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giovedì 28 novembre 2013

MUJERES LIBRES (Donne libere)

Nel 1936 un gruppo di donne di Madrid e di Barcellona fondarono Mujeres Libres, organizzazione dedicata a liberare le donne dalla «schiavitù dell’ignoranza, schiavitù in quanto donne e schiavitù come lavoratrici». Anche se durò meno di tre anni (le loro attività vennero bruscamente interrotte dalla vittoria delle forze franchiste nel febbraio del 1939), Mujeres Libres mobilitò più di 20.000 donne e sviluppò un vasto programma di attività, finalizzate a sviluppare la capacità di azione individuale ed allo stesso tempo a costruire un senso di appartenenza comunitaria. Mujeres Libres riteneva che il pieno sviluppo dell’individualità delle donne dipendesse dalla crescita di un forte sentimento di unione con gli altri. 
Azucena Fernández era nata a Cuba nel 1916, figlia di genitori spagnoli esiliati che rientrando in Spagna dall’esilio nel 1920 la portarono con loro. Azucena ed i suoi sei fratelli e sorelle si erano «nutriti di anarchia…, con il latte di nostra madre». Enriqueta Fernández nata a Cuba, nel 1915. Nella loro casa era usuale vedere militanti anarchici entrare ed uscire quotidianamente e «l’ideale» era una componente normale della conversazione. 
Enriqueta, Azucena ed i loro fratelli e sorelle impararono in fretta che essere parte di una comunità significava essere disposte a prendersi cura degli altri e a dedicare anima e corpo ad una causa comune. La partecipazione dei bambini ai gruppi ed alle attività organizzate dal movimento libertario approfondì l’impegno e lo convertì in un punto importante delle loro vite. La comunità dava loro la forza per affrontare sia le derisioni dei loro vicini che lo scetticismo dei loro stessi genitori sull’opportunità di far andare le ragazze in giro con i ragazzi.
A quei tempi eravamo le puttane, le pazze, perché guardavamo avanti. Ricordo la morte di mio padre, che per me fu molto dolorosa…. Mia madre mi disse: «Piccola, papà non voleva fiori, ma sono io che voglio per lui un mazzo di rose. Portane anche solo una dozzina, per tuo padre.» Andai dalla fioraia e questa mi disse: «Tuo padre è morto e tu vieni qua?» «Che cosa c’entra il mio dolore con il fatto che sono venuta qui? – le dissi – Credi che non provo del dolore per la morte di mio padre?» «Ma non dovresti esserci tu qui, piccola. Avrebbe dovuto venire Juan a cercare i fiori. E poi non porti il lutto.» «No – le risposi – il dolore lo porto dentro, non lo indosso». 
Pepita Carpena,  era nata a Barcellona verso la fine del 1919. Venne per la prima volta a contatto con «l’idea» nel 1933 grazie ad alcuni sindacalisti anarchici che assistevano alle riunioni dei giovani nella speranza di mettersi in contatto con possibili nuovi membri. 
I compagni della CNT, per fare propaganda, dato che la gente non andava ai sindacati perché era un’epoca di clandestinità, andavano ai balli e dicevano agli uomini, mai alle ragazze: «Dove lavorate? Sapete che c’è un sindacato?» Questi compagni, membri della CNT, dicevano anche: «Il tal giorno c’è un’assemblea». E siccome mi sono sempre trovata meglio con gli uomini che con le donne, andai con loro. E fu lì dove iniziai a capire che cosa era la CNT.
 L’organizzazione anarchica Mujeres Libres e le comuniste dissidenti riconoscevano la specificità dell’oppressione femminile e la necessità di una lotta autonoma per superarla. Le organizzazioni femminili tracciarono il cammino verso l’emancipazione delle donne, attraverso l’educazione, la partecipazione politica, il diritto al lavoro, e il riconoscimento del loro valore sociale. Una delle priorità delle organizzazioni femminili fu quello di risolvere il dilemma della prostituzione e dei rapporti personali, e di conseguenza elaborarono una riforma sessuale che prevedeva l’aborto, il divorzio, e l’assistenza medica sanitaria gratuita. Nella rivoluzione spagnola venne affrontato un nodo centrale della modernità: l’emancipazione o/e la liberazione delle donne è un mezzo per raggiungere l’emancipazione generale dell’essere umano

