Lo spazio urbano va riducendosi a pura facciata, ora il motore ideologico della trasformazione urbana è l’immagine che si promuove – il marchio. Orientato sulle direttrici dell’interesse privato, l’agglomerato post-moderno si rivolge all’esterno per attrarre quanti più investimenti, e turisti, possibile. Deve impressionare il visitatore ignaro e fare colpo sugli uomini d’affari con un’immagine appariscente. Per questo l’équipe dirigente intraprende, in modo congiunto con le imprese private e i pezzi grossi della politica, operazioni di valorizzazione del patrimonio culturale e monumentale, creando una scenografia roboante (museificazione dei centri storici, promozioni immobiliari esclusive, strade commerciali pacchiane, complessi monumentali “d’autore”, edifici singolari, zone verdi desertificate), e trasformando in festival la vita quotidiana con eventi promozionali, “performances”, congressi di ogni genere e fiere commerciali. In questo modo s’imprime rapidamente un marchio su uno spazio segmentato e freddo, asettico, trasparente, disseminato di frammenti fittizi, paesaggi simulati e architettura petulante, come fosse un parco tematico o uno studio cinematografico. Uno spazio-franchigia privo di tensioni, disciplinato, profilattico, inumano, la cui sostanza è una miscela di falsità, voracità e cattivo gusto. Un arredo volgare che impedisce la liberazione di ciò che è latente nella vita quotidiana, in cui la servitù è volontaria e il ballo della rassegnazione conta un pubblico assiduo e numeroso. Lo scenario ideale per chi trae i benefici della globalizzazione. L’isolamento sociale e spaziale che deriva da un urbanesimo adattato alla necessità di crescita dell’economia coincide con il progresso della digitalizzazione, vale a dire al progresso stesso. Non c’era bisogno di una crisi sanitaria per impoverire ancor più le relazioni sociali, dato che il confinamento non è stato mai una novità. Strumenti di separazione come l’automobile, la televisione e il computer ai loro tempi, o i tablet e i telefonini oggi, hanno un ruolo importante nella distruzione dei vincoli affettivi e dei costumi sociali, per non parlare di ciò che provocano in quanto a meccanizzazione dei comportamenti delle persone. Il ricavo di plusvalore prospera tanto sull’adattamento della natura umana alle esigenze tecnologiche e alla degradazione ambientale, quanto sulla scomparsa della comunicazione diretta, delle radici locali e della socialità comune. Eppure, l’utopia barbara del tardo capitalismo non ha ancora trionfato. Molte contraddizioni la rendono irrealizzabile e la conducono all’auto-annichilimento. Non ha futuro. Ad ogni modo, i contro-progetti di resistenza dovranno sgombrare e ripulire molto terreno affinché l’urbanesimo della sottomissione, della robotizzazione e della nevrosi vada irrimediabilmente in rovina e si apra la strada a uno spazio di libertà, autonomia e rivolta. Il fatto che i rivoltosi di oggi si preoccupino di abbozzare un modello di città conseguente, contribuirà molto più di quanto si possa pensare a configurare questo spazio. (Miguel Amorós)
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 26 ottobre 2023
giovedì 27 aprile 2023
L’astuzia delle macchine
I progressi tecnici sono tutto tranne che neutrali, in ogni sviluppo delle forze produttive dovuto all’innovazione tecnica ci sono sempre vincitori e perdenti. La tecnica è strumento e arma, poiché favorisce quelli che meglio sanno servirsi di essa e che la servono in modo migliore. Uno spirito critico erede di Defoe e Swift, Samuel Butler, denunciava questo fatto in un’utopia satirica: «in questo consiste l’astuzia delle macchine: servono per poter dominare; oggi stesso le macchine servono solo a condizione che le si serva, imponendo esse le loro condizioni. Non è manifesto che le macchine stanno guadagnando terreno, quando consideriamo il numero crescente di quelli che sono soggetti ad esse come schiavi e di quelli che si dedicano con tutta l’anima al progresso del regno meccanico?» (Erewhon ovvero Dall’altra parte della montagna, 1870). La borghesia ha utilizzato le macchine e l’organizzazione “scientifica” del lavoro contro il proletariato. Le contraddizioni di un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro, che da un lato ha espulso i lavoratori dal processo produttivo e dall’altro ha allontanato dalla direzione di questo stesso processo i proprietari dei mezzi di produzione, sono state superate con la trasformazione delle classi su cui si basava, borghesia e proletariato. La tecnica ha reso possibile una nuova cornice storica, nuove condizioni sociali – quelle di un capitalismo senza capitalisti né classe operaia – che si presentano come condizioni di un’organizzazione sociale tecnicamente necessaria. Come ha detto Mumford, «Niente di quanto viene prodotto dalla tecnica è più definitivo delle necessità e degli interessi stessi che la tecnica ha creato» (Tecnica e cultura. Storia della macchina e dei suoi effetti sull’uomo). La società, una volta accettata la dinamica tecnologica, vi si ritrova imprigionata. La tecnica si è impadronita del mondo e l’ha messo al suo servizio. In essa si rivelano i nuovi interessi dominanti.
