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giovedì 8 ottobre 2026

La rivolta luddista II°

Il luddismo fu una forma di protesta attuata dagli operai contro le macchine moderne, ma soprattutto fu una rivolta per le cattive condizioni in cui la popolazione inglese si trovò a vivere al tempo della guerra contro Napoleone. Il moto, inoltre, non ebbe affatto carattere spontaneo, ma fu ben diretto e ben organizzato da capi che, verosimilmente, simpatizzavano per gli ideali della Rivoluzione francese. [Nel marzo 1811] più di duecento telai furono demoliti nei villaggi del Nottinghamshire nord-occidentale da bande che agivano separatamente e attaccavano diverse località simultaneamente. Si diceva che tali bande agissero sotto la guida di un «generale» (o «capitano ») di nome Ludd, sotto il vincolo del giuramento e del segreto, e che la disobbedienza agli ordini del generale fosse punita con la morte. Si diceva anche che Ludd si fosse assunto l’impegno di combattere le iniquità ai danni dei lavori e di punire con la morte tutti coloro che non rispettavano le regole del mestiere. Apparve subito palese alle autorità che le ondate di disordini nulla avevano a che fare con le manifestazioni di protesta dei decenni precedenti, ma erano l’opera di un’organizzazione dotata di una struttura paramilitare efficiente e disciplinata, che agiva con estrema tempestività e segretezza. I gruppi ludditi seguivano piani accuratamente predisposti, appostando sentinelle armate in punti strategici prima di ogni attacco, chiamando gli uomini all’appello con numeri e non con nomi. Essi erano giovani intorno ai vent’anni, armati con oggetti rudimentali (picche, bastoni, accette) o con spade o fucili. Erano mascherati o travestiti, e comunicavano fra loro mediante parole d’ordine. Durante le operazioni, mentre gli uomini armati di accetta e martello si facevano rapidamente strada fino ai telai per distruggerli, quelli armati di fucili o coltelli facevano la guardia all’ingresso. Un colpo di pistola o di fucile significava l’inizio delle operazioni o della ritirata in caso di pericolo. La fulmineità e la contemporaneità degli attacchi, spesso portati a termine da gruppi separati in luoghi diversi, e la temerarietà dei singoli individui, disposti al sacrificio della propria vita, circondarono i ludditi di un alone mitico e li consegnarono alla memoria popolare come tanti Robin Hood che emergevano dal fitto della foresta di Sherwood per riparare i torti e le ingiustizie sociali, rendendo manifeste le motivazioni ideologiche delle loro violenze sia fra le vittime che fra il resto della popolazione. All’inizio di aprile 1811 vi fu un periodo di relativa calma che, nonostante l’aggravarsi della situazione economica, si protrasse fino all’estate. I telai distrutti fino a quelmomento erano più di duecento. In novembre cominciò una nuova ondata di disordini, provocati da numerose bande di uomini che operavano nottetempo. All’inizio di dicembre erano più di ottocento le unità di cavalleria inviate nella zona di Nottingham, e più di cento quelle di fanteria. Complessivamente, per sopprimere le rivolte luddite ed altri tumulti minori fu mobilitato un esercito di dodicimila uomini. […] Per più di tre mesi si ripeterono gli attacchi, notte dopo notte, talvolta contemporaneamente in due o tre villaggi lontani fra loro. Alla fine di dicembre il corrispondente da Nottingham per il “Leeds Mercury” scriveva: «Lo stato insurrezionale al quale questa Contea è stata ridotta nell’ultimomese non ha alcun parallelo nella storia dai giorni burrascosi di Carlo I». All’inizio del 1812 cominciò una nuova ondata di attacchi che, nonostante gli interventi dell’esercito, si ripeterono con una regolarità e una precisione che denotavano l’esistenza di un piano di ampia portata strategica. Alla fine del gennaio 1812 il clima generale era quello di un paese in stato di guerra e il parlamento decise di emanare due nuove leggi. La prima (Peace Preservation Bill) intensificava le misure difensive e dava facoltà alle autorità locali di scegliere guardie speciali fra la popolazione oltre il ventunesimo anno di età. La seconda legge (Frame Breaking Bill) comminava la pena capitale per la distruzione dei telai, che fino a quel momento era punita con la deportazione da sette a quattordici anni.


