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giovedì 30 aprile 2020

CANZONE DEL MAGGIO – Fabrizio De André

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.


Il poeta dell’anarchia, Fabrizio Cristiano De André (1940-1999) è un cantore dell’anarchia, uno dei maggiori poeti del ‘900. Tutto è nato quando frequentava il liceo, 1956. Il padre gli porta dalla Francia un disco (78 giri) di Georges Brassens, cantautore anarchico, ed è subito amore per il pensiero libertario che si porterà addosso tutta la vita. Le letture che seguono sono Malatesta, Kropotkin, Stirner.
Gli amici sono Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli, l’ansia per una giustizia sociale calpestata lo porterà spesso a scontrarsi con i pregiudizi politici e conformisti del suo tempo. Nell’opera tutta di De André si scorge la sensibilità del dolore e, nel contempo, la coscienza del piacere di essere un viandante del tempo. Un uomo alla “rovescia” che fa della sua anarchia il principio di tutte le disobbedienze dell’anima bella.

Il Destino dell’Energia

L'energia è una sorta di proiezione fantastica che alimenta tutti i sogni industriali e tecnici della modernità ed è essa inoltre a flettere la concezione dell'uomo nel senso di una dinamica della volontà. Sappiamo tuttavia, grazie all'analisi dei fenomeni di turbolenza, di caos e di catastrofe nella fisica più recente, che qualunque flusso, qualunque processo lineare, quando lo si accelera, assume una curvatura strana che è propria della catastrofe. 
La catastrofe che ci attende non è quella di un esaurimento delle risorse. Di energia, in tutte le sue forme, ce ne sarà sempre di più, almeno entro una scadenza temporale al di là della quale non siamo più umanamente interessati. L'energia nucleare è inesauribile, l'energia solare, quella delle maree, dei grandi flussi naturali, quella stessa delle catastrofi naturali, dei sismi o dei vulcani, tutta è inesauribile (ci si può fidare dell'immaginazione tecnica). 
La cosa drammatica, invece, è la dinamica dello squilibrio, l’impazzimento del sistema energetico stesso che può produrre una sregolazione micidiale a scadenza molto breve. Abbiamo già avuto alcuni esempi spettacolari delle conseguenze della liberazione dell'energia nucleare (Hiroshirna e Chernobyl), ma qualunque  reazione a catena, virale o radioattiva, è potenzialmente catastrofica. 
Nulla ci protegge da un'epidemia totale, neppure le murate che circondano  le centrali atomiche. Potrebbe anche essere che l'intero sistema di trasformazione del mondo da parte dell'energia sia entrato in una fase virale ed epidemica, corrispondente a ciò che in fondo l'energia per essenza: un dispendio, una caduta, un differenziale, una catastrofe in miniatura, che produce dapprima effetti positivi ma che poi, superata dal suo stesso movimento, prende le dimensioni di una catastrofe globale. 
Si può considerare l'energia come una causa  che produce degli effetti, ma anche come un effetto che si riproduce da sé e quindi cessa di obbedire a qualunque causalità. Il paradosso dell'energia consiste nel fatto di essere, al tempo stesso, una rivoluzione delle cause e una rivoluzione degli effetti, quasi indipendenti l'una rispetto all'altra, e diventa il luogo non solo di un concatenamento 
delle cause, ma  di un  concatenamento  degli effetti. 
L'energia è una  surfusione. L'intero sistema di trasformazione del mondo entra in surfusione. Da variabile materiale e produttiva l'energia diventa un processo vertiginoso che si alimenta da se stesso (il che d'altra parte è la ragione  per cui non  rischia di venir meno).

L’organizzazione come mezzo per stabilizzare la creatività

I modelli organizzativi di ogni colore ci offrono solo altra burocrazia, controllo e alienazione, uguali a quelli che riceviamo già dall’organizzazione attuale. Può esistere una buona intenzione, ma il modello organizzativo deriva da una mentalità intrinsecamente paternalistica e diffidente, che sembra in contraddizione con l’anarchia. I veri rapporti di affinità nascono da una profonda comprensione reciproca nell’ambito di relazioni intime basate sui bisogni della vita quotidiana, non di relazioni basate su organizzazioni, ideologie, idee astratte. Tipicamente, il modello organizzativo reprime i bisogni e i desideri dell’individuo per “ il bene della collettività”, nel tentativo di uniformare sia la resistenza che l’immaginazione. Dai partiti alle piattaforme e alle federazioni, sembra che con l’aumentare della scala dei progetti diminuiscano il significato e l’importanza che essi hanno per la vita di ciascuno.
Le organizzazioni sono mezzi per stabilizzare la creatività, controllare il dissenso e indebolire le tangenti rivoluzionarie. In genere insistono sull’aspetto quantitativo, anziché su quello qualitativo, e offrono poco spazio al pensiero o all’azione indipendente. Le associazioni informali, basate sull’affinità, tendono a ridurre al minimo l’alienazione delle decisioni e della loro attuazione e la mediazione fra i nostri desideri e le nostre azioni.
Come anarchici desideriamo una libertà senza limiti. Lottiamo per la liberazione, per un rapporto decentrato e non mediato con il nostro ambiente e con coloro che amiamo e con cui abbiamo affinità.