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giovedì 7 luglio 2022
Una comunità di lotta
Il cittadinismo è l’ideologia che meglio si adatta alle conurbazioni, dato che non ha realmente bisogno di uno spazio pubblico per riprodursi, ma di qualcosa che gli assomigli, una sorta di spazio formale e simbolico in cui rappresentare un dibattito apparente. Affinché possa aver luogo un dibattito reale deve esistere un pubblico reale, una comunità di lotta; ma una comunità di questo tipo – un soggetto collettivo – è tutto il contrario di un’assemblea cittadinista, aggregazione volatile di individualità mutilate che imita i gesti della discussione diretta senza per questo andare a finire nella direzione richiesta, dato che evita accuratamente il rischio sfuggendo il combattimento. Le sue battaglie non sono che semplice chiasso e il suo eroismo nient’altro che una posa. Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.
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giovedì 27 gennaio 2022
Il Dominio della Tecnica
Non si tratta di un ritorno alla Natura, anche se i rapporti dell’uomo con la Natura si dovranno modificare radicalmente per basarsi più sulla reciprocità che sullo sfruttamento, dato che distruggendo la Natura si distrugge inevitabilmente la natura umana. Non si tratta più di dominarla quanto di stare in armonia con essa. L’esistenza degli esseri umani non si dovrà concepire come pura attività di appropriazione delle forze naturali, movimento, lavoro. Una società non capitalista, vale a dire liberata dalla tecnica, non sarà una società industriale ma nemmeno una specie di società paleolitica; dovrà conformarsi alla quantità di tecnica che si può permettere senza squilibrarsi. Deve eliminare tutta la tecnica che sia fonte di potere, quella che distrugge le città, quella che isola l’individuo, quella che spopola le campagne, quella che impedisce la comparsa di comunità, eccetera, insomma, quella che minaccia il modo di vivere libero. Tutte le civiltà anteriori fondate sull’agricoltura, sull’artigianato e sul commercio hanno saputo controllare e contenere le innovazioni tecniche. La società capitalista è stata un’eccezione storica, una stravaganza, una deviazione. Il sistema tecnocratico produce rovine, cosa che favorisce la diffusione della critica e rende possibile l’azione contro di esso. La questione principale sono i principi più che i metodi. Qualsiasi modo di procedere è buono se è necessario e serve a rendere popolari le idee, senza contribuire a qualsivoglia capitolazione: si partecipa alle lotte per renderle migliori, non per degenerare insieme ad esse. In assenza di un movimento sociale organizzato, le idee sono la prima cosa, combattere per le idee è l’importante, dato che non può nascere nessuna prospettiva da una organizzazione in cui regni la confusione rispetto a quel che si vuole. Tuttavia la lotta per le idee non è una lotta per l’ideologia, per avere una buona coscienza soddisfatta. Bisogna abbandonare la zavorra delle consegne rivoluzionarie che sono invecchiate e si sono trasformate in frasi fatte Il compito più elementare consisterebbe nel riunire il maggior numero possibile di gente intorno alla convinzione che il sistema deve essere distrutto e costruito di nuovo su altre basi, e discutere il tipo di azione che più si addice alla pratica delle idee derivate da questa convinzione. Questa pratica deve aspirare alla presa di coscienza per lo meno di una parte considerevole della popolazione, perché fino a quando non esisterà una coscienza rivoluzionaria sufficientemente estesa la classe sfruttata non si potrà ricostruire e nessuna azione di importanza storica, nessun ritorno della lotta di classe, sarà possibile. (Miguel Amoros)
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giovedì 30 dicembre 2021
Spoliticizzazione delle masse
Il dominio, il potere, nella politica e nella strada, in pace come in guerra, appartiene a chi è meglio equipaggiato tecnicamente. La borghesia è stata sostituita da una classe tecnocratica che non è nata da una rivoluzione antiborghese ma dalla crescente complessità sociale provocata dalla lotta di classe e dall’intervento statale. Sul cammino verso una nuova società basata sull’alta produttività procurata dall’automazione e sull’economia dei servizi, la borghesia si è trasformata in una nuova classe dominante. Questa non si basa sulla proprietà privata o sul denaro, ma sulla competenza e la capacità di gestione; la proprietà e il denaro sono necessari ma non determinanti. La forza della classe dominante non proviene esclusivamente dall’economia, né dalla politica e nemmeno dalla tecnica, ma dalla fusione delle tre in un complesso tecnologico di potere che Mumford chiamò “megamacchina”. Se la tecnica, diventata l’unica forza produttiva, ha permesso il trionfo dell’economia, ora l’economia, creando il mercato mondiale, ha spianato il cammino alla tecnica, e questa impone la dinamica espansiva della produzione di massa al mondo intero. A modo suo ha ridicolizzato la figura dello Stato, degradando la sua storia e il suo ruolo dopo che l’economia lo ha convertito nel padrone più grande e la tecnica lo ha trasformato in un macchinario di governo e di controllo delle masse. Dalla fine del XIX secolo la stabilità del sistema capitalista è stata ottenuta grazie all’intervento dello Stato, che ha messo in atto una politica economica e sociale correttrice. Lo Stato ha smesso di essere una sovrastruttura autonoma per fondersi con l’economia e presentarsi come un terreno neutrale in cui il confronto tra le classi poteva trovare soluzioni. Lo Stato diventava il garante dei miglioramenti sociali, della sicurezza e delle opportunità. Lo Stato “del benessere” fu un’invenzione che assicurava al tempo stesso la rivalorizzazione del capitale e l’acquiescenza delle masse. Al suo interno la politica si trasformava progressivamente in amministrazione, si professionalizzava, si orientava verso la soluzione di questioni tecniche. Quand’anche il regime politico fosse una democrazia, la politica non poteva essere oggetto di discussione pubblica: in quanto esposizione e risoluzione di problemi tecnici richiedeva da un lato un sapere specializzato – era una tecno politica – nelle mani di una burocrazia professionista, e dall’altro un allontanamento – una spoliticizzazione – delle masse. Il progresso tecnico ha ottenuto questa spoliticizzazione. Ha avuto la capacità di isolare l’individuo nella società, circondandolo di marchingegni domestici e immergendolo nella vita privata. D’altra parte, ciascuna tappa del cosiddetto progresso annulla la precedente, sviluppando un dinamismo compulsivo in cui la novità è accettata semplicemente per il fatto di essere una novità e il passato viene relegato all’archeologia. In questo modo crea un continuo presente in cui non succede niente dato che niente ha importanza e in cui gli uomini sono indifferenti.