giovedì 1 ottobre 2026

La rivolta luddista I°

Nel 1811-1812, si sviluppò in Inghilterra un moto di protesta complesso e per tanti aspetti enigmatico, di solito chiamato luddismo. Il nome deriva dal fatto che, tra la gente, si diffuse l’idea che il movimento luddista (o luddita) fosse guidato da una specie di giustiziere – chiamato, appunto, generale Ludd – che divenne ben presto oggetto di numerose canzoni e ballate popolari. Di solito, il luddismo viene presentato come una forma di protesta operaia istintiva, disorganizzata e primitiva, di fronte al progredire dell’industrializzazione, in quanto il tratto più tipico del movimento fu, in effetti, la distruzione delle macchine, soprattutto dei telai. Un’attenta analisi del fenomeno, tuttavia, obbliga lo storico a valutare l’intero fenomeno in modo assai più sfumato e più equilibrato, dal momento che gli episodi più gravi della rivolta non si verificarono in Lancashire, la regione in cui funzionavano i nuovi telai meccanici, ma nella zona di Nottingham che, pur rivestendo una notevole importanza dal punto di vista della quantità di tessuti prodotti, non era affatto all’avanguardia dal punto di vista tecnico. Il luddismo degli anni 1811- 1812, insomma, più che un movimento ostile nei confronti della macchina e dell’industria, appare prima di tutto una rivolta di tessitori e di contadini desiderosi di manifestare il proprio malcontento, in una situazione estremamente delicata e difficile per l’economia britannica. Tra il 1808 e il 1810, infatti, il blocco continentale messo in atto da Napoleone nei confronti dell’Inghilterra raggiunse il massimo della propria forza: assumendo un indice 100 per le esportazioni di prodotti inglesi in Europa nel 1805, si può affermare che esse scesero a 20,9 nel 1808; a 55,2 nel 1809; a 74,6 nel 1810. È vero che l’economia inglese poteva reggere bene il peso di queste perdite, in quanto le esportazioni dirette al continente europeo (nel 1805) rappresentavano solo il 37% del suo prodotto globale destinato all’esportazione, mentre il commercio con l’Africa, l’Asia e soprattutto con l’America Latina era invece in pieno sviluppo. Tuttavia, il blocco provocava notevoli disagi alla popolazione; per di più, nel 1810, allorché risultò necessario importare grano dall’estero, la cosa risultò difficoltosa in quanto i porti tedeschi del Baltico erano tutti in mano ai francesi. Il luddismo non fu tanto una protesta nei confronti delle macchine moderne, ma una rivolta contro le cattive condizioni in cui la popolazione inglese si trovò a vivere in tempo di guerra. Inoltre, per quanto la figura del generale Ludd sia senza dubbio leggenda-ria, il moto non ebbe carattere spontaneo, ma fu all’opposto ben diretto e ben organizzato da capi che, verosimilmente, simpatizzavano per gli ideali della Rivoluzione francese (e forse, addirittura, ricevevano aiuti e sussidi direttamente dalla Francia). Gran parte di questi elementi sfuggono allo storico; chiarissima, invece, appare la risposta dello Stato inglese, che mobilitò ben 12 000 soldati per fermare le azioni dei luddisti. Inoltre, il 20 marzo 1812, il Parlamento approvò un decreto che prevedeva la pena di morte per chiunque avesse tentato di «rompere, distruggere o danneggiare con l’intento di rendere inservibile» un telaio o un’altra macchina destinata alla fabbricazione dei tessuti.


giovedì 23 ottobre 2025

Le origini del discorso e del dialogo

La “nascita del pupazzetto” secondo Kellogg e Morris, ripresa da D. Morris, riguarda in realtà solo la progressiva differenziazione della figura umana per parte dell'infante e — per le fasi da a a f — di uno  scimpanzé di età comparabile. Ma la serie progressiva secondo lo schema riportato può testimoniare altrettanto bene per la graduale codificazione linguistica del disegno a contorni in conformità alla teoria dell'informazione. Scimmia  o  infante, l'operatore inizia in effetti marcando segni a caso sul bianco del foglio; ed ha manovrato, dapprima  solo per  gioco, il mezzo tracciante che gli è stato messo in mano. A un certo punto l'operatore regolarizza il groviglio (c) nella matassa (d) e la matassa nel circolo (e) . Ha staccato così un disco dal campo operatorio e distinto in tal punto  un  corpo dallo spazio  che lo  racchiude. Il circolo, appena  tracciato, diventa cossi il segno di quel corpo. È in fondo la vecchia distinzione di figura e sfondo cara alla Gestaltpsychologie. Ma non è che  il primo passo. Una  e una sola disgiunzione binaria (pari a un bit — un'unità cioè — di informazione): ed è chiaro fin d'ora che ogni ulteriore determinazione  potrà essere di qui  in avanti analogamente indicata mediante l'aggiunta di analoghe disgiunzioni. Nella fase immediatamente successiva (f) riprende infatti (all'interno del cerchio) la marcatura disordinata della prima fase (a). E quando le marche visibili saranno almeno quattro (meglio se più di quattro), verrà spontaneo (k) di selezionarne  quattro sole (soppresse idealmente le ridondanti o crescenti): da leggere intanto come occhi-naso-bocca; da riproporre, subito dopo (l),  come tratti anzi emergenti e decisivi per l'allestimento del rudimentale ritratto. È un procedimento  praticamente identico al modello  proposto a suo tempo da Vitruvio per l'origine del linguaggio parlato. Gli uomini primitivi — dice in sostanza Vitruvio  — erravano da prima come fiere nei boschi, privi del linguaggio e di qualsiasi  barlume di vita associata. Scoperto per caso il fuoco,   cominciarono a radunarsi attorno ad esso per goderne i vantaggi; e a cooperare al fine di custodirlo e alimentarlo. «In quelle radunanze  di uomini — la traduzione procede di qui in avanti parola per parola — capitava loro di emettere suoni (voces) diversi a seconda del tirar del fiato; in un  secondo tempo, divenuta [ormai tale pratica] un'abitudine quotidiana, costituirono così come capitava anche certi aggregati di suoni (vocabula) e infine, significando [con il loro mezzo] le cose con cui più spesso gli avveniva di aver a che fare, cominciarono per caso a parlare a proposito. E questa fu l'origine dei discorsi e del dialogo». Il disegno nasce, come il parlato, per caso. Ma ciò che conta è il processo finalizzante che presiede alla selezione e alla fissazione delle mutazioni casuali. Sempre meno automatico, sempre più storicamente determinato, sarà quindi lo strumento principe per l'elaborazione consapevole del pensiero visivo nel corso delle grandi civiltà storiche.