giovedì 23 aprile 2020

IIª BRIGATA MALATESTA

Nel gennaio 1944 in S. Cristina, presso le costruzioni meccaniche Fratelli Guidetti, è stato costituito il Iº Comitato di agitazione antifascista. Nello stesso tempo venivano organizzate delle squadre d’azione nella zona di Mede-Lomello e campagna. Furono quindi costituiti gruppi armati della IIª Brigata Malatesta in S. Cristina, Corteolona, Inverno, Monteleone, Miradolo, Bissone, Boscone e Calendasco. Furono aiutati prigionieri inglesi fornendo loro denaro e vestiti. Alcuni di essi furono accompagnati a Milano di dove poterono riparare in Svizzera. Furono stretti rapporti con gli slovacchi di Corteolona e di S. Cristina i quali hanno fornito armi e munizioni. Fra gli slovacchi stessi fu costituito un gruppo di patrioti. Questi gruppi erano inquadrati nelle Brigate Malatesta e Bruzzi di Milano che agivano alle dipendenze delle formazioni Matteotti.
Azioni importanti: - 15 aprile 1944. Operazione armata dei distaccamenti di Mede-Lomello contro la caserma dei CC.RR. e della G.N.R. di Pieve del Cairo. Bottino 12 moschetti, 5 rivoltelle e materiale vario. - 23 aprile 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco sul Po a Pieve del Cairo (il nemico perdeva un uomo). Disarmo di un sergente e di un maresciallo tedesco. - giugno 1944. Operazione armata contro la caserma di S. Giorgio Lomellina. Disarmo dei militi di presidio; bottino di armi e munizioni. - 24 luglio 1944.
Rastrellamento della Lomellina operato dalla 4ª Compagnia delle Brigate nere Alfieri (Villa Biscossa) durante il quale venne catturato il patriota Gatti Carlo di S.Nazzaro (Pavia), il quale fu poi deportato in Germania da dove fece ritorno solo nel maggio 1945. - 26 luglio 1944. Operazione di disarmo contro due militi della B.n. di Mede (Guardamagna Orazio e Serafino Scarroni). In seguito a tale operazione fu catturato dalle B.n. per rappresaglia il volontario patriota Bernini Piero il quale, condotto alla sede della B.n., venne seviziato e quindi consegnato alla Muti di Milano. Di questo volontario non si è potuto avere notizie; si suppone sia deceduto in seguito alle sevizie patite. - 5 agosto 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco nella zona di Boscone Calendasco (Piacenza). Disarmo di alcuni soldati tedeschi. L’azione fu diretta dal comandante di quel distaccamento Rossi Luigi.
- 28 agosto 1944. Arresto di Gaiulli Giuseppe organizzatore della zona di Mede-Lomello dalla B.n. Alfieri. - gennaio 1945. Azione di sabotaggio contro gli impianti dell’organizzazione TODT sul Po presso Torre Beretti. - 2 marzo 1945. Arresto a Milano del comandante di Brigata Pietropaolo Antonio unitamente ad altri membri del comando della formazione. - 1 aprile 1945. Azione armata contro il presidio di Lomello della G.N.R.; la bandiera della formazione fu issata sulla piazza del comune dalle 7 alle 11,30. Due militari tedeschi furono disarmati. Contemporaneamente al bivio della strada Lomello-Mortara-Pavia avveniva il disarmo di quattro militari della Wermacht; il nemico ebbe due feriti. - 31 marzo 1945. Da tempo erano stati stretti rapporti con elementi del  distaccamento di S. Cristina e gli slovacchi del presidio a Corteolona, i quali fornirono armi e munizioni. Nella notte dal 31 marzo al 1 aprile, alcuni slovacchi esperti nel maneggio delle armi automatiche unitamente a Saracchi e Castiglioni operano il rafforzamento del posto di blocco sulla strada
Vigentina portando un carico di armi automatiche con munizioni a Milano per rafforzare la Iª Brigata Bruzzi operante nella zona in vista delle azioni insurrezionali. - 24 aprile 1945. Occupazione della caserma della G.N.R. completa del nemico. Attacco di un’autocorriera carica di militi della B.n. sulla strada Mede-Lomello; nel combattimento cadde il patriota Camussoni Angelo. - 25 aprile 1945. Zona Pavese occidentale: i patrioti del distaccamento di S. Cristina-Corteolona-Belgioioso occupavano le strade della zona e prendevano contatto con i militari slovacchi, i quali passavano in massa con noi portando con essi tutto l’armamento (cinquanta fucili ed alcuni mitragliatori). Rinforzi venivano inviati alla Brigata Garibaldina Stella Rossa impegnata in combattimento con duecento marinai nei pressi di Alberoni. Attaccati e disarmati, i marinai tedeschi vennero inviati al Comando di S. Colombano. Nello stesso tempo tre autocarri tedeschi che si dirigevano verso Corteolona furono attaccati e bloccati a Belgioioso. Zona della Lomellina: - 25 aprile 1945. Occupazione della caserma e del municipio di Mede. Vennero fatti prigionieri numerosi militi della B.n. e militari della Wermacht. - 26 aprile 1945. Nel pomeriggio i nostri reparti venivano minacciati da una colonna fascista forte di ottomila uomini proveniente dal cuneense. Data la superiorità del nemico e dato l’atteggiamento della Brigata Fachiro che già da cinque ore si era ritirata, i nostri operavano lo sganciamento, disturbando il nemico con colpi di mano isolati. - 27 aprile 1945. Azione di disarmo nei pressi di Sartirana di elementi isolati della colonna. - 28 aprile 1945. Attacco dei presidi nemici di Sartirana. - 29 aprile 1945. Nella notte collegamento con le altre Brigate partigiane affluite nella zona. Si creava uno sbarramento di mortai e mitragliatrici pesanti con mezzi tolti al nemico che veniva così limitato in una zona di accerchiamento. Alle ore 23,30 veniva intimata la resa alla colonna accerchiata. - 30 aprile 1945. Resa completa del nemico.