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lunedì 27 luglio 2020
RIFORMA O RIVOLUZIONE
Di fronte alla devastazione del contesto sociale e alla degradazione delle comunità compaiono due tipi di lotta. Uno punta a ricostruire la comunità al margine dell’ordine sociale dominante scontrandosi con esso; l’altro cerca di agire dall’interno servendosi delle istituzioni, cercando obiettivi limitati mediante la negoziazione. Ci troviamo di fronte alla vecchia alternativa tra Riforma o Rivoluzione. I partigiani delle riforme e del dialogo con l’ordine stabilito pensano che non si debbano contrapporre i miglioramenti quotidiani ottenuti nei palazzi alle mete finali perseguite in piazza; alla fin fine la meta, qualunque essa sia, non ha importanza; il successo costante delle riforme è tutto. I partigiani della liquidazione sociale pensano il contrario: che il fine è tutto, che le riforme non sono possibili nelle condizioni attuali di sviluppo capitalista e che non si possono raggiungere degli obiettivi, per minimi che siano, se non attraverso dure lotte e ampie mobilitazioni. Inoltre, alla fin fine, tra le lotte per fermare gli effetti catastrofici dell’ideologia dello sviluppo e la ricostruzione di una società libera in cui l’essere umano sia la misura di tutte le cose, esiste un vincolo indissolubile: le lotte sono il mezzo, l’umanizzazione della società il fine.
La controversia tra i metodi istituzionali e l’azione diretta di massa non è dunque una semplice questione di tattica, perché in gioco c’è l’esistenza stessa dei movimenti di lotta contro l’inquinamento e la degradazione in quanto movimenti reali di trasformazione sociale. Sono metodi che non si possono combinare: o si sceglie la via della pressione istituzionale e si accettano le regole del gioco politico, oppure non si accettano e si sceglie la via dell’alterazione dell’ordine. Il modo in cui l’ordine viene alterato dipende dal momento; nell’assemblea il chicco nuovo rompe il guscio, cioè il movimento di lotta trova la sua rotta e la sua adeguata espressione. Attraverso il sistema delle assemblee – l’unico davvero democratico – il movimento di lotta può trasformarsi in un potere comunale parallelo, ed è precisamente di questo che si tratta; attraverso
il sistema delle piattaforme civiche il movimento continuerà ad essere un complemento secondario della politica, lo sfondo delle discussioni su quale sia il livello tollerabile di distruzione. I piattaformisti, che non a caso di solito sono militanti sindacali o politici, cercano la risoluzione del conflitto tra gerarchi, avvocati ed esperti, dimenticando che quello che è in gioco non sono le loro poltrone ma la vita delle persone messe, senza il loro consenso, sul piatto della bilancia degli interscambi mondiali. È proprio per questo che anche la più modesta delle lotte è troppo importante per essere lasciata nelle mani di questi apprendisti stregoni, e la popolazione colpita non può occuparsi di argomenti che così tanto la riguardano se non attraverso le assemblee.
La controversia tra i metodi istituzionali e l’azione diretta di massa non è dunque una semplice questione di tattica, perché in gioco c’è l’esistenza stessa dei movimenti di lotta contro l’inquinamento e la degradazione in quanto movimenti reali di trasformazione sociale. Sono metodi che non si possono combinare: o si sceglie la via della pressione istituzionale e si accettano le regole del gioco politico, oppure non si accettano e si sceglie la via dell’alterazione dell’ordine. Il modo in cui l’ordine viene alterato dipende dal momento; nell’assemblea il chicco nuovo rompe il guscio, cioè il movimento di lotta trova la sua rotta e la sua adeguata espressione. Attraverso il sistema delle assemblee – l’unico davvero democratico – il movimento di lotta può trasformarsi in un potere comunale parallelo, ed è precisamente di questo che si tratta; attraverso
il sistema delle piattaforme civiche il movimento continuerà ad essere un complemento secondario della politica, lo sfondo delle discussioni su quale sia il livello tollerabile di distruzione. I piattaformisti, che non a caso di solito sono militanti sindacali o politici, cercano la risoluzione del conflitto tra gerarchi, avvocati ed esperti, dimenticando che quello che è in gioco non sono le loro poltrone ma la vita delle persone messe, senza il loro consenso, sul piatto della bilancia degli interscambi mondiali. È proprio per questo che anche la più modesta delle lotte è troppo importante per essere lasciata nelle mani di questi apprendisti stregoni, e la popolazione colpita non può occuparsi di argomenti che così tanto la riguardano se non attraverso le assemblee.
