Il primo luglio, a Livorno, il giornalista Giuseppe Bandi, mentre lasciava in carrozza la propria abitazione in via delle Ville, venne aggredito e pugnalato da un anarchico scalzo, identificato successivamente per Oreste Lucchesi un individuo, subito fuggito in Corsica). Il Bandi moriva poco dopo l'aggressione. Le indagini si appuntarono verso l'ambiente degli anarchici livornesi, anche in relazione al risentimento che questi nutrivano contro il Bandi autore di una serie di violenti articoli antianarchici pubblicati su H Telegrafo dopo l'uccisione di Sadi Carnot. In uno di questi editoriali il Bandi aveva in particolare scritto di Caserio, come di «uno di quelli che nello sconvolto intelletto armeggiano col caos, e vorrebbero distrutta e fusa nel caos l'armonia primigenia e susseguente del creato. Non è possibile ragionare... circa le teorie, o per dir meglio, le frenesie del Caserio, e di quanti altri gli furono e gli son fratelli nel delirio, nel furore, nella libidine sciagurata di rovine e di sangue». Rincarò la dose in un altro articolo Sulla bara di Carnot pubblicato su Il Telegrafo del 27 giugno, prendendosela soprattutto con «i falsi apostoli che passeggiano inviolati e intangibili, con tanto di sigaro in bocca e co' baffi grondanti vino» i quali avrebbero «tirato su pel capestro» il Caserio. A parte questi attacchi, che furono probabilmente il movente immediato del delitto, il Bandi era malvisto a Livorno e negli ambienti della sinistra, non solo quella rivoluzionaria ma anche quella democratica, perché simboleggiava e quasi incarnava la classe dirigente che, uscita dal Risorgimento (egli stesso era stato cospiratore mazziniano e più tardi valoroso comandante garibaldino, nonché memorialista della spedizione dei Mille), si era fatta socialmente e politicamente conservatrice. Assertore di un governo autoritario e ostile ai movimenti popolari, il Bandi ripeteva a livello locale l'evoluzione di Francesco Crispi, di cui era ammiratore e fautore. Inoltre egli si era costituito una solida base economica fondando prima, con l'aiuto dell'alta finanza toscana (Cambray Digny e Bastogi), i due giornali La Gazzetta di Livorno e H Telegrafo e divenendone in seguito il proprietario. Il Lucchesi viene arrestato il 14 luglio 1894 a Bastia e accusato di omicidio premeditato. Processato dalla Corte di assise di Firenze nel 1895, insieme ad altri sei compagni di fede, nega di far parte di associazioni sovversive, ma ammette di aver ucciso Bandi, su istigazione dell’anarchico Rosolino Romiti, anch’egli imputato nello stesso procedimento. Il pugnale – racconta Lucchesi – l’ha ricevuto da un altro anarchico, Amerigo Franchi: “Avevo anch’io letto gli articoli del Bandi” dichiara in aula “e mi dispiaceva che un uomo dabbene, un cavaliere, scrivesse così invece di badare ai fatti suoi. Accettai di ucciderlo perché la vita mia non la calcolavo più nulla”. Il 22 maggio 1895 la Corte condanna all’ergastolo Romiti, considerandolo l’istigatore dell’omicidio, e a 30 anni di carcere Lucchesi e Franchi (per favoreggiamento), e manda invece assolti gli altri imputati Antonio Neri, Virgilio Sgherri, Giuseppe Daveggia e Gustavo Lazzeri. Dopo la lettura del verdetto Lucchesi piange, mentre Romiti si mette a gridare: “Viva l’anarchia, viva la Francia, viva Caserio”. Dopo 10 anni di detenzione, Lucchesi muore nel reclusorio di Nisida il 15 ottobre 1904.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 24 marzo 2022
giovedì 17 marzo 2022
SANTE CASERIO – parte quinta
Il processo si esaurì in una sola giornata, il 3 agosto 1894. La condanna a morte lasciò Caserio indifferente. Era pronto. Alla madre diede egli stesso la notizia della sua condanna con questa lettera, in data 3 agosto 1894:
Cara madre, Vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia condanna è la pena di morte. Non pensate male, mia cara madre, di me. Pensate invece che se ho compiuto questo atto, non è che sia divenuto, come molti vi diranno, un malfattore od un assassino. Voi conoscete il mio buon cuore, la dolcezza che avevo quando ero presso di voi; ebbene anche oggi è lo stesso cuore, e se ho commesso questo atto è precisamente perché stanco di vivere in un mondo così infame ...
Rifiutò di firmare il ricorso in Cassazione per il quale esistevano fondati motivi (il Presidente aveva rivolto in apertura d'udienza un inammissibile discorso ai giurati, con parole e giudizi tali da influenzarne le decisioni); rifiutò di firmare la domanda di grazia; rifiutò infine i «conforti» religiosi e, per sottrarsi alle insistenze del cappellano, gli disse di essere ebreo.
Il sedici d'agosto
nel far della mattina
il boia avea disposto
l'orrenda ghigliottina
così cominciava la canzone popolare che renderà celebre quella data. L'esecuzione, per mano del boia Deibier, giunto appositamente a Lione, avvenne esattamente alle 4,35, poco prima dell'alba. Molta gente si trovò ad assistere al supplizio: operai che andavano o uscivano dal lavoro, nottambuli, ubriachi, curiosi, circa tremila persone. Caserio affrontò il patibolo con dignità, ma davanti alla ghigliottina ebbe un sussulto di resistenza. Fece un passo indietro e gridò in dialetto «A voeri no» (non voglio): almeno così venne riferito. Ma subito si ricompose e si piegò alla morte. Appena «giustizia è fatta», come riporta il reso-conto ufficiale, qualche applauso si levò dalla folla fino allora silenziosa
Spettacolo di gioia
Francia ha manifesta
gridando viva il boia
che gli troncò la testa.
Nello stesso momento nella prigione di St. Paul un detenuto grida a gran voce «Viva l'anarchia, abbasso Deibier». Il detenuto, un povero ladro, è identificato e messo «au cachot» (ai ferri).
giovedì 10 marzo 2022
SANTE CASERIO – parte quarta
Al processo Caserio fu calmo, dignitoso e persino scherzoso. Ecco alcune battute del suo interrogatorio:
Caserio — Nel momento in cui gli ultimi cavalieri della scorta passavano di faccia a me ho sbottonato la giacca, il pugnale stava col manico in alto nella tasca del lato destro all'interno. L'ho afferrato colla mano sinistra e con un solo movimento ho respinto i due giovani che mi stavano dinnanzi e d'un salto, mettendo la mano sullo sportello della vettura, ho menato il colpo gridando: Viva la Rivoluzione! La mia mano aveva toccato l'abito del Presidente, la lama gli si era affondata fino al manico.
Pres. — È un dettaglio che avete dato anche all'istruttoria.
Caserio — Il Presidente mi guardò in faccia, mentre io abbandonando la vettura gridai ancora: Viva l'anarchia! sicuro che ormai era preso. Non mi agguantarono invece che dopo.
Pres. — E quello sguardo non v'arrestò? L'avete affrontato e sostenuto senz'emozione?
Caserio — Senz'ombra d'emozione.
Pres. — Dove volevate colpire?
Caserio — Al cuore.
Pres. — La mano vi tradì, avete detto al giudice nei primi interrogatori?
Caserio Io ero passato tra i cavalli della berlina e quelli della scorta prendendo a sinistra un po’ obliquamente e cercando di penetrare la massa di gente che si accalcava sul marciapiedi. Ma dietro di me una voce aveva urlato: "Arrestatelo!" e donne e bambini mi sbarrarono il passo. Uno sbirro mi mise la mano al colletto e mentre mi divincolavo, con molta probabilità di mandarlo ruzzoloni, mi venne addosso una ventina di persone. Ero la loro preda.
Il Presidente, dopo di aver riassunto l'agonia di Carnot, gli sforzi che furono tentati per salvarlo, l'affollarsi delle celebrità mediche intorno al suo letto di dolore, soggiunge che il generoso e fervido concorso della bontà e della scienza non valse che a prolungare di qualche ora "la vita del morente così caro alla Francia", e volgendosi verso Caserio lo investe duramente: «Voi siete anarchico, coltivate idee distruttive della società, siete il nemico di tutti i capi di Stato, sia lo Stato un'autocrazia od una repubblica ... ».
Caserio — Sono tutt'uno.
Pres. — Voi avete approvato l'atto di Henry con questa sola riserva, che io riferisco sulle vostre stesse parole: "Avrebbe fatto meglio a lanciare la sua bomba, invece che in un caffè, nel covo di qualche grassa famiglia borghese".
Caserio — È vero, la pensavo così.
Pres. — Voi avete detto un giorno: "Povero Vaillant, l'hanno ammazzato, eppure egli non ha ammazzato nessuno". Ed avete soggiunto: "Quando la mia volta giungerà non mi arresterà il pensiero della madre, della vita, di alcuno, ma una
testa alta la colpirò". Non avete anche detto che se foste tornato in Italia avreste colpito il re ed il papa?
Caserio, sorridendo — Oh, non in una volta. Non hanno l'abitudine d'uscire insieme.
Pres. — Non siete l'agente di un complotto anarchico?
Caserio —No. Io sono solo, e solo sono venuto a compiere il mio atto di giustizia.
Pres. — Tuttavia tra gli anarchici è corsa un'intesa per vendicare la morte di Ravachol, di Vaillant e di Henry. Il Presidente Carnot aveva creduto di non commutar la pena pronunziata, contro ai vostri predecessori nefasti, da dodici cittadini giurati in piena libertà di coscienza; e dopo la morte d'Henry aveva ricevuto lettere numerose di minaccia, come ne avevano del resto ricevute la sua signora ed i suoi figli. Non erano state scritte, queste lettere, dai caporioni ai quali
avete forse obbedito?
Caserio — Gli anarchici non hanno capi, ed il mio atto io l'ho meditato solo, come io solo l'ho liberamente compiuto.
Pres. — Vi è tuttavia un incidente che i giurati ed il pubblico debbono conoscere: all'indomani della morte di Carnot la fotografia di Ravachol era mandata all'Eliseo con questo recapito: "Alla Signora vedova Carnot"; dietro era scritto: "Egli è stato vendicato bene". Se voi non siete l'agente di coloro che queste lettere di minaccia hanno scritto e mandato insieme con la fotografia di Ravachol, avete il coraggio di sconfessarli?
Caserio — Io ho il coraggio di non sconfessarli: non ripudio né atti né persone; a me basta di potervi sinceramente confermare che sono stato solo a preparare il mio colpo ed a farlo.
giovedì 3 marzo 2022
SANTE CASERIO – parte terza
Sabato 23 giugno 1894 Sante Caserio, lavorante panettiere, lavora com’è sua abitudine, fino alle 10 del mattino alla panetteria Viala di Cette. Per un futile screzio col padrone - provocato ad arte - improvvisamente si licenzia e si fa liquidare. Riscuote 20 franchi; Un'ora e meno dopo acquista per cinque franchi un pugnale da un armaiolo locale che glielo garantisce mentendo, per una autentica lama di Toledo. Alle 13 si ferma, sempre a Cette, al Café du Gard, da un'occhiata all’Intransigeant e dice in giro che va a Lione. Ha saputo solo il giorno prima che il Presidente della Repubblica sarà a Lione per inaugurarvi l'Esposizione ed ha deciso di ucciderlo. Ma Lione è lontana e gli avventori del caffè, oltre a non sospettare i propositi del giovane italiano, non credono neppure al suo viaggio. Alle 15 Caserio è alla stazione e prende il treno per Moritbasin dove alle 16 trova la coincidenza per Montpellier: e qui arriva alle 16,43. Non avendo treni per Avignone fino alle 23,23 va a trovare un conoscente, certo Laborie. Parte poi per Avignone ma il treno arriva solo fino a Tarascona. Fa il viaggio con due gendarmi, scambia con loro qualche parola, poi i gendarmi si addormentano. A Tarascona cambia di classe per poter prendere un treno espresso che arriva ad Avignone alle 2,04 della notte. Nella vettura di prima classe i viaggiatori guardano con diffidenza questo straniero malvestito e impacciato. Ad Avignone Caserio (che ha passato la notte precedente al lavoro) si addormenta per un'ora su una panca all'interno della stazione: Chiede poi il tempo e il prezzo per arrivare a Lione. Il tempo - poco più di quattro ore – è sufficiente, ma il prezzo- 11 franchi e 30 centesimi - é superiore alle sue possibilità. Ha ora in tasca solo 12 franchi. Se prende il biglietto per Lione, non potrà comprarsi da mangiare. Prende allora un biglietto per Vienne e spende solo 9 franchi e 80 centesimi. Può così comprarsi intanto un panino da due soldi e calmare la fame. Alle 4,12 parte da Avignone. Arriva a Vienne alle 9,45. Compra Le Lyon républicain e, ritagliato il programma della giornata del Presidente, se ne serve per incartare il pugnale. A Vienne vede nella mattinata alcune persone conosciute durante il suo precedente soggiorno nella città, nel 1893: fra questi un parrucchiere che gli fa gratis i capelli e gli offre anche un bicchiere di vino. Alle 13,30 Caserio esce a piedi da Vienne alla volta di Lione. Sono 27 chilometri. È domenica. È tempo coperto e ogni tanto pioviggina. Il viandante incontra mendicanti, gendarmi, contadini. Compra un pacchetto di tabacco e a metà strada si fa offrire, presso un casolare, due bicchieri d'acqua fresca. Giunto vicino a Lione, gli passa vicino un tram, adornato di bandiere tricolori e pieno di gente che va a salutare il Presidente. Caserio conosce un solo punto della città - Place de la Guillotière - e là si porta per orientarsi. Tutte le strade sono illuminate e il Presidente si trova già alla Camera di Commercio per un pranzo. Questo scenario di luminarie, ricevimenti, cortei, musiche non fa che eccitare reazioni ostili nell'animo dell'attentatore solitario. Ad un certo punto, nel suo cammino fra la folla, Caserio trova una strada sbarrata: è di lì che deve passare il corteo presidenziale per giungere al Teatro dove si darà lo spettacolo di gala. Ma Caserio si trova dalla parte sbagliata. Sa dai giornali che il Presidente viaggia in carrozza, seduto alla destra, e lui è invece sulla sinistra. Deve perciò attraversare la strada, già sorvegliata dai gendarmi. Trova delle difficoltà ma alla fine le gamin si insinua dietro un carro ed è dall'altra parte. Fra la folla assiepata si conquista un posto di seconda fila. Alle 21,15 la folla comincia ad agitarsi. Passano prima quattro soldati a cavallo, della guardia repubblicana. Poi altri drappelli. Si sente ad un tratto intonare la Marsigliese. Il Presidente è vicino. Dietro l'ultimo drappello di cavalleggeri arriva il landeau presidenziale, affiancato da altri due cavalieri. Il Presidente, che ha con sé il sindaco della città e due generali, saluta. È il momento in cui Caserio scatta, rompe la prima fila, balza sul predellino della carrozza e trafigge Sadi Carnot. Molti vedono solo il giornale e pensano alla presentazione di una supplica.
Non si rendono conto che il Presidente, affondato nella carrozza, é ferito i morte; Caserio potrebbe anche trovare un momentaneo scampo tra la folla, se non fuggisse avanti alla carrozza gridando «Viva Ia rivoluzione, viva l'anarchia!» E subito afferrato:dalle guardie e sottrattoalla furia della gente, mentre la camera presidenziale corre verso il Palazzo della Prefettura, e là Sadi Carnot muore poco dopo la mezzanotte. La sequenza dei fatti, qui ricostruiti seeendo la precisa e veritiera versione data dallo stesso Caserio in istruttoria e al processo, prova tre cose: che l'attentatore ha agito da solo nel modo più semplice ed elementare, senza avvalersi dell'aiuto di altri e senza mettere altri a conoscenza del suo progetto; che fra il momento in cui si è formato nella mente ell'attentatore il proposito dell'atto da compiere e la materiale esecuzione di esso sono passate, poco più poco meno, quarantotto ore; che questi due elementi, uniti ad una fortissima determinazione soggettiva formatasi negli anni ed a una notevole resistenza psichica e fisica, hanno consentito a Caserio di realizzare il suo piano che nessuna misura di sorveglianza preventiva avrebbe potato in, quelle condizioni evitare. L'attentato Caserio è un puro atto individuale perché un solo individuo ne è stato l'artefice come un solo individuo ne é stato la vittima). Al processo si tenterà di utilizzare la testimonianza poco attendibile di un confidente per accreditare l'ipotesi di un complotto, di un sorteggio ecc. Ma la lunga camminata fatta da Caserio da Vienne a Lione per mancanza di soldi e col rischio di perdere il tragico appuntamento, sarà la prova che non esisteva un disegno preordinato da tempo, né da parte dell'imputato, né a maggior ragione, da parte dei supposti complici.