giovedì 30 gennaio 2025

Essere simbolico alternativo

James Shreeve, alla fine del suo Neandertal Enigma, fornisce una bella illustrazione di un essere simbolico alternativo. Meditando su come avrebbe potuto essere una coscienza originaria, non-simbolica, ci presenta possibilità e differenze significative: ... gli dei del moderno abitano la terra, il bufalo, o il filo d'erba. Lo spirito di Neanderthal era l'animale o il filo d'erba, era la cosa e la sua anima percepite come una singola forza vitale, senza alcun bisogno di distinguerli con nomi diversi. Analogamente, l'assenza di espressioni artistiche non preclude la comprensione degli aspetti estetici del mondo. I Neanderthal non dipingevano sulle loro caverne immagini di animali, ma forse non avevano alcun bisogno di distillare la vita in rappresentazioni, perché le sue essenze erano già rivelate ai loro sensi. La vista di una mandria in corsa era sufficiente a ispirare un improvviso senso di bellezza. Non avevano tamburi né flauti di osso, ma erano in grado di ascoltare i ritmi esplosivi del vento, della terra e dei battiti del cuore degli altri, e di esserne coinvolti.



giovedì 17 novembre 2022

La Rivoluzione non è riformare

Il sistema non può essere riformato in modo tale da conciliare la libertà con la tecnologia. Il solo modo è di fare completamente a meno del sistema industriale tecnologico. Questo implica la rivoluzione, non necessariamente un’insurrezione armata, ma certamente un cambiamento radicale e fondamentale nella natura della società. La gente pensa che poiché la rivoluzione implica un cambiamento molto più radicale della riforma sia più difficile determinarla. In realtà, in certe circostanze, la rivoluzione è più facile che la riforma. La ragione è che un movimento rivoluzionario può ispirare un’intensità di impegno che un movimento di riforma non può ispirare. Un movimento di riforma offre solo la possibilità di risolvere un problema sociale particolare. Un movimento rivoluzionario offre la possibilità di risolvere tutti i problemi in un colpo solo e di creare un mondo interamente nuovo; fornisce il tipo di ideale per il quale la gente accetterà di accollarsi un rischio e di fare grandi sacri?ci. Per queste ragioni sarebbe molto più facile rovesciare l’intero sistema tecnologico che imporre restrizioni e divieti permanenti allo sviluppo dell’applicazione di qualunque segmento della tecnologia, come l’ingegneria genetica. In condizioni opportune un grande numero di persone potrebbe dedicarsi con passione a una rivoluzione contro il sistema industrial-tecnologico. I riformatori che cercano di limitare certi aspetti della tecnologia potrebbero impegnarsi per evitare un danno. Ma i rivoluzionari lavorano per ottenere una altissima ricompensa: la realizzazione della loro visione rivoluzionaria, e quindi lavorano più duramente e con più tenacia dei riformatori. La riforma è sempre frenata dalla paura delle possibili conseguenze negative in caso di cambiamenti poco prevedibili. Ma, una volta che la febbre rivoluzionaria ha preso piede in una società, la gente è disposta ad affrontare infinite avversità per il ?ne della rivoluzione. Questo fu dimostrato chiaramente nella rivoluzione francese e russa. Potrebbe essere accaduto, in quei casi, che solo una minoranza della popolazione fosse realmente impegnata riella rivoluzione, ma questa minoranza era sufficientemente ampia e attiva da divenire la forza dominante nella società. (Theodore J. Kaczynski, 1996)


giovedì 2 gennaio 2020

È tempo di uscire dalla preistoria

L’abbondanza tra l’umanità primitiva si basava sul mantenimento di una bassa densità di popolazione. Piccoli raggruppamenti umani utilizzavano il loro ambiente senza trasformarlo in profondità. L’umanità futura sarà numerosa e tecnicamente efficiente. Sbarazzatasi della concorrenza e degli antagonismi che la attraversano e la animano, essa non addizionerà una moltitudine di processi produttivi separati, che si traducono in una incontrollata evoluzione, improvvisa e disastrosa. Ogni trasformazione particolare avverrà in funzione di una evoluzione e di un equilibrio globali.
Non si tratterà tanto di produrre quanto di partecipare al miglioramento e all’arricchimento dell’ambiente umano. Ogni individuo parteciperà agli sforzi e alle gioie senza volere, e senza aver bisogno d’accaparrare una parte del patrimonio comune. Potrà condurre una vita da nomade, perché dappertutto si sentirà a casa propria. Perderà il senso della proprietà, non si attaccherà agli oggetti, perché avrà timore di on averne; non si guasterà, così, né il corpo né lo spirito. Non si può esser liberi, sicuri, disponibili, ricchi di desiderio e di possibilità senza una certa privazione personale. Povero borghese che porta la sua ricchezza come una corazza sulle spalle! E ancor più infelice il proletario che non possiede né l’aereo né lo yacht per trasportare se stesso e i congiunti! Non si tratta di confondere passato e futuro. Il ritorno al paleolitico non è possibile se si esclude l’ipotesi della liquidazione della quasi totalità dell’umanità e della civilizzazione, per esempio con una guerra nucleare. Non è augurabile. I costumi delle società di cacciatori-raccoglitori possono sembrarci crudeli, le condizioni divita poco confortevoli, tuttavia ciò che veramente distingue quell’epoca dalle aspirazioni che ha prodotto il mondo moderno, è il suo carattere limitato. I cacciatori si accontentano di ciò che hanno e si accontentano di poco. Le possibilità sono ridotte, l’orizzonte limitato, le preoccupazioni terra-terra. Questo modo di vita si rivela piuttosto insipido. Le feste, le stravaganze sessuali sono soprattutto frutto dell’immaginazione degli esploratori: preti, sapienti, commercianti che – avendo poche possibilità di comparazione – si montano subito la testa. La vita sessuale degli Esquimesi appariva piuttosto saggia e misurata, anche se a qualcuno fra di essi è accaduto di fracassare il cranio di qualche prete che non voleva fare la cortesia di scopare le loro donne. Il passaggio all’agricoltura, alla società di classe, al capitalismo, sono stati il mezzo doloroso perché si sviluppassero le possibilità della specie; la disumanizzazione del lavoro, il mezzo per accedere ad una attività veramente umana.
È tempo di uscire dalla preistoria.