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giovedì 22 febbraio 2018
I cittadini e la città
Nelle città la maggior parte delle persone non riesce a vivere come vuole; l’ambiente urbano, così com’è, non permette che nascano e si sviluppino le loro personalità; è inadatto a soddisfarne i bisogni, organizzato com’è a vantaggio di qualcos’altro. L’attività di ognuno, che sia lavoro, uso del tempo libero, dormire, cucinare, studiare, eccetera, è di norma organizzata in spazi che solo in minima parte possono essere creati, modificati e gestiti da chi li abita. Gli ambienti sono concepiti in modo tale che l’abitare sia funzionale non alla vita di ciascuno, ma agli interessi di persone estranee ad essa. Così la scuola è costruita primariamente per educare alla disciplina, la fabbrica o l’ufficio per creare profitto, i condomini per spezzare la socialità, il cubo in cui viviamo per ammansirci; difficilmente possono essere modificati.
Se si vuole cambiare qualche cosa nella propria casa si deve chiede il permesso a qualche autorità.
Regolamenti edilizi e burocrazie di ogni genere hanno criminalizzato ogni intervento creativo all’esterno, ma anche all’interno delle abitazioni.
Nell’intimo delle mura domestiche la possibilità di gestire lo spazio si limita a poche cose, per lo più intese a isolare all’interno delle quattro mura le persone che ci abitano.
L’unico ambito in cui si ha il permesso di organizzare la propria casa è confinato alla disposizione dei mobili, alla tinteggiatura delle pareti: tutto il resto è precluso, dove si abita e come si abita sono sotto stretto controllo.
Per cambiare tutto ciò, l’individuo deve evolversi, liberarsi dalla delega, diventare cittadino a tutti gli effetti fino a trovare il proprio posto e mettere le radici. Questo cambiamento spetta a coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l’unico ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall’autogestione territoriale generalizzata, cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso assemblee comunitarie. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano.
Se si vuole cambiare qualche cosa nella propria casa si deve chiede il permesso a qualche autorità.
Regolamenti edilizi e burocrazie di ogni genere hanno criminalizzato ogni intervento creativo all’esterno, ma anche all’interno delle abitazioni.
Nell’intimo delle mura domestiche la possibilità di gestire lo spazio si limita a poche cose, per lo più intese a isolare all’interno delle quattro mura le persone che ci abitano.
L’unico ambito in cui si ha il permesso di organizzare la propria casa è confinato alla disposizione dei mobili, alla tinteggiatura delle pareti: tutto il resto è precluso, dove si abita e come si abita sono sotto stretto controllo.
Per cambiare tutto ciò, l’individuo deve evolversi, liberarsi dalla delega, diventare cittadino a tutti gli effetti fino a trovare il proprio posto e mettere le radici. Questo cambiamento spetta a coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l’unico ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall’autogestione territoriale generalizzata, cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso assemblee comunitarie. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano.
giovedì 6 ottobre 2016
Fermiamo le macchine
Qualsiasi rivolta contro il dominio non potrà rappresentare gli interessi generali se non trasformandosi in una ribellione contro la tecnica, una ribellione luddista. La differenza tra gli operai luddisti e i moderni schiavi della tecnica risiede nel fatto che quelli avevano un modo di vivere da salvare, minacciato dalle fabbriche, e costituivano una comunità, che sapeva difendersi e proteggersi. Per questo fu tanto difficile sconfiggerli. La repressione diede luogo alla nascita della moderna polizia inglese e allo sviluppo del sistema della fabbrica e del sindacalismo britannico, tollerato e incoraggiato a causa del luddismo. Il cammino del proletariato comincia con un’importante rinuncia, anzi, i primi periodici operai L’Artisan del 1830 elogeranno le macchine sostenendo che alleviano il lavoro, e che il rimedio non è sopprimerle quanto sfruttarle loro stessi. Contrariamente a quanto affermavano Marx ed Engels, il movimento operaio si condannò all’immaturità politica e sociale quando rinunciò al socialismo utopico e scelse la scienza, il progresso (la scienza borghese, il progresso borghese), al posto della comunità e dello sviluppo individuale. Da allora l’idea per cui l’emancipazione non è progressista ha circolato negli ambienti della sociologia e della letteratura più che nel movimento operaio, ad eccezione di alcuni anarchici e seguaci di Morris o Thoreau. Così, per esempio, dobbiamo aprire il romanzo Metropolis, di Thea Von Harbou, per leggere arringhe come questa: «Dal mattino alla notte, a mezzogiorno, alla sera, la macchina ruggisce chiedendo alimento, alimento, alimento. Siete voi l’alimento! Siete l’alimento vivo. La macchina vi divora e poi quando siete esausti vi butta via! Perché ingrassate le macchine con i vostri corpi? Perché accettate le sue articolazioni con il vostro cervello? Perché non lasciate che le macchine muoiano di fame, idioti? Perché non le lasciate morire, stupidi? Perché le alimentate? Quanto più lo fate, più fame avranno della vostra carne, delle vostre ossa, del vostro cervello. Voi siete diecimila. Voi siete centomila! Perché non vi lanciate, centomila pugni assassini, contro le macchine?» Evidentemente, la distruzione delle macchine è una semplificazione, una metafora della distruzione del mondo della tecnica, dell’ordine tecnico del mondo, e questo è l’immenso compito storico dell’unica vera rivoluzione. È un ritorno al principio, al saper fare degli inizi che la tecnica ha proscritto.