La libertà di abitare

Oggi coloro che difendono la propria libertà di abitare o sono molto ricchi o vengono trattati come devianti.
Questo vale sia per quelli a cui il cosiddetto 'sviluppo' non ha ancora fatto dimenticare il desiderio di abitare, sia per le frange alternative, alla ricerca di nuove forme di abitazione tali da rendere il paesaggio industriale abitabile, almeno nei suoi punti deboli e di frattura. Sia i non modernizzati sia i post-moderni si oppongono al divieto della società all'autodeterminazione spaziale, e dovranno fare i conti con la repressione poliziesca del disturbo che creano. Saranno definiti invasori, occupanti illegali, anarchici e disturbatori, secondo le circostanze in cui affermano la propria libertà di abitare: indios che si installano in un terreno incolto a Lima; "favellados" di Rio de Janeiro che ritornano a occupare la collina da cui sono appena stati cacciati dalla polizia (dopo averla abitata per quarant'anni); studenti che sanno trasformare in abitazioni le rovine del Kreuzberg a Berlino; portoricani che con la forza tornano a occupare gli edifici bruciati e murati del South Bronx. Saranno tutti sloggiati, non tanto per il danno che arrecano al proprietario del terreno o perché rappresentino una minaccia per la pace o per la salute dei vicini, ma per la sfida che lanciano all'assioma sociale che definisce il cittadino come unità che ha bisogno di un garage standard. 
Sia la tribù di indios che scende dalle Ande per installarsi nei sobborghi di Lima, sia il consiglio di quartiere che si dissocia dall'ente cittadino preposto all'edilizia, sia gli squatter che contestano il modello oggi dominante del cittadino come Homo castrensis, (uomo acquartierato). Ma la sfida dei nuovi arrivati e quella dei disinseriti (unpluggers) provocano reazioni opposte. Gli indios si possono trattare da pagani, che debbono essere educati ad apprezzare la cura materna che lo stato si prende del loro bisogno di un tetto. Il disinserito moderno è molto più pericoloso: egli offre testimonianza degli effetti castranti del materno abbraccio della città. A differenza del pagano, questo eretico contesta l'assioma della religione civica sottostante a tutte le varie ideologie che solo superficialmente si contrappongono fra loro. Secondo questo assioma, il cittadino in quanto homo castrensis ha bisogno della merce chiamata "alloggio", Il suo diritto all'alloggio è sancito dalla Legge. il disinserito non si oppone a questo diritto, ma contesta le condizioni concrete in cui il diritto all'alloggio è in contrasto con la libertà di abitare. E questa libertà è per lui, quando vi è conflitto fra le due cose. più preziosa della merce alloggio, che per definizione è scarsa.

