo dell'Opera Nazionale per i Combattenti, e arrecava danni di varia entità a cinque autovetture parcheggiate di fronte al cancello o sul lato della strada antistante la Utet. 
Il 01 aprile 1969, a Milano, un metronotte, nell'effettuare un giro di perlustrazione della zona di corso Magenta, notava in via Ruffini, nei pressi della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, un giovane con un pacco sotto il braccio e con fare circospetto. Dopo un vano inseguimento il metronotte raccoglieva il pacco abbandonato, che esaminato anche dalla Polizia accorsa sul posto, risultò contenere 9 candelotti di dinamite, innescata con un detonatore di alluminio collegato ad una miccia a lenta combustione, lunga 1 metro. 
Il 25 aprile 1969, a Milano, nel corridoio dello stand FIAT alla Fiera campionaria, dove venivano proiettate delle diapositive, deflagrava un ordigno. Oltre ai vari danni 20 persone riportavano ferite. 
Il 25 aprile 1969, a Milano, nell'ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione Centrale 
esplodeva un ordigno che provocava un incendio domato dai vigili del fuoco. 
In seguito alla sentenza-ordinanza del 24 luglio 1970 e a chiusura della istruzione dell’inchiesta, in parziale difformità dalle richieste del Giudice, venivano rinviati a giudizio Angelo Pietro Della Savia, Paolo Braschi, Tito Pullsinelli, Paolo Faccioli, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti, in stato di detenzione ed accusati dei reati di associazione per delinquere, strage pubblica intimidazione per mezzo di materiale esplodente, furto, detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi. Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melegari vengono invece processati per il reato di falsa testimonianza. Con la sentenza-ordinanza veniva inoltre dichiarato di non potersi procedere nei confronti di Giovanni Corradini e Eliane Vincileoni per insufficienza di prove in ordine a tutte le imputazioni. Caddero anche le accuse nei confronti di Della Savia e di Faccioli per le imputazioni di lesioni volontarie lievi e danneggiamento per estinzione dei reati a causa dell’amnistia, e per l’attentato alla Montedison per non aver commesso il fatto. Il dibattimento si svolge dal 22 marzo
1971 al 28 maggio 1971. 
Il 28 maggio 1971 la Corte di Assise di Milano condanna per gli attentati del 1968 e 1969 Paolo Braschi a complessivi 6 anni e 10 mesi di reclusione e 460.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, possesso di esplosivi, attentato continuato; Angelo Pietro Della Savia a complessivi 8 anni di reclusione e 450.000 lire di multa per i reati di detenzione di esplosivo, fabbricazione di ordigni, attentato continuato, e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni; Paolo Faccioli a 3 anni, 6 mesi, 20 giorni e al pagamento di 140.000 lire di multa per i reati di trasporto in luogo pubblico di esplosivi. Vengono invece assolti Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia, Clara Mazzanti, Giangiacomo Feltrinelli, Sibilla Melega. 
Il 7 aprile 1976 la Corte di Assise d’Appello di Milano riduce la pena di tutti gli imputati: Della Savia viene condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione e 300.000 lire di multa; Braschi a 3 anni, 2 mesi e 290.000 lire di multa; Faccioli a 1 anno, 4 mesi e 140.000 lire di multa. 
Il 02 dicembre 1977 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Dell Savia e rigetta i ricorsi di Braschi e Faccioli condannando i ricorrenti a pagare in solido 100.000 lire ciascuno. 