giovedì 26 settembre 2019

NEL NOME DEL PROGRESSO

Nel nome del progresso, lo sviluppo su scala mondiale e l'impero stanno schiavizzando l'umanità e distruggendo la natura, dappertutto. Il rullo compressore noto come globalizzazione ha assorbito quasi ogni opposizione, schiacciando la resistenza per mezzo di un sistema capitalistico e tecnologico implacabile e universalizzante. Un senso di fatalità prossimo al nichilismo viene accettato come risposta inevitabile alla modernità.
Ma le ragioni che stanno dietro al cambiamento globale si palesano agli occhi di chi voglia esaminarne i presupposti fondamentali. Il degrado della vita, che avanza a pieno ritmo in ogni ambito, deriva dalle dinamiche della civilizzazione stessa. L'addomesticamento degli animali e delle piante, un processo vecchio di appena diecimila anni, ha pervaso ogni centimetro quadrato del pianeta. Il risultato è l'eliminazione dell'autonomia e della salute individuale e comunitaria, oltre alla distruzione dilagante e accelerata, del mondo naturale. La globalizzazione non è una novità. La divisione del lavoro, l'urbanizzazione, la conquista, l'esproprio e le diaspore sono state parte integrante e fardello della condizione umana sin dall'inizio della civilizzazione. Ma la globalizzazione spinge il processo di addomesticamento a nuovi livelli. Adesso il capitale mondiale vuole sfruttare tutta la vita a disposizione; questo è uno dei tratti caratteristici e originali della globalizzazione. Agli albori del Ventesimo secolo, alcuni osservatori constatarono l'instabilità e la frammentazione che necessariamente accompagnavano la modernizzazione. Queste diventano ancora più evidenti nella fase attuale, molto probabilmente quella terminale. Il progetto di integrazione attraverso il controllo planetario provoca ovunque disintegrazione: maggior sradicamento, ripiegamento, inutilità... e nulla di tutto questo è comparso nel volgere di una notte. 

giovedì 7 febbraio 2019

I nuovi luddisti e la tecnologia

I neo-luddisti, i demolitori non hanno una volontà sistematica di distruggere a prescindere dal fine di tale distruzione. Se essi attaccano le macchine non è per paura o perché non hanno nulla di meglio da fare, ma semplicemente perché le macchine che conoscono sono macchine inventate e prodotte nell’ambito di un preciso modello economico e di precise esigenze, quelle dell’impresa capitalistica. Una macchina usata al di fuori di una logica capitalistica potrebbe essere una macchina DIVERSA da quella usata da un modello produttivo capitalistico imperniato sul profitto.  È facile dedurre che la tecnologia riflette i rapporti di potere nella società, e questo logicamente significa che chi detiene  un maggior potere continua a determinare la forma e la direzione della tecnologia nel futuro prevedibile.
Oggi assistiamo alla maturazione finale di un sistema capitalistico ancora antisociale in cui libertà ed inventiva si sono cristallizzate in un monopolio del potere sancito dalla formula del progresso automatico.  Dire no all’innovazione tecnologica serve a due scopi insieme. Primo, fermare il progresso ci rammenta che siamo coinvolti in un movimento che non abbiamo avviato a cui non abbiamo mai deciso di partecipare. Secondo dire “no” non arresta la storia umana, quanto piuttosto mette in discussione l’attuale forma di sviluppo e cambia le regole del gioco presente.
I luddisti che si oppongono all’introduzione di nuove tecnologie, non sono contrari alla tecnologia  in se stessa, quanto piuttosto ai mutamenti sociali che la nuova tecnologia riflette e rafforza. Non hanno nulla contro le macchine ma neppure un rispetto ingiustificato per esse. Dovendo scegliere tra macchine e persone o, per essere più precisi, tra le macchine dei capitalisti e la propria vita, non è difficile decidere cosa viene al primo posto.


giovedì 22 giugno 2017

Due parole sulla nocività

Nell’universo spettacolarizzato della vita sostenibile, tutto serve sempre ad illudere, a condizionare, a stroncare ogni possibile germe di pensiero veramente critico nei confronti dell’ordine esistente. Così, anche quando ci si misura con un livello di nocività arrivata ormai fin dentro i nostri corpi, tutto sembra sempre scontato, giustificato. Il concetto di sostenibilità rientra a tutti gli effetti nel gioco delle parole utilizzato per illudere e convincere. Sostenibilità significa, materialmente, contenimento della nocività, e rincorrere la prospettiva della limitazione dell’avvelenamento vuol dire darlo per scontato per poi delegare alle istituzioni costituite il potere di stabilire i parametri di tollerabilità. Circostanza che non soltanto toglie dalle mani della gente ogni possibilità di opposizione diretta, ma consente alle istituzioni stesse di fare il bello e il cattivo tempo sull’argomento, alzando i limiti legali d’inquinamento ogni volta che la tossicità sarà in aumento.
La mesta realtà in cui viviamo parla proprio in questo senso: più aumentano le regolamentazioni, le autorizzazioni, le certificazioni e i rigidi disciplinari “bio”, più la vita si contamina; più si intensificano le normative di tutela dei consumatori, più i consumatori sono vessati e costretti a fare di necessità virtù. Nel mondo delle Dichiarazioni Universali dei Diritti Umani, delle Convenzioni di Ginevra e delle Nazioni Unite sono i pezzi di carta che contano, e i poteri forti, ben protetti da questi incartamenti che dispensano a piene mani per ammutolire i sudditi, possono continuare a fare tutto ciò che vogliono: anche le guerre, i genocidi mirati, le eco-devastazioni. Inventare soluzioni formali, ossimori e carte degli intenti per far fronte a problemi concreti, vuole dire non voler affrontare i problemi concreti. La forma non è la sostanza, e sistemare le cose in modo puramente formale significa solo darsi una parvenza di risoluzione.