ILIO BARONI

Ilio Baroni, nome di battaglia «Il Moro», muore nell’aprile 1945, durante la liberazione di Torino, nel corso di una azione della VIIa Brigata SAP, di cui è comandante.
Baroni è un anarchico di Piombino, dove è nato il 25.5.1902, che ha conosciuto tutta la trafila antifascista dell’epoca. Nel 1922 si scontra ripetutamente con le squadracce fasciste e, perseguitato, deve trasferirsi a Torino, dove lavora alle Ferriere Piemontesi. Nel 1937, dopo un tentativo non riuscito l’anno precedente, decide di partire per la Spagna, ma giunto a Parigi viene convinto dagli anarchici italiani lì rifugiati a tornare a Torino per mantenere i collegamenti con gli operai delle Ferriere e del quartiere Barriera di Milano dove è molto conosciuto e ascoltato. Tornato in Italia, poco dopo viene però nuovamente arrestato e inviato al confino fino al dicembre 1942. Rilasciato, rientra nuovamente a Torino e alle Ferriere, dove svolge un’intensa attività sindacale. Proprio all’interno delle Ferriere nasce la VII° Brigata SAP.
Testimonianza di Aldo Demi, volontario nelle brigate internazionali in Spagna e cognato di Baroni: "Alle Ferriere c’erano parecchi antifascisti, tant’è vero che quando nel ’35 volevano farci iscrivere al sindacato fascista noi dicemmo di no. In tutto il reparto laminatoi, dove lavorava Ilio, vi furono soltanto pochissimi - si contavano sulle dita - che si iscrissero. C’erano diversi anarchici. Ilio era conosciuto come anarchico: ci sapeva fare. Alle Ferriere c’erano dentro i tedeschi. Però il direttore era molto «legato» a mio cognato, perché la FIAT teneva il piede in due staffe. Erano stati minati i treni e Ilio - non so se da solo o con altri - li sminò, mettendo a rischio la propria esistenza perché potevano saltare da un momento all’altro. Ed è per quello che la FIAT in seguito era sicuramente a conoscenza della squadra SAP attiva nelle Ferriere: uscivano ed entravano dalle Ferriere quando volevano, il direttore sapeva tutto".
Testimonianza di Mario Trombetta, partigiano VIIa brigata SAP e attuale presidente della sezione ANPI «Ilio Baroni » di Torino: "Baroni era comandante di brigata e mio padre era vice-comandante. C’era una squadra di manovra che viveva alle Ferriere e quando era il caso venivano anche i GAP e un po’ tutti i partigiani che rientravano dalle montagne. Con questa squadra di manovra un giorno sì e un giorno no si facevano i disarmi: si andava fuori, si prendevano isolatamente le brigate nere, la X Mas o la Ettore Muti, e si procedeva al disarmo. Baroni era veramente un uomo d’azione, un anarchico. Certo non poteva fare un’eccessiva propaganda anarchica perché aveva ben altri compiti da svolgere. Era diventato comandante della VIIa brigata SAP ma era già stato attivo prima nella difesa sindacale all’interno della fabbrica. Era molto conosciuto, era un punto di forza del movimento operaio. Quando è morto, Baroni era con «Lucio» (Giulio Oberti), comandante di distaccamento. In corso Giulio Cesare hanno attaccato un nostro camion, i nostri sono prigionieri dietro al camion e ci sono i cecchini sul corso Giulio Cesare angolo via Novara. Partiamo io, «Lucio» e Baroni con un motocarro: sopra c’è la «crava», un fucile mitragliatore. Mentre stiamo per andare sentiamo sparare: i nostri compagni hanno attaccato un treno di tedeschi. Allora scendiamo e attacchiamo anche noi il treno per una buona mezz’ora finché i tedeschi non si arrendono. Esaurita questa operazione, torno indietro e cerco Baroni, ma mi dicono che è già andato via con Lucio. Torno indietro e arriva la notizia:«Hanno sparato a Moro»".
(Testimonianze raccolte da Tobia Imperato Tobia Imperato)

giovedì 16 aprile 2020

Il ruolo della psichiatria

Sopravviviamo in un insieme di immagini alle quali siamo spinti ad identificarci. Agiamo sempre meno per conto nostro e sempre più in funzione di astrazioni che ci dirigono secondo le leggi del sistema mercantile (profitto e potere)” (Ratgeb) 
Le autorità hanno sempre capito che la salute e il benessere, sia fisico sia psicologico, sono importanti per ognuno di noi e si sono impadronite della salute e del benessere, o meglio del controllo della salute e del benessere, per avere dei sudditi a disposizione per eventualmente controllare, ma anche ricattare, perché quando uno ha in gioco il proprio benessere è disposto a sottomettersi.
Il conflitto fondamentale, per quanto riguarda psichiatria e antipsichiatria, non è tanto sul significato chimico delle sostanze, quanto sul fatto che un cittadino possa decidere quello che vuole prendere  e quello che non vuole prendere.
La psichiatria dice che deve essere lo psichiatra a decidere e anche a forzare il paziente. 
Noi pensiamo che deve essere il paziente o cittadino a decidere perché se no questo diventa una violazione della libertà delle persone.
La medicina, in generale, ha una struttura autoritaria perché il medico, come il sacerdote egiziano che aveva in mano il rapporto della medicina con la salute, non si limita a curare le persone dietro loro richiesta, ma pensa di interferire con la vita della persona, controllarla sia individualmente che socialmente. 
Quindi il ruolo della psichiatria è molto semplice a dirsi: è il controllo sociale.

NINNA NANNA DEL VAGABONDO - Woody Guthrie

Va a dormire stanco vagabondo
Lascia che le città scorrano lentamente
Ascolta il canto d'acciaio delle rotaie
Questa è la tua ninnananna

Sì lo so che i tuoi vestiti sono logori e laceri
E i tuoi capelli stanno diventando grigi
Ma rialza la testa e sorridi ai guai
Un giorno troverai anche tu pace e riposo

Adesso non preoccuparti del futuro
Lascia che il domani vada e venga
Stasera hai un garage bello caldo
Senza tutto quel ghiaccio e la neve

Ora va a dormire mio stanco vagabondo
Lascia che le città scorrano lentamente
Ascolta il canto d'acciaio delle rotaie
Questa è la tua ninnananna

Sì lo so che la polizia ti crea problemi
Loro procurano grane ovunque
Ma quando morirai e andrai in cielo
Non troverai di certo sbirri lassù

E non lasciare che il tuo cuore soffra
Perchè la gente ti chiama barbone
Se tua madre è ancora viva lei ti ama
E allora sei anche tu figlio di una madre

