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giovedì 25 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) V°

A una visione superficiale la tematica può apparire assai simile a quella che ispirò nella loro azione i sindacalisti rivoluzionari italiani; tuttavia è il Borghi stesso che ci mette in guardia contro il pericolo di assimilare le due correnti, quella anarchica e quella sindacalista-rivoluzionaria. Il sindacalismo anarchico italiano risalendo alle esperienze organizzative francesi del primo '900 si rifaceva in realtà soprattutto alla concezione bakuniniana che affidava alle organizzazioni operaie, quali primi nuclei del movimento rivoluzionario, la funzione di espropriazione capitalistica e poi di assunzione immediata ed unica, sulla base del decentramento federalista, della gestione della proprietà organizzata, mentre i sindacalisti-rivoluzionari italiani - nota polemicamente nelle sue memorie il nostro autore - «erano imbevuti soprattutto di sorelismo». «Noi - afferma il Borghi - ci trovammo a camminare spesso a fianco coi cosiddetti sindacalisti. E molti di noi ci dichiaravamo, spesso e volentieri, sindacalisti. Questo però posso in coscienza affermare: non consentimmo mai alcuna confusione fra il nostro pensiero e quello dei sindacalisti provenienti dal marxismo parlamentare nessun anarchico si considerò mai sindacalista alla loro maniera. Noi partivamo da Bakunin. Essi partivano da Marx, per quanto un Marx riveduto e corretto da Georges Sorel». Oltre al «confusionismo teorico» («sindacalismo senza fisionomia, senza possibilità di autodefinirsi; indeciso sui punti essenziali, come l'elezionismo, il parlamentarismo, lo statismo, il partito politico ecc.») il Borghi rimproverava ai sindacalisti-rivoluzionari di fare del sindacato non un mezzo ma un fine in se stesso, ponendo gli interessi di una sola classe al di sopra del vero ideale anarchico di una rivoluzione il cui scopo era la liberazione completa di tutta l'umanità. «Per noi la classe era un fatto, non un ideale. Quel fatto era inevitabile e benefico in una società divisa in privilegiati e non privilegiati, ma da quel fatto bisognava evadere e non chiudervisi dentro». Rimproverava inoltre ai sindacalisti-rivoluzionari quello stesso spirito fatalistico che, se da un lato privava i social-democratici di ogni volontà di azione inducendoli ad attendere dalla necessaria evoluzione degli eventi la realizzazione delle condizioni del riscatto delle classi lavoratrici, d'altro lato portava i sindacalisti-rivoluzionari ad esaurire la loro azione in una pura ginnastica rivoluzionaria, nell'attesa di una mitica palingenesi sociale. Su questi punti la posizione del Borghi non differiva sostanzialmente da quella di Errico Malatesta e di Luigi Fabbri, che dell'anarchismo organizzatore furono simpatizzanti; ma l'evoluzione successiva degli avvenimenti doveva rivelare una profonda differenziazione di pensiero. È del 1913 la prima edizione dello scritto del Borghi, Fernand Pelloutier nel sindacalismo, in cui si ravvisa un'adesione forse eccessiva al sindacalismo-rivoluzionario francese. «I più vecchi fra noi - riconoscerà più tardi il Borghi - Malatesta, Bertoni, Galleani, avevano notato l'involuzione lenta e non sempre manifesta del movimento (sindacalista-rivoluzionario francese). Perciò si tenevano in guardia». Anche il Fabbri, che in un primo tempo aveva creduto di trovare nel sindacalismo la leva possente che avrebbe aiutato a rovesciare il vecchio mondo capitalistico, sentì il bisogno di rettificare le sue posizioni in rapporto alla teorizzazione fatta dai sindacalisti-rivoluzionari. Questo processo di rettificazione non andava disgiunto da un certo timore che gli interessi strettamente economici di una classe prendessero il soppravvento sull'ideale rivoluzionario anarchico di salvazione integrale dell'umanità. Nello stesso tempo traeva ulteriori motivi di conferma dalla constatazione che di fronte alle crisi interne era impossibile mantenere l'unità del movimento operaio, mentre le ragioni ideologiche dell'anarchismo imponevano che esso «oltre a non essere un movimento di esclusivismi classisti, non avesse dei proletari preferiti e degli altri non preferiti». Dopo aver visto sfuggire la possibilità di esercitare dall'interno del movimento operaio organizzato una pressione rivoluzionaria, a maggior ragione essi dovevano trarre motivo di dubbio sulla validità del sindacato quale strumento rivoluzionario nel constatare l'evoluzione di alcuni membri del movimento sindacalista-rivoluzionario italiano verso forme di «politicantismo», e successivamente verso l'adesione all' intervento in guerra, e nel dover prendere atto dell'inevitabilità di una nuova scissione. Dalla scissione della CGL nacque nel 1912 l'Unione Sindacale Italiana; i suoi primi dirigenti furono Alceste De Ambris, che ricoprì fino al novembre 1914 la carica di segretario, e i compagni sindacalisti-rivoluzionari facenti capo alla camera del lavoro di Parma. «L'Internazionale» di Parma era l'organo ufficiale dell'organizzazione. Le dispute sulla questione dell'intervento in guerra provocarono una successiva divisione delle forze sindacali rivoluzionarie: nel novembre 1914 il gruppo deambrisiano uscì dall'organizzazione per formare l'Unione Italiana del Lavoro interventista, mentre Armando Borghi prendeva la direzione dell'Unione Sindacale e del suo nuovo giornale «Guerra di Classe».



giovedì 18 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IV°

La materia da trattare, scrive il Borghi, era diversa, diverse le condizioni della lotta. Lo stato non sembrò più aggressore, la libertà politica non era più contesa. Le grandi masse entravano sulla scena. In queste condizioni era necessario trovare «un mezzo d'azione che non ci isoli, che non polverizzi le nostre forze, che non ci riduca al ruolo di semplici spettatori» Le persecuzioni avevano allontanato per un lungo periodo di tempo gli anarchici dalla lotta pubblica. «Avemmo così un periodo - scrive con ironia il Borghi - dal 1893 al 1900, in cui la sola forma di associazione anarchica possibile era questa: la riunione dei nostri compagni nelle isole del domicilio coatto l'isolamento essendo diventato una necessità, finì col convertirsi in una dottrina. La mancanza del contatto con le folle non fece capir bene ai compagni nostri la forza che si poteva trarre dal contatto con le masse e dall'uso dell'organizzazione. Avemmo quindi l'individualismo da una parte e dall'altra l'organizzazione operaia, la quale sorgeva sotto gli auspici e per l'azione dei socialisti». Per uscire dalla situazione di impasse era necessario «trovare lo strumento, l'utensile meccanico positivo, a cui applicare la potenzialità dinamica delle idee, per trasformarla in forza reale, sommovente le basi del mondo borghese» e tale strumento doveva essere adeguato alla nuova realtà dell'Italia che si avviava a diventare un paese industrializzato. Nel radicalizzarsi del conflitto delle classi è al Pelloutier e all'idea operaistica dell'Internazionale di Bakunin che il Borghi fa ricorso, affermando la necessità dell'azione «a meno che non si voglia divenire una scuola di esteti, occupati a venerare le formule imbalsamate del rigidismo dottrinario». L'alternativa proposta è la scelta fra uno «sterile spiritualismo» che affidandosi «all'influenza della pura predicazione ideale» può «formare le élite, toccando le intelligenze più pure ed elevate» e un'azione che, superato il momento elitistico, metta l'ideale «a contatto degli interessi che tendono a prevalere e predominare in un determinato periodo storico, facendoli servire a se stesso e fecondandosi al loro contatto». Il punto di partenza delle tesi borghiane è rappresentato dall'adesione a quella concezione del sindacalismo che dall'ultimo decennio dell'800 trovò in alcuni organizzatori anarchici francesi (Pelloutier, Pouget, Delesalle, Yvetot ecc.) i propri teorici e i propri realizzatori: una concezione del movimento operaio che respinge «i principi e le formule social-democratiche, per cui il movimento sindacale doveva essere affidato al partito politico» per affermare che «sia per il movimento economico, sia per le agitazioni politiche, sia per lo sviluppo della cultura e della coscienza del proletariato organizzato, il sindacato non si subordinava a nessun partito, ma usufruiva delle proprie forze ed esclusivamente delle proprie forze». Il metodo di azione che il Borghi ripropone è quello dell'azione diretta popolare e operaia contrapposta alla teoria della conquista dei pubblici poteri; e questo metodo per il Borghi nell'epoca anteriore al fascismo trovava il suo terreno naturale nell'organizzazione operaia di tipo francese in cui «ogni sindacato locale aveva personalità autonoma» e «non (era) sottomesso ad una organizzazione centrale», e dal quale era stata bandita ogni forma di azione elettorale, ogni subordinazione ai partiti e collaborazione con il governo. L'azione doveva partire dal basso rifiutando l'autoritarismo e l'accentramento delle federazioni di mestiere che ispiravano le loro direttive ai ristretti interessi economici di categoria. Gli strumenti immediati di lotta erano quelli ritenuti i più rispondenti a collegare l'azione sindacale con il fine rivoluzionario anarchico: il boicottaggio, il sabotaggio, lo sciopero generale, mezzi che giocavano sull'effetto della sorpresa e della provocazione e sull'audacia. 


