L’Unione sindacale italiana compie 90 anni. La sua storia attraversa quella dell’Italia e del movimento di emancipazione dei lavoratori, sviluppandosi nella sua coerenza libertaria e autogestionaria. I temi organizzativi e strategici dell’USI rimangono nella sua lunga storia, in certa misura, immutati in tutta la loro importanza. Tra di essi ricordiamo: la critica a un’unità sindacale fittizia, nel 1912, nel 1950, ma anche nei più recenti anni di disgregazione del sindacalismo di Stato; lo spirito antimilitarista, che porterà l’USI a espellere gli interventisti nella prima guerra mondiale, ma che porterà anche a proclamare lo sciopero contro la partecipazione dell’Italia alla Guerra del Golfo e a tutte le altre aberranti “missioni di pace”; l’antifascismo, che determinò lo scioglimento dell’USI da parte del regime mussoliniano, ma che si conservò nei suoi militanti in esilio in Francia, nella Spagna del 1936 e di nuovo in Italia durante la Resistenza; la lotta al capitale e allo Stato, dalle occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso all’opposizione all’economia globale; lo spirito egualitario e autogestionario che, attraverso la lotta sindacale, vuole essere diffuso in tutta la società. L’Unione sindacale italiana nasce a Modena al Congresso nazionale dell’Azione Diretta dove il 23, 24 e 25 novembre 1912 si ritrovano riuniti i rappresentanti degli oltre 77.000 aderenti al Comitato di resistenza interno alla CGL, nata sei anni prima. Il dibattito si incentra sulla questione dei rapporti interni alla CGL e i congressisti discutono se entrare in massa nella confederazione per conquistarla dall’interno o se provocare una scissione e creare un secondo sindacato che raccolga tutte le organizzazioni di tendenza sindacalista rivoluzionaria. Prevale la mozione di Alceste De Ambris, favorevole alla scissione e alla creazione di un nuovo sindacato che costituisca una concreta alternativa di classe, organizzata in modo federalista e libertario. Viene approvato lo statuto dell’Unione sindacale italiana, si fissa a Parma la prima sede nazionale e si decide che il periodico l’organo ufficiale del sindacato. Nella relazione di accompagnamento allo statuto si legge come l’USI propugni il sindacalismo rivoluzionario concepito come forza di trasformazione radicale della società; sia un sindacato autenticamente federalista e libertario; favorisca l’autonomia dei sindacati che vi aderiscono e non l’accentramento organizzativo; non voglia essere mai esecutore di volontà politiche e si batta attraverso l’azione diretta contro il sindacalismo riformista e la burocrazia sindacale; abbia infine come scopo l’emancipazione di tutti i lavoratori attraverso la lotta e la solidarietà di classe contro il corporativismo, il potere statale e quello padronale. L’importanza che assume immediatamente l’USI viene dimostrata dalle lotte organizzate dai suoi attivisti nelle campagne e nelle città. Nel 1913 vengono sostenuti scioperi agricoli nel ferrarese e in Puglia, scioperi generali dei metallurgici e dei gasisti a Milano, nonché a Carrara tra i lavoratori del marmo. Quando l’Italia entra in guerra nel 1915, segretario dell’USI è l’anarchico antimilitarista Armando Borghi. La sede nazionale passa a Bologna e il nuovo organo dell’USI è “Guerra di Classe”, indicando così quale è l’unica risposta rivoluzionaria alla chiamata alle armi del proletariato di tutte le nazioni. Alla fine della guerra l’USI si ritrova al suo III Congresso nel 1919 a Parma, che accoglie i delegati di oltre 300.000 iscritti. La Rivoluzione di ottobre pone quindi quali temi all’ordine del giorno i consigli di fabbrica e i soviet. A livello sindacale l’USI promuove il movimento dei consigli, partecipa alla loro costituzione sul modello dei soviet russi e garantisce con la sua presenza questa prima forma di autorganizzazione proletaria in cui tutti i lavoratori delle città e delle campagne possono riconoscersi perché fondata sull’azione diretta, sull’assemblearismo e sull’autogestione. In questo periodo l’USI aderisce all’AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori), cui è affiliata la maggior parte delle organizzazioni anarcosindacaliste.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
Translate
Visualizzazione post con etichetta A.I.T.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta A.I.T.. Mostra tutti i post
giovedì 1 giugno 2023
giovedì 8 settembre 2022
Il primo sindacalismo rivoluzionario
L'anarchismo dell'800 diventò storicamente importante quando entrò nell'Internazionale Operaia. Noi sappiamo che la I° Internazionale aveva carattere eminentemente sindacale, essendo una sorta di aggregazione di diverse società operaie. Essa per origine, struttura, programma, era interamente anarchica. Il 28 settembre 1864, alla St. Martin's Hall, furono i proudhoniani e Varlin a presentare la risoluzione in cui veniva proposta la fondazione di una associazione mondiale dei lavoratori. E Bakunin, già prima di entrarvi aveva già pensato alla possibilità concreta di costruire una organizzazione del genere. Il principio, il motto fondamentale "l'emancipazione dei lavoratori ad opera dei lavoratori stessi", la struttura federalistica, esprimevano il carattere libertario e proletario di questo grande organismo di massa. I governi ne avevano grande timore, tanto che addebitavano alla Internazionale ogni moto spontaneo di popolo. Un altro fatto ebbe grande importanza: il marxismo venne apertamente denunciato come ideologia reazionaria, e una risoluzione del Congresso di S. Imier, successivo a quello dell'Aja, affermò che "la distruzione di ogni potere politico è il primo compito del proletariato". In questo modo la frangia più cosciente dei lavoratori manuali affermava l'autonomia del proletariato non solo rispetto alla borghesia, come aveva fatto precedentemente, ma anche rispetto agli interessi della piccola borghesia, espressi dalla scuola socialdemocratica tedesca. Queste dichiarazioni di principio fatte a congressi operai mostrano come per gli internazionalisti non esistesse una netta frattura fra politico ed economico. È vero che lo stesso Bakunin e i libertari del tempo tendevano a rifiutare il termine "politica" ma questo perché all'espressione essi davano il significato di "azione tesa verso la conquista del potere politico". Non si intende qui fare una prolungata indagine storica, ma solo mostrare come le sezioni operaie-sindacali dell'A.I.T. non escludevano affatto di andare oltre la lotta cosiddetta economica. Questo per confutare le accuse di "economicismo" mosse agli anarchici. Questo concetto lo ritroveremo nel pensiero di Malatesta, che tra l'altro ebbe ad affermare in "Umanità Nova" del 1921: "i sindacalisti, quantunque in teoria amino dire che il sindacalismo basta a se stesso, debbono poi nella pratica o pensare ad impadronirsi dello stato, e diventano socialisti, o pensare a distruggerlo, e diventano anarchici". Viene espressa così l'intima continuità di pensiero che lega l'anarchismo dell'800 e del '900: il rifiuto di una concezione del sindacalismo come semplice lotta al padrone, senza affrontare il problema dello stato, nel senso della sua distruzione.
Etichette:
A.I.T.,
anarchia,
Archivio Storico,
I° Internazionale
Iscriviti a:
Post (Atom)