Ora va a dormire mio stanco vagabondo
Lascia che le città scorrano via lentamente
Ascolta il canto d'acciaio delle rotaie
Questa è la tua ninnananna
Considerato il più grande cantante folk nordamericano della prima metà del XX secolo, Guthrie proseguì sulla strada dello svedese (Joe Hill) e, sulla scia dei cantanti anarcosindacalisti legati all’IWW, prese parte all’Alamanac Singers e alla People’s Songs, gruppi di artisti militanti che sostenevano le lotte dei lavoratori. Ricco di commistioni e influenze (la musica irlandese e il blues nero, per esempio), il suo repertorio includeva più di un migliaio di canzoni di protesta. I suoi testi parlavano di banditi generosi e di anarchici assassinati; con la sua chitarra e la sua armonica raccontava di vecchi e bambini, ma anche di boschi, montagne e praterie. Sempre in viaggio, per tutto il Paese, suonava con una chitarra che mostrava la scritta: Questo strumento ammazza i fascisti. Woody Guthrie ha lasciato una memoria importante dei conflitti del suo tempo, con canzoni come quelle sulla costruzione della grande diga Bonneville (Columbia Ballads, 1937), o le ballate per Sacco e Vanzetti (1946), o ancora le Dust Bowl Ballads (1935), quando l’estremo sud del Texas venne sconvolto da una violenta tempesta di polvere che costrinse i contadini a una grande ondata migratoria verso la California. Tra le ballate che Guthrie dedicò a quell’evento, compare anche Tom Joad, una composizione di sette minuti ispirata al romanzo di John Steinbeck Furore. Durante gli anni Sessanta, Woody Guthrie fu il principale ispiratore dei cosiddetti cantanti folk della seconda generazione: Bob Dylan, Joan Baez, John Mayall, Donovan, i Grateful Dead, che tentarono, non sempre con successo, di far rivivere il suo spirito con strumenti elettronici. Ma la sua musica e le sue parole riecheggiano tuttora nelle piazze dove si combatte contro la globalizzazione.

Georges Cheïtanov

Georges Cheïtanov, libertario bulgaro. Nato nella cittadina di Yambol nel febbraio del 1896, Georges è il quinto figlio di una famiglia moderatamente benestante grazie ai piccoli commerci favoriti dal ruolo che la città ricopre come capoluogo di un distretto cerealicolo molto florido. La formazione del giovane Cheïtanov risente fortemente della tradizione combattiva della città, in prima fila nelle lotte contro il dominio turco così come sarà nuovamente epicentro insurrezionale nel turbolento periodo 1920-23. A forgiare il carattere ribelle sicuramente influiscono i “padri nobili” locali come il poeta rivoluzionario Ivan Kolessov (1837-1862), amico di akowski, o come il capitano Nicolas (Nicolas Filipov), che guidò la rivolta di Tirnovo nel 1856. E il giovane Georges non aspetta a mostrare i denti. Già nel 1913, influenzato dalla Rivoluzione russa del 1905, dallo studio approfondito della storia del movimento religioso dei Bogomili e dalla lettura dei giornali anarchici “Svobodno Obchtestvo” (Società libera) e “Bezvlastié” (Acrazia), sceglie la sua strada: espulso dal liceo per indisciplina subisce il primo arresto (con bastonatura per essersi rifiutato di pulire i cessi del commissariato). Da questo battesimo la vita di Cheïtanov sarà all’insegna dell’illegalità fino al tragico epilogo. Il primo obiettivo è fuggire dalla cupa società bulgara: inizia la sua vita vorticosa di girovago tra Bucarest, Istanbul (dove viene nuovamente arrestato), Gerusalemme, Il Cairo, Marsiglia e finalmente Parigi, capitale di tutti i rivoluzionari d’Europa. Qui – attraverso “La Ruche” di Sébastien Faure e “Temps Nouveaux” di Jean Grave – conosce il pensiero anarchico contemporaneo. Torna clandestinamente in Bulgaria nel 1914, deciso a tessere con le sue vecchie conoscenze socialdemocratiche e anarchiche una rete di gruppi d’azione rivoluzionaria. Nel frattempo, per tutta Europa soffia il vento della guerra e decide di dare il suo contributo alla campagna antinterventista. Arrestato, viene tradotto nel carcere di Plovdiv, dove è tra gli organizzatori della rivolta nel 1917. Nello stesso anno riesce a evadere e a raggiungere la Russia in piena rivoluzione. Nei due anni seguenti la situazione russa rimane fluida e le repressioni contro i socialisti e anarchici sono ancora sporadiche.
Cheïtanov si convince che la rivoluzione sia esportabile anche in Bulgaria e lancia una proposta d’unità d’azione tra anarchici, socialisti e sindacalisti. Rientrato nel 1919, organizza a Yambol un congresso clandestino anarchico nel quale si progetta l’organizzazione armata dei militanti in vista dell’insurrezione. Di nuovo arrestato e di nuovo evaso, Cheïtanov passa alla lotta aperta. Nel 1923 la fallita sollevazione organizzata dagli anarchici, dai comunisti e dal movimento contadino lascia il campo a una spaventosa repressione. 
La sua fine è segnata: scoperto nel 1925, viene fucilato e decapitato nella stazione ferroviaria di Bélovo insieme ad altri tredici militanti. Si dice che la sua testa venga portata come macabro trofeo a re Boris III.