LA CONTROCULTURA

Nella controcultura, le strutture sociali sono spontanee e provvisorie. Coloro che partecipano alla rivoluzione culturale si uniscono costantemente per dare vita a nuove molecole, scindendosi e raggruppandosi in configurazioni adatte agli interessi del momento, come particelle che si urtano in un acceleratore di grande energia e si scambiano cariche dinamiche. In tali configurazioni, questi traggono benefici dallo scambio di idee e innovazioni attraverso un feedback veloce in piccoli gruppi, producendo una sinergia che permette ai loro pensieri e alle loro visioni di crescere e mutare quasi nello stesso istante in cui vengono formulati.
La controcultura fiorisce dove e quando alcuni membri di una società scelgono stili di vita, espressioni artistiche e modi di pensare e di essere che abbracciano incondizionatamente l'antico assioma secondo cui l'unica vera costante consiste nel cambiamento in sé. Il segno distintivo della controcultura non è una particolare forma o struttura sociale, ma piuttosto l'evanescenza di forme e strutture, l'abbagliante rapidità e flessibilità con cui appaiono, mutano, si trasformano una nell'altra e poi scompaiono. Coloro che partecipano al cambiamento in modo radicale prosperano all'interno di questa zona di turbolenza. È il loro ambiente originario, dove tutto è ancora malleabile, plasmabile e riplasmabile con una velocità che sta al passo con il balenio delle loro visioni interiori. Sono esperti del flusso, ingegneri del caos, eco-ambientalisti, zapatisti occidentali che migrano seguendo il moto perpetuo del fronte d'onda del massimo cambiamento.

Il fallimento del capitalismo liberale

Il Capitalismo è fallito anche nel suo rapporto con la Natura, che ha preteso di dominare come una sposa e trasformare in pura e semplice merce. La sua logica interna produttivista, implacabile, che lo spinge a produrre e consumare ininterrottamente, la sua pretesa di una crescita senza limiti e quasi senza una meta, si scontra con il limite di una Natura che non obbedisce a tali parametri di sussistenza e che oramai sopra del problema di ristabilire la propria salute. Per molti la distruzione dell'ambiente, l'inquinamento dell'aria dell'acqua, la deforestazione eccetera, ferite irreversibili che la Natura sta subendo sotto l'egemonia del Capitalismo, sono il segno più evidente del fatto che questo sistema è stato sconfitto a causa della sua stessa attività, della sfida che ha lanciato, visto che ha finito per rendersi la vita letteralmente impossibile. Non è possibile prorogare ancora a lungo il modo di produzione capitalista senza che ciò significhi la fine di tutto - e, dunque, la sua stessa fine.  Un capitalismo globalizzato, assolutamente mondializzato, suggerisce l'idea di un capitalismo che conosce per la prima volta la coercizione dei limiti insormontabili, un capitalismo irrigidito, stagnante, spossato, che ormai può incanalare la propria dinamica di crescita (e di distruzione) solo verso l'interno, divorando le proprie basi, il proprio nutrimento: la Natura. La logica dell'espansione sarà sostituita da una necrologica della putrefazione, conseguenza di questa specie di suicidio dovuto all'impossibilità di fermarsi. E' chiaro che questo momento non è ancora arrivato e che al capitalismo rimane ancora a corda.
Ma va in questa direzione e se l'uomo con le proprie mani non si sbarazza della natura (e al tempo stesso di se stesso), sarà la natura a sbarazzarsi dell'uomo