giovedì 21 gennaio 2016

Rifiuto dell'ideologia

Non si è mai abbastanza chiari: non esiste un'ideologia green-anarchista o anarco-primitivista. Gli anarchici essenzialmente si identificano in un desiderio e in azioni che li proiettano in uno stile di vita basato su ciò che non è presente. Anarchia fondamentalmente equivale ad "anti-autorità", e come è semplice constatare, non significa per tutti la stessa cosa. Non esiste una visione singola dell'anarchismo. Il suffisso "-ismo" usato in questa situazione ha un valore puramente convenzionale per identificare una vasta critica. Gli anarchici cercano un mondo libero dalla dominazione, dalle gerarchie: questo significa l'abolizione di tutti gli stati di potere. I punti "verdi" da liberare includono tutti i tipi di strutture autoritarie, ossia combattere la tecnologia, l'industrializzazione, e la civilizzazione stessa.
L'ideologia è un sistema di convinzioni rigido che si estende verso tutti gli altri regni di pensiero. Possiede una critica, un piano d'azione e una visione, che comprende organizzazione, piattaforme e così via. La sinistra tiene molto all'ideologia come mezzo per una rapida rivoluzione, mentre noi riteniamo che proporre alla gente un simile pacchetto completo non serva a riscoprire il suo vero potenziale, ma soltanto a fargli ingurgitare qualcosa per l'ennesima volta. Noi crediamo che l'ideologia sia uno strumento della civilizzazione, una parte della totalità del pensiero civilizzato che costringe le persone a una costante condizione abulica. I nostri interessi riguardano la determinazione di esseri autonomi, non di automi.
L'anarchia oltre non essere un’ideologia, non è per definizione, democrazia ( sia che essa sia democrazia sociale o diretta). Il bisogno di sottolineare questo punto può sembrare superfluo, ma è difficile fare riferimento all'imponente letteratura anarchica senza riconoscere che sia qualcosa di più di una democrazia radicale.
La democrazia, che ci si voglia credere o meno, è una forma di governo. E quindi, il governo è un'organizzazione governante, o il mediatore di tutte le attività politiche, sociali ed economiche di un determinato popolo. Così, possiamo dire che l'anarchia, per definizione, non è democrazia. Gli anarchici sono per un totale rifiuto di tutte le istituzioni e di tutte le strutture autoritarie per principio. Tutti i governi impongono loro stessi alla Terra e alla vita su di essa. Fino a quando esisteranno, non sarà possibile l'anarchia. 
(Green Anarchy)

giovedì 15 ottobre 2015

L’addomesticamento della vita

L’addomesticamento è il processo usato dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione, la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il terrorismo, l’assassinio … l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni umane precedentemente nomadi passano a una esistenza sedentaria tramite l’agricoltura e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle, l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura l’orticultura e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva in precedenza: ciò che una volta era di tutti, adesso è mio.
Questa nozione di appropriazione gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e del potere.
Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale, quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che gran parte dei passaggi dal modo di vita  nomade all’addomesticamento non sono avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna del fucile. 

giovedì 2 aprile 2015

Ripensare al primitivo

La tecnologia non è mai neutrale, è sempre politica, è l’incarnazione della società. È falso sostenere che la tecnologia sia neutrale. Non lo è mai stata. La tecnologia è l’incarnazione della società, di ogni società in ogni epoca. Nella tecnologia si possono leggere le priorità e i valori che in una società sono dominanti. Gli odierni sistemi tecnici esprimono qualità di efficienza, distanziamento, una certa freddezza, inflessibilità, dipendenza dagli esperti. Qualcosa di umano viene fuori, ma che è stato ridefinito da un ambiente sempre più tecnologico. Comunità? Comunità virtuale. Non ci sono più valori comuni quando la comunità reale è stata erosa fino a quasi scomparire.
Quindi pensiamo che se deve esserci un futuro, questo dovrà essere primitivo. Cos’è il primitivo? È compito di ciascuno approfondirlo, riconnettersi letteralmente. Non è affatto un termine peggiorativo. Che dire di un mondo faccia a faccia? Che dire della comunità? Che è stata cancellata. Secondo gli indigeni la civilizzazione è la tomba della comunità. Alcuni pensano che ciò avvenga originariamente e principalmente attraverso due istituzioni sociali: divisione del lavoro/specializzazione, porre le persone sotto l’autorità effettiva di altri, dividere il sé in ruoli, ovvero la società di classe; addomesticamento, che potremo definire il peggiore errore, un cambiamento verso il controllo, il dominio della natura, e noi facciamo parte del processo. Una lenta, impercettibile accumulazione durata migliaia di anni. Nei fatti, l’origine della proprietà privata. Una traiettoria ininterrotta, che ha portato fino alla clonazione, all'ingegneria genetica, alla nanotecnologia.
Il primitivismo è la risposta sul piano spirituale così come a livello sociale o politico. Una vita e un mondo non globalizzati, rilocalizzati, radicalmente decentrati dovrebbero favorire il recupero dell’integrità, dell’immediatezza, del contatto diretto con nostra madre Terra. Questo allontanamento dal mondo industriale sembra francamente inimmaginabile. Ma sappiamo che l’attuale traiettoria è disastrosa. Questo cambiamento ha la capacità di ispirare, di essere una visione di vita, di salute, di comunità.

giovedì 9 gennaio 2014

Perchè anarco-primitivismo?