giovedì 9 aprile 2020

L'uniformazione della vita operata dall'industrialismo

La critica dell'industrialismo è un'estensione naturale della critica anarchica dello Stato, perché l'industrialismo è intrinsecamente autoritario. Per preservare una società industriale, è necessario conquistare e colonizzare territori al fine di acquisire risorse (in genere) non rinnovabili per alimentare e ingrassare le macchine. Questo colonialismo è razionalizzato dal razzismo, dal sessismo e dallo sciovinismo culturale. Nel processo di acquisizione delle risorse, intere popolazioni devono  essere costrette a lasciare la propria terra. Per convincere le persone a lavorare nelle fabbriche che producono macchine, è necessario schiavizzarle, renderle dipendenti e in vari modi sottomesse al sistema industriale distruttivo, tossico e degradante. L'industrialismo non può esistere senza un fortissimo accentramento e un'enorme specializzazione: il dominio di classe è uno strumento del sistema industriale che nega agli individui l'accesso alle risorse e alla conoscenza, rendendoli impotenti e facili da sfruttare. Per perpetuare la sua esistenza, l'industrialismo esige inoltre la spedizione di risorse da ogni punto del globo, e questo globalismo mina le basi dell'autonomia locale e dell'autosufficienza. L'industrialismo si fonda su una visione meccanicistica del mondo, la stessa visione del mondo che ha giustificato la schiavitù, gli stermini e la sottomissione delle donne. Dovrebbe essere ovvio a tutti che l'industrialismo non solo opprime gli esseri umani, ma è anche fondamentalmente distruttivo a livello ecologico.

S'i' fosse foco, arderei 'l mondo di Cecco Angiolieri

S'i' fosse foco, arderei' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil en profondo;
s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti ' cristiani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre.
S'i' fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

Benjamin Tucker anarchico americano

Benjamin Tucker (1854-1939) fu una delle figure più importanti dell’anarchismo americano. Direttore di «Liberty», s’ispirò principalmente alle riflessioni di Josiah Warren e Stephen Pearl Andrews, coniugandole successivamente col pensiero di Max Stirner e l’evoluzionismo di stampo spenseriano.
La specificità e l’originalità dell’anarchismo americano è evidente in Tucker a cominciare dalla sua educazione radicalmente protestante, che lo portò a considerare l’individuo e la sua coscienza come sede e prospettiva privilegiata di una riflessione sulla libertà. Tucker riportò questo pensiero, unendolo a una analisi sociale ed economica che mirava a contrastare la formazione di invadenti monopoli, sia nel campo delle risorse che nel campo delle idee. Tucker aveva avuto anche l’opportunità, in Francia, di leggere gli scritti di Proudhon, e in essi aveva reperito, in forma più elaborata, le medesime concezioni economiche di Warren.
La giusta ricompensa del lavoro auspicata da Warren, era valutata in base al tempo che un certo tipo di lavoro richiedeva e al fatto che fosse più o meno ripugnante. Più il lavoro era sgradevole e più doveva essere ricompensato; il lavoro intellettuale non era considerato sostanzialmente differente da quello manuale e non aveva diritto a una ricompensa maggiore. Tucker unì a questa concezione la sua visione sociologica della conoscenza: il fatto che un uomo giungesse prima di un altro a una scoperta tecnologica o scientifica non dava alcun diritto di monopolio su di essa poiché era stata costruita su un patrimonio di saperi in continua evoluzione. Il lavoro scientifico non era sostanzialmente differente da quello letterario, in cui ogni potenziale combinazione di parole, suoni e significati era sempre disponibile per tutti.
La battaglia di Tucker contro il copyright era solo un aspetto della sua crociata contro ogni tipo di monopolio, visto come attentato alla libertà individuale. Un altro aspetto importante della sua polemica economica riguardava il monopolio dell’emissione di valuta da parte delle banche che avevano concessioni dal governo federale. 
Tuttavia, il nucleo forse più originale della filosofia di Tucker fu quello di una coerente formulazione individualistica dell’anarchismo, genuinamente differente da ogni tipo di anarchismo di matrice europea. Ogni individuo aveva una sfera di azione indipendente e compatibile con quella degli altri; qualora queste confliggessero, l’esperienza insegnava che la legge dell’equal freedom formulata da Spencer era l’espediente migliore finora trovato per regolare la società umana. La cooperazione sorgeva spontaneamente anche tra «egoisti» per progetti di durata e intento limitati. In altri
termini, si prospettava la struttura di una società dinamica, ovvero in continuo cambiamento in accordo con le reali esigenze individuali, nella quale ognuno aveva diritto, in condizioni di reale equità ma non necessariamente di assoluta eguaglianza, alla ricerca del benessere e della felicità. Questo riguardava naturalmente anche le donne, che dovevano avere un reale controllo del loro corpo e della prole attraverso una effettiva emancipazione economica. Tucker condusse, anche in favore delle donne, un’importante campagna contro la censura di Stato, che si accaniva sulla letteratura classificata «oscena» dalle Comstock Laws, che colpì per esempio le Leaves of Grass di Whitman, Tolstoj e molto materiale scientifico relativo alla contraccezione. L’azione giornalistica di Tucker si distinse inoltre per la sua ferma condanna dell’uso della violenza nella lotta politica e sociale. Tucker non approvava la «propaganda attraverso i fatti» che l’anarco-comunismo di importazione europea proclamava come l’unico metodo di lotta, soprattutto attraverso la leadership di Johann Most tra gli immigrati di origine tedesca. Gli eventi di Haymarket Square, occorsi a Chicago nel 1886, imposero una riflessione sull’uso della violenza: per Tucker essa era giustificabile solo in casi estremi, e come azione individuale, qualora fosse tolta anche la libertà di parola e di stampa. In ogni situazione in cui sopravvivessero significativi spazi di libertà, l’influenza della ragione, dell’educazione e dell’esempio rimanevano la strategia migliore. Tuttavia, per Tucker la passive resistance differiva dalla non-resistance poiché era considerata una linea di condotta possibile e non un principio o una regola universale. L’anarchismo era per Tucker «socialismo scientifico volontario», ovvero la totale negazione del principio di autorità.
Tucker toccò nella sua opera culturale e giornalistica temi di attualità sconcertante come i monopoli, la proprietà delle idee, il ruolo dell’educazione e della parola. 