giovedì 7 novembre 2019

PIAZZA FONTANA Cinquant’anni fa - Antefatto parte prima

La sera del 30 aprile 1968, a Padova, un ordigno esplode sulla soglia dell’alloggio di servizio del Questore, scardinando parzialmente il portone. 
Il 27 maggio 1968, a Milano, sul davanzale di una finestra della sede della Citroën Italia, in via Gattamelata, esplodeva un ordigno che provocava la rottura dei vetri, della finestra, nonché la leggera flessione di un listello della intelaiatura della stessa. 
Il 16 giugno 1968, a Milano, all'angolo del cancello d'ingresso della Banca d'Italia, esplodeva, senza provocare danni di sorta, un rudimentale ordigno costituito da una modesta quantità di imprecisato esplosivo avvolto in carta straccia. 
Il 22 luglio 1968, a Milano, all’interno di un piccolo cortile della Biblioteca Ambrosiana di Milano, esplodeva senza provocare danni, una rudimentale bomba carta. 
Il 26 agosto 1968, a Milano, ignoti a bordo di un auto in corsa lanciavano una rudimentale bomba contro l'ingresso dello stabile di via Piceno n.3, dove abitava l'addetto commerciale cubano. L'esplosione dell'ordigno, costituito da un barattolo di latta di circa 5 Kg. contenente polvere di produzione artigianale dotata di miccia e avvolto in uno straccio, provocava la frantumazione di un'anta della vetrata d'ingresso, del lampadario posto nel corridoio, nonché di altri vetri delimitanti la portineria. 
Il 03 dicembre 1968, a Genova, su una finestra al piano terra del caseggiato di via S. Francesco n.4, dove ha sede l’Ufficio Annona del Comune di Genova, esplodeva un ordigno che provocava la rottura della grata esterna di ferro, e dell'intero telaio della finestra, nonché rilevanti danni alla corrispondente stanza da letto del portiere dello stabile, che riportava ferite. L'esplosione determinava, altresì, la rottura di molti vetri della via S. Francesco, uno stretto vicolo, nonché della sottostante piazza della Meridiana. 
Il 25 dicembre 1968, a Livorno, all'ingresso del Palazzo di Giustizia esplodeva un ordigno che provocava, oltre a lievi danni al cancello in ferro, la distruzione del portone in legno e della vetrata che immette nel cortile, nonché la rottura di diversi vetri dell'edificio e di abitazioni circostanti. 
Il 03 gennaio 1969, a Pisa, un rudimentale ordigno di modesta entità esplodeva all'esterno della rete di recinzione dell'8° Comando Logistico Statunitense di Camp Darby, provocando uno squarcio di 80 cm. 
Il 19 gennaio 1969, a Milano, una pattuglia addetta al servizio di vigilanza esterna della caserma di Polizia di S. Ambrogio, rinveniva, sul ripiano di una finestra situata nella parte est della caserma, un sacchetto, di plastica contenente un barattolo di vetro con dentro 5 candelotti di esplosivo tagliati a pezzi, innescati con un detonatore di alluminio a sua volta collegato con una miccia a lenta combustione lunga m. l,75. L'esplosione non era avvenuta a causa del distacco della miccia, totalmente combusta, dal detonatore, cui era attaccata tramite gomma da masticare. 
Il 26 gennaio 1969, a Milano, un ordigno scoppiava contro la serranda in ferro dell'ufficio Spagnolo del Turismo, in via Disciplini n.11. La deflagrazione danneggiava la serranda, il
muro, quasi tutte le suppellettili esistenti all'interno dell'ufficio e determinava la rottura di alcuni vetri delle case vicine. 
Il 27 gennaio 1969, a Torino, un ordigno esplodeva dinanzi all'ingresso della Chiesa di S. Cristina, determinando la parziale rottura della porta, lato inferiore sinistro. L'esplosione causava altresì la rottura di alcuni vetri di stabili adiacenti. 
Il 01 febbraio 1969, a Milano, un rudimentale ordigno esplodeva nell'angolo inferiore destro della saracinesca a maglie della vetrina di esposizione del magazzino della casa discografica R.C.A Italia, in piazzale Biancamano n.2. La deflagrazione causava lo scardinamento di alcune maglie della saracinesca e la rottura della vetrina, mentre alcune schegge colpivano un'auto posteggiata sull'antistante aiuola spartitraffico, nonché la parte inferiore di una recinzione metallica della facciata dello stabile di piazzale Biancamano n.2, per i lavori in corso. 
Il 28 febbraio 1969, a Roma, in via della Dogana Vecchia all'altezza del numero civico 28, corrispondente ad un ingresso posteriore, sempre chiuso, dello stabile di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, scoppiava un ordigno. La carica esplosiva posta all'angolo del portone ne frantumava la parte inferiore sinistra. A seguito dello spostamento d'aria una porta a vetri, situata dopo il portone, veniva scardinata andando a frantumarsi nel lungo corridoio retrostante, con conseguente rottura dei vetri di altre porte dei locali interni. Inoltre, sempre lo spostamento d'aria provocava la rottura dei vetri delle finestre attigue all'ingresso stesso, nonché di diverse finestre e porte dell'antistante Palazzo Giustiniani. Infine due auto, una Fiat 600 e una Fiat 850, parcheggiate ai lati del passo carraio del citato numero civico 8, riportavano i seguenti danni: la prima la rottura del parabrezza e danni alla portiera sinistra; la seconda il distacco del vetro posteriore sinistro e danni alla carrozzeria. 

