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Visualizzazione post con etichetta malattia. Mostra tutti i post
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giovedì 2 luglio 2026

Il malato nella società capitalistica

La malattia è la condizione essenziale del processo di produzione capitalista, il preliminare ed il risultato. Il processo di produzione capitalista è un processo di distruzione della vita. Continuamente si distrugge la vita e si produce capitale. L'accumulazione è infatti l'unico scopo del capitale. La malattia si produce collettivamente: il lavoratore produce collettivamente il suo isolamento nei processi di lavoro e questo isolamento aumenta con l'apparizione dei primi  sintomi della malattia. L'organizzazione sanitaria, infatti, interpreta la malattia non come un destino collettivo, ma come una défaillance individuale. Il capitalismo produce la malattia che è l'arma più pericolosa per la sua esistenza. E' per questo che il capitale si scatena contro il momento progressista della malattia con tutte le armi disponibili (polizia, organizzazione sanitaria, ecc.). Il malato è perciò sfruttato due volte: quando cessa di essere sfruttabile sul luogo di lavoro, viene isolato e destinato al ruolo di consumatore dei prodotti farmaceutici. Il momento progressista della malattia, la protesta, viene soffocato; il suo momento reazionario, l'inibizione, è riprodotto nel momento della guarigione. Si toglie al malato il suo bisogno di trasformazione. Vivere significa trasformare, lottare contro la violenza della natura e per la sua appropriazione produttiva. Opponendosi alla trasformazione, la società capitalista si oppone alla vita stessa e si rende colpevole di un assassinio permanente e organizzato, chiamato educazione, famiglia, scuola, il cui unico scopo è il soffocamento di ogni esigenza umana in favore della violenza naturale, l'accumulazione capitalistica. 


giovedì 17 dicembre 2020

Il dominio del sapere come potere sugli altri

L’ideologia, la quale si fonda su ragioni superficiali ed esterne all’uomo, si presenta anch’essa come una soluzione-cura alla malattia di cui soffrono gli uomini (i famosi mali sociali). Essa riconosce che il corpo e la vita degli uomini sono malati, che c’è bisogno di cure, ed in questa prospettiva emerge la funzione del sacrificio. La scienza, venuta anch’essa a salvare l’uomo e il mondo dalle loro malattie, concepisce la vita e il vivere come un male da cui curarsi. Ne derivano altri mali, che nascono attraverso la cura, il progresso, la cura della natura. L’uomo e tutto il suo sviluppo non sono stati altro che decorsi di una più grande malattia: la soppressione della vita. La volontà di potenza è quindi intesa come rivolta degli uomini che, immaginandosi sani, vogliono vivere, liberati dalla grande ossessione di immaginarsi malati. La malattia è il non vivere, la cura è la soppressione della vita. La libertà parte dal riconoscersi sani, vivi, carichi di desideri da realizzare come godimento. Anche la democrazia presenta un aspetto molto comune: la malattia generalizzata fra gli uomini i quali si sentono rassicurati dal fatto che il vivere malati è di tutti. Nessuno gode, tutti si curano come meglio credono contro la vita. Tale è l’idea della democrazia: illudere gli uomini sulla impossibilità di godere, come condizione comune a tutti.

Siamo circondati da un mondo di "igienisti" del corpo e della mente. Sulle loro ragioni si sono costruite tutte le allucinanti prospettive degli uomini, volti permanentemente verso un compito di controllo e repressione della vita.

La nostra irresponsabile "follia" consiste nell’attaccare il concetto di "malattia" e, con questo, il concetto conseguente di "cura". E’ facendo perno su questa follia che possiamo veramente attaccare alla radice tutte le ragioni che sostengono il vecchio mondo, in quanto si rovesciano così tutte le prospettive dell’epoca attuale, basate sull’intenzione di mobilitare gli uomini contro se stessi, quindi di mantenere la dominazione come servitù volontaria.

Bruciare tutte le prospettive di un mondo forgiato sulle catene del sapere come potere sugli altri, significa avere messo a nudo le ragioni del dominio fra gli uomini, le quali si presentano sempre come ricerca di una soluzione per curare il mondo dei suoi mali. L’autoliberazione gioiosa di ciascuno e di tutti non può che forgiarsi sulla liberazione-realizzazione dei desideri individuali.


giovedì 10 gennaio 2019

Il crescente ricorso alla malattia

La tesi di fondo è che il crescente ricorso alla malattia quale chiave di lettura dei problemi sociali non rappresenti affatto un passaggio da una visione orientata in senso morale ad una più neutra, ma - semmai - un passaggio ad una strategia alternativa. E' una transizione che riguarda prima di tutto coloro  che si fanno attivi promotori del cambiamento (in veste di psichiatri o di specialisti della medicina), e che è legata al livello in cui si verifica il cambiamento stesso (la psiche e il corpo dell'individuo). Il problema in oggetto, e la persona che dovrebbe andare incontro al cambiamento, rimandano inevitabilmente a questioni morali, con buona pace della retorica della medicina,
Se anche questa retorica ci vuole far credere che la responsabilità è tutta dell'individuo (piuttosto che della società), e che quindi il cambiamento dovrebbe investire l'individuo (e non la società), la questione non cambia. Dopo tutto, si tratta pur sempre di un imperativo morale: l'idea è che, se il problema può essere trattato per via medica, e la persona può essere trasformata di conseguenza, allora sia doveroso procedere in tale senso.
Etichette come "salute" e "malattia", per altro, non hanno soltanto un effetto depoliticizzante. A questo se ne aggiunge anche uno escludente. Non è un caso che il movimento femminile si sia dato l'obbiettivo di influire di più sullo sviluppo dei servizi sanitari. Le donne non si limitano a criticare il potere a cui si sono arrese, ma denunciano l'utilizzano delle differenze biologiche - e di quelle, vere o presunte, di salute - per escluderle da molti aspetti della vita sociale.

