Il termine sukeban deriva dall'unione delle parole suke (ragazza) e banchò (capo) e se all'inizio si riferiva solamente alle leader delle gang, ha poi iniziato a rappresentarle in senso globale, soprattutto presso i mass media. Quando si parla di sukeban si indica un fenomeno di delinquenza giovanile con protagoniste sole ragazze che ebbe la sua origine negli anni Sessanta. Quelle che dapprima si presentavano come gang scolastiche ribelli in conflitto con le norme scolastiche particolarmente restrittive, in seguito si trasformarono in gruppi di maggiore rilevanza sociale coinvolti in atti criminali che non potevano essere ignorati, e che mobilitarono forze di polizia ed istituzioni. In ambito sociale, il termine comincio ad essere utilizzato negli anni Sessanta per definire i membri di una banda criminale femminile (l'equivalente di banchò utilizzato per identificare i membri delle gang maschili), e usato per identificarne sia il capo, sia, in seguito i membri di una gang in generale. Nel corso degli anni Sessanta, la criminalità giovanile femminile (con annessi episodi di aggressioni di gruppo, taccheggio, e linciaggio), aumento a livelli esponenziali raggiungendo l'apice piu alto del periodo postbellico, con un tasso corrispondente a meno del 10% nel 1965 che sali nel corso degli anni Settanta fino a raggiungere il 19% nel 1981. Fumare nei bagni della scuola fu uno dei primi segni di delinquenza a diffondersi fra le ragazze, ma ben presto le gang cominciarono a proliferare con l'efficacia di un virus e a costruire la propria gerarchia degna di una vera banda criminale. Il fenomeno sukeban raggiunse una popolarità talmente elevata da toccare una quota di ventimila membri. Una delle piu pericolose sukeban mai esistite: K-Ko The Razor, leader a capo di una gang di cinquanta ragazze. Il nome di K-Ko the Razor derivava dalla scelta della sua arma personale, un rasoio, per l'appunto, e divento una leggenda. Le sukeban furono una vera e propria anomalia nella cultura criminale sessista e maschilista giapponese: nella yakuza infatti la componente femminile è praticamente inesistente e quelle poche presenti non hanno alcuna autorità. Ma gli anni '70 furono la culla di femminismo e di idee liberali, quindi anche le donne si sentirono libere di essere promiscue, ardimentose e violente come gli uomini. Le ragazze volevano dimostrare che la femminilità e la forza non si escludevano a vicenda e per questo portavano con orgoglio l'uniforme scolastica alla marinaretta, la classica "fuku" però modificata. La gonna divenne insolitamente lunga, in segno di protesta contro il ritratto sessualizzato delle adolescenti che andava all'epoca per la maggiore; era uno strumento di protezione con cui le ragazze dichiaravano che la loro esistenza non era legata ai desideri degli uomini. I mocassini furono sostituiti dalle sneakers Converse; la camicia a volte era tagliata per esporre l'ombelico, un fazzoletto da marinaio era annodato sotto il collo e i calzini erano colorati e morbidi. Il trucco poteva esserci ma le sopracciglia dovevano essere sottilissime e i capelli erano vistosi, colorati oppure con la permanente. E sotto a tutto questo, le sukeban nascondevano rasoi e catene. E anche dopo aver finito il liceo, continuavano a proclamare l'appartenenza al loro stato di sukeban ricamando rose e messaggi anarchici sulla stoffa, prendendo ispirazione dal movimento punk britannico.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 5 ottobre 2023
giovedì 14 maggio 2020
La Ribellione come avversità ad ogni dominio
Ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. «Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni.
La ribellione, però, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione perché è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico, anche se, contemporaneamente, indica I'impossibilità per sé di auto-determinarsi in quanto negazione metafisica dell'onticità stessa del dominio.
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione
spinge a sollevarsi, a insorgere.
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia).
La ribellione, però, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione perché è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico, anche se, contemporaneamente, indica I'impossibilità per sé di auto-determinarsi in quanto negazione metafisica dell'onticità stessa del dominio.