LIQUID SKY di Slava Tsukerman

La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.” (Arthur Schopenhauer)
Un disco volante plana su Manhattan e va a posarsi tra i grattacieli, giusto in un ottimo punto di osservazione e, cioè, davanti all'appartamento dove vivono due ragazze, Margaret e Adrian. Le due, che sono amanti e cocainomani, passano la gran parte del loro tempo con un gruppo di "punk", da un una discoteca all'altra, da un eccesso all'altro, L'alieno ha scelto il loro alloggio (che sa di droga a miglia di distanza), perché si nutre di oppiacei e, in particolare, di una sostanza prodotta dal cervello umano durante l'orgasmo, in una molecola avente le medesime caratteristiche cliniche. Ogni volta che Margaret ha un rapporto, nel momento fatale non solo l'alieno si appropria di tale molecola, prodotta dall'uomo, ma immediatamente uccide e fa sparire lo sfortunato amatore. La ragazza è terrorizzata dall'accaduto (i cadaveri cominciano a prodursi e poi a sparire di colpo) e si considera ormai come una
"portatrice di morte mediante il sesso". In un appartamento non lontano si è intanto installato Johan Hoffman, un ufologo tedesco che, munito di un potente cannocchiale, trova nella tragica realtà dei fatti pieno riscontro alle proprie teorie. Dopo uno degli abituali festini in casa di Margaret, durante il quale essa offre le proprie prestazioni a Jimmy (un efebico fotomodello, suo rivale nel mestiere) e che muore dissolvendosi anche lui all'improvviso, l'ufologo si precipita in casa della ragazza, per avvertirla che anche lei corre un grave pericolo. Ma Margaret si rifiuta di accettare la spiegazione dello scienziato e lo uccide; poi, vedendo che il disco volante si appresta a ripartire, supplica lo sconosciuto alieno di essere cancellata anche lei dallo squallido mondo di cui è prigioniera. Si droga una ennesima volta e poi sparisce nel raggio di vivida luce con cui l'alieno possiede il suo corpo.
Girato nel 1982 e diretto da Slava Tsukerman, regista russo stabilitosi a New York dopo la fuga dall'Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Film di fantascienza punk, ma che parla di droga (nello slang americano con il termine Liquid Sky si intende l'eroina). Un film strano, duro di forte impatto sia di contenuti che di estetica; colori psichedelici e look in pieno stile new wave e post punk. Di fondo è una storia triste, fatta di disillusione e  malinconia. Una ragazza arrivata a Manhattan dal Connecticut, una ragazza piena di speranze che si ritroverà invece violentata da una città che si serve di lei, che le toglie tutta la sua genuinità, sommersa da persone che la sfruttano e basta e che la trattano come un fenomeno da baraccone. 
Prodotto a basso costo scritto dal misconosciuto regista russo Slava Tsukerman in collaborazione con l'attrice Anne
Carlisle, Liquid Sky è un tripudio alienante di luci psichedeliche e insegne al neon che riesce a cristallizzare lo spirito degli anni '80 sia nei suoi aspetti più superficiali e modaioli che nelle più profonde implicazioni sociologiche. Ne deriva l'impietoso ritratto di una generazione devastata a livello fisico e psicologico dall'invasione delle droghe pesanti. 