giovedì 2 aprile 2020

Ipotizzare la liberazione animale e della natura

La domesticazione di animali e piante è stato il fattore scatenante della cosiddetta rivoluzione neolitica che segnò il passaggio dalla comunità di cacciatori del paleolitico alla primitiva società gerarchica che fu poi la base dello stato. 
La prevaricazione e la dominazione sono centrali nella cultura dell'animale uomo, la mercificazione è la sua naturale conseguenza (lo sfruttamento degli animali negli allevamenti di vario genere e i laboratori di vivisezione costituiscono anche oggi la base economica della società), la dominazione dell’animale umano diviene parte di un sistema sociale via via più centralizzato e gerarchico, che ha interiorizzato e riprodotto un dispositivo di potere che rende gli individui strumenti economici (merce) funzionali  all’espansione della società, e che forma in quanto organizzazione sociale la struttura della coscienza e dell’agire dell’uomo. Quando ebbe inizio il vero e proprio predominio dell’uomo sulla natura però, e la conferma vieni da studi archeologici, non ci fu un aumento di benessere generalizzato, come la prevalente ottica progressista tende a far credere. Il surplus di risorse derivante da agricoltura e allevamento fu invece, da subito, funzionale al vantaggio quasi esclusivo delle classi privilegiate, che amministravano un potere che si reggeva sull’accettazione da parte dei membri della società di un ordine gerarchico basato sulla divisione in classi e la schiavitù.
Ipotizzare la liberazione animale e della natura, come fanno i movimenti animalisti ed ecologisti radicali sorti a partire dagli anni 70, ha perciò un potenziale esplosivo che va al cuore della nostra civiltà, spezza la circolarità del dominio, e fa saltare il sistema gerarchico.
La solidarietà verso gli altri esseri viventi, che fuori dall’illusione spirituale di una coscienza umana “superiore” si mostrano finalmente come soggetti stretti dalla contingenza di una comune dimensione fisica spezza la necessità della sopraffazione che da sempre contrappone le specie viventi nella lotta per la sopravvivenza, aprendo la possibilità di un salto di qualità dal regno della necessità al regno della libertà. Impossibile delineare, oggi, i tratti di un cambiamento del genere, ma è certo che in quest’ottica la liberazione umana e animale sono imprescindibilmente legate una all’altra, la seconda presuppone la prima. 