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione
spinge a sollevarsi, a insorgere.
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia).
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giovedì 26 marzo 2020
GLI HIPSTER
Nei primi anni Cinquanta, in America, il dissenso politico venne proibito e in tutto il decennio ogni tipo di anticonformismo fu considerato sospetto. Ma la stravaganza si rigenera in eterno ai margini della civiltà occidentale. Il vuoto creatosi tra le file dei ribelli venne riempito da un gruppo di giovani scontrosi che già negli anni Quaranta avevano iniziato a costituire una sottocultura, quella degli hipster. Ispirati dalle note inebrianti e spontanee del bebop, in particolare da Charlie Parker, e sviluppatisi più o meno parallelamente all'esistenzialismo francese e alla sua visione della vita umana come una tabula rasa circondata da un abisso privo di significato, gli hipster erano personaggi furtivi: ribelli perfetti per un'epoca di paranoia. Poiché non scorgeva speranze di cambiamenti positivi, (l'hipster non aveva alcun desiderio di battersi contro il repressivo apparato politico e non era nemmeno granché interessato a offendere i conformisti "benpensanti". Come si lamentò Caroline Bird, in un articolo del 1957 su Harper} Bazar "Non si può intervistare un hipster visto che il suo obiettivo principale è stare lontano dalla società...".
Gli hipster erano identificabili solo da qualche caratteristica. Erano interrazziali, cosa rara nell'America degli anni Cinquanta, bohémien neri e bianchi che vivevano ai margini dell'economia e passavano il loro tempo insieme, soprattutto nei jazz club. Erano un po' trasandati. Potevano essere, citando la Bird, "un delinquente da strada, un vagabondo, uno scaricatore di luna park o un uomo dei traslochi che lavora in proprio nel Greenwich Village". E disponevano del loro linguaggio, espresso al meglio nelle giocose, divertenti, fluide canzoni `rap" di Lord Buckley, figura eternamente all'avanguardia. Nel privato, agli hipster piaceva la marijuana e, in alcuni casi, l'eroina, strumenti per rilassare la mente razionale e abbandonarsi al bebop.
L’hipsterismo traeva linfa vitale proprio da quelle ansie nucleari che i benpensanti cercavano di dimenticare. La possibilità di un'immediata apocalisse costituiva una scusa perfetta per declinare responsabilità ed evitare le ricompense a lungo termine della normale vita adulta. Perché costruirsi prudentemente una carriera, una famiglia e una reputazione se non c'era futuro? L’hipster era libero di vivere alla giornata. Nel suo famoso peana dedicato a questa sottocultura, Il negro bianco, Norman Mailer scrisse che gli hipster si dedicavano semplicemente alla “ricerca di un orgasmo più apocalittico di quello che lo aveva preceduto”, un'affermazione intesa sia letteralmente che come metafora per ogni tipo di esperienza intensa ed estatica dell'essere nel momento.
Gli hipster erano identificabili solo da qualche caratteristica. Erano interrazziali, cosa rara nell'America degli anni Cinquanta, bohémien neri e bianchi che vivevano ai margini dell'economia e passavano il loro tempo insieme, soprattutto nei jazz club. Erano un po' trasandati. Potevano essere, citando la Bird, "un delinquente da strada, un vagabondo, uno scaricatore di luna park o un uomo dei traslochi che lavora in proprio nel Greenwich Village". E disponevano del loro linguaggio, espresso al meglio nelle giocose, divertenti, fluide canzoni `rap" di Lord Buckley, figura eternamente all'avanguardia. Nel privato, agli hipster piaceva la marijuana e, in alcuni casi, l'eroina, strumenti per rilassare la mente razionale e abbandonarsi al bebop.
L’hipsterismo traeva linfa vitale proprio da quelle ansie nucleari che i benpensanti cercavano di dimenticare. La possibilità di un'immediata apocalisse costituiva una scusa perfetta per declinare responsabilità ed evitare le ricompense a lungo termine della normale vita adulta. Perché costruirsi prudentemente una carriera, una famiglia e una reputazione se non c'era futuro? L’hipster era libero di vivere alla giornata. Nel suo famoso peana dedicato a questa sottocultura, Il negro bianco, Norman Mailer scrisse che gli hipster si dedicavano semplicemente alla “ricerca di un orgasmo più apocalittico di quello che lo aveva preceduto”, un'affermazione intesa sia letteralmente che come metafora per ogni tipo di esperienza intensa ed estatica dell'essere nel momento.
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giovedì 15 agosto 2019
Rivoluzione o ribellione
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione spinge a sollevarsi, a insorgere.
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia).
La ribellione, dunque, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione ma è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico.
Tuttavia, ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo,come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico.
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia).
La ribellione, dunque, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione ma è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico.
Tuttavia, ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo,come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico.
giovedì 23 marzo 2017
La ribellione come dissenso totale
Secondo quando precisato da Junger, quando tutte le istituzioni sono corrotte o intrinsecamente false, allora la responsibilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che non si è ancora piegato e che ritira il proprio consenso all'ordinamento ribellandosi individualmente. Né è possibile, per il Trattato del ribelle, fare affidamento su partiti, organizzazioni e movimenti strutturati, secondo il modello marxiano della rivoluzione. Nella misura in cui la sovranità oggi non si riscontra più nelle grandi risoluzioni, tutte ugualmente destinate a fallire o a rifluire nei canali istituzionali, occorre riconoscere, tutt'al più, uno spazio di azione per piccoli élites, per gruppi ristretti di singoli individui che passano alla macchia.
Diversamente dalla disobbedienza, la ribellione fa valere un dissenso che è totale, poiché coinvolge l'ordine costituito nella sua interezza. A differenza della rivoluzione, però, resta appannaggio di singoli ribelli fuggiti nel bosco e non intenzionati a fare ritorno nella polis per riconfigurala alternativamente. Rispetto alla rivoluzione, la ribellione presenta, allora, il vantaggio di mantenere sempre vivo il dissenso, senza mai produrre la ricaduta nel pratico-inerte, nella cristallizzazione della prassi contestativa in oggettività indisponibile per l'agire umano.
E, tuttavia, la ribellione si distingue in negativo dall'agire rivoluzionario per la sua strutturale debolezza, legata al suo individualismo programmatico e, dunque, alla mancata possibilità di creare, gramscianamente, un'egemonia e, con essa, un progetto politico in grado di dare forma ad una città di futura.
Il dissenso della ribellione resta sempre attivo e, insieme, incapace di dare vita ad un potere costituente: la sua forma è necessariamente quella del cattivo infinito.
Diversamente dalla disobbedienza, la ribellione fa valere un dissenso che è totale, poiché coinvolge l'ordine costituito nella sua interezza. A differenza della rivoluzione, però, resta appannaggio di singoli ribelli fuggiti nel bosco e non intenzionati a fare ritorno nella polis per riconfigurala alternativamente. Rispetto alla rivoluzione, la ribellione presenta, allora, il vantaggio di mantenere sempre vivo il dissenso, senza mai produrre la ricaduta nel pratico-inerte, nella cristallizzazione della prassi contestativa in oggettività indisponibile per l'agire umano.
E, tuttavia, la ribellione si distingue in negativo dall'agire rivoluzionario per la sua strutturale debolezza, legata al suo individualismo programmatico e, dunque, alla mancata possibilità di creare, gramscianamente, un'egemonia e, con essa, un progetto politico in grado di dare forma ad una città di futura.
Il dissenso della ribellione resta sempre attivo e, insieme, incapace di dare vita ad un potere costituente: la sua forma è necessariamente quella del cattivo infinito.
giovedì 15 marzo 2012
I RIBELLI
Elegia della ribellione eretica, significa praticare l’antico principio secondo il quale l’uomo libero è colui che esprime la propria sovranità di fronte alla legge, agli interessi, ai dettami dei valori dominanti, non ha partiti, né chiese ai quali appartenere, non ha terre né cieli da conquistare, non ha né individui né popoli da sottomettere. L’uomo libero crede nell’amore di sé e per gli altri, ma soprattutto fa tutto ciò che il suo dissidio gli suggerisce. I percorsi in utopia dell’uomo libero sono un invito alla resistenza e una via aperta alla clandestinità, le sue armi non stanno nelle caserme, nelle redazioni dei giornali, nelle sedi dei partiti, le armi dell’uomo libero sono nella sua testa, nelle sue mani, nell’amore per tutto quanto è estremo e trasognante.
I ribelli di ogni luogo sono liberi di cambiare il mondo e di introdurvi i venti irrequieti della diversità che annunciano il nuovo. Turbare le menzogne politiche della legalità è passare ad un altro punto di vista e cercare di destabilizzare le istituzioni è un passaggio necessario per farle naufragare nella loro indecenza.
La disobbedienza civile e la ribellione dei poveri, degli umiliati, degli offesi, sono il percorso accidentato verso una società più giusta e più umana. La radicalità della ribellione si fonda sulla richiesta di comunità, sulla fine dei falsi idoli, sulla caduta delle dottrine del consenso sociale. La ribellione afferma un diritto, il rifiuto dell’obbligazione politica e della genuflessione alla potenza delle istituzioni. I dogmi della società sono specchi dell’obbedienza che rientrano nel campo delle necessità private, mentre la visione e l’azione del ribelle rientra nel campo della libertà pubblica. La vera libertà è quella che ci costruiamo con le proprie mani e con le proprie idee. La disobbedienza del ribelle non risente dell’obbligo morale di rispettare la legge né le giustificazioni economiche, politiche degli indici della Borsa lo interessano, perché non c’è nessun fondamento civile che giustifichi la cattività nella quale è tenuta dai paesi ricchi una grande parte di umanità.
Nel ribelle cova l’uomo nuovo, l’uomo planetario, l’uomo dall’animo nobile che grida fuori dalle masse silenziose il proprio amore per la bellezza, la giustizia, la libertà di tutti gli uomini. Il ribelle non perdona né archivia, strappa ciò che è stato fatto, ed è capace di dar luogo a un nuovo inizio proprio là dove tutto sembrava concluso.
I ribelli di ogni luogo sono liberi di cambiare il mondo e di introdurvi i venti irrequieti della diversità che annunciano il nuovo. Turbare le menzogne politiche della legalità è passare ad un altro punto di vista e cercare di destabilizzare le istituzioni è un passaggio necessario per farle naufragare nella loro indecenza.
La disobbedienza civile e la ribellione dei poveri, degli umiliati, degli offesi, sono il percorso accidentato verso una società più giusta e più umana. La radicalità della ribellione si fonda sulla richiesta di comunità, sulla fine dei falsi idoli, sulla caduta delle dottrine del consenso sociale. La ribellione afferma un diritto, il rifiuto dell’obbligazione politica e della genuflessione alla potenza delle istituzioni. I dogmi della società sono specchi dell’obbedienza che rientrano nel campo delle necessità private, mentre la visione e l’azione del ribelle rientra nel campo della libertà pubblica. La vera libertà è quella che ci costruiamo con le proprie mani e con le proprie idee. La disobbedienza del ribelle non risente dell’obbligo morale di rispettare la legge né le giustificazioni economiche, politiche degli indici della Borsa lo interessano, perché non c’è nessun fondamento civile che giustifichi la cattività nella quale è tenuta dai paesi ricchi una grande parte di umanità.
Nel ribelle cova l’uomo nuovo, l’uomo planetario, l’uomo dall’animo nobile che grida fuori dalle masse silenziose il proprio amore per la bellezza, la giustizia, la libertà di tutti gli uomini. Il ribelle non perdona né archivia, strappa ciò che è stato fatto, ed è capace di dar luogo a un nuovo inizio proprio là dove tutto sembrava concluso.
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