IN THE CAGE Genesis

Ho il sole che splende nella pancia
Come ho appena scosso il mio piccolo dal sonno
Ho il sole che splende nella pancia
Ma non riesco a trattenermi dal crollare nel sonno
Dormire, dormire profondamente 
La parete rocciosa si muove e preme la mia pelle
Liquidi bianchi diventano acidi
Si trasformano veloci - diventano acidi
Si trasformano sudando - diventano acidi
Devo dire a me stesso che non sono qui
Sto annegando in un liquido di paura
Imbottigliato ad altissima pressione
La mia distorsione dimostra l'ossessione
Nella caverna
Portami fuori da questa caverna
Se trovo l'autocontrollo
Sarò salvo
E le convinzioni dell'infanzia
Portano un momentaneo sollievo
Ma il mio cinismo torna presto
E la barca della vita brucia
Il mio spirito non impara mai 
Stalattiti, stalagmiti
Mi intrappolano, guardami per bene
Le labbra sono secche, la gola asciutta
Sembra che bruci, lo stomaco sta bollendo
Sono vestito con un costume bianco
In questa stanza imbottita
Corpo che si allunga e si sente miserevole 
Nella gabbia
Portami fuori dalla gabbia 
Nel bagliore di una luce
Ho uno strano tipo di visione
Di gabbie unite per formare una stella
Ciascuna persona non può andare molto lontano
Tutti legati alle loro cose
Se ne stanno uniti alle loro corde
Liberi di fluttuare nei ricordi delle loro ali spezzate 
Fuori dalla gabbia vedo mio fratello John
Volta la sua testa molto lentamente
Io grido Aiuto! prima che lui se ne possa andare
E lui mi guarda zitto 
E io grido John ti prego aiutami!
Ma sembra non voler nemmeno provare a parlare
Sono indifeso nel mio raggio violento
E una lacrima di sangue silenziosa scende sulla sua guancia
E lo guardo tornare a voltarsi e andarsene dalla gabbia
La mia piccola via di fuga 
In trappola, sento una cinghia 
Che mi stringe ancora, stringe per uccidere
Le speranze che io possa farcela diminuiscono
Nella camicia di forza imbottita.
Come alla 22° strada
E loro prendono il mio collo e i miei piedi
La pressione cresce, non ce la faccio più
Il mio mal di testa tambura e sento un rombare violento nelle orecchie 
In questo dolore
Portami fuori da questo dolore 
Se potessi passare allo stato liquido
Potrei riempire le fessure nella roccia
Ma so che sono troppo solido
E io sono la mia stella della sfortuna
Fuori John scompare e si dissolve la mia gabbia
E senza nessuna ragione il mio corpo si scioglie 
Prendo a girare
Avvitandomi
Giù, giù, giù.