Un film visionario che nasconde, sotto un insieme di brillanti scenografie ed esplosivi giochi di colore ad effetto ipnotico, la difficile condizioni di una donna che aspira all’emancipazione. Sogno che, nemmeno sotto l’ombra della celebre Statua della Libertà americana, riesce a trovare attuazione.
Il film guarda alla rivoluzione a stelle e strisce, scaturita da un’emancipazione che si è poi dimostrata essere illusoria, falsamente liberatoria: quella di gay, lesbiche, bisessuali tutti, ovviamente e per giunta, cocainomani all’ultimo stadio. Ogni valore “tradizionale” viene nel film scardinato alla base. Perché -sotto metafora, in allegoria- la navicella spaziale rappresenta il senso di colpa, il rigido (pre)giudizio, che agisce come deux ex machina, che tutto vede e che pone indispensabile fine alla degenerazione. Chi si intrattiene con una ragazza libera e indipendente non può avere che un solo destino: la morte. Malattie veneree? Una velata allusione agli effetti del libero amore? O, forse, una impressionante premonizione sull’imminente entrata in scena (solo l’anno successivo, il 1983) dell’Aids?
C'è sempre una moltitudine di fattori che contribuiscono al successo di un film, ma vorrei sottolineare il periodo in cui Liquid Sky era fatto. Descrivo scherzosamente questo momento della storia come un momento in cui ogni casalinga sognava di diventare un punk. Non solo il nostro pubblico era ricettivo all'idea di una storia punk di Cenerentola, ma anche il mito dell'UFO era letteralmente in aria, perché i primi film di Spielberg erano appena usciti. Potrebbe essere immodesto da parte mia dire questo, ma credo, nella maggior parte dei casi, che un regista professionista sappia cosa sta facendo e possa prevedere i risultati dall'inizio. Quello che volevo fare era una parabola metaforica che includesse i principali miti della cultura di massa dei primi anni '80: sesso, droga, rock and roll e alieni. Come diceva il mio insegnante Lev Kuleshov, "Una scimmia cattura le mosche dall'aria". E queste idee erano, in effetti, nell'aria.” (Slava Tsukerman) 

Il poco probabile equiparato a impossibile

L'approccio probabilistico alla sicurezza nucleare fu introdotto per ridurre le costrizioni che derivano da una concezione strettamente deterministica, secondo cui nella progettazione degli impianti si sarebbe dovuto tener conto di tutti gli eventi fisicamente possibili. L'adozione di questo approccio probabilistico alla sicurezza permetteva di ridurre dei prerequisiti molto costosi, addirittura impossibile da soddisfare, pur garantendo un livello di protezione sufficiente. Ad ogni modo certe eventi particolarmente gravi non potevano essere tenuti in conto, dato che non esisteva nessuna forma di protezione per gestirli in modo corretto (vengono definiti "extra progettazione"). Fu calcolata la probabilità con cui si sarebbero verificati. Gli incidenti che avrebbero provocato erano stati dichiarati "molto poco probabili" è perciò allontanati dalle  preoccupazioni dei costruttori. Il "poco probabile" fu ben presto equiparato a "impossibile".
La concezione probabilistica fu  estesa a molti altri incidenti industriali e alle catastrofi naturali. Nella scala che fu così stabilita l'energia nucleare pareva insignificante e le paure scaturite dall'irrazionalità popolare, ingiustificate. Numerose furono le critiche mosse alla metodologia della sicurezza probabilistica, ma i promotori del nucleare non ne tennero conto e per vincere la diffidenza della popolazione furono messi in campo enormi mezzi di propaganda. Alla fine il consenso è stato ottenuto solo al prezzo di una vasta campagna pubblicitaria, alla quale le istituzioni sanitarie hanno dato il loro contributo.