giovedì 18 febbraio 2016
Lo Stato, il privato e la TAV
L’incompatibilità assoluta del capitalismo nella sua fase attuale e del sistema professionalizzato dei partiti con le forme borghesi democratiche di prima è parecchio evidente, dato che all’interno di istituzioni verticali nelle mani di partiti che funzionano come imprese è semplicemente impossibile che un interesse di classe possa essere presentato come generale, ovvero che riesca a separarsi anche solo di un minimo dagli interessi privati. Nelle società di massa degradate manca l’elemento unificatore, la paura del nemico di classe e al suo posto troviamo il bottino rappresentato dai fondi pubblici, motivo per cui si crea una gerarchia di interessi particolari in cui predominano senza alcun ostacolo le oligarchie economiche, che formano assieme alla casta politica di qualunque livello una specie di associazione mafiosa. In realtà l’interesse della classe dominante è una giustapposizione di interessi diversi privi di un denominatore comune, che provengono sia dall’impresa privata sia dalla burocrazia partitica. La partitocrazia è il tipo di parlamentarismo tipico della globalizzazione, in cui la casta politica ha occupato tutti gli organismi istituzionali e si è impadronita dell’intero erario pubblico e di tutte le risorse statali, dilapidandole in accordo con gli interessi del partito, della corrente, del gruppo o del clan che le gestisce. La corruzione non è necessaria: delle leggi create ad hoc per fare in modo limpido il lavoro che prima facevano bustarelle, borse e valigie piene di denaro in biglietti. Il privato ha invaso il pubblico a tal punto che qualsiasi piano “nazionale” non riflette una politica di Stato nel senso proprio del termine bensì un progetto arbitrario di investimenti il cui beneficiario esclusivo è la lobby corrispondente. Da qui deriva la segretezza delle operazioni e il disprezzo per l’opinione delle persone coinvolte. Per quanto riguarda le infrastrutture, la ricchezza in effetti viene accaparrata dalle imprese costruttrici, la lobby di “cemento, mattone e sabbia”. Lo Stato si incarica semplicemente di coprire gli sprechi sottraendo il denaro da altre parti oppure direttamente attraverso l’aumento delle tasse. Le conseguenze economiche sono sempre disastrose, tuttavia la falsa corrispondenza tra la prosperità e l’abbondanza delle infrastrutture è penetrata a fondo nella coscienza dei cittadini sudditi. La popolarità dell’Alta Velocità, scommessa irragionevole per il trasporto elitario dei passeggeri, è un esempio vivente di come questo mito persiste. La realtà invece è esattamente l’opposto.
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giovedì 12 febbraio 2015
Il disastro della globalizzazione
Il disastro della globalizzazione fa sì che il dominio reclami un'economia di guerra. E qui cominciano le differenze: il fascismo si produce in un quadro nazionale, e da qui i suoi piani autarchici, le imprese miste, i lavori pubblici, come soluzioni per la disoccupazione ed il suo nazionalismo espansionista. La partitocrazia invece si propone in un contesto neoliberale, per cui la sua pianificazione nazionale obbedisce alle direttive economiche del capitale internazionale, e la sua politica estera si sottomette alla strategia diplomatico militare del grande Stato gendarme del capitalismo, gli Stati Uniti. Da qui, i suoi piani di infrastrutture, di consorzi misti della metropoli-impresa e l'uso del "benessere" come distribuzione discriminatoria di favori clientelari. Contrariamente a quanto succede col fascismo, nella partitocrazia l'utilizzo dell'apparato burocratico a fini privati viene decentrato; e questo avviene a qualsiasi livello dell'amministrazione, non solo nelle alte sfere ministeriali. La partitocrazia non ha bisogno di statalizzare nessun mezzo di produzione, sebbene possa darsi il caso di intervenire con mezzi finanziari, però sempre più a favore dei fondi di investimento internazionali piuttosto che per salvare l'impresa o la proprietà privata autoctona. Certamente si serve della paura come strumento di governo, senza però imporre una politica di terrore, ma una politica di rassegnazione. Per la partitocrazia, i terroristi sono gli altri, i suoi nemici violenti o tranquilli che siano, contro i quali si impegna a fondo, anche se, in condizioni normali, preferirebbe dissolvere gli antagonismi di classe - invece di criminalizzarli e schiacciarli - sostituendo la compravendita dei leader all'uso della forza e la tecno-vigilanza all'internamento politico. Il fascismo non ammette l'eccezione, mentre la partitocrazia tollera le minoranze ostili fino a quando non diventano problematiche. La comunità illusoria definita dal fascismo della quale bisogna far parte per forza è quella della razza e della nazione che necessita di uno spazio vitale, mentre la comunità partitocratica è la cittadinanza votante che completa le sue necessità spaziali per mezzo del turismo. In virtù dei trattati internazionali che stabiliscono la libera circolazione del capitale, l'espansione dell'economia nazionale non incontra dazi o barriere doganali, potendosi estendere e perfino delocalizzarsi per tutto il mondo, senza necessità di operazioni belliche, salvo quelle richieste per il controllo delle fonti di energia. Di conseguenza, le politiche di "difesa" dei sistemi partitocratici non esauriscono le riserve nazionali in fabbricazione di armamenti, né condannano alla fame la popolazione sottomessa (come avveniva per esempio in Unione Sovietica, e avviene oggi in Corea del Nord). E neppure torturano la popolazione con discorsi e continue manifestazioni di adesione: la pubblicità della merce è assai più efficace dell'ideologia nel mobilitare. Per questo i fascismi ed i totalitarismi hanno quasi sempre finito per fallire e per crollare, vittime delle loro contraddizioni.