giovedì 19 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) II°

Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall'alto? - che è del giugno 1905 - sono già contenute in nuce le linee direttive dell'azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l'attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall'alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un'epoca rivoluzionaria e dell'azione dall'alto, chi non sa determinare le con-dizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni "situazione rivoluzionaria seria" impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l'insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un'audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario». 

Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione - sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale - tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l'idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione (Rosa Luxemburg nel 10 luglio 1904, denunciava già «l'ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d'uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno»), l'affermazione dell'attività dall'alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l'utilizzazione del potere rivoluzionario; dall'altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l'affermazione dell'azione diretta, dal basso, e l'opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo. 

La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bockarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un'influenza estremamente stimolante».


LIBERTA'

Principio fondamentale dell'anarchia, opposto in maniera irriducibile al principio di autorità. Ma gli individualisti ne fanno un valore assoluto, a ognuno dovuto, e che nessuna associazione potrebbe alienare, mentre gli anarchici societari pensano, con Bakunin, che: "La libertà degli individui non è un fatto individuale, è un fatto, un prodotto collettivo". Altro commento di Bakunin: "Io non sono veramente libero che quando sono liberi anche gli essere umani che mi circondano, uomini e donne, in maniera che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più vasta è la loro libertà, più profonda, più estesa e più vasta diventa la mia propria libertà. Non posso dirmi veramente libero che quando la mia libertà, o, il che significa la stessa cosa, la mia dignità d'uomo, il mio diritto umano riflessi dalla coscienza anch'essa libera di tutti, tornano a me confermati dall'assentimento generale. La mia libertà personale, confermata così dalla libertà di tutti gli altri, si estende all'infinito".   


giovedì 26 febbraio 2026

PROCESSI ANARCHICI A TORINO TRA IL 1892 ED IL 1894 (VIII°)

Charles Malato, sospettato di essere venuto nel nostro paese inviato dal Comitato Solidarietà di Londra per mettere in atto un piano insurrezionale che affidava a lui la propaganda ed il coordinamento delle azioni in Piemonte e Lombardia, al Cipriani, al Malatesta, al Merlino quello nella Sicilia, Napoletano, Emilia e Romagna e di cui sarebbero state espressioni il moto dei Fasci siciliani e le agitazioni in Lunigiana. In questa prospettiva va anche inserita la fitta corrispondenza che si intreccia tra il questore di Torino e quelli di Palermo, Napoli, Genova, Roma, Bologna alla ricerca di collegamenti tra il Malato e il gruppo torinese da una parte e gli anarchici arrestati in quelle città dall'altra, nell'intento di scoprire un complotto a dimensioni nazionali. Senza contare, come già si è detto, che ad esasperare lo stato d'animo delle pubbliche autorità giungono continuamente notizie di attentati anarchici in Francia che sembravano ben lungi dal volersi arrestare. La macchinosa operazione non darà ovviamente l'esito sperato: per quanto concerne la richiesta di notizie su eventuali rapporti tra gli anarchici torinesi e quelli delle zone italiane in fermento, solo il questore di Bologna fornirà una esile traccia di collega-menti, tra l'altro ben lungi dal confermare l'ipotesi di un piano (12. Il questore di Bologna riferendo su una perquisizione condotta nella casa dell'anarchico Giovanni Domanico, accenna all'esistenza di cartoline postali scritte da redattori del giornale anarchico torinese « L'Ordine » in cui si raccomanda la traduzione già iniziata dal Domanico di Kropotkin e di Bakunine. Il Domanico, che spesso si cela sotto lo pseudonimo di Le Vagre, aveva svolto e svolgerà ancora in seguito un'intensa attività di pubblicista. In un primo tempo aveva collaborato alla «Rivista italiana del socialismo», che si pubblicò mensilmente a Lugo-Imola dal novembre 1886 all'agosto-settembre 1887 con l'intento di divulgare ideologie socialiste, senza aderire a correnti specifiche. Era stato poi direttore de «La Plebe. Periodico socialista», uscito a Temi poi a Firenze con periodicità bisettimanale, poi settimanale, dal 18/10/1891 al 10/4/1892. Il giornale aveva seguito un indirizzo prima tra bakuninista ed internazionalista, poi, trasferitosi a Firenze, era divenuto organo del movimento anarchico italiano. Sempre nello stesso periodo aveva di-retto il settimanale ad indirizzo socialista anarchico «Tribuna dell'operaio», che usci a Firenze-Prato dal 2/7/1892 al 16/7/1892. In seguito, quando Guido Podrecca lasciò la direzione del settimanale «Bonomia ridet» che si pubblicò tra il 1888 e il 1889 a Bologna, lo sostituì. Nel 1895 sarà contemporanea-mente redattore responsabile con Gino Alfani dell'«Avanti!. Periodico socialista dei comuni vesuviani» pubblicato prima a Portici poi a Napoli fino al maggio 1896 e direttore de «L'Asino. Giornale socialista quotidiano» che usciva a Roma. 

Del periodo precedente il 1894 sono noti almeno 2 opuscoli del Domanico: I trovatelli, Milano, Amministrazione della Plebe, 1880, «Propaganda socialista», che ebbe parecchie riedizioni; I partiti politici di fronte all'attuale situazione. Conferenza, Bologna, 1893. 


giovedì 10 luglio 2025

La Libertà

Io posso dirmi e sentirmi libero solo in presenza degli altri uomini ed in rapporto a loro. Io stesso sono umano e libero soltanto nella misura in cui riconosco la libertà e l’umanità di tutti gli uomini che mi circondano. Sono veramente libero solo quando tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono egualmente liberi. La libertà di ogni individuo è infatti soltanto il riflesso della sua umanità. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”. (Michail Bakunin) 



giovedì 26 giugno 2025

Le strutture statali creano oppressione

Bakunin critica la visione mazziniana dello Stato in quanto forma di teologia politica: il suo progetto rivoluzionario non consiste nella semplice divisione tra Stato e Chiesa, ma nel loro annullamento in quanto entità dominatrici sulle masse popolari.