giovedì 31 ottobre 2019

JOËL FIEUX 

Nicaragua, 1986, località Zompopera: cinque civili cadono trucidati in un’imboscata tesa da una banda di contras. Potrebbe essere una notizia assolutamente ordinaria nella sporca guerra senza quartiere che gli Stati Uniti hanno promosso contro il governo sandinista di Managua, un massacro uguale a cento altri se non per un particolare: tre vittime sono europei impegnati in progetti di cooperazione internazionale. Questo cinico particolare fa in modo che il misfatto sia portato a conoscenza della pubblica opinione occidentale, la quale improvvisamente scopre che migliaia di europei sono corsi in aiuto della giovane rivoluzione nicaraguense. Qui non vogliamo dare un giudizio su cosa è stato il sandinismo, ma solo parlare di una storia poco nota che merita di essere conosciuta. Tra i corpi allineati su un tavolaccio dentro la sede della C.S.T. (il sindacato sandinista) di Matagalpa, c’è quello completamente sfigurato di un giovane libertario francese: Joël Fieux. Originario di Lons-le-Saunier, dal 1977 al 1980 ha frequentato gli ambienti anarchici lionesi sino a quando, venuto a conoscenza della grande campagna di alfabetizzazione in atto nel Paese centroamericano, decide di partire non come i tanti «turisti della rivoluzione » (categoria di persone che disprezzerà sempre profondamente), ma in cerca di una radicalizzazione del suo cammino rivoluzionario. Un percorso che lo porta sempre più ad identificarsi con le sorti di quel popolo: si naturalizza nicaraguense, sposa una donna di Matagalpa, lavora per il Comitato Regionale del F.S.L.N. e per Radio Insurrección. Una scelta di vita militante, a tutto campo, che lo trova spesso in aperto contrasto con alcuni dei suoi vecchi compagni di Lione che, come molti altri in Europa, si stanno domandando se per caso il Nicaragua sandinista non stia scivolando nel consueto percorso involutivo autoritario che potrebbe portare il Paese a diventare una seconda Cuba nell’orbita sovietica.
D’altronde sono gli anni del crepuscolo brezneviano, di Reagan e dell’Impero del Male, di Grenada; l’ultimo decennio di contrapposizione frontale tra i due blocchi con gli spazi di non allineamento ridotti al lumicino. Fieux rigetta ogni attendismo e gioca fino in fondo la carta rivoluzionaria, coscientemente, coerentemente, ma in modo assolutamente non fanatico: nelle sue lettere non nasconde le debolezze del Fronte Sandinista e anzi deride il culto della personalità, il caudillismo latente, ammettendo senza remore le immense difficoltà economiche nelle quali si dibatte la rivoluzione. Tuttavia invita sempre i compagni francesi a contestualizzare la situazione, una situazione disperata, propria di una nazione azzerata dalla dittatura somozista e dai grandi latifondisti, dilaniata da una guerra civile generosamente finanziata dagli americani che, attraverso la CIA, si preoccupano di stampare simpatici manualetti per familiarizzare i controrivoluzionari alle tecniche del terrore di massa. Proprio all’interno di questa realtà bisogna leggere l’attivismo incondizionato di Fieux, teso a contribuire all’autodeterminazione del popolo nicaraguense prima ancora di qualsiasi considerazione ideologica, che pure non manca nei suoi scritti come appare chiaro in questa specie di scherzoso sincretismo politico che vorrebbe vedere in suo figlio: «…un sandinosponti-libertarocommuniste-proalbanais-tendance castro-guévaristeexterminateur-debureaucrates-et-decontras…». Ed invece furono proprio i contras ad ammazzarlo in una strada fangosa mentre lavorava ad un progetto di potabilizzazione delle acque per i campesiños di Wiwili.
Questa piccola storia poco nota è narrata da un libretto che i suoi amici e compagni lionesi gli hanno voluto dedicare: "Joël Fieux, Paroles et Ecrits, Atelier de Création Libertaire, Lyon, 1987".