giovedì 18 dicembre 2014
Azione diretta o decrescita?
Molti esperimenti in cui si tenti di svincolarsi, che rivendichino o meno la decrescita, sono encomiabili perché in tempi oscuri hanno la forza dell’esempio a condizione, questo sì, di presentarsi per quel che sono, modi di sopravvivenza più tollerabili, per riuscire a riprendere fiato se possibile, ma niente affatto panacee. Sono un inizio, dato che oggi la secessione è la condizione necessaria della libertà. Tuttavia, questa non ha valore se non come frutto di un conflitto, cioè unita al sovvertimento dei rapporti sociali dominanti. Costituendo una specie di guerriglia autonoma. Il rapporto con le lotte sociali e la pratica dell’azione diretta è quel che conferisce il carattere autonomo allo spazio, non la sua esistenza in sé. L’occupazione pacifica di fabbriche e territori abbandonati dal capitale talvolta potrà essere lodevole, però non fonda una nuova società. Gli spazi di libertà isolati, per quanto paiano molto meritori, non sono barriere che impediscono la schiavitù. Non sono fini a sé stessi, come non lo erano i sindacati in altri periodi storici, e difficilmente possono essere strumenti per la riorganizzazione della società emancipata. Durante gli anni trenta venne messo in discussione questo ruolo, attribuito allora ai sindacati unici, perché si supponeva fosse riservato alla collettività e ai municipi liberi. Il dibattito è degno di essere ricordato, senza dimenticare che nell’ora della verità l’autonomia di ciascuna istituzione rivoluzionaria, sindacati compresi, fu assicurata dalle milizie e dai gruppi di difesa. Oggi però le cose sono diverse: l’emancipazione non nascerà dall’appropriazione dei mezzi di produzione ma dal loro smantellamento. Le zone relativamente segregate oggigiorno esistono proprio perché sono fragili, perché non costituiscono una minaccia, non perché sono una forza. E soprattutto perché non oltrepassano i limiti dell’ordine: in Francia, il contributo principale del milione di neo-rurali non è stato altro che «votare a sinistra». In fin dei conti anche loro sono contribuenti. Gli isolotti auto-amministrati non trasformano il mondo. La lotta sì. La democrazia diretta e l’autogoverno devono essere risposte sociali, opera di un movimento nato dalla frattura, dall’esacerbarsi degli antagonismi sociali, non dal volontarismo campagnolo, e non devono prodursi alla periferia della società, lontano dal chiasso mondano, ma al suo centro. Lo spazio sarà effettivamente liberato quando un movimento sociale cosciente lo strapperà al potere del mercato e dello Stato, creando al suo interno delle contro-istituzioni. L’uscita dal capitalismo sarà opera di un’offensiva di massa o non sarà. Il nuovo ordine sociale giusto ed egualitario nascerà dalle rovine di quello vecchio, dato che non si può cambiare un sistema senza prima averlo distrutto.
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giovedì 2 ottobre 2014
Il TAV
Il TAV, e le infrastrutture in generale, sono uno strumento della riorganizzazione del territorio in favore degli agglomerati urbani, la forma spaziale idonea allo sviluppo capitalista. Dunque è un mezzo al servizio dell’espansione urbana illimitata, ovvero al servizio dell’urbanizzazione generalizzata. È un’esigenza della mondializzazione economica, una richiesta dei mercati globali. Facilita la penetrazione delle multinazionali negli Stati e contribuisce a trasformare in multinazionali le imprese e i monopoli statali. Di conseguenza l’opposizione al TAV è una lotta contro il capitalismo globalizzatore. Ma non solo su scala europea. Il TAV è anche un’ingiunzione dei dirigenti politici ed economici nazionali e rappresentanti delle autonomie: il capitalismo con nomi e cognomi di casa. Per questo motivo l’opposizione al TAV è in primo luogo una lotta contro la mafia politico-imprenditoriale nazionale. È l’espressione più chiara della lotta di classe moderna e bisogna tenerlo bene in mente quando si passa all’azione. Richiamare il Parlamento Europeo, la Commissione europea o i governi francese, spagnolo e italiano a riflettere sul presente e sul futuro delle reti trans-europee, come ha fatto la Dichiarazione di Hendaye nel gennaio del 2010, è completamente privo di senso.