Le strutture statali creano oppressione, sono contrarie alla natura dell'uomo che non può fare a meno di vivere insieme agli altri suoi simili, essendo un essere sociale. Bakunin mira alla costituzione del comune popolare, in cui ogni cittadino sia libero di esprimere se stesso e le proprie qualità, contribuendo al libero progresso della collettività.

Sono questi i principi che l'anarchico russo ha sottolineato nel 1866 a Ginevra, in occasione del Congresso Internazionale dei lavoratori: "Distruggere l'influenza di ogni dispotismo in Europa, mediante l'applicazione del diritto di ogni popolo, grande o piccolo, debole o potente, civile o non civile, di disporre di se stesso e di organizzare spontaneamente, dal basso in alto attraverso la via di una completa libertà, al di fuori d'ogni influenza e d'ogni pretesa politica o diplomatica, indipendentemente da ogni forma di stato, imposta dall'alto in basso, da un'autorità qualunque, sia collettiva, sia individuale, sia indigena, sia straniera, e non accettando per basi e per leggi che i principi della democrazia socialista, della giustizia e solidarietà internazionale".

giovedì 27 febbraio 2025

Senza Padroni

Io sono un sostenitore convinto dell'uguaglianza economica e sociale, poiché so che al di fuori di questa uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità umana, la moralità ed il benessere degli individui, allo stesso modo che la prosperità delle nazioni, non saranno mai altro che menzogne. Ma, essendo anche sostenitore della libertà, condizione prima dell'umanità, io penso che la uguaglianza debba stabilirsi nel mondo tramite l'organizzazione spontanea del lavoro e della proprietà collettiva delle associazioni produttrici liberamente organizzate non tramite l'azione suprema e tutelare dello Stato. (Bakunin)

La libertà di ogni individuo maggiorenne - uomo o donna - deve essere assoluta e completa. La libertà di andare e venire, di professare apertamente tutte le opinioni, di essere fannullone o attivo, immorale o morale, insomma di disporre a piacimento della propria persona e dei propri beni, senza renderne cono a nessuno; libertà di vivere sia onestamente del proprio la voro, sia sfruttando vergognosamente la carità o la fiducia del singolo, purché siano volontarie e prodigate da individui maggiorenni. (Bakunin)


giovedì 20 febbraio 2025

LA PARTECIPAZIONE

Ciò che rende così potenti i movimenti veramente popolari, è il fatto che essendo il prodotto di una grande passione unanime, essi trascinano tutti, i deboli come i forti, le donne, i vecchi, i bambini come i giovani e gli uomini maturi; è che l'assenza stessa di ogni ordine formale e di ogni regola artificiale, imposta da una autorità superiore, rende possibile questa partecipazione di tutte le età e di tutti i sessi al movimento generale; mentre la repressione definitiva delle forze popolari, che sempre scompaiono e sempre si ricreano, diventa proprio per questo motivo quasi impossibile.



giovedì 14 dicembre 2023

Bakunin è la libertà

Principio fondamentale dell'anarchia, opposto in maniera irriducibile al principio di autorità. Ma gli individualisti ne fanno un valore assoluto, a ognuno dovuto, e che nessuna associazione potrebbe alienare, mentre gli anarchici societari pensano, con Bakunin, che: "La libertà degli individui non è un fatto individuale, è un fatto, un prodotto collettivo". Altro commento di Bakunin: "Io non sono veramente libero che quando sono liberi anche gli essere umani che mi circondano, uomini e donne, in maniera che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più vasta è la loro libertà, più profonda, più estesa e più vasta diventa la mia propria libertà. Non posso dirmi veramente libero che quando la mia libertà, o, il che significa la stessa cosa, la mia dignità d'uomo, il mio diritto umano riflessi dalla coscienza anch'essa libera di tutti, tornano a me confermati dall'assentimento generale. La mia libertà personale, confermata così dalla libertà di tutti gli altri, si estende all'infinito".   



giovedì 16 marzo 2023

Resistiamo senza odio – Eliseo Reclus

Bakunin, in una lettera del 1875 ad Eliseo, scriveva: "Sì, tu hai ragione, la rivoluzione, per il momento, è rientrata nel suo letto, noi ricaschiamo nel periodo delle evoluzioni, ossia in quello delle rivoluzioni sotterranee, invisibili e spesso persino impercettibili". E Reclus stesso sottolinea questa idea nella prefazione della Conquista del Pane: "Certamente l'imminente rivoluzione, importante quanto può esserlo nel progresso dell'umanità, non differirà dalle rivoluzioni precedenti compiendo un brusco salto: la natura non ne fa. Ma si può dire che, per mille fenomeni, per mille modificazioni profonde, la società anarchica è già da lungo tempo in piena crescita". Nel suo unico libro politico (oltre agli opuscoli), L'evoluzione, la rivoluzione l'ideale anarchico, pubblicato nel 1897, Reclus spiega il suo punto di vista: "Bisogna diffidare non solo del potere già costituito, ma anche di quello che è in germe". Sui tentativi comunitari: "S'era avuto il fermo proposito di trasformare il mondo e a conti fatti ci si trasforma in bottegai. Tuttavia gli anarchici seri e sinceri possono trarre un grande insegnamento da queste numerosissime cooperative". Il capitolo conclusivo è notevole per le sue sfumature: "Noi non c'illudiamo affatto: sappiamo che la vittoria finale ci costerà ancora moltissimo sangue, fatica e sofferenze. All'Internazionale degli oppressi si contrappone un'Internazionale degli oppressori". La lucidità di Reclus spiega la sua triplice posizione di pazienza, di etica e di tolleranza nei confronti della violenza rivoluzionaria: "Tra il difensore della giustizia e il complice del crimine non ci son vie di mezzo! In questo campo, come in tutte le altre questioni sociali, si pone il grande problema che si discute tra Tolstoi e gli altri anarchici, quello della non-resistenza o della resistenza al male. Da parte nostra, pensiamo che l'offeso che non resiste consegna in anticipo gli umili ed i miseri agli oppressori ed ai ricchi. Resistiamo senza odio, senza rancore né spirito di vendetta, con tutta la dolcezza serena del filosofo e la sua volontà intima in ciascuno dei suoi atti, ma resistiamo!" (...) "Dal punto di vista rivoluzionario, mi asterrò dal preconizzare la violenza e sono desolato quando degli amici trasportati dalla passione si lasciano andare all'idea della vendetta, tanto poco scientifica, sterile. Ma la difesa armata di un diritto non significa violenza" (...) "Quotidianamente si compiono tante ingiustizie, tante crudeltà individuali e collettive che non ci si stupirebbe di vedere nascere continuamente tutta una messe di odii... e l'odio è sempre cieco" (...) "Naturalmente, ammiro la nobile personalità di Ravachol, come si è andata rivelando persino durante gli interrogatorii di polizia. È pure superfluo aggiungere che considero ogni rivolta contro l'oppressione come un atto buono e giusto. "Contro l'iniquità la rivendicazione è eterna". Ma dire che "i mezzi violenti sono gli unici davvero efficaci", oh no, sarebbe come dire che la collera è il più efficace dei ragionamenti! Essa ha la sua ragion d'essere, ha il suo giorno e la sua ora, ma la lenta penetrazione della parola e dell'affetto nel pensiero ha tutt'altra potenza. Già per definizione, la violenza impulsiva non vede che lo scopo; sollecita la giustizia con l'ingiustizia; vede "rosso", ossia l'occhio ha perduto la sua chiarezza. Ciò non impedisce affatto che il personaggio di Ravachol, così come lo vedo io e come lo tramanderà la leggenda, non sia una figura grandissima".

 

giovedì 1 dicembre 2022

Michail Alexandrovic Bakunin di Hans Magnus Enzensberger

Desidero una cosa sola, gridava: mantenere intatto sino alla fine

quel sentimento d’indignazione che mi è sacro! –

Imbonitore, testone, cosacco maledetto! – È l’amore

del fantastico, un difetto capitale della mia natura.– Maometto

senza Corano! – La quiete mi conduce alla disperazione. – Un saltimbanco,

un pontefice, un enigma. – Il suo cuore e la sua testa sono di fuoco.

Sì, Bakunin, deve essere stato proprio così. Un continuo nomadismo,

folle e svagato. Insopportabile, irragionevole, impossibile

fosti! Per quanto mi riguarda, Bakunin, ritorna o resta dove sei.

Una figura lunga in frac blu sulle barricate di Dresda,

con un volto su cui prendeva forma la rabbia più rozza. Fuoco

sull’Opera! E quando tutto fu perso, egli pretese, con la pistola

in mano, che il governo provvisorio della rivoluzione

accettasse di farsi saltare in aria (insieme a lui). (Notevole sangue freddo.)

A grande maggioranza i signori rifiutarono la proposta.

Ti ricordi, Bakunin? Sempre la stessa storia. Certo che hai dato fastidio.

Non c’è da stupirsi. E ancora oggi dai fastidio. Capisci? Dai fastidio

punto e basta. E perciò ti prego, Bakunin: ritorna.

Interrogato, in catene nelle casematte di Olmütz,

condannato a morte, trasportato in Russia, graziato al carcere a vita:

un individuo altamente pericoloso! Nella sua cella un benefattore

fa portare un pianoforte Lichtentahl. Gli cadono i denti.

Per la sua opera Prometheus inventa una dolce e dolente melodia

al cui ritmo dondolava infantilmente il capo leonino.

Ah, Bakunin, questo sei proprio tu. (Dondolava il capo leonino:

anche vent’anni dopo, a Locarno). E proprio perché sei così,

e perché non puoi comunque aiutarci in nessun modo, Bakunin, resta dove sei.

Esiliato in Siberia, scappa lungo l’Amur ghiacciato e bluastro

oltre il Pacifico, su velieri, slitte, cavalli

treni espressi, in giro per l’America selvaggia, per sei mesi

senza sosta, infine, a Paddington, poco prima di Capodanno

salta su di un calesse, corre su per le scale, si butta

nelle braccia di Herzen ed esclama: dove posso trovare delle ostriche fresche?

Poiché, a dirla in breve, Bakunin, sei un incapace, non vai bene come

modello, né come redentore, burocrate, padre della Chiesa,

o sbirro di destra o di sinistra, Bakunin, ti prego: ritorna, ritorna!

Di nuovo in esilio. Non solo il rombo della sommossa, il rumore dei Club,

il tumulto nelle piazze; anche la concitazione della vigilia,

anche gli accordi, i segni in codice, le parole d’ordine lo rendevano felice.

Gran senzatetto, perseguitato da dicerie, leggende, calunnie!

Cuore magnetico, ingenuo e prodigo! Imprecava e tuonava,

incoraggiava e prendeva decisioni per giorni e notti intere.

Non è vero? E poiché la tua attività, il tuo ozio, il tuo appetito,

la tua continua sudorazione sono di proporzioni così poco umane –

come del resto tu stesso – perciò, Bakunin, ti consiglio: resta dove sei.

Il suo biografo, l’onnisciente, dice: era impotente. Ma Tatjana,

la sorellina proibita che suonava l’arpa nella bianca casa padronale,

lo faceva impazzire. E del resto i suoi tre figli non sono suoi.

Tuttavia a Ne?aev, il mitomane, l’assassino, il gesuita, il ricattatore

e martire della rivoluzione, egli scriveva: Mio tigrotto, mio Boy,

amore mio selvaggio! (Il dispotismo degli illuminati è il peggiore.)

Ah, non parliamo d’amore, Bakunin. Morire non volevi.

Non fosti un angelo della morte politico-economico. Eri confuso

come noi, e senza malizia. Ritorna, Bakunin, ritorna.

Infine la notte a Bologna. Era agosto. Stava alla finestra.

In ascolto. In città tutto era silenzio. Gli orologi del campanile battevano le ore.

L’insurrezione era fallita. Si fece mattino. Si nascose

in un carro da fieno. La barba rasata, negli abiti di un prete,

un cestino di uova in mano, con gli occhiali verdi, zoppicò

su un bastone fino alla stazione per morire in Svizzera, nel letto.

È passato ormai molto tempo. Allora era troppo presto, come sempre,

o troppo tardi. Niente ti ha confutato, niente hai dimostrato,

e perciò resta, resta dove sei o, per conto mio, ritorna pure.

Enormi masse di carne e di grasso, idropisia, dolori alla vescica.

Ride rumorosamente, fuma senza posa, ansima, tormentato dall’asma,

legge telegrammi cifrati e scrive con inchiostro simpatico:

sfruttare e governare: la stessa, identica cosa. È gonfio e senza denti.

Tutto si va coprendo di cenere di tabacco, cucchiaini, giornali. Davanti all’abitazione

saltellano le spie. Ovunque confusione e sporcizia. Il tempo passa.

L’odore di polizia pervade ancora l’Europa. Per questo, e perché mai e in nessun luogo,

Bakunin, c’è stato, c’è o ci sarà un monumento a Bakunin,

ti prego, Bakunin: ritorna, ritorna, ritorna.

(Hans Magnus Enzensberger Scrittore tedesco (n. Kaufbeuren, Allgäu, 1929). Autore anticonformista e versatile (romanziere, autore di testi teatrali, radiofonici ecc.), è stato tra gli animatori del Gruppo 47 ed è una delle figure più interessanti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra. I suoi scritti, in particolare i saggi, sono permeati da un profondo pessimismo e denunciano causticamente le storture e le debolezze della società contemporanea).


giovedì 1 luglio 2021

Proudhon e Bakunin

Proudhon è stato, in “Che cos’è la proprietà?”, il primo a definirsi esplicitamente come un anarchico, ed il primo a conferire al concetto di “anarchia” una connotazione positiva. Precedentemente, infatti, anarchico ed anarchia erano termini utilizzati esclusivamente in accezione negativa, identificando l’assenza di un principio di governo e di gerarchia (dal greco “anarchos”) con il caos: Proudhon, invece, come abbiamo visto nelle scorse pagine, cerca di dimostrare che la libertà può essere “madre dell’ordine”. Prima di lui c’erano già stati altri pensatori che avevano esposto idee e valori che oggi inquadriamo all’interno dell’anarchismo, in primis Godwin e Stirner: questi, però, non avevano mai definito se stessi come anarchici. E’ stato Proudhon, quindi, colui che ha dato inizio all’anarchismo consapevole di se stesso, gettando, con le sue teorie riguardanti l’autogestione ed il rifiuto dello stato, le basi della filosofia e del movimento libertario. Questo ruolo di pioniere gli è stato pienamente riconosciuto da due dei personaggi di maggior spicco della storia dell’anarchia: Bakunin e Kropotkin. Il primo ha infatti affermato che “Proudhon è il maestro di tutti noi”.Sia Bakunin che Kropotkin, quindi, sono stati profondamente influenzati dalle teorie del pensatore francese, ma entrambi se ne discostano per alcuni, significativi, aspetti. Sono due, i principali punti su cui le idee bakuniane divergono da quelle proudhoniane: il modo in cui attuare il cambiamento, ed il tipo di organizzazione economica da dare alla futura società anarchica. Per quanto riguarda il primo punto, Bakunin si trova perfettamente d’accordo con Proudhon quando afferma che “la rivoluzione deve necessariamente precedere la rivoluzione esterna, anche perché questo mutamento radicale dell’uomo è il necessario presupposto del successo di quella”: questa idea, ponendo come fondamentale il mutamento interno ad ogni singolo individuo, contrasta fortemente con la teoria marxista di una rivoluzione realizzata da una ristretta avanguardia a capo di una massa proletaria informe, ed abbraccia quindi perfettamente quella concezione individualistica del mondo già espressa da Proudhon. Bakunin, tuttavia, rifiuta, considerandola sostanzialmente utopica, la teoria di Proudhon secondo la quale il passaggio dal capitalismo all’anarchia debba avvenire in modo graduale e pacifico. Pur rendendosi perfettamente conto dei mali connessi ad una rivoluzione violenta, giudica quest’ultima come l’unico mezzo possibile per l’abbattimento dello stato: quest’ultimo, infatti, non farà mai harakiri spontaneamente. “La distruzione è un passo necessario per ottenere quell’effetto rigenerativo della società e dei singoli che la compongono che solo la rivoluzione può produrre”. Il secondo punto di rottura, riguarda l’organizzazione da instaurare con l’anarchia. Bakunin, pur conservando alcuni aspetti del mutualismo proudhoniano, teorizza il collettivismo. “Bakunin e i collettivisti della fine del decennio 1860-70, cercando di adattare le dottrine anarchiche a una società sempre più industrializzata, sostituirono all’idea proudhoniana del possesso individuale l’idea del possesso da parte di istituzioni volontarie, pur tenendo fermo il diritto del singolo lavoratore di godere il frutto delle sue fatiche o l’equivalente di esso”. Con Bakunin, il gruppo di lavoratori, la collettività, prende il posto del lavoratore singolo come unità di base dell’organizzazione sociale: questa soluzione era ritenuta necessaria se, dall’economia prevalentemente agricola ed artigiana che caratterizza il pensiero di Proudhon, si passano ad affrontare i problemi di una società industriale. Bakunin, tuttavia, resta vicino alle idee proudhoniane quando si oppone alla formula anarco-comunista “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, affermando che si deve invece organizzare la produzione secondo quest’altro principio: “da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto”. Solo in questo modo, infatti, secondo lui si può evitare che l’ozioso sfrutti il volenteroso fermo restando la necessaria solidarietà da attuare nei confronti di coloro che non hanno possibilità di lavorare. 

 

giovedì 29 aprile 2021

Gli ultimi anni di Michail Bakunin

II 1° settembre 1873 si apriva a Ginevra il sesto congresso generale dell'Internazionale: le Federazioni del Belgio, dell'Olanda, dell'Italia, della Spagna, della Francia, dell'Inghilterra, e del Giura svizzero vi erano rappresentate; i socialisti lassalliani di Berlino avevano mandato un telegramma di simpatia firmato da Hasenclever e  Hasselmann. Il congresso si occupò della revisione degli statuti dell'Internazionale; pronunciò la soppressione del Consiglio generale, e fece dell'Internazionale una libera federazione che non aveva più alla sua testa alcuna autorità dirigente: «Le Federazioni e Sezioni che compongono l'Associazione, dicono i nuovi statuti (articolo 3), conservano la loro completa autonomia, cioè il diritto di organizzarsi secondo la loro volontà, di amministrare i loro affari senza alcuna ingerenza esterna, e di decidere essi stessi la via che intendono  seguire per giungere all'emancipazione del lavoro». Bakunin era affaticato da una lunga vita di lotte; la prigione lo aveva fatto invecchiare prima del tempo, la sua salute era seriamente scossa, ed egli aspirava ora al riposo ed alla solitudine. Quando vide l'Internazionale riorganizzata con il trionfo del principio di libera federazione, pensò che era giunto il momento in cui poteva congedarsi dai suoi compagni, ed indirizzò ai membri della Federazione giurassiana una  lettera (pubblicata il 12 ottobre  1873) per pregarli di voler accettare le sue dimissioni da membro della Federazione giurassiana e da membro dell'Internazionale, aggiungendo: «Non mi sento più le forze necessarie per la lotta: non saprei dunque  essere nel campo del proletariato che un ostacolo, non un aiuto. Mi ritiro dunque, cari compagni, pieno di riconoscenza per voi e di simpatia per la vostra grande e santa causa, la causa dell'umanità. Continuerò  a seguire con fraterna ansietà  ogni vostro  passo, e saluterò con gioia ogni vostro nuovo trionfo. Fino alla morte, sarò dei vostri». Non aveva più che neppure tre anni di vita. Il suo amico, il rivoluzionario italiano Carlo  Cafiero, gli diede ospitalità in una villa che aveva acquistato vicino a Locarno. Là, Bakunin visse fino alla metà del 1874,  esclusivamente assorbito, sembrava, da questo nuovo genere di vita, nel quale trovava infine la tranquillità, la sicurezza ed un benessere relativo. Tuttavia, egli non aveva cessato di considerarsi un soldato della Rivoluzione; i suoi amici italiani avevano preparato un movimento insurrezionale, ed egli si recò quindi a Bologna (luglio 1874) per prendervi parte: ma il movimento, mal organizzato, finì male, e Bakunin dovette ritornare in Svizzera, travestito. Bakunin non era più, nel  1875, che l'ombra di se stesso. Nel giugno 1876, nella speranza di trovare qualche sollievo ai suoi  mali, lasciò Lugano per  recarsi a Berna; arrivandovi, il 14 giugno, disse al suo amico il dottor Adolf Vogt: «Vengo qui perché tu mi rimetta in sesto, o per morirci». Spirò il 10  luglio, a mezzogiorno.


giovedì 22 aprile 2021

CHI SONO IO? – Michail Bakunin

Io non sono né un sapiente, né un filosofo, neppure uno scrittore di professione. Ho scritto molto poco nella mia vita e non l'ho mai fatto, per così dire, che a malincuore, e soltanto quando un'appassionata convinzione mi forzava a vincere la mia ripugnanza istintiva  verso qualsiasi  esibizione del mio io in pubblico. Chi sono io dunque, e cos'è che mi spinge ora a pubblicare questo lavoro? Io sono un cercatore appassionato della verità e un nemico non meno accanito delle malefiche funzioni di cui il partito dell'ordine, questo rappresentante ufficiale, privilegiato ed interessato a tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche,  giuridiche, economiche e sociali, presenti e passate, pretende di servirsi ancora oggi per istupidire ed asservire il mondo. Io sono un  amante fanatico della  libertà, considerandola  come l'unico mezzo   in seno al quale possono svilupparsi e crescere l'intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; non di questa libertà tutta formale,   concessa, misurata e sottoposta a regolamento dallo Stato, menzogna eterna e che  in realtà non rappresenta mai nient'altro all'infuori del privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù di tutti; non di   questa libertà individualista, egoista, meschina e fittizia vantata dalla scuola di Rousseau, come da tutte le altre scuole del liberalismo borghese, e che considera quello che essa dice diritto di tutti, rappresentato dallo Stato, come il limite del  diritto di ognuno, ciò che tende necessariamente e sempre alla riduzione a zero del diritto di ognuno. No, io intendo la sola libertà che sia veramente degna di tale nome, la libertà che consiste nel pieno sviluppo di tutte le potenze materiali, intellettuali e morali le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non riconosce altre restrizioni all'infuori di quelle che ci sono tracciate dalle leggi della nostra stessa natura; in guisa che propriamente parlando non vi sono restrizioni, poiché tali leggi non ci sono imposte da qualche  legislatore dal di fuori, il quale si trovi sia accanto, sia al di sopra di noi; esse ci sono immanenti, inerenti e costituiscono la base stessa di tutto il nostro essere, tanto materiale che intellettuale e morale; invece dunque di trovare in esse un limite, noi dobbiamo considerarle come le condizioni reali e come la ragione effettiva della nostra libertà. Io intendo questa libertà di ciascuno, che lungi dall'arrestarsi come di fronte a un limite innanzi alla libertà altrui, vi trova al contrario la sua conferma e la sua estensione all'infinito; la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti, la libertà per la solidarietà, la libertà nell'uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza brutale e sul principio di autorità che non fu mai nient'altro che l'espressione ideale di tale forza; la libertà, che dopo  aver abbattuto tutti gli idoli celesti e terrestri, fonderà e organizzerà un mondo nuovo, quello dell'umanità solidale, sulle rovine di tutte le  Chiese e di tutti gli Stati. Io sono un partigiano convinto dell'uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di tale uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità delle nazioni non  saranno mai nient'altro che menzogne. Ma, pur essendo partigiano della libertà, questa condizione primaria dell'umanità, io penso che l'uguaglianza si debba stabilire nel mondo attraverso l'organizzazione spontanea del lavoro e della proprietà collettiva delle associazioni produttrici liberamente organizzate e federate nelle comuni e attraverso la federazione anch'essa spontanea delle comuni, ma non tramite l'azione suprema e tutelare dello Stato. 


giovedì 15 aprile 2021

Cafiero tra Engels e Bakunin

Fino alla metà di novembre 1871, i socialisti italiani, occupati a neutralizzare l'influenza mazziniana e a gettare le basi di una futura organizzazione, erano rimasti del tutto estranei alla lotta delle correnti che si svolgeva all'interno dell'Internazionale fra Marx e Bakunin. Quando le risoluzioni marxiane della Conferenza di Londra (La Conferenza di Londra era stata riunita in settembre, in sostituzione di un Congresso generale reso impossibile dalla guerra e dagli avvenimenti parigini), provocarono l'aperta ribellione dei bakuninisti del Giura, che in un congresso a Sonvillier (12 novembre) denunciarono i metodi dittatoriali del Consiglio Generale e l'illegalità della Conferenza, chiedendo l'immediata convocazione di un congresso regolare, l'eco della polemica rimbalzò anche in Italia. Tuttavia va notato che le risoluzioni della Conferenza di Londra, e soprattutto la IX che affermava la necessità della conquista  del potere politico per l'emancipazione  del proletariato, avevano suscitato perplessità e malumore nell'ambiente napoletano, indipendentemente dalla protesta dei giurassiani. Cafiero stesso ne informa Engels: “Qui c'è stata un poco di agitazione per questa benedetta Conferenza... Quella Regola IX la si volle prendere come una  transazione del 3° Considerando dei nostri Statuti. L'idea di un partito politico, sebbene opposto ad ogni altro borghese, scandalizzò e si gridò al tradimento dai borghesi che, entrati nell'Internazionale, s'erano fatti strada sino alla Conferenza”. Pertanto, ad evitare dissidi e “scissure”, Cafiero chiede ad Engels ulteriori istruzioni e delucidazioni, mentre non può fare a meno di esprimere la sua stessa perplessità: “Io poi, che nel Congresso di Roma rimbeccai un mazziniano sull'affare della questione politica ed economica devo confessarvi  che non ne sono stato troppo entusiasmato da quella risoluzione IX che ci accosta indiavolatamente ai mazziniani... trovare  la Conferenza che ci dice implicitamente di  essere andati nel tenerci troppo strettamente legati ai nostri Statuti, è un affare che veramente dispiace”. Bakunin intanto ha deciso di prendere posizione: nelle lettere ai suoi amici vecchi e nuovi, chiarifica i termini del dissenso nei confronti del Consiglio Generale e «inonda» l'Italia  — come confida ad un amico russo — della circolare di Sonvillier. La tattica per l'offensiva che intende sferrare, è scelta con notevole abilità; egli cerca di sfruttare lo stato d'animo di reazione al mazzinianesimo che egli stesso ha contribuito ad alimentare, paragonando il dissidio dei Giurassiani al conflitto che si svolge in seno alla democrazia italiana e ritorcendo contro Marx le stesse accuse che aveva rivolto contro Mazzini: “Mazzini e Marx — scrive infatti — benché molto differenti per altri rapporti sono spinti da un'unica passione: vanità politica che nell'uno è religiosa, nell'altro è scientifica e dottrinaria: il
vanitoso impulso di governare, educare e organizzare le masse secondo le proprie idee
”. E altrove: «La Circolare di Sonvillier è una solenne protesta in nome della libertà, il vero principio dell'Internazionale contro le pretese dogmatiche  e governative del Consiglio Generale di Londra, di cui tutto il compito, secondo lo spirito e la lettera dei nostri Statuti generali, deve limitarsi a quello di un semplice Ufficio Centrale di Statistica e di Corrispondenza ». L'argomento su cui insiste Bakunin è che «l'internazionale non ammette un dogma ortodosso, né teoria ufficiale, né governo centrale. Essa è fondata sull'autonomia, sullo sviluppo spontaneo, sulla libertà delle opinioni, sulla federazione  libera delle associazioni operaie. L'unità dell'Internazionale non è  basata sulla uniformità di una teoria ufficiale o di un dogma, come nella chiesa di  Mazzini». La libertà da ogni imposizione ideologica e dottrinale che era stato il leit-motiv della polemica contro Mazzini, diviene ora il motivo centrale della polemica contro  Marx. E i neo-internazionalisti italiani che si sono appena liberati della soggezione ideologica di Mazzini, non erano certo propensi a sacrificare la conquistata  autonomia di giudizio: impostata la questione in tal senso, non c'era da dubitare del successo di Bakunin. A nulla valgono i tentativi di conciliazione di Cafiero, le acrobazie interpretative che questi compie  nell'illustrare la famosa Risoluzione IX, le sue esortazioni velate ad Engels di non irrigidire e aggravare il contrasto: Engels non ne tiene conto e sconfessa pubblicamente  Bakunin, in un articolo sulla Roma del Popolo (L'occasione di sconfessare  Bakunin era stata offerta ad Engels da un articolo di Mazzini sulla Roma del Popolo (16 novembre 1871) che citava come «documenti dell'Internazionale» alcune dichiarazioni di Bakunin, anteriori alla sua ammissione nell'AIL. Engels nega la responsabilità dell'Internazionale per ogni dichiarazione «individuale» al di fuori dei documenti ufficiali e accusa Bakunin di voler sostituire al programma dell'Internazionale un programma «stretto e settario». La lettera di Engels comparve anche sulla Puebe il 12 dicembre, oltre che sulla Roma del Popolo 21 dicembre). L'articolo fu giudicato «eminentemente impolitico» da Cafiero, che rimproverò Engels di aver tirato «il primo colpo di una battaglia che non si può calcolare come finirà». Bakunin dal canto suo intensificò le sue pressioni affinché senza equivoci di sorta, i gruppi italiani dichiarassero la loro adesione ai dissidenti del Giura, e alla fine del  '71, raggiunse questo obiettivo: il Fascio Operaio di Bologna, intorno al quale ruotavano numerosi nuclei in tutta la Romagna, La Società Emancipazione del proletariato di Torino, La Federazione operaia napoletana, la Sezione Girgentina, il «Gruppo internazionalista» di Milano, facente parte del Circolo Operaio, i centri più importanti del nascente schieramento internazionalista italiano, si erano pronunciati a favore dei dissidenti del Giura per la convocazione anticipata di un Congresso generale. Cafiero stesso interrompe la sua corrispondenza con Engels e la riprenderà dopo parecchi mesi, ma solo per informare Engels della sua conversione all'anarchismo. 