DAUNBAILO’ di Jim Jarmusch

New Orleans. Jack è un pappone accidioso che si fa incastrare mentre ingaggia una sconosciuta presumibilmente minorenne. Zack è un DJ appena scaricato dalla sua donna, colto in flagrante mentre trasporta a sua insaputa un cadavere nel bagagliaio. Nella cella che i due si trovano a dividere, sono raggiunti da Roberto, un baro italiano che ha incidentalmente ucciso un uomo con una palla da biliardo. Dopo il primo scompiglio, il trio sembra trovare un equilibrio. L'italiano annuncia ai compagni di conoscere una via di fuga: l'evasione riesce, sfruttando un passaggio che porta nei condotti fognari. I tre attraversano boschi e paludi e Zack salva Roberto portandolo a nuoto da una sponda all'altra di un fiume; trovano ristoro per la notte in un minuscolo capanno e, il giorno dopo, vedono affondare nell'acqua la loro barchetta. Zack e Jack litigano e prendono strade opposte, ma poi tornano a riunirsi mentre Roberto arrostisce un coniglio. Giungono nei pressi di una casa fuori mano, e Roberto va in avanscoperta: all'interno c'è una ragazza italiana, Nicoletta. Tra i due scocca fulmineo l'amore; Roberto ha trovato dove gettare l'ancora, i suoi due compagni riprendono il cammino, dividendosi appena il sentiero si biforca.
La pellicola di Jarmush racconta di tre “disadattati” che per qualche tempo si trovano forzatamente a convivere. Al di là di qualche episodio divertente o di qualche situazione surreale, quello che esce fuori dalla storia è la fatica di vivere che compiono tutti coloro che non sono ben integrati nel meccanismo americano. Le paludi della Louisiana diventano un mondo assurdo che rende stranieri e nomadi i tre strambi personaggi, evidenziando una volta di più, l’ennesimo fallimento del sogno americano.
Gli scenari sono quelli crudi del "culo" del mondo: la triste provincia americana, le strade deserte in piena notte, i giri in macchina solitari, le stanze buie di palazzi dimenticati. Gli abitanti di questi scenari sono personaggi strambi, magnetici, indecifrabili. Sono i cosiddetti outsider, di cui la realtà straborda, e che sembrano tuttavia scivolare nascosti al lato delle altre esistenze. Essi respirano all'interno di un altro mondo, sospeso e dark, che in fin dei conti è un mondo esistente, forse più vero e fisico del cosiddetto mondo "normale". 
Perché dell’America c’è solo il surrogato di un american dream che ancora una volta, nel cinema di Jarmusch, si sfalda in brandelli di disillusione. Lo preannunciano gli sguardi lontani delle ragazze nelle sequenze iniziali e lo confermano Jack e Zack, impantanati nella realtà dei margini. Persi in spazi troppo vasti, amplificati dalla profondità di campo, o schiacciati a ridosso delle pareti di una prigione, sopravvivono come possono a un’esistenza da reietti, di cui la divisa da galeotto è solo l’ennesima manifestazione.
Down by Law è un'espressione dello slang nero degli anni '20, che recentemente è stata recuperata dalla cultura hip-hop sorta fra i neri e i portoricani del Bronx, a New York. Dire che una persona è «down by law» vuol dire che è in gamba, che sa come cavarsela, come sopravvivere anche nelle situazioni più difficili.

Testimonianze italiane su Bakunin – parte seconda

Anonimo bolognese 
...fu deciso che Bologna avrebbe dato il segnale della sommossa. Tutte le regioni dovevano in seguito parteciparvi, meno forse il Piemonte, che non aderiva. 
Bakounine aveva ricevuto da più parti l'assicurazione che il 
tentativo non sarebbe fallito e si preparò  a venire a Bologna, dove stette rinchiuso per sette od otto lunghissimi giorni in una casa di  Via Ripa Reno, nell'attesa di prender parte al combattimento ch’egli  stesso avrebbe diretto. Andrea Costa sfogava la sua vitalità correndo da un paese all'altro, conferendo coi capi delle varie Sezioni, animando i tentennanti, rassicurando gli arditi, sperando e... facendo sperare. 
Ma, fosse presentimento, fosse effetto di qualche indiscrezione di compagni, il Governo prima che il moto scoppiasse, intervenne collo scioglimento delle associazioni popolari... Di più, nel pomeriggio del 6 agosto venivano arrestati Andrea Costa e Temistocle Silvani di Forlì. 
 Circostanze tutte che non furono certo favorevoli alla riuscita del  moto e che forse consigliavano di soprassedere. 
Ma la parola era data. Gli internazionalisti bolognesi lavoravano da più settimane a fabbricar cartucce; i fucili aspettavano sepolti nei prati di Caprara e Bakounine che mai aveva dubitato della serietà del movimento fremeva d'impazienza protestando di voler trovarsi 
subito alle prime fucilate. 
"Michele"  — cosi lo chiamavano  antonomasticamente i nostri vecchi  compagni — dichiarava che, di fronte ad una sorpresa della polizia, non si sarebbe lasciato prender vivo ma avrebbe venduta  cara la pelle; ed ad ogni allarme impugnava febbrilmente il revolver.
Di lui è dolce ricordare che, alla vigilia del moto, essendo venuto meno il denaro necessario per sopperire a spese importanti, impegnò presso un barbiere di Via Lame, ora defunto, un anello, caro ricordo di famiglia, da cui non si era separato mai! Il piano — diretto e completato in ogni suo punto da  Bakounine - avrebbe sicuramente avuto un principio d'attuazione senza l'inframettenza del caso". 
La sommossa non ci fu
"Bakounine che, sulla parola degli amici d'Italia, aveva sperato di potere, alla testa degli insorti, battersi per le vie di Bologna, tutta notte, in attesa nella casa di via Reno, inviò amici per avere notizie, di momento in momento più disastrose. Il suo dolore era indescrivibile, vedendo, non per causa sua, fallito un tentativo che tutti gli avevano  dipinto certo e sicuro. 
Rimase ancora alcuni giorni a Bologna, nascosto in via Pietralata; poscia, travestito, partiva dalla stazione centrale per la Svizzera, a continuare la sua lotta per la libertà e per la diffusione del socialismo, di cui è stato indubitatamente per l'Europa latina e per  la Russia il primo ed il migliore apostolo. 
Un aneddoto: Bakounine, per andare da Via Pietralata alla Stazione  dovette servirsi di un fiacre. Com'è noto, egli era di corporatura erculea e, quando fu per entrare nel fiacre, rimase chiuso col corpo a traverso lo sportello. Questo incidente poteva essere causa del suo arresto e per la perdita di tempo e per la folla che aveva attorniato la vettura. 
Ma fortunatamente, come sempre, la polizia, che pur sapeