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Visualizzazione post con etichetta domesticazione sociale. Mostra tutti i post
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giovedì 6 luglio 2023

Stiamo diventando dei disabili

Oggi siamo tutti progressivamente privati delle nostre capacità di genere e messi di continuo alla mercé di una macchina o delle decisioni di uno specialista. In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito abbiamo perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito non siamo più in grado di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo, di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili al nostro nutrimento. Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo incivilito siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo di immaginarlo un mondo diverso. A forza di artificializzarci, di mutare silenziosamente, di separarci con leggerezza dalla vita vissuta, di recitare la parte dei polli in batteria subordinando la realtà reale a quella virtuale, arriveremo a perdere anche solo la capacità di immaginarlo un mondo naturale nel quale tornare a vivere. Quello che dobbiamo sempre ricordare che un’esistenza senza catene è la sola condizione compatibile con la vita umana e della Terra; la sola condizione in cui poter godere di un’esistenza libera e gratificante insieme e non contro gli altri.    


giovedì 10 novembre 2016

Meglio una città devastata che perduta

Non basta constatare la nocività della forma di merce in astratto, occorre poterne trarre le conseguenze opportune e fronteggiarla, perché la domesticazione sociale ha la funzione di svalutare i rischi, accrescere la falsificazione e mantenere il segreto sulla importanza vitale della verità, soprattutto se confrontata con la menzogna universale delle rappresentazioni separate. Da questo stato di cose se ne può dedurre una indicazione tattica: considerato che i bisogni umani più elementari sono disprezzati dalle forme di potere in ogni parte del mondo, che la sovranità irresponsabile della merce mette nelle mani di pochi, spetta ai molti riprendersi i loro diritti, anche senza mandato. In questo senso nuovi territori si aprono alla sovversione, confortati, nelle loro ragioni, dalla storia che, da tempo, invoca lo smantellamento di ogni forma di produzione mercantile. Ragioni che, prima di  diventare politiche, sono apparse ai grandi movimenti di massa giovanili come una pulsione alla conservazione di sè. Esse rappresentano l'espressione di un contenuto universale, che fa della nuda vita la sola garanzia possibile alla eradicazione della nocività sociale. L'urgenza di una tale sovversione ha ragioni che non devono essere né enumerate né discusse, esclusa una, la più importante, perché, scontate le smorfie che l'amara medicina comporta, lo spettacolo è capace di attingere delle idee anche da ciò che detesta di più, pur di trasformarlo in un princisbecco. E' il caso di cronaca di certe conclusioni nel campo della socialità e delle urgenze vitali che i social forum esprimono e i parlamenti assumono per meglio banalizzarle, considerato che, dal loro macchiavellico punto di vista, è meglio una città devastata che perduta. In questo contesto, gli interessi e le forme di socialità che nascono dal basso contengono sempre un germe di sovversione, particolarmente ostile ad ogni autorità, che non lesina i suoi sforzi per sradicarle. Il motivo evidente, nulla può alterare l'uniformità mercantile, dietro la quale si nascondono le ingiurie alla nuda vita, e la memoria di antiche ribellioni.

giovedì 27 ottobre 2016

Disprezzo delle credenze e della cultura dei domesticati

La domesticazione sociale progredisce, da un punto di vista antropologico, nei modi più insospettati. A partire dal 1492, l'espansione del mondo occidentale ha alterato le lingue del pianeta terra in modo irreversibile. Oggi, metà dei sei miliardi di individui che popolano il pianeta parlano una lingua indo-europea come lingua materna. Questa osservazione introduce due interrogativi: quali furono i vantaggi che permisero a questa lingua di trionfare, quali quelli che si acquisirono? In cinquecento anni l'inglese e lo spagnolo hanno supplito alla maggior parte delle lingue indigene di America e di Australia. Una tale espansione è il risultato di una superiorità, che ha negli strumenti della domesticazione i suoi capisaldi: armi da fuoco, diffusione più o meno deliberata di germi infettivi, uso del ferro e dei suoi derivati, organizzazione politica, disprezzo delle credenze e della cultura dei domesticati. Gli emigrati bianchi non sono stati i primi colonizzatori dell'Australia, cinquantamila anni prima lo furono quelli che oggi sono chiamati aborigeni o neri. Con l'installazione degli inglesi la maggior parte di loro fu uccisa come conseguenza, diretta o indiretta, della colonizzazione. Così, nel 1988, il bicentenario della nascita di questo paese, poteva festeggiare il fatto che era divenuto bianco.

giovedì 24 marzo 2016

Immaginare una possibile ribellione

La domesticazione sociale è l'altro nome di quelle pratiche di dominio che sono all'origine di obbedienza, consenso, pace sociale. Non ideologie, forme di cultura o teorie, ma vere e proprie forze che plasmano la nostra vita, modellano i nostri comportamenti e vincolano il nostro comune.
La domesticazione sociale è all'origine di quella sudditanza vissuta con disarmante fatalismo, in virtù della quale di volta in volta ci troviamo a rivestire gli abiti di un popolo di consumatori, produttori, guerrafondai, utenti, elettori.
La domesticazione sociale è la misura di quella distanza tra i molti che obbediscono e i pochi che comandano, tra i molti impiegati delle nuove officine del lavoro e i pochi che ne traggono profitto.
Capire le ragioni di ciò che produce la nostra alienazione nella forma della merce, nella forma dello spettacolo e nella forma del consenso è il presupposto per immaginare una possibile ribellione a questo presente e al prossimo futuro.

giovedì 1 ottobre 2015

La domesticazione sociale

La pratica dell'agricoltura è per l'uomo una attività culturale recente. Questo non vale per alcune specie di formiche, che si coltivano nei loro giardini funghi e lieviti e non esitano a ricorrere ad alcune forme di concime per accrescere il rendimento del terreno. Lo stesso discorso vale per la domesticazione, giacchè esse proteggono il loro bestiame, che appare anche diversificato, considerato che spazia da alcune specie di pulci parassite delle piante alle coccinelle. Se poi intendiamo l'accudire come un prendersi cura di, questi insetti accarezzano il loro bestiame con le loro antenne per stimolare l'emissione di sostanze zuccherate e lo ricoverano nei loro formicai durante la brutta stagione. Tanto basta a sollevare un sospetto, che l'uomo non abbia fatto altro che re-inventare e devolvere queste pratiche per emulazione. Del resto, molte specie animali, come i lupi, hanno imparato a convivere con gli errori di caccia dell'uomo, così come questi ha appreso, dal fatto di sputare i noccioli dei frutti, la possibilità di allargare certe culture, visti i risultati accidentali. Per questo ed altre ragioni ancora, va notato come, di recente, molti studiosi abbiano definito la condizione dell'uomo cacciatore-raccoglitore più evoluta dell'uomo prigioniero della sua modernità. Da secoli i boscimani hanno la consapevolezza di poter resistere alla fame, considerato che nel corso dei secoli hanno selezionato nel loro ambiente molte dozzine di piante commestibili. La stessa cosa non si può dire per i civilizzati e cattolici irlandesi quando, nel 1840, una malattia devastò le loro culture di patate, condannandoli alla fame e alla morte, nonostante il fatto che Jonathan Swift avesse loro qualche tempo prima modestamente proposto il ricorso all'antropofagia.
La lunga marcia verso il progresso ha perso la sua poesia con la scoperta che la Terra non è il centro dell'universo, ciò non toglie che questa marcia abbia compiuto dei passi decisivi con l'agricoltura e la domesticazione animale. Alla agricoltura dobbiamo la crescita della produzione di cibo, al suo stoccaggio, l'origine della ineguaglianza sociale, la discriminazione sessuale, le malattie e, soprattutto il sorgere del dispotismo.