giovedì 8 aprile 2021

Bakunin e la rivoluzione del Febbraio 1848 a Parigi

La rivoluzione di Febbraio scoppiò. Non appena seppi che ci si batteva a Parigi, mi feci prestare, per far fronte ad ogni evenienza, un passaporto da una persona di mia conoscenza e mi misi in viaggio per Parigi. Ma il passaporto non serviva: «La Repubblica è proclamata a Parigi», tali furono le prime parole che abbiamo sentito alla frontiera. A questa notizia, sentii come un brivido; arrivai a piedi a Valenciennes, essendo stata distrutta la ferrovia; ovunque la folla, delle grida d'entusiasmo,  bandiere rosse in tutte le strade, in tutte le piazze e su tutti gli edifici pubblici. Fui costretto a fare un lungo giro, essendo la ferrovia impraticabile in molti punti, ed arrivai a Parigi il 26 febbraio, tre giorni dopo la proclamazione della Repubblica. Già lungo il mio cammino tutto mi entusiasmava. Questa città enorme, il centro della cultura europea, era improvvisamente diventata un Caucaso selvaggio: in ogni strada, quasi ovunque, delle barricate erette come montagne e che giungevano fino ai tetti; su queste barricate, tra i sassi ed i mobili ammucchiati, come dei Georgiani nelle loro gole, operai con divise pittoresche, neri di polvere e armati fino ai denti; dei grossi bottegai con la faccia inebetita dallo spavento, guardavano paurosamente dalle finestre; nelle strade, sui viali, non una sola vettura; scomparsi, tutti i vecchi mascalzoni, tutti gli odiosi damerini con l'occhialetto e la bacchetta e, al loro posto, i miei nobili operai, le masse entusiaste e trionfanti che brandivano le bandiere rosse, cantando canzoni patriottiche, inebriati dalla loro vittoria! Ed in mezzo a questa gioia senza limiti, a questa ebbrezza, tutti erano talmente dolci, umani, compassionevoli, onesti, modesti, educati, amabili e spirituali, che simili cose si possono vedere solo in Francia, anzi solo a Parigi. Successivamente, per più di una settimana, abitai con degli operai la caserma della rue de Tournon, a due passi dal Palazzo del Lussemburgo; questa caserma, prima riservata alla guardia municipale, era diventata allora, come molte altre, una fortezza repubblicana che serviva da accantonamento all'armata di Caussidière. Ero stato invitato a sistemarmi là da un mio amico democratico che comandava un distaccamento di cinquecento operai. Ebbi dunque così l'occasione di vedere gli operai e di studiarli dal mattino alla sera. Mai e da nessuna parte, in alcun'altra classe sociale, ho trovata tanta nobile abnegazione, né tanta onestà veramente commovente, tanta delicatezza di modi e tanta amabile allegria unita ad un simile eroismo, se non in questa gente semplice, senza cultura, che  è sempre valsa e che varrà sempre  mille volte di più dei suoi capi! Questo mese passato a Parigi fu un mese di ebbrezza per l'anima. Non ero io solo l'ebbro, ma lo erano tutti: gli uni per la folle paura, gli altri per la folle estasi, fatta di speranze insensate. Mi alzavo alle cinque o alle quattro del  mattino, mi coricavo alle due, rimanendo in piedi tutto il giorno, andando a tutte le assemblee, riunioni, circoli, cortei, passeggiate o dimostrazioni; in una parola, aspiravo con tutti i miei sensi e con tutti i miei pori l'ebbrezza dell'atmosfera rivoluzionaria. Era una festa  senza inizio e senza fine; vedevo tutti e non vedevo nessuno, in quanto ogni individuo si perdeva nella stessa folla innumerevole ed errante; parlavo a tutti senza ricordarmi né le mie parole né quelle degli altri, poiché l'attenzione era assorbita ad ogni passo da fatti e da oggetti nuovi, da notizie inattese.

 

giovedì 1 aprile 2021

Bakunin e l’anarchismo russo parte seconda

Il primo numero di Narodnoe Delo (La causa del popolo) scritto quasi per intero da Bakunin, nonché il suo Stato e   anarchia ebbero un effetto enorme sulla gioventù russa. Stepniak  afferma come «Bakunin ispirò i giovani rivoluzionari ai cui occhi gli scritti di Bakunin erano il simbolo della rivoluzione». Il conte Pahlen, il Ministro della Giustizia dello Zar, deplorò il fatto che «...gli scritti di Bakunin e Lavrov abbiano avuto un effetto rovinoso sui movimenti   sovversivi in Russia...» incitando i giovani a «commettere crimini contro lo stato». Kropotkin ricorda come nel circolo Caikovsky al quale apparteneva «...i nostri giovani ascoltavano la potente voce di  Bakunin, e l'agitazione dell'Internazionale ebbe un effetto avvincente su di noi...» (Memorie di un rivoluzionario). Bakunin influì decisamente sul movimento radicale russo. Sebbene durante la sua vita non sia nata nessuna organizzazione specificatamente  bakuninista, egli «...ispirò uno spirito rivoluzionario in Russia... in Bakunin i populisti russi cercavano — e trovavano — non tanto una  organizzazione, quanto piuttosto una concezione del mondo che ebbe un effetto profondo e duraturo sul movimento rivoluzionario nel suo insieme...». (Si veda il pionieristico Il populismo russo, di Franco Venturi). Il pamphlet di Bakunin dal titolo Alcune parole ai miei giovani fratelli in Russia, che anticipava Ai giovani di Kropotkin, si rivolgeva agli intellettuali dell'alta e media  borghesia incitandoli a vivere con il popolo e lottare insieme per la sua liberazione: «...per cui, miei giovani amici, abbandonate questo mondo che muore, queste università, queste accademie in cui ora siete rinchiusi e permanentemente separati dal popolo. UNITEVI AL POPOLO...». UNITEVI  AL POPOLO! diventò la parola d'ordine del movimento Narodnik (populista). Vi è in effetti una rassomiglianza sorprendente tra le idee di Bakunin e le tendenze libertarie che emersero dal movimento  populista. L'essenza del populismo (come indica il termine stesso) consiste nella fede costante nella capacità creativa e rivoluzionaria della gente "comune". In contrasto con Marx, i populisti sostenevano che la condizione primaria per un cambiamento sociale stava nella volontà dell'uomo e non già nel modo di produzione. Inoltre, il capitalismo non costituiva la precondizione progressiva indispensabile per la transizione al socialismo e lo stato non era la conseguenza bensì la causa dell'ineguaglianza e dell'oppressione «...sostenevano che era possibile evitare i mali del capitalismo, il dispotismo di un'economia centralizzata o di un governo centralizzato, adottando una struttura  federale composta da unità di produttori e consumatori autogestite...». Il potenziale per una tale società esisteva di già nella comune contadina russa Mir, una federazione di comuni autogestite che si basavano sul pensiero del socialista-anarchico francese Proudhon».  