L'anarco-primitivismo ha molto contribuito con il suo  discorso anti-autoritario ad una visione di un mondo senza l'ingombro di politiche gerarchiche e di dominio sulla vita umana e non umana da parte della tecnologia. Il valore dell'analisi dell'anarco-primitivismo sta nel fatto che difficilmente gli aspetti della cultura umana possono sfuggire alla sua analisi politica; dalle basi stesse dell'agricoltura e della produzione di massa fino alle interrelazioni fra questi fenomeni e le forme istituzionalizzate di gerarchia e dominio, molto poco è stato dato per scontato. Come tradizionalmente gli anarchici hanno sempre costantemente criticato e combattuto le manifestazioni del pensiero gerarchico e dei rapporti sociali autoritari, così l'anarco-primitivismo attacca i presupposti che sono all'origine dell'autoritarismo e della gerarchia.
Gli anarco-primitivisti rivolgono il loro studio al 99% della esperienza umana precedente l'avvento dell'agricoltura, il periodo del primato dell'economia di raccolta e caccia e del relativo accordo sociale. Questo primario modo di vita dell'uomo, caratterizzato dall'assenza di forme istituzionalizzate di potere, è la dimostrazione di qualcosa di radicalmente differente dagli attuali regimi del capitalismo statalista o privato degli attuali sistemi di industrializzazione transnazionale e delle sue politiche.
Una cultura libertaria non è quindi solo possibile ma, come si evidenzia dalla documentazione esistente, questo modello culturale è stato per lungo tempo efficiente e ben efficacie a realizzare il benessere umano. L'esistenza e la persistenza di queste culture anarchiche dimostrano che non è affatto necessario lo sviluppo di un sistema economico predatorio.
Come il comunismo, il socialismo, sindacalismo, l'individualismo, il femminismo sono niente altro che mere variazioni di forme autoritarie, stataliste se non si accompagnano ad una fondamentale identità anarchica, così il primitivismo privato da una fondamentale e strutturale essenza anarchica diviene uno sterile esercizio filosofico.
La critica e il rifiuto del capitalismo industriale e della civilizzazione dominata dalla tecnologia non possono prescindere da una cultura anti-autoritaria e anarchica se non vogliono divenire vicoli ciechi.

venerdì 27 dicembre 2013

La distruzione della civilizzazione di WOLFI LANDSTREICHER

La distruzione della civilizzazione - quella rete di istituzioni, sistemi e strutture comprendente lo Stato, l'economia, la tecnologia, la religione, la famiglia e ogni forma di dominio e di controllo - e il rovesciamento dell'addomesticamento sono obiettivi rivoluzionari, linee guida verso un modo di vivere insurrezionale contro il presente. Non si tratta solo di negare l'esistente, c'è una visione positiva dietro tali negazioni. Si può esprimere il concetto con i  termini di  "wildness" (stato selvaggio). Ma lo stato selvaggio - specialmente come meta da raggiungere da parte degli individui in rivolta contro addomesticamento e civilizzazione - è una qualità incognita. Come anarchici riteniamo che non ci possano essere degli esperti in selvatichezza umana, nessun leader che ci possa condurre in quei luoghi. Lo stato selvaggio per molti di noi è un concetto, un'idea, che può certamente ispirare la rivolta; ma non ci sono indicazioni, linee da seguire, unicamente delle domande degli interrogativi, che questa idea solleva. La nostra analisi su tale questione dello stato selvaggio può, naturalmente, includere l'esame di ciò che sappiamo delle popolazioni non civilizzate e di come vivevano, ma questo è utile solo se abbiamo l'onestà, l'integrità di riconoscere che tutta questa conoscenza è comunque stata filtrata dalle lenti civilizzate di scienze come l'antropologia, l'archeologia, la paleontologia. Dobbiamo evitare l'illusione di poter imitare o "ritornare" ai modi di vita di quegli individui, sarebbe l'imitazione di un'immagine statica così come viene presentata dal nostro punto di vista civilizzato, piuttosto che il rivivere la dinamica dei rapporti reali tra la natura e la loro società. La cosa più importante da apprendere dall'esame degli studi antropologici dei popoli non-civilizzati è che costoro in ogni caso sono stati capaci di vivere, e vivere bene, in una varietà di modi diversi senza tutti i presunti vantaggi forniti dall'insieme dei sistemi sociali e tecnologici compresi in ciò che noi chiamiamo civilizzazione. Troppo spesso la retorica degli anarchici anticivilizzazione è farcita di ascetismo e di una morale del sacrificio, la rivolta contro la civilizzazione deve essere precisamente una rivolta contro l'ascetismo imposto dalle istituzioni della civilizzazione, una rivolta contro l'incanalamento del desiderio nella produzione, nel consumo e nella riproduzione sociale. Occorre esplorare che cosa possa significare "diventare selvaggi" come pratica insurrezionale nel presente.
L'apparente mancanza di una natura specificamente umana è ciò che ha permesso agli esseri umani di essere addomesticati, di diventare degli esseri civilizzati, ma apre anche la possibilità di rivolta contro tale condizione,una rivolta che potrebbe distruggere questa condizione e trasformarci in qualcosa di nuovo - poiché le esperienze che abbiamo avuto come esseri civilizzati non spariranno semplicemente, ma influiranno su ciò che diventiamo. Perciò uno "stato selvaggio" post-civilizzazione non potrebbe essere un ritorno ad una condizione precivilizzata, ma un'esplorazione di nuovi modi di relazione con il mondo attorno a noi, libero dai limiti imposti dalle istituzioni comprese nella civilizzazione. Il suo pieno significato sarebbe compreso solo nel momento della sua creazione e cambierebbe di momento in momento attraverso i processi di interazione che determineranno il percorso di creazione. Lo stato selvaggio (wildness) non è la risposta all'insorgenza contro la totalità della civilizzazione, non è la soluzione definitiva alla quale un giorno arriveremo, ma piuttosto una questione, una tensione con cui lottare ogni giorno. La pratica dello stato selvaggio deve essere una sperimentazione perpetua che incorpora la creazione volontaria di ogni momento della propria vita e il rifiuto volontario, attraverso l'azione distruttiva, del dominio in ogni sua forma - e cioè dell'addomesticamento e della civilizzazione come la conosciamo noi. Tale sperimentazione ci trasformerà e trasformerà i nostri modi di interagire con il mondo.