LA DISTRUZIONE DEI LEGAMI COMUNITARI

L'ecologia sociale cerca di definire il posto dell'umanità nella natura - posto singolare, posto straordinario -.
L'umanità e parte della natura, anche se differisce profondamente dalla vita "non umana" per la capacità che ha di pensare concettualmente e di comunicare simbolicamente. La natura è l'insieme dell'evoluzione  nella sua totalità. Proprio come l'individuo è la sua intera biografia, non una semplice somma di dati numerici che misurano il suo peso, la sua altezza e magari anche la sua "intelligenza". 
Quello che fa veramente unici e singolari gli esseri umani  nello schema ecologico delle cose è che essi possono intervenire in natura con un un grado di auto coscienza e di flessibilità sconosciuto a tutte le altre specie.
Parlare di umanità in termini zoologici come fanno tanti "ecologisti" e dunque trattare la gente come una mera specie e non come un insieme di esseri sociali  che lungi dal vivere in una landa selvaggia, vivono in complesse creazioni istituzionali, è una ingenua assurdità.
Un umanità "illuminata" consapevole finalmente delle sue potenzialità in una società ecologicamente armoniosa è solo una speranza, non certo una realtà esistente. Non riuscire a vedere  che il problema di attingere la nostra piena umanità è un problema sociale che dipende da fondamentali mutamenti istituzionali e culturali significa ridurre l'ecologia radicale a zoologia e rendere chimerico qualsiasi tentativo di realizzare una società ecologica.
Non crediamo che si possano conseguire grandi trasformazioni  sociali tramite l'apparato statale, vale dire in un sistema parlamentare, magari sostituendo un partito ad un altro, per quanto questo possa apparire particolarmente illuminato. Il parlamentarismo invariabilmente mina la partecipazione popolare alla politica. Una nuova politica dovrebbe implicare la creazione di una sfera pubblica di base  assolutamente partecipativa, a livello di città, di paese, di villaggio, di quartiere. Il capitalismo ha certamente prodotto una distruzione dei legami comunitari  così come ha prodotto la devastazione del mondo naturale, ci troviamo di fronte alla semplificazione delle relazioni umane e non umane, alla loro riduzione alle più elementari forme interattive. Ma laddove esistono ancora legami comunitari, e laddove, anche nelle più grandi città, possono nascere interessi comuni, questi devono essere coltivati e sviluppati.
L'ecologia non è nulla  se non si occupa del modo in cui le forme di vita interagiscono tra loro per costruire comunità e per evolversi come comunità.


 

giovedì 21 novembre 2013

IL CAPITALE CHE SI FA UOMO

Giustamente i chirurghi estetisti dell’economia europea o mondiale si preoccupano di rifare la faccia alla qualità della vita. Essi hanno ancora bisogno di far credere che la sopravvivenza promossa a vita sia il controvalore sostanziale del lavoro come sacrificio necessario, occultando il più a lungo possibile la patente verità della vita come lavoro. Tanto meno orribile sarà la vita, tanto più ogni suo co-produttore vi si investirà per valorizzarsi, tanto più dunque il capitale dal volto umano realizzerà in ciascuno il suo valore. Ma come l’orrore del canceroso non può nascondersi, quando la neoplasia sta necrotizzandolo, così il volto necrotico del capitale non può che rispecchiarsi nell’orrore della vita di ciascuno. Tra la propaganda della vita che ne è la maschera, e i tratti inconfondibili della morte che ne è la realtà in processo, il capitale vede con suo orrore incunearsi il futuro.
Sfondando il muro di una soggettività già carcerata dalla storia, l’economia politica trabocca all’interno di ogni essere; rapidamente livella ogni vuoto, semplicemente occultandolo. Nel momento in cui l’identico si riproduce omogeneamente al di là come al di qua della soggettività trapassata, essa perde i tratti del carcere che è sempre stata, e assume i tratti dell’azienda produttrice. Ogni azienda produttrice è una zecca, da quando il denaro si è transustanziato in credito, e il capitale fittizio valorizza sul buon nome dell’impresa. Ogni azienda stampa il suo denaro inesistente, se leggi in trasparenza, al di là della facciata, le somme rosse del suo castelletto di sconto. Così in ciascuno il capitale realizza un imprenditore di sé: fondando ogni personalità come azienda, immettendola nella circolazione apoplettica del credito, dove a circolare è la generalità del non-avere. Il capitale che si fa uomo, fa di ogni uomo il capitale, di ogni vita l’impresa del valore, di ogni persona un’azienda in debito permanente del suo senso, creditrice permanente del non-senso generalizzato. 

In quanto anarchica...

Premetto che in quanto anarchica non riconosco come mio interlocutore l’apparato giudiziario, organo dello stato la cui unica funzione consiste nell’essenziale protezione delle classi sociali privilegiate e nella difesa della proprietà privata. Quindi, con la seguente dichiarazione, principalmente indirizzata all’esterno di questo edificio, colgo l’occasione per rivolgermi a tutti coloro che possiedono i requisiti per poter comprendere le mie parole. Desidero rivolgermi alle classi subalterne, a coloro che subiscono la condizione alienante di sfruttati e oppressi dall’avanzato e moderno sistema capitalista, sempre più spietato ed escludente. Premetto altresì che nulla ho da chiarire circa la mia condotta, le mie convinzioni e le mie scelte politiche, tanto meno intendo chiedere clemenza ai signori della corte. La natura squisitamente politica di questo procedimento penale impone una netta presa di posizione, alla luce soprattutto degli innumerevoli tentativi da parte della magistratura e della stampa di screditare e spoliticizzare davanti all’opinione pubblica gli imputati di questo processo. Soggetti che loro malgrado sono incappati negli ingranaggi della giustizia borghese e fatti figurare in certi casi come un branco di violenti teppisti, in altri come un’orda di barbari scesi nelle strade di Genova con il preciso intento di devastarla e saccheggiarla. No signori, intanto l’accusa di devastazione e saccheggio la rinvio direttamente al mittente poiché offensiva e poiché non fa parte del mio bagaglio storico politico. La classe sociale a cui appartengo è colma fino all’orlo di ingiustizie, soprusi e umiliazioni inflitte dai padroni. Ed è proprio nel santuario della democratica inquisizione dove viene sistematicamente perpetuata l’ingiustizia sociale, in cui tengo a precisare e ribadire la mia ferma opposizione ad ogni forma di dominio, all’ineguaglianza sociale, allo sfruttamento. E seppur cosciente che come nemica della vostra classe mi si infliggerà una pena severa poiché portatrice di principi malsani assolutamente in contrasto con l’ordine costituito, vi comunico che personalmente come lavoratrice salariata ho avuto modo di conoscere i veri devastatori e saccheggiatori. Risiedono nei palazzi di lusso o del potere, sono i padroni, i capi di stato, insomma tutta la classe dirigente di questo sistema infame. Un’esigua percentuale di individui su questa terra che in nome del profitto, del prestigio e del potere assoluto depredano e saccheggiano l’intero pianeta. Costringono alla fame ed alla povertà milioni di persone, sia nel sud del mondo che nell’Occidente, sfruttano gli operai sul posto di lavoro fino a renderli schiavi, di conseguenza sono i diretti responsabili delle morti bianche, un vero e proprio stillicidio. Seppelliscono nelle patrie galere tutti coloro i quali sono costretti a vivere ai margini di questa società opulenta. Combattono guerre siano esse umanitarie o di conquista poco importa, sterminando intere popolazioni, devastando interi paesi e saccheggiando le loro risorse. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Contro tutto ciò è necessario lottare, è necessario porre una strenua opposizione alla dittatura capitalista. Per quanto mi riguarda è stato questo il senso delle mobilitazioni di lotta antimperialista e anticapitalista a Genova nel 2001, non tanto perché lo ritenei un evento politico unico nella vita degli sfruttati determinato dalla presenza dei padroni della terra, dai quali elemosinare qualche briciola caduta dai loro sontuosi banchetti; lo feci in continuità con un percorso politico già intrapreso, animato dalla forte esigenza di trasformare radicalmente un modello sociale fondato sulla sopraffazione. Lo stesso motivo che mi spinge tuttora a partecipare a momenti di lotta costruiti dal basso, situazioni meno spettacolari e che meno interessano alle telecamere del potere mediatico, ma sicuramente autentici. A Genova nel 2001 con molta determinazione è stato riaffermato un principio fondamentale, attraverso la riappropriazione di uno spazio urbano negato e reso inaccessibile dall’imponente presenza militare per impedire ogni forma di disapprovazione ai rappresentanti del dominio. Nessuna sentenza potra’ riscrivere la storia di quei giorni. carlo continuera’ a vivere tutti i giorni nelle nostre lotte.