giovedì 24 febbraio 2022
SANTE CASERIO – parte seconda
A dieci anni il ragazzo aveva abbandonato la famiglia ed era venuto a Milano a lavorare. Aveva fatto il garzone al Forno delle tre Marie, lasciando un ricordo di laboriosità e di mitezza. Semianalfabeta ma sveglio di mente, s'imbatté nel mondo degli anarchici. Diventò egli stesso anarchico appropriandosi rapidamente di tutti gli elementi essenziali della dottrina. Frequentò l'avvocato Pietro Gori direttore a Milano del giornale L'Amico del popolo, i cui numeri erano spesso colpiti da sequestro. Gori ricorderà così il giovane compagno di Motta Visconti: Una mattina d'inverno lo trovai presso la Camera del Lavoro di Milano, che distribuiva opuscoli di propaganda e panetti freschi agli operai disoccupati. E gli opuscoli ed i panetti li acquistava coi suoi risparmi... Non ricordo d'averlo mai veduto neppure semi-ubriaco, cosa frequente nella classe dei prestinai, fumava pochissimo. Di fronte ai vizi giovanili si manteneva puritano. Una sera apostrofò degli amici che uscivano da una casa di tolleranza: «Come potete abusare di coteste disgraziate, comprandone la carne e gli abbracci?» E siccome un opportunista di quella comitiva disse: «Intanto con la nostra lira abbiamo sollevato un po' la loro miseria!» Caserio salì sopra, dette una lira a una di quelle donne, che lo guardava trasognata, e se ne ritornò senza far parola. Un giorno gli domandai: «E tu che sei un bel giovanotto, perché non fai all'amore?» - «Prima si, mi rispose, ma dacché ho sposato l'idea, non bazzico più donne, finché non mi farò una compagna, a modo mio». Aveva preso un appartamento, in cui accoglieva la notte a dormire tutti i compagni senza tetto ospitale che si trovassero a Milano... Un vero bivacco... Ed egli si recava a lavorare tutta la notte. La testimonianza di Gori è illuminante ed è confermata da un'altra di fonte insospettabile: quella di Filippo Turati. Turati che all'indomani dell'attentato scrive su Critica sociale un coraggioso articolo - nel quale fra l'altro, dissociandosi dal generale e convenzionale cordoglio, giudica severamente il Carnot come «l'uomo che congiunse il proprio nome alla repubblica borghese, panamista e militarista per eccellenza, all'alleanza della Francia col Papa e con lo Zar, agli eccidi di Fourmies, alle repressioni di Pas de Calais ecc.» - così parla del giovane attentatore: Noi conoscemmo a Milano il Caserio quando veniva, con altri anarchici, a combatterci nelle nostre riunioni. Ma egli non aveva nulla della spavalderia insolente che caratterizza taluni suoi compagni. Al contrario, mite, pensoso, taciturno, notoriamente affettuoso e laboriosissimo, rivelava una natura profondamente compresa del sentimento del dovere e del sacrificio. La notizia ch'egli fosse stato, nell'adolescenza, profondamente religioso collima con le nostre impressioni: egli non era più religioso, ma era rimasto un devoto. La devozione di Caserio al proprio partito è il tratto dominante della sua personalità. Costante è in lui la preoccupazione di fare il proprio dovere, di essere coerente con le proprie idee. Se da ragazzo ha trovato nelle leggende cristiane e nei riti della Chiesa il primo pane al suo bisogno di fede, di ascensione spirituale e forse anche di poesia, ora trova nel movimento anarchico il gruppo sostitutivo della famiglia che gli è mancata e nei compagni le persone sulle quali riversare la sua capacita affettiva. Le cronache lo descrivono fisicamente come un ragazzo di normale statura, piuttosto slanciato, biondo, occhi azzurri, una faccia che ispira simpatia: «il labbro superiore ombreggiato da una bionda peluria d'adolescente, l'occhio furbo, la bocca rosea e fresca». Frequenta prima il gruppo anarchico di Porta Romana e poi fonda egli stesso un gruppo a Porta Genova, provvisto di un bugigattolo come sede e perfino di una bandiera rosso-nera su cui è scritto «Gruppo comunista-anarchico "a pee"» che significa «in bolletta». Il 26 aprile 1892 subisce il primo arresto per aver distribuito l'opuscolo Giorgio e Silvio, un dialogo antimilitarista, ai soldati, presso la caserma di Santa Prassede. E condannato ma se la cava con poco. Ha diciannove anni e deve rispondere alla chiamata alle armi. Per sfuggire alla leva, espatria in Svizzera e viene condannato come disertore. Si trattiene alcune settimane a Lugano dove ha trovato lavoro (agosto 1893). Partecipa anche ad uno sciopero. Poi si trasferisce a Losanna, quindi a Ginevra, infine a Lione. La città ha una forte tradizione anarchica e Caserio vi incontra nuovi compagni. Mantiene però sempre i contatti con i gruppi d'Italia e riceve la stampa anarchica. Da Lione passa a Vienne e da Vienne a Cette (oggi Sète), una popolosa cittadina marittima a sud di Montpellier, dove numerosi sono gli operai italiani.