giovedì 16 aprile 2015

Non siamo depressi, siamo in sciopero

L'Occidente, patria degli ansiolitici, paradiso degli antidepressivi, Mecca della nevrosi, è al tempo stesso campione di produttività oraria.  La malattia, la stanchezza e la depressione possono essere considerati i sintomi individuali di ciò da cui bisogna guarire. Esse agiscono in  funzione del mantenimento dell’esistente, del docile adeguamento a  norme demenziali, della modernizzazione delle nostre stampelle. Compiono in noi la selezione tra le inclinazioni opportune, conformi e produttive, e quelle di cui occorre diligentemente elaborare il lutto. Bisogna saper cambiare. Ma, in quanto fatti, i nostri fallimenti possono anche condurre allo smantellamento dell’ipotesi dell’Io. In tal modo, divengono
atti di resistenza nella guerra in corso, ribellioni e centri di energia contro ciò che cospira per normalizzarci e amputarci. L’Io non è ciò che in noi è in crisi, ma la forma che cercano di imprimerci. Si vuole fare di noi degli Io ben delimitati, ben separati, classificabili e censibili per qualità, in breve: controllabili; in realtà siamo creature tra le creature, singolarità fra i nostri simili, carne viva che tesse la carne del mondo. Contrariamente a quanto ci ripetono fin da bambini, l’intelligenza non  consiste nel sapersi adattare; tale è, al massimo, l’intelligenza degli schiavi. Il nostro essere disadattati, la nostra stanchezza, costituiscono  un problema solo dal punto di vista di chi ci vuole sottomettere. Essi indicano piuttosto un punto di partenza, un punto di congiunzione per  inedite complicità. Mostrano paesaggi molto più instabili, ma  infinitamente più condivisibili di tutte le fantasmagorie conservate da questa società.
Non siamo depressi, siamo in sciopero. Per chi rifiuta di  gestirsi, la depressione non è uno stato, ma un passaggio, un arrivederci, un  passo a lato verso una disaffezione politica rispetto alla quale l’unica conciliazione possibile è quella medicale e poliziesca. Perciò questa società non esita a imporre il Ritalin ai bambini troppo vivaci, a moltiplicare le forme di dipendenza farmacologica e a diagnosticare
disturbi comportamentali sin dai tre anni.

È l’ipotesi dell’Io ad incrinarsi in ogni dove.

giovedì 19 luglio 2012

La nostra irresponsabile follia consiste nell’attaccare il concetto di malattia


La religione si fonda sul riconoscimento che il corpo è infetto, malato, per cui necessita una cura-soluzione, cioè il sacrificio di ciò che è ritenuto causa della malattia, cioè la vita. Da qui la grande soluzione-rivelazione: vivere nella soppressione-espiazione continua rivolti contro la vita ed avere in cambio la salvezza. L’ideologia, la quale si fonda su ragioni superficiali ed esterne all’uomo, si presenta anch’essa come una soluzione-cura alla malattia di cui soffrono gli uomini (i famosi mali sociali). Essa riconosce che il corpo e la vita degli uomini sono malati, che c’è bisogno di cure, ed in questa prospettiva emerge la funzione del sacrificio. La scienza, venuta anch’essa a salvare l’uomo e il mondo dalle loro malattie, concepisce la vita e il vivere come un male da cui curarsi. Ne derivano altri mali, che nascono attraverso la cura, il progresso, la cura della natura. L’uomo e tutto il suo sviluppo non sono stati altro che decorsi di una più grande malattia: la soppressione della vita. La volontà di potenza è quindi intesa come rivolta degli uomini che, immaginandosi sani, vogliono vivere, liberati dalla grande ossessione di immaginarsi malati. La malattia è il non vivere, la cura è la soppressione della vita. La libertà parte dal riconoscersi sani, vivi, carichi di desideri da realizzare come godimento. Anche la democrazia presenta un aspetto molto comune: la malattia generalizzata fra gli uomini i quali si sentono rassicurati dal fatto che il vivere malati è di tutti. Nessuno gode, tutti si curano come meglio credono contro la vita. Tale è l’idea della democrazia: illudere gli uomini sulla impossibilità di godere, come condizione comune a tutti.
Siamo circondati da un mondo di "igienisti" del corpo e della mente. Sulle loro ragioni si sono costruite tutte le allucinanti prospettive degli uomini, volti permanentemente verso un compito di controllo e repressione della vita.
La nostra irresponsabile "follia" consiste nell’attaccare il concetto di "malattia" e, con questo, il concetto conseguente di "cura". E’ facendo perno su questa follia che possiamo veramente attaccare alla radice tutte le ragioni che sostengono il vecchio mondo, in quanto si rovesciano così tutte le prospettive dell’epoca attuale, basate sull’intenzione di mobilitare gli uomini contro se stessi, quindi di mantenere la dominazione come servitù volontaria.
Bruciare tutte le prospettive di un mondo forgiato sulle catene del sapere come potere sugli altri, significa avere messo a nudo le ragioni del dominio fra gli uomini, le quali si presentano sempre come ricerca di una soluzione per curare il mondo dei suoi mali. L’autoliberazione gioiosa di ciascuno e di tutti non può che forgiarsi sulla liberazione-realizzazione dei desideri individuali.