Dall’organizzazione della spontaneità alla spontaneità dell’organizzazione

“Quando mia moglie è triste rimango a casa” ha detto un operaio della Mirafiori a chi lo intervistava. Non ha detto quando i sindacati, le mie guide, i miei maestri decidono la mia vita, io rimango a casa.
Ed è da qui che noi vogliamo partire, poiché sappiamo che noi come proletari vogliamo vivere, vogliamo sbarazzarci del vecchio mondo e non distruggere per ritrovarci a vivere in un mondo ipotizzato dietro le scrivanie dei burocrati. Noi non abbiamo paura delle rovine, perché erediteremo il mondo. Questo non vuol dire che domani alzandoci distruggeremo o bruceremo il mondo borghese, anche se prima o poi lo faremo, per ora vuol dire che fra noi e la nostra vita non accetteremo quegli intermediari burocrati che a colpi di olivetti e riunioni vogliono insegnarci la rivoluzione.
Vuol dire che da queste pagine non diremo più che per cambiare la vita, il proletario deve vivere in lager colorati di rosso, o che per essere alternativi bisogna andare in giro con le preghiere di Mao in una tasca e l’acido della Sandoz nell’altra. Queste coglionerie le ha già rifiutate la storia: quando in Ungheria per essere comunisti bisognava essere stalinisti, in Polonia gomulkisti, il proletariato non ha fatto politica; ha distrutto la sede del partito e le fabbriche-carcere, ha preso in mano la propria esistenza e come tale l’ha gettata nelle piazze e nelle barricate.
Quello che vogliamo adesso non l’ho vogliamo solo noi; la nostra azione, le nostre idee, la voglia di distruggere il mondo di merda che ci sta attorno è sempre esistita, è un sogno nella mente di tutti i proletari, tentare di ammaestrarla è da carogne, trasformare l’altrui miseria in salvacondotto per l’impegno politico è la caratteristica degli sciacalli che vogliono farne la didattica della loro frustrazione.
Basta istituzionalizzare la rabbia, basta con l’identificare la gente del movimento con le cazzate dei suoi gestori individuali piccolo borghesi che confondono, come i bottegai dello spirito, la storia del proletariato con le idee dei loro ideologhi, la storia di chi ha sfruttato ha lavorato per 40 anni in fabbrica, non è la storia della diatriba fra maoisti e leninisti, fra vecchi e nuovi sciovinisti, la realizzazione del nostro futuro sta in noi stessi e non nelle parole dei burocrati della miseria.
Il nostro obiettivo non è quello di creare una società della festa ma quello di fare la festa alla società perché la rivoluzione proletaria o sarà una festa o non sarà nulla.
Vivere senza tempi morti gioire senza ostacoli.
Il collettivo di Re Nudo
(Re Nudo – dall’underground all’outground – n°18 marzo 73, n°1 nuova serie) 

giovedì 14 novembre 2013

La Critica Anti-Industriale

Affinché la critica anti-industriale possa riempire di contenuti le lotte sociali, deve nascere una cultura politica radicalmente diversa da quella che predomina oggi. E' una cultura del No. No a qualunque imperativo economico, no a qualsiasi decisione dello Stato. Non si tratta quindi di partecipare all'attuale gioco politico per contribuire in un modo o nell'altro ad amministrare lo stato presente delle cose. Si tratta piuttosto di ricostruire tra gli oppressi, al di fuori della politica ma all'interno del conflitto stesso, una comunità di interessi opposti a questo stato di cose. Per questo motivo, la molteplicità degli interessi locali deve condensarsi e rafforzarsi in un interesse generale, al fine di concretizzarsi in obiettivi precisi ed in alternative reali attraverso un dibattito pubblico. Una comunità siffatta deve essere egualitaria e guidata dalla volontà di vivere in un altro modo.
La politica anti-industriale si fonda sul principio dell'azione diretta e della rappresentanza collettiva, motivo per cui non deve riprodurre la separazione tra dirigenti e diretti che configura la società esistente. In questo ritorno al pubblico, l'economia deve ritornare alla domus, rivendicare quel che è stata, un'attività domestica.
Da un lato la comunità deve garantirsi contro qualsiasi potere separato, organizzandosi in maniera orrizontale attraveso strutture assembleari e controllando nel modo più diretto possibile i suoi delegati e rappresentanti, in modo che non si ricostituiscano gerarchie formali o informali. Dall'altro, deve interrompere la sottomissione alla razionalità mercantile e tecnologica. Non potrà mai controllare le condizioni della propria riproduzione inalterata se agisce altrimenti, ovvero se crede al mercato e alla tecnologia, se riconosce la seppur minima legittimità alle istituzioni del potere dominante o se adotta i suoi modi di funzionamento.