giovedì 17 febbraio 2022
SANTE CASERIO – parte prima
Anche la Francia ebbe il suo novantaquattro. L'anarchismo francese, pur privo, a differenza di quello italiano e di quello spagnolo, della potente molla antimonarchica, si esaltò in terrorismo: contro l'ordine costituito, la società borghese, le istituzioni. Il 9 dicembre 1893 Auguste Vaillant lancia una marmitta esplosiva, caricata a chiodi, nell'aula della Camera dei Deputati. Molti feriti ma nessun morto. L'autore dell'attentato, personalità di rivoltoso consapevole, sebbene non omicida, viene condannato a morte il 10 gennaio e ghigliottinato il 5 febbraio. Il Presidente Carnot ha respinto la grazia, malgrado la petizione a favore del condannato da parte di una sessantina di deputati e una supplica della figlia. Vaillant sale il palco con un evviva all'anarchia e un annuncio: «la mia morte sarà vendicata». Sette giorni dopo un altro anarchico, Emile Henry, getta un micidiale ordigno esplosivo, da lui stesso confezionato, al Caffè Terminus, alla Gare St. Lazare. Un morto e un gran numero di feriti. Il 21 maggio anche Henry sale il patibolo. Fra i due episodi si inseriscono alcune esplosioni, non tutte di matrice anarchica, che atterriscono la capitale. Alla Camera si propongono leggi eccezionali contro gli anarchici, come è già avvenuto in altri paesi d'Europa. Ma la spirale degli attentati non si interrompe, anzi sta per toccare il vertice della piramide politica. Il 24 giugno 1894, un mese dopo la morte di Henry, il Presidente della Repubblica Sadi Carnot cade a Lione sotto i colpi di un giovane anarchico italiano di nome Sante Caserio. L'emozione è enorme in Francia, in Italia e in tutta Europa. Sebbene Umberto I e Crispi si affrettino ad inviare telegrammi di esecrazione e di cordoglio, la folla assalta e devasta a Lione e in altre città negozi italiani e a Parigi si chiede addirittura la guerra all'Italia. Una nave di emigrati italiani diretta in America deve evitare i porti francesi, mentre comitive di fuggiaschi terrorizzati dalle rappresaglie cominciano ad affluire a Torino. Eppure l'attentato di Caserio non ha la minima motivazione nazionalistica; anzi, nella coscienza del suo esecutore, esso si pone come un atto di solidarietà di un anarchico italiano verso i suoi compagni francesi colpiti nelle persone di Vaillant e di Henry. L'attentato di Caserio, per le ripercussioni che ebbe, anche in Italia, per il significato che assunse, per il mondo dell'anarchismo militante che svelò nei suoi risvolti psicologici e di costume, merita di essere minutamente ricostruito. Sante Caserio era un giovane lombardo, nato l'8 dicembre 1873 nel paese di Motta Visconti, in provincia di Milano, sulla riva sinistra del Ticino. A Motta Visconti aveva insegnato sul finire degli anni ottanta la poetessa Ada Negri, alla sua prima esperienza di maestra elementare, ma Caserio, per puro caso, non era stato fra i suoi alunni. La famiglia era molto povera: il padre, che presto mancò, barcaiolo d'estate e boscaiolo d'inverno. A dieci anni il ragazzo aveva abbandonato la famiglia ed era venuto a Milano a lavorare. Aveva fatto il garzone al Forno delle tre Marie, lasciando un ricordo di laboriosità e di mitezza. Semianalfabeta ma sveglio di mente, s'imbatté nel mondo degli anarchici. Diventò egli stesso anarchico appropriandosi rapidamente di tutti gli elementi essenziali della dottrina. Frequentò l'avvocato Pietro Gori direttore a Milano del giornale L'Amico del popolo, i cui numeri erano spesso colpiti da sequestro. Gori ricorderà così il giovane compagno di Motta Visconti: Una mattina d'inverno lo trovai presso la Camera del Lavoro di Milano, che distribuiva opuscoli di propaganda e panetti freschi agli operai disoccupati. E gli opuscoli ed i panetti li acquistava coi suoi risparmi... Non ricordo d'averlo mai veduto neppure semi-ubriaco, cosa frequente nella classe dei prestinai, fumava pochissimo. Di fronte ai vizi giovanili si manteneva puritano. Una sera apostrofò degli amici che uscivano da una casa di tolleranza: «Come potete abusare di coteste disgraziate, comprandone la carne e gli abbracci?» E siccome un opportunista di quella comitiva disse: «Intanto con la nostra lira abbiamo sollevato un po' la loro miseria!» Caserio salì sopra, dette una lira a una di quelle donne, che lo guardava trasognata, e se ne ritornò senza far parola. Un giorno gli domandai: «E tu che sei un bel giovanotto, perché non fai all'amore?» - « Prima sì, mi rispose, ma dacché ho sposato l'idea, non bazzico più donne, finché non mi farò una compagna, a modo mio». Aveva preso un appartamento, in cui accoglieva la notte a dormire tutti i compagni senza tetto ospitale che si trovassero a Milano... Un vero bivacco... Ed egli si recava a lavorare tutta la notte.