giovedì 5 dicembre 2013

COME POLLI IN BATTERIA

Il fine del processo di civilizzazione è quello di far perdere ad ogni individuo la capacità di saper disporre di se stesso. Oggi siamo tutti progressivamente privati delle nostre capacità di genere e messi di continuo alla mercé di una macchina o delle decisioni di uno specialista. In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito abbiamo perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci … Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito non siamo più in grado di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo, di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili al nostro nutrimento … Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo incivilito siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo di immaginarlo un mondo diverso …  A forza di artificializzarci silenziosamente, di separarci con leggerezza dalla vita vissuta, di recitare la parte dei polli in batteria subordinando la realtà reale a quella virtuale, arriveremo a perdere anche solo la capacità di immaginarlo un mondo naturale nel quale tornare a vivere.
Quello che dobbiamo sempre ricordare che un’esistenza senza catene è la sola condizione compatibile con la vita umana e della Terra; la sola condizione in cui poter godere di un’esistenza libera e gratificante insieme e non contro gli altri.    

giovedì 20 giugno 2013

La Resistenza all’industrialismo

La Resistenza all’industrialismo deve poggiare su un’analisi e, crediamo che alla luce di quello che sta succedendo si possano individuare alcuni punti essenziali: 
1) L’industrialismo – l’ethos che racchiude i valori e le tecnologie della civilizzazione occidentale – sta minacciando seriamente l’esistenza sociale e ambientale di questo pianeta e deve essere contrastato dai valori e dalle tecnologie di un’ethos olistico, che cerchi di preservare l’integrità, la stabilità e l’armonia della comunità biotica e della comunità umana al suo interno.
2) L’ antropocentrismo – e la sua manifestazione nell’umanesimo e nel monoteismo – è la regola principale di tale cultura, cui si deve opporre il principio biocentrista e l’identificazione spirituale dell’uomo con tutte le specie e i sistemi viventi.
3) Il globalismo – con le sue espressioni economiche e militari – è la strategia guida di questa civiltà, cui si deve opporre la strategia del localismo, fondata sul potenziamento della coerente bioregione e della piccola comunità.
4) Il capitalismo industriale – ovvero un’economia costruita sullo sfruttamento e sulla degradazione della terra – è l’impresa produttiva e distributiva di quella civilizzazione, cui va opposta la pratica di un’economia ecologica e sostenibile, basata sull’adattamento e sul dovere verso la terra e rispettosa dei principi di conservazione, di stabilità, di autosufficienza e di cooperazione.  
Un movimento di resistenza, che parta con tali principi come punti di forza della sua analisi, avrebbe almeno un fondamento solido e coerente su cui poggiare e una visione chiara e ispirata di come procedere.
Bisogna quindi riprendere certi valori che sono stati lasciati indietro quando ci siamo buttati a capofitto nella scia del progresso industriale: dobbiamo chiederci cosa abbiamo guadagnato da tutto ciò e meditare su quanto abbiamo perso.
E infine, significa asserire che un certo tipo di società ecologica primitiva, che affondi le radici in quelle tradizioni ancestrali, animistiche, autoctone, deve essere ripensata come meta indispensabile e attuabile per la sopravvivenza delle persone e l’armonia sulla terra.

giovedì 24 gennaio 2013

PRODUZIONISMO O FUTURO PRIMITIVO


Produzionismo o futuro primitivo: due materialità. Una provocata dall’estinzione dello spirito, l’altra dall’aver abbracciato lo spirito nella sua realtà terrena. L’abbandono volontario del modo di vivere industriale non è una rinuncia, ma una regressione salutare. Abbandonando la condizione e la direzione attuale del mondo, andiamo a cercare una guida presso quelli che hanno continuato a vivere spiritualmente nella natura. Il loro esempio mostra cosa ci serve per percorrere la nostra strada verso ciò che tuttora attende, tutt’attorno a noi.
Il primitivismo trae forza dall’aver capito che, a prescindere da quanto le nostre vite siano state deprivate negli ultimi 10000 anni, gli essere umani paiono aver vissuto in modo sano e autentico per gran parte dei quasi due milioni di anni sul pianeta. Questa corrente antiautoritaria, si sta muovendo nella direzione del naturalismo primitivo e contro una totalità che si sposta esattamente in direzione opposta a questa condizione. La rivista “Terra Selvaggia” ha descritto questo sentimento in modo ammirevole: “E poi, in fondo, cos’è questa globalizzazione di cui si parla ultimamente, forse il processo di espansione dei mercati verso lo sfruttamento dei paesi più poveri, e delle loro risorse, a scapito di quelli ricchi? Forse l’uniformarsi delle culture e la diffusione di un modello dominante? Ma allora, perché non usare il termine civilizzazione, che suona sicuramente meno minaccioso, ma è calzante, senza necessita di neologismi. Non c’è dubbio che i media, e non solo, abbiano il loro buon tornaconto a mischiare di tutto nel vago minestrone anti-globalizzazione; sta a noi dunque fare chiarezza nelle cose, approfondire le critiche e agire di conseguenza”.
In questa lotta, o tutto o niente. Anarchia è solo un nome per quelli che abbracciano la sua promessa di riscatto e pienezza, e cercano di guardare in faccia il fatto che arrivarci sarà un lungo viaggio. Noi umani stavamo là, un tempo, se dobbiamo credere agli antropologi. Ora scopriremo se possiamo ritornarci.
Molto probabilmente, è la nostra ultima possibilità come specie.

giovedì 10 maggio 2012

Quando togliamo qualcosa alla terra,


Quando togliamo qualcosa alla terra, 
dobbiamo anche restituirle qualcosa. 
Noi e la Terra dovremmo essere 
compagni con uguali diritti. 
Quello che noi rendiamo alla Terra 
può essere una cosa così semplice 
e allo stesso tempo così difficile 
come il rispetto. 