La proliferazione delle infrastrutture è la prova della guerra totale che il capitalismo si è visto obbligato a muovere contro il territorio e la sua popolazione, i cui avamposti sono rappresentati dalle lobby partitiche e dai gruppi di pressione mediatici, finanziari e imprenditoriali. Sono l’espressione più autentica del nemico implacabile, la personificazione dello sviluppo predatore. Non si arrendono né concedono tregua e rappresentano una minaccia permanente. Non hanno radici. Muovendosi come lupi affamati i dirigenti si sono letteralmente dati alla macchia, o meglio, ci hanno mandato le loro macchine movimento terra e i bulldozer, scortate dalle forze dell’ordine, facendo di tutto per annientare territori che non hanno mai conosciuto né apprezzato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La proliferazione delle infrastrutture è la prova della guerra totale che il capitalismo si è visto obbligato a muovere contro il territorio e la sua popolazione, i cui avamposti sono rappresentati dalle lobby partitiche e dai gruppi di pressione mediatici, finanziari e imprenditoriali. Sono l’espressione più autentica del nemico implacabile, la personificazione dello sviluppo predatore. Non si arrendono né concedono tregua e rappresentano una minaccia permanente. Non hanno radici. Muovendosi come lupi affamati i dirigenti si sono letteralmente dati alla macchia, o meglio, ci hanno mandato le loro macchine movimento terra e i bulldozer, scortate dalle forze dell’ordine, facendo di tutto per annientare territori che non hanno mai conosciuto né apprezzato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
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venerdì 8 agosto 2014
Sovvertimento dei rapporti sociali dominanti
Molti esperimenti in cui si tenti di svincolarsi, che rivendichino o meno la decrescita, sono encomiabili perché in tempi oscuri hanno la forza dell’esempio a condizione, questo sì, di presentarsi per quel che sono, modi di sopravvivenza più tollerabili, per riuscire a riprendere fiato se possibile, ma niente affatto panacee. Sono un inizio, dato che oggi la secessione è la condizione necessaria della libertà. Tuttavia, questa non ha valore se non come frutto di un conflitto, cioè unita al sovvertimento dei rapporti sociali dominanti. Costituendo una specie di guerriglia autonoma. Il rapporto con le lotte sociali e la pratica dell’azione diretta è quel che conferisce il carattere autonomo allo spazio, non la sua esistenza in sé. L’occupazione pacifica di fabbriche e territori abbandonati dal capitale talvolta potrà essere lodevole, però non fonda una nuova società. Gli spazi di libertà isolati, per quanto paiano molto meritori, non sono barriere che impediscono la schiavitù. Non sono fini a sé stessi, come non lo erano i sindacati in altri periodi storici, e difficilmente possono essere strumenti per la riorganizzazione della società emancipata. Durante gli anni trenta venne messo in discussione questo ruolo, attribuito allora ai sindacati unici, perché si supponeva fosse riservato alla collettività e ai municipi liberi. Il dibattito è degno di essere ricordato, senza dimenticare che nell’ora della verità l’autonomia di ciascuna istituzione rivoluzionaria, sindacati compresi, fu assicurata dalle milizie e dai gruppi di difesa. Oggi però le cose sono diverse: l’emancipazione non nascerà dall’appropriazione dei mezzi di produzione ma dal loro smantellamento. Le zone relativamente segregate oggigiorno esistono proprio perché sono fragili, perché non costituiscono una minaccia, non perché sono una forza. E soprattutto perché non oltrepassano i limiti dell’ordine: in Francia, il contributo principale del milione di neo-rurali non è stato altro che «votare a sinistra». In fin dei conti anche loro sono contribuenti. Gli isolotti auto-amministrati non trasformano il mondo. La lotta sì. Non siamo all’epoca dei falansteri o delle Icaria. La democrazia diretta e l’autogoverno devono essere risposte sociali, opera di un movimento nato dalla frattura, dall’esacerbarsi degli antagonismi sociali, non dal volontarismo campagnolo, e non devono prodursi alla periferia della società, lontano dal chiasso mondano, ma al suo centro. Lo spazio sarà effettivamente liberato quando un movimento sociale cosciente lo strapperà al potere del mercato e dello Stato, creando al suo interno delle contro-istituzioni. L’uscita dal capitalismo sarà opera di un’offensiva di massa o non sarà. Il nuovo ordine sociale giusto ed egualitario nascerà dalle rovine di quello vecchio, dato che non si può cambiare un sistema senza prima averlo distrutto.
giovedì 10 ottobre 2013
IL MITO DEL CITTADINO
Per recuperare e disattivare la ribellione sociale, in primo luogo quella dei giovani, contraria alle nuove condizioni del dominio, quelle che obbediscono al meccanismo costruzione/distruzione/ricostruzione tipico dello sviluppo, si mette in movimento una visione degradata della lotta di classe, i cosiddetti movimenti sociali, tra cui quelli delle piattaforme.