giovedì 25 marzo 2021

Bakunin e l’anarchismo russo - parte prima

L'anarchismo russo - sintesi del comunalismo e del sindacalismo - trasse il proprio orientamento dalle idee di Bakunin. Le comuni rurali furono considerate idonee per far fronte al problema di rivoluzionare l'economia contadina in un paese dove i contadini oppressi e scontenti costituivano, all'epoca di Bakunin, lo strato più vasto della popolazione. Le comuni urbane (talvolta denominate “città libere”) insieme ai sindacati industriali furono considerati come gli organi più adatti per occuparsi dei problemi derivanti dal processo di industrializzazione della Russia, avvenuto verso la fine del diciannovesimo secolo, problemi che divennero ancora più complessi con l'emergere di una nuova classe proletaria priva di radici. Il coordinamento dell'economia doveva essere raggiunto attraverso un sistema comunicante di federazioni - locali, distrettuali, regionali e nazionali - di comuni e sindacati. Kropotkin si considerava un discepolo di Bakunin: «...gli aspetti teoretici dell'anarchismo nella forma in cui cominciavano ad essere espressi nella Federazione del Jura - in modo particolare la critica bakuniniana del socialismo di stato, il timore del dispotismo economico, mi colpirono profondamente... ». Nella sua opera La scienza moderna e l'anarchia, Kropotkin affermò inoltre che «...in una serie di brillanti trattati Bakunin formulò quelli che furono i principi fondamentali dell'anarchismo...». In linea di massima l'anarchismo di Kropotkin, come anche quello di Bakunin, univa il comunalismo (Kropotkin ebbe a dire che Bakunin era "sostanzialmente comunista") ed il sindacalismo («...comuni indipendenti per l'organizzazione territoriale e federazioni dei sindacati a seconda delle loro funzioni...») integrati da associazioni volontarie di ogni genere, per l'organizzazione economica. Il programma dell'anarco-sindacalismo russo comprendeva dunque sia le idee di Bakunin che quelle di Kropotkin. Tutta la letteratura anarco-sindacalista nonché la dichiarazione di principi dell'Internazionale Anarco-Sindacalista tenutasi a Berlino nel 1922 pongono in rilievo tale fatto. Le idee di Bakunin penetrarono in Russia attraverso gli esuli (perlopiù in Svizzera) che si tenevano in stretto contatto con il movimento rivoluzionario clandestino. In Svizzera i profughi russi - che aderirono alla sezione russa dell'Internazionale . stampavano e distribuivano (tramite il  movimento clandestino) la letteratura propagandistica anarchica quale, ad esempio Stato ed anarchia di Bakunin, Lo sviluppo storico dell'Internazionale, L'anarchismo secondo Proudhon, ecc. A dimostrazione dell'alta stima di cui godeva Bakunin, una dichiarazione, in cui si protestava per la diffamazione di Bakunin da  parte di Marx, affermava: «...per quanto concerne la Russia, possiamo rassicurare il signor Marx che il nome di Bakunin è troppo noto e stimato per poter essere toccato da calunnie... ». La protesta recava le firme dei noti e stimati rivoluzionari russi V. Ozerov, N. Ogarèv, B. Zaitsev, Armand Ross (M. Sagin), Z. Ralli, A. Oelnitz e V. Smirnov. 




giovedì 18 marzo 2021

Dialogo tra Bakunin e un MARXista

MARXista: “Certamente, noi vi concediamo che ogni stato è un giogo, ma solo l'esercizio della dittatura del proletariato può creare la libertà del popolo.” 

Bakunin: “A questo noi rispondiamo che tutte le dittature non possono avere altro scopo che quello di durare il più a lungo possibile.” 

MARXista: “Per niente! Questa dittatura sarà temporanea e di breve  durata.” 

Bakunin: “Non è vero! Questa dittatura che voi pretendete transitoria, sfocerà inevitabilmente nella ricostituzione dello Stato, dei privilegi, delle disuguaglianze, di tutte le oppressioni statali, nella ricostituzione di un'aristocrazia governamentale, che ricomincerà a sfruttare ed a sottomettere il popolo, col pretesto del benessere comune o per salvare lo Stato. Invece di lasciare che il proletariato distrugga lo Stato, voi intendete consegnare questo nelle mani dei suoi benefattori, guardiani e professori, i capi del partito comunista.” 

MARXista: “Tale Stato sarà uno Stato proletario.”

Bakunin: “Più il suo despotismo si cela accuratamente sotto le  apparenze d'un ossequiente  rispetto per la volontà della classe operaia, più esso sarà assoluto. O l'uno o l'altro caso: o bisogna distruggere questo Stato, oppure è necessario aprire la strada alla più vile e temibile menzogna ch'abbia  prodotto il nostro secolo: la burocrazia rossa.” 

MARXista: “Una volta al potere, i capi del partito comunista non saranno dei burocrati.” 

Bakunin: “Prendete il rivoluzionario più radicale e sedetelo sul trono di tutte le Russie e in meno di un anno sarà peggiore dello stesso zar.” 

MARXista: “Se ho ben capito, voi negate la necessità di un'avanguardia cosciente? Confidate solo nella spontaneità delle  masse?” 

Bakunin: “No. Per il trionfo della rivoluzione contro la reazione è necessario che in mezzo all'anarchismo popolare, che costituirà la vita stessa e tutta l'energia della rivoluzione, l'unità del pensiero e dell'azione rivoluzionaria trovi un portavoce. Un gruppo più o meno numeroso d'individui ispirati dallo stesso pensiero e tendenti allo stesso scopo, deve esercitare un'azione naturale sulle masse. Ciò che dobbiamo costituire sono gli stati maggiori ben organizzati e   preparati dei capi del movimento popolare.” 

MARXista: “Che! Anche voi parlate di «capi», di «stati maggiori»!” 

Bakunin: “Certamente. Ma la nostra selezione di elementi scelti fra i più intelligenti e influenti, avrà per unico scopo di creare un'organizzazione rivoluzionaria conforme ai nostri principi libertari e mirante a diffonderli. Tutto il segreto della nostra influenza sta in questo. Gli anarchici devono essere come i piloti invisibili nel mezzo della tempesta popolare. Essi devono orientarla non tramite un potere sostensibile, bensì per mezzo d'una dittatura senza etichette, senza titolo ufficiale e, pertanto, più potente, in quanto non avrà nessuna delle apparenze del potere.” 

MARXista: “Ah! Voi usate secondo il vostro tornaconto il termine di  dittatura. Un'azione così organizzata non sarà forse — per usare per un momento il vostro linguaggio libertario — ancora un attentato alla libertà delle masse, un tentativo di creare un nuovo    potere autoritario?”

Bakunin: “Ma no! L'avanguardia cosciente non deve essere né il benefattore né il capodittatoriale del popolo, ma solo l'ostetrico che porge aiuto per la propria autoliberazione. Tutto ciò ch'essa può  fare è propagare fra le masse le idee che corrispondono ai suoi istinti, ma nulla di più. Tutto il resto non deve e non può essere fatto  che dal popolo stesso. Le autorità rivoluzionarie...” 

MARXista: “...Avete detto le autorità rivoluzionarie?” 

Bakunin: “Chiedo scusa per questo termine. Di autorità di questo  genere mi auguro che ce ne siano il meno possibile...” 

MARXista: “Però ammettete che non se ne possa fare a meno. Allora in cosa consiste la differenza fra il vostro anarchismo e il nostro socialismo scientifico?” 

Bakunin: “Le «autorità rivoluzionarie», dico io, devono non già imporre le rivoluzioni alle masse, ma contribuire a provocarle in seno a queste; non sottometterle ad una qual si voglia organizzazione, ma suscitare la loro organizzazione autonoma    dal basso all'alto.” 

MARXista: “Ma per far ciò manca ancora al proletariato l'organizzazione e la scienza. Proprio noi siamo obbligati a supplirvi...” 

Bakunin: “Oh! Certamente. L'Internazionale operaia non potrà diventare uno strumento di piena emancipazione che allorquando avrà fatto penetrare nella coscienza matura di ciascun lavoratore  che ne fa parte, la scienza, la filosofia e la politica del socialismo. E' a questo che dobbiamo adoperarci.”