PUNK di Claudio Lussi

Senza ali
e senza più, ideali
la gioventù si oscura
e sfoga la sua rabbia
cingendo
di cemento
le sue gabbie

Aquile mutilate
che artigli caccian fuori
mentre le rauche voci
vorrebbero sfondare
il duro cemento dei contenitori

Graffiate di luce e di colore, 
le luride pareti, 
nascondono in parvenza
psichedelici odori
di realtà latenti
e suoni ossessionanti
al parossismo spinti
non trovan risonanza.
Così gli ardori spenti
in una poga a oltranza
effimera lotta
perde la baldanza
e più non paga
neanche la speranza


Potere e impotenza delle medicina


Avendo toccato il culmine dell'efficacia e dell'inefficacia, la medicina cade dalle cime della pretesa essenziale per raccogliersi in una realtà esistenziale: il rapporto morboso dell'individuo con se stesso.
Il XIX secolo aveva consacrato come scienza dell'uomo l'arte del medicastro, riconoscendo con ciò meno il progresso del sapere che un rialzo delle quote sul mercato delle materie umane.
Nelle epoche in cui un migliaio di persone non valevano un chiodo di una bara, la reputazione del medico non superava quella del barbiere, del ciarlatano e del boia. E' stato necessario che la morale sparagnina dello sviluppo capitalista considerasse l'essere umano con l'attenzione prestata a una moneta di piccolo taglio perchè il guaritore, fregiatosi di un gergo universitario, si elevasse allo status di tecnico in  efficacia laboriosa, diventando, su domanda di una industrializzazione accelerata, l'esperto del corpo al lavoro. Mentre il plusvalore strappato ai ghetti operai stipendia il progresso delle ricerche, appare chiaro che l'oggetto di elezione delle scienze più rispettabili è, in generale, la macchina e, in particolare, la meccanica dell'uomo che la prolunga così utilmente. 
Considerate la popolarità raggiunta della medicina quando la macchina produttiva si è sdoppiata in una macchina consumistica, quando l'industria farmaceutica, avendo scoperto del proletariato un vasto mercato potenziale, ha democratizzato l'uso delle cure sanitarie.
Il medico era solo un uomo di prestigio, diventa indispensabile. la sua funzione si burocratizza, per il benessere di tutti, la sua missione non è più caritativa ma socialista. Milita in un organismo sanitario che, sotto il nome di Servizio sanitario, vigila per non lasciare senza rimedi quelli che lavorano ogni giorno a morire un pò di più.
Ciononostante il declino si annuncia. La routine burocratica, il potere dei monopoli farmaceutici, la frammentazione delle terapie specialistiche, concido con una sovraprotezione della salute che contrasta con il malessere nella civiltà. La diffidenza si accentua al contatto di una farmacopea che guarisce lo stomaco rovinando i reni ed è parte della stessa potenza industriale che snatura la terra e l'uomo in nome della felicità.
Aggiungeteci il fallimento dello Stato-protettore, ormai incapace di garantire una protezione sociale che il proletariato delle società mercantili avanzate metteva nel novero delle sue conquiste e delle sue acquisizioni durature.
In breve, una crescente abulia invade il mercato della morte 
e della malattia, e l'opinione in bilico tra la preoccupazione e il sollievo di vederlo scomparire, come un convalescente a cui si assicura che può camminare senza stampelle e che non osa crederci.