Per quelli che non desiderano un altro ordine sociale, il mito del cittadino può vantaggiosamente sostituire quello del proletariato nei nuovi schemi ideologici. Il cittadinismo è il figlio più legittimo dell’operaismo e del progressismo entrambi antiquati. Non nasce per seppellirli, ma per rivitalizzare il cadavere. In un momento in cui non c’è dialogo più autentico di quello che può esistere tra i nuclei ribelli, esso pretende di dialogare solo con i poteri, aprire breccia da cui provare a negoziare. Ma la comunità degli oppressi non deve cercare di coesistere pacificamente con la società che opprime, poiché la sua esistenza non trova giustificazione che nella lotta contro questa.
Un modo diverso di vivere non deve basarsi sul dialogo e sul negoziato con le istituzioni portati avanti nel modo servile di prima. Il suo rafforzamento non verrà dunque né da una transazione, né da una qualsivoglia crisi economica, ma da una secessione di massa, da una dissidenza generalizzata, da una rottura drastica con la politica e il mercato. In altri termini, da una rivoluzione di nuovo tipo, una rivoluzione da inventare strada facendo. Poiché la strada opposta alla rivoluzione conduce non solo all’infelicità e alla sottomissione ma anche all’estinzione biologica dell’umanità.
Per quelli che non desiderano un altro ordine sociale, il mito del cittadino può vantaggiosamente sostituire quello del proletariato nei nuovi schemi ideologici. Il cittadinismo è il figlio più legittimo dell’operaismo e del progressismo entrambi antiquati. Non nasce per seppellirli, ma per rivitalizzare il cadavere. In un momento in cui non c’è dialogo più autentico di quello che può esistere tra i nuclei ribelli, esso pretende di dialogare solo con i poteri, aprire breccia da cui provare a negoziare. Ma la comunità degli oppressi non deve cercare di coesistere pacificamente con la società che opprime, poiché la sua esistenza non trova giustificazione che nella lotta contro questa.
Un modo diverso di vivere non deve basarsi sul dialogo e sul negoziato con le istituzioni portati avanti nel modo servile di prima. Il suo rafforzamento non verrà dunque né da una transazione, né da una qualsivoglia crisi economica, ma da una secessione di massa, da una dissidenza generalizzata, da una rottura drastica con la politica e il mercato. In altri termini, da una rivoluzione di nuovo tipo, una rivoluzione da inventare strada facendo. Poiché la strada opposta alla rivoluzione conduce non solo all’infelicità e alla sottomissione ma anche all’estinzione biologica dell’umanità.
giovedì 21 febbraio 2013
Gli orrori del profitto
Le devastazioni provocate dalla crescita economica sono tali che la società capitalista moderna si caratterizza più per quello che distrugge che per quello che crea. Nessuna opera può ormai essere paragonata alle rovine create dalle sue esigenze. Questo significa, ovviamente, che la sete di benefici che guida il sistema produttivo e per tanto il modo di vivere che esso comporta viene spenta malgrado la valanga di danni per la popolazione, che vanno dai rischi per la salute (l'inquinamento provoca un quarto delle malattie) fino ai disastri ambientali. La distruzione ha raggiunto un livello talmente elevato che il contrasto tra interessi privati e danni pubblici diventa visibile anche ai più ritardati. E'a questo punto che dalle alte sfere del potere parlano di conflitto ambientale e territoriale, di cultura del no e di governance interattiva. E' da un po' di tempo che i problemi legati al lavoro hanno smesso di essere fonte di preoccupazione per i dirigenti, come dimostra il fatto che più del 40% dei lavoratori guadagni meno di 1000 euro al mese: questo grazie al fatto che, sotto la minaccia di precarietà e di esclusione, i meccanismi di controllo e di integrazione funzionano perfettamente. Non è così in altri casi dato che il fallimento dell'ecologismo politico ha fatto emergere la questione sociale, espulsa dai quartieri e dalle fabbriche, nelle lotte chiamate a torto ambientali e in particolare nella difesa del territorio, senza ruolo di contenimento e dispersione della "democrazia partecipativa". Nonostante tutto, questo emergere non è stato così tanto travolgente da produrre un fenomeno di coscienza generalizzato e alle lotte resta ancora tanta strada da fare.
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giovedì 31 gennaio 2013
DIFESA DEL TERRITORIO
Siamo di fronte a uno scontro tra la metropoli e il territorio che ha la pretesa di colonizzare e per ironia della storia la causa della libertà, la ragione e il desiderio hanno abbandonato le città, per rifugiarsi in campagna, e da lì lanciare il contrattacco alle forze antistoriche domiciliate nelle conurbazioni. Lontano dei centri del commercio, quindi lontano dalla mercificazione del vivere e dalla statalizzazione dell’esistenza, lo spazio e il tempo riacquistano un qualche significato e permettono agli individui di recuperare la memoria e cooperare contro l’ingiustizia capitalista costruendo, se si oltrepassa l’orizzonte delle piattaforme, una nuova identità di sfruttati ancorata al territorio, quindi alla loro condizione concreta di abitanti, non alla condizione astratta di cittadini. Tale identità non deve aspirare a fornire una cornice più regolata al mercato degli alloggi e dei terreni, ma ad abolire qualsiasi relazione mercantile; nemmeno pretenderà di integrare il regime tecnocratico, che ama chiamarsi “democrazia” quando altro non è che totalitarismo dissimulato, ma sostituirlo con una vera democrazia di base, orizzontale, diretta, comunitaria, auto gestionale.
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