Indiani Navajo

giovedì 26 aprile 2012

La liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate


Esiste una forma di progresso che non sia sfruttamento di esseri viventi? Cosa contraddistingue effettivamente le civiltà umane da quando hanno compiuto un balzo fuori dalla dinamica binaria che contrappone predatori e prede?
La domesticazione (e la contemporanea reificazione/mercificazione) di animali e piante è stato il fattore scatenante della cosiddetta rivoluzione neolitica che segnò il passaggio dalla comunità di cacciatori del paleolitico alla primitiva società gerarchica che fu poi la base dello stato. Cosa resta di quell’atto di sopraffazione verso la natura, nella nostra moderna civiltà fondata sul diritto? Possiamo dire concluso il tempo della nostra lotta per la sopravvivenza e guardare a un futuro di sviluppo sostenibile e non autoritario o invece, come ha affermato qualcuno, il neolitico (connotazione di dominio) non è ancora finito?
La prevaricazione e la dominazione sono centrali nella cultura dell'animale uomo, la mercificazione è la sua naturale conseguenza (lo sfruttamento degli animali negli allevamenti di vario genere e i laboratori di vivisezione costituiscono anche oggi la base economica della società), la dominazione dell’animale umano diviene parte di un sistema sociale via via più centralizzato e gerarchico, che ha interiorizzato e riprodotto un dispositivo di potere che rende gli individui strumenti economici (merce) funzionali  all’espansione della società, e che forma in quanto organizzazione sociale la struttura della coscienza e dell’agire dell’uomo.
Quando ebbe inizio il vero e proprio predominio dell’uomo sulla natura però, e la conferma vieni da studi archeologici, non ci fu un aumento di benessere generalizzato, come la prevalente ottica progressista tende a far credere. Il surplus di risorse derivante da agricoltura e allevamento fu invece, da subito, funzionale al vantaggio quasi esclusivo delle classi privilegiate, che amministravano un potere che si reggeva sull’accettazione da parte dei membri della società di un ordine gerarchico basato sulla divisione in classi e la schiavitù.
Ipotizzare la liberazione animale e della natura, come fanno i movimenti animalisti ed ecologisti radicali sorti a partire dagli anni 70, ha perciò un potenziale esplosivo che va al cuore della nostra civiltà, di cui però non è ancora stata compresa a pieno la portata nemmeno da coloro che, nel non saper analizzare efficacemente le origini e la natura dell’antropocentrismo che combattono, non sono in grado di agire politicamente e risolvono la propria lotta nelle scelte etiche individuali di consumo e di alimentazione.
Ciò che interessa è invece riflettere sulla possibilità di spezzare la circolarità del dominio, e quindi del sistema gerarchico e quindi immaginare e realizzare la possibilità sia di una soggettività vitale nella natura, sia della  naturalità nell’uomo.
La solidarietà verso gli altri esseri viventi, che fuori dall’illusione spirituale di una coscienza umana “superiore” si mostrano finalmente come soggetti stretti dalla contingenza di una comune dimensione fisica spezza la necessità della sopraffazione che da sempre contrappone le specie viventi nella lotta per la sopravvivenza, aprendo la possibilità di un salto di qualità dal regno della necessità al regno della libertà. Impossibile delineare, oggi, i tratti di un cambiamento del genere, ma è certo che in quest’ottica la liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate una all’altra, la seconda presuppone la prima.

giovedì 29 marzo 2012

Ricongiungimento alla terra è un progetto di vita

Per la maggioranza degli anarchici ecologisti, anticivilizzazione e primitivisti, il ritorno e il ricongiungimento alla terra è un progetto di vita. Non si limita all’elaborazione intellettuale o alla pratica di tecniche primitive, ma si propone di raggiungere una profonda comprensione dei modi pervasivi in cui veniamo addomesticati, divisi e separati da noi stessi, dagli altri e dal mondo, e di compiere l’enorme impresa quotidiana di tornare integri. Il ritorno al selvaggio ha una componente fisica che comprende la riappropriazione di tecniche e lo sviluppo di metodi di coesistenza sostenibili, tra cui il modo in cui alimentarsi, trovare riparo e guarire con le piante, gli animali e le sostanze naturalmente presenti nelle nostre bioregioni. Comporta inoltre lo smantellamento delle manifestazioni fisiche, dell’apparato e delle infrastrutture della civiltà. Il ritorno al selvaggio ha anche una componente emotiva, che significa guarire noi stessi e gli altri dalle profonde ferite che ci affliggono da 10.000 anni, imparare a vivere insieme in comunità non gerarchiche e non repressive e debellare la mentalità addomesticante nei nostri modelli sociali. Il ritorno al selvaggio significa dare priorità all’esperienza diretta e alla passione rispetto alla mediazione e all’alienazione, ripensare ogni dinamica e ogni aspetto della nostra realtà, entrare in contatto con la nostra furia selvaggia per difendere le nostre vite e lottare per un’esistenza liberata, riponendo maggior fiducia nel nostro intuito e restando in contatto diretto con i nostri istinti, ristabilendo l’equilibrio di fatto distrutto dopo migliaia di anni di controllo e addomesticamento patriarcale. Il ritorno al selvaggio è il processo attraverso il quale si diventa incivili.