giovedì 7 novembre 2013

La sfera del tempo precario

Il capitale vuole essere libero di spaziare in ogni angolo del mondo per scovare il frammento di tempo umano disponibili a essere sfruttato per un salario più misero. A questo scopo mette in moto una ricerca continua, puntuale, frammentaria, frattalizzata, cellularizzata. Va alla ricerca del frammento di lavoro che può essere sfruttato ad un costo più basso, lo cattura, lo usa e lo espelle. Il tempo di lavoro è frattalizzato, cioè ridotto a frammenti minimi ricomponibili, e la frattalizzazione rende possibile per il capitale una costante ricerca delle condizioni di minimo salario. La persona del lavoratore è giuridicamente libera, ma il suo tempo è schiavo. Il suo il tempo non gli appartiene, perchè è a disposizione del ciber spazio produttivo ricombinante. 
Il lavoro necessario per far funzionare la rete è una costellazione di istanti isolati nello spazio e frazionati nel tempo, ricombinati dalla rete, macchina fluida. Per poter essere incorporati dalla rete i frammenti di tempo lavorativo debbono essere resi compatibili, ridotti ad un unico formato che renda possibile una generale inter-operabilità. Si verifica così una vera e propria scissione tra percezione soggettiva del tempo che scorre, e ricombinazione oggettiva del tempo nella produzione di valore.
Quale immaginazione del futuro può generarsi in un cervello sociale frammentato e cellularizzato fino al punto di non poter riconoscersi come soggetto unitario? Nella sfera del tempo precario non si può formulare alcun progetto di futuro, perchè il tempo precario non si soggettivizza, non diviene soggetto di immaginazione, nè di volontà nè di progetto.
La frammentazione del tempo presente si rovescia nell'implosione del futuro.

LE MUR di Yilmaz Guney

Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella minorile. A dividerle il muro del titolo. Le immagini grezze del regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi, con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle celle per chiedere trattamenti più umani. Durante la vita di cella il popolo d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie festanti o sofferenti, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma anche depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel luccicante regno del consumismo occidentale
Lo stile di Guney è grezzo, come dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero di dodici anni, sofferente mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.

Al di là dell'immaginario filmico, scendendo nel territorio del reale, nella cronaca, nella storia, reportage, inchieste, articoli e quant'altro testimoniano che la situazione delle carceri turche non è completamente cambiata, anche se passi in avanti si sono fatti registrare. Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Le carceri sono ancora il luogo della repressione del dissenso politico e ideologico, il luogo della ricerca di un consenso forzoso, luogo di contenimento delle problematiche sociali (il famoso tappeto sotto cui si nasconde la polvere) e infine luogo di negazione dei fondamentali diritti umani.

Essere anarchici/che

Essere anarchici/che significa, oltre che lottare contro il potere statale, religioso e scientifico fuori di noi, liberarsi dalle barriere mentali che ci impediscono di vivere rapporti veramente paritari con gli altri. Liberarsi il più possibile dalle relazioni di potere in cui siamo impilati/e, che influenzano la qualità della nostra esistenza forse ancora più pesantemente dell'oppressione che viene dall'alto. Viviamo rapporti asimmetrici fin dall'infanzia nell'ambito della famiglia, che poi si replicano nelle istituzioni preposte alla nostra educazione e istruzione: collegi religiosi, scuole statali, università. Il mondo del lavoro in cui veniamo inseriti/e nell'età adulta, è una rete di relazioni di potere ancora più fitta. Anche nel rapporto con gli altri animali, con gli individui dello stesso sesso o dell'altro sesso, con gli individui di cui abbiamo differenze culturali, di provenienza, di conformazione fisica, di preferenze sessuali (e la lista potrebbe continuare all'infinito), sono impilate relazioni di potere che ci apportano un vantaggio materiale o un rafforzamento della nostra identità personale, o che al contrario ci opprimono e ci discriminano.
Il nostro stesso linguaggio, e le categorie che adoperiamo per descrivere il mondo e relazionarci con le altre persone, non sono neutrali ma sono stati prodotti per perpetuare divisioni sociali non paritarie. Il primo passo per abbattere il potere è riconoscere quanto esso ha influenzato ogni aspetto della nostra vita e delle nostre relazioni, e da lì partire per rivedere i rapporti personali che portiamo avanti in modo da renderli davvero liberi e orizzontali. Si tratta di svelare le idee e le categorie che il potere ha prodotto per giustificare le asimmetrie dei rapporti sociali, funzionali a una società organizzata gerarchicamente in cima alla quale stanno proprio le istituzioni.
"E' nella logica dell'oppresso imitare il suo oppressore e provare a liberarsi dall'oppressione attraverso azioni simili ad essa". (Paulo Freire)