giovedì 14 gennaio 2021
Alle origini dell’anarchia – Parte ventiquattresima
1893
Maggio. L'anarchico individualista siciliano Paolo Schicchi è condannato a Viterbo a 12 anni per un attentato solo dimostrativo al consolato spagnolo a Genova (ha tolto la dinamite per non fare vittime innocenti). Schicchi aveva pubblicato a Barcellona due numeri di "El Porvenir anarquista"; arrestato, era stato ferocemente torturato dalla polizia, e rilasciato voleva vendicarsi. Schicchi morirà a Palermo nel 1950, dopo una lunga esistenza di attività individualista in Svizzera, Spagna e Italia, ove contrasta i «ragionanti» Malatesta, Merlino e Gori. 9 dicembre. L'anarchico Auguste Vaillant lancia una bomba dalla galleria della Camera dei deputati a Parigi per protestare contro la politica repressiva del governo di Casimir Perier. Nessuno muore, restano feriti alcuni deputati. Vaillant viene condannato a morte. La sua domanda di grazia viene respinta dal presidente Sadi Carnot. Vaillant viene ucciso l'anno successivo.
1894
5 febbraio. Auguste Vaillant viene ucciso all'alba. Affronta con coraggio la ghigliottina gridando: «Viva l'Anarchia! La mia morte sarà vendicata». Una settimana dopo, il giovane figlio di un famoso comunardo, Emile Henry, lancia per rappresaglia una bomba contro l'elegante Café Terminus (di fronte alla parigina Gare St.-Lazare), ferendo venti persone di cui una mortalmente. Letterato di grande talento, Henry era stato spinto al terrorismo dall'esecuzione di Vaillant e Ravachol. Viene ghigliottinato il 21 maggio. 24 giugno. Il giovane fornaio italiano Sante Caserio, che aveva giurato di uccidere Sadi Carnot per vendicare la morte di Vaillant, pugnala al fegato il presidente in visita a Lione gridando: «Vive la Révolution! Vive l'Anarchie!». Sadi Carnot muore e l'isterismo anti-anarchico dilaga. In Francia gli italiani vengono perseguitati dalla polizia nel quadro delle indagini anti-terroristiche e assaliti dalla folla che tenta di linciarli considerandoli tutti anarchici. Un processo di inaudita illegalità (il presidente della Corte all'inizio tiene un discorso ai giurati invitandoli a condannare a morte l'anarchico italiano) in soli due giorni lo destina al patibolo. Caserio si rifiuta di firmare la domanda di grazia e viene decapitato a Lione il 15 agosto.
1895
Gennaio. Con l'arrivo a Londra dell'ex rilegatore tedesco Rudolf Rocker (nato a Berlino nel 1873) comincia il periodo più vivace dell'anarchismo ebraico-inglese che nel 1885 ha dato vita a "Der Arbeter Fraint". Sorgono circoli libertari tra gli immigrati a Soho e Whitechapel (Londra). Primo passo verso l'unificazione sindacale che si realizzerà nel 1902: la Fédération Nationale des Syndicats si trasforma in Confédération Générale du Travail, attirando (solo per qualche mese) le decentraliste Bourses du Travail guidate da Fernand Pelloutier. 20 ottobre. Fernand Pelloutier inaugura la sua (breve) collaborazione alla rivista "Les Temps nouveaux" degli anarchici perbene Grave, Kropotkin e Reclus, con l'articolo intitolato l'anarchismo e i sindacati operai che espone le idee fondamentali del sindacalismo rivoluzionario. Se le bombe degli anni 1892-1894 sono state la reazione disperata alla frustrazione provocata dai massacri della Comune, l'anarco-sindacalismo è la risposta di massa al vicolo cieco in cui il terrorismo ha cacciato il movimento. La sterilità dei sacrifici dei terroristi ha spinto all'azione collettiva, che con la fondazione della CGT avrà uno sbocco di massa nel decennio 1900-1910. Per limitare il pericolo della burocrazia Pelloutier propone la revocabilità permanente dei funzionari.
giovedì 17 settembre 2020
Sante Caserio in tribunale
Presidente: Accusato, la vostra fanciullezza era ben lungi dal lasciar prevedere il vostro orribile delitto. Eravate laborioso e probo: però eravate impetuoso, spesso annuvolato e chiuso.
Caserio: Sono forse, Signore, responsabile di questo?
Presidente: Eravate chierico? Comparivate nelle processioni come un piccolo San Giovanni Battista?
Caserio: I ragazzi non sanno quello che fanno; commettono delle sciocchezze.
Presidente: Nel 1892 foste arrestato perché facevate propaganda anarchica fra i soldati?
Caserio: Sissignore.
Presidente: Nel 1893 disertaste e rinnegaste, dopo la famiglia, la patria.
Caserio: La patria è per me il mondo intero.
Presidente: Avete frequentato certi anarchici ben noti a Milano?
Caserio: Se li avessi anche frequentati, non lo direi.
Presidente: La polizia lo sa invece vostra.
Caserio: La polizia fa il suo mestiere, io il mio.
Presidente: L'accusa pretende che frequentavate un parrucchiere anarchico.
Caserio: Non potevo andare da un fornaio a farmi tagliare i capelli.
Presidente: Siete italiano; era il 24 giugno. Quella data non vi ricordò nulla?
Caserio: Che era San Giovanni Battista, festa del mio paese.
Presidente: Che era l'anniversario della battaglia di Solferino, dove il sangue italiano e quello francese sgorgarono insieme per la libertà d'Italia.
Caserio: Io non ammetto la guerra civile.
Presidente: Quale diritto avevate voi di uccidere il Presidente della Repubblica? C'è una legge naturale che impedisce di uccidere!
Caserio: I governanti uccidono però...
Presidente: Non avete anche detto che se vi foste trovato in Italia avreste colpito il re e il papa?
Caserio: Oh no! Non escono mai assieme.
giovedì 12 febbraio 2015
Sante Caserio incontra il Presidente Carnot
"Trovai il palazzo della Borsa in cui si celebrava il banchetto in onore del Presidente e, la grande arteria doveva essere la rue de la Republique, la strada che il Presidente doveva percorrere per recarsi alla serata di gala al Teatro Grande. Non mi rimaneva che portarmi dal lato opposto della strada in cui ero. Gli ospiti importanti stanno sempre alla destra da dove arriva il corteo. Gli agenti di polizia disseminati lungo il percorso vietavano il transito. È venuta in mio soccorso una vettura di lusso, il cui cocchiere portava sul petto una placca risplendente. La lasciarono penetrare nello spazio libero, ed approfittando dell’occasione io ed una quindicina di altri spettatori potemmo, seguendola, passare dall’altra parte. La gente che vi si affollava naturalmente protestò contro gli intrusi, ma io dissi chiaramente a quelli che più mi investivano che non desideravo altro che di passare, mi lasciassero penetrare in seconda o in terza fila ne sarei stato contentissimo. Mi aprirono un varco ed io ne approfittai per risalire oltre il terzo od il quarto lampione in direzione del Teatro Grande. Ricordo che un signore, guardando l’orologio, disse che erano le otto e mezza. La folla acclamava una vettura con a bordo tre signore giovani ed una anziana, tutte elegantissime; poi si udirono d’un tratto, squillanti le note della Marsigliese, sulla folla plaudente in orgasmo.
Era quasi fatta. Sfilano prima quattro cavalleggeri. Non so, ma penso che fosse l’avanguardia repubblicana, poi vennero a passo lento altri soldati a cavallo in gruppo di cinque file, da ultimo un trombettiere tutto solo, e davanti alla vettura presidenziale ancora un drappello di cavalieri.
Nel momento in cui gli ultimi cavalieri della scorta passarono davanti a me, ho sbottonato la giacca, il pugnale stava col manico in alto nella tasca del lato destro all’interno. Ho afferrato il coltello con la mano sinistra e con un solo movimento ho respinto i due giovani che mi stavano dinnanzi e con un salto, mettendo la mano sullo sportello della vettura, ho sferrato il colpo gridando: “Viva la Rivoluzione!” La mia mano aveva toccato l’abito del Presidente e la lama era affondata nel suo petto fino al manico di colore rosso e nero.
Il Presidente Carnot mi guardò in faccia, mentre abbandonavo la vettura gridai ancora “ Viva l’Anarchia” certo di averlo ucciso.
Nella fuga ero passato tra i cavalli della berlina e quelli della scorta prendendo a sinistra un po’ obliquamente e cercando di penetrare la massa di gente che si accalcava sul marciapiede. Ma dietro di me una voce aveva urlato: “Arrestatelo!” e donne e bambini mi sbarrarono il passo. Uno sbirro mi prese per il colletto e mentre mi divincolavo riuscendo quasi a buttarlo per terra, mi vennero addosso una ventina di persone. Ero la loro preda."








