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Visualizzazione post con etichetta David Lynch. Mostra tutti i post
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giovedì 6 giugno 2019

THE ELEPHANT MAN di David Lynch

Londra, 1884. Joseph Carey Merrick (chiamato John dal suo impresario) è un ragazzo affetto dal morbo di Von Recklinghausen (o Sindrome di Proteo), una rara malattia che comporta deformazioni ossee e genetiche, tali da renderlo completamente sfigurato (nel film si dice anche che sua madre venne orrendamente calpestata da un elefante, durante la gravidanza). Un crudele impresario lo obbliga ad esibirsi dietro un tendone da circo, facendo pagare il biglietto ai passanti, tra urla e commenti di disprezzo. E’ il chirurgo, dottor Frederick Treves, a salvarlo dagli stenti e da una morte sicura, facendolo ricoverare al Royal London Hospital, dove troverà asilo e un posto sicuro. In un primo momento, il dottore crede che il giovane sia mentalmente ritardato; in realtà, istruendolo, scopre che è un essere umano estremamente intelligente, ricco di sensibilità ed immaginazione. John Merrick inizia a ricevere le visite di un’importante attrice di teatro e di esponenti della nobiltà vittoriana. Molto spesso si tratta solo di individui curiosi e inopportuni; il dottor Treves è tormentato dalle motivazioni che l’hanno spinto ad occuparsi di John: l’ha fatto per il bene del ragazzo o per studio e per una sua notorietà personale?
In ogni caso, riesce ad offrire a John la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa, per quanto breve possa essere. Una sera, infatti, dopo aver assistito ad una prima teatrale, il ragazzo torna nella sua camera ricca di disegni, libri e fotografie e si addormenta, per la prima volta e per sempre, con il capo sul cuscino. A causa della sua malattia, infatti, aveva sempre dovuto dormire accovacciato. 
La triste e malinconica parabola di The Elephant Man commuove e ci fa riflettere su quanto sia potente la minaccia portata dai pregiudizi e dall’ignoranza. “Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono“, disse lo stesso Joseph Merrick più di un secolo fa, ma ancora oggi ci troviamo ogni giorno di fronte a soprusi, cattiverie e violenze scaturite da caratteristiche fisiche o caratteriali che alcune persone misere non riescono ad accettare. David Lynch non indora la pillola, mostrando tutta la crudeltà e l’ipocrisia a cui possono arrivare le persone verso ciò che è diverso dal loro piccolo e ottuso mondo. A tal proposito è esemplare una delle scene più strazianti di tutto il film, in cui assistiamo all’ira e ai soprusi di una folla di persone verso Merrick, che reagisce sfogandosi con la frase “Io non sono un elefante! Io non sono un animale! Sono un essere umano!“, che racchiude in sé l’intero senso della pellicola. 
The Elephant Man ci ammonisce per i nostri pregiudizi e ci spinge a cercare sempre di guardare oltre le apparenze, raccontandoci una storia in cui chiunque può riconoscersi, perché ognuno di noi almeno una volta è stato escluso o messo ai margini per un superficiale difetto esteriore o per il colore della pelle. 
Quanto ancora si debba tutelare la diversità come valore imprescindibile nella società, tenendo di conto dei limiti antropologici del singolo, non sempre adattabili, cercando di evitare il conformismo a tutti costi. 
Un film che è un cazzotto in faccia alla società borghese, ma anche un commovente e meraviglioso inno alla vita e alla dignità e ricchezza nella totalità della diversità umana; dove Lynch, abbatte tutte le barriere e i pregiudizi che si possono creare quando si entra in contatto con il “diverso”. Attraverso una storia molto particolare e comunque dai canoni leggermente horror, riesce a trattare un tema che ancora oggi affligge l’umanità: il razzismo.
The Elephant Man è un’opera commovente, perché è brutale e malinconica allo stesso tempo, come se la telecamera riuscisse ad accarezzarci nonostante quelle pugnalate che ci vengono inferte da certe immagini intrise di atroce amarezza, è un’opera che ancora oggi andrebbe proiettata ovunque come monito a chi giudica fermandosi alle apparenze.



giovedì 8 marzo 2012

ERASERHEAD la mente che cancella di David Lynch

Un demiurgo maligno, dal volto sfigurato di cicatrici, comanda, tramite un sistema di leve, l’arrivo sul pianeta di feti umani mostruosi, bombardando la terra di larve vermiformi che aspettano solo, per svilupparsi, le occasioni offerte da quella pulsione generatrice di mostri che è lo stimolo sessuale, anche chiamato, più romanticamente, amore.
Il feto dall’aspetto di coniglio scuoiato, nato prematuramente, è il prodotto di una fecondazione astrale a carattere maligno, che ha scelto due giovani (Henry e Mary) come tramiti inconsapevoli: ma appare chiaro che questi presunti genitori sono affetti da un grado di mostruosità solo leggermente attenuato rispetto a quello della loro creatura.

Se questa sembra una larva abominevole, un aborto animale da incubo, che tuttavia si lamenta, piange, può ispirare pietà, proprio come un bambino, Mary è soggetta a crisi di epilessia e afflitta a sua volta da una madre vampira e da una nonna catatonica, mentre suo padre alleva polli sintetici che, per quanto cotti nel forno, si rifiutano di morire ed emettono, se si cerca di tagliarli, schizzi nauseabondi di liquido nero. Quanto a Henry, non è facile capire da quale strana congiuntura astrale anche lui sia nato. Non si può dire sia mostruoso, ma goffo certamente si, con la sua giacchetta nera, i pantaloni troppo corti, le ghette bianche che a ogni movimento si inzaccherano. Ha l’aria perennemente sperduta di chi non sa come sia capitato al mondo. Abita in una desolata periferia industriale, tra edifici abbandonati, dai quali tuttavia continuano a provenire rumori di officine fantasma.
Eraserhead non ha nulla della facilità delle inversioni e invenzioni surrealiste, né della studiata figuratività espressionista. Eraserhead stupisce per la capacità di tener fede alla forma linguistica dell’incoscio senza dimenticare di comprendervi la follia ossessiva e lucidamente illuministica di tale stessa intrapresa, senza cioè abbandonarsi al mimetismo onirico. Eraserhead riesce in questo nonostante la fortissima connotazione fantastica di ogni immagine e di ogni inquadratura.
Il suono che ne arriva è ogni volta almeno doppio, come lo è fisicamente nel film (grazie al lavoro di Alan Splet). Realistico e infernale rumore di una periferia cittadina, ma anche suono di fondo del mondo che ruota dentro il vuoto cosmico; un’orrenda disarmonia delle sfere che rompe la rassicurante e abituale omogeneità del suono filmico, eterno garante della riconoscibilità dei singoli oggetti cinematografici.
Cinema anarchico, dove Lynch con Eraserhead dimostra che anche nel cinema le leggi non esistono, e se esistono, esistono solo per essere violate.


“Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E’ assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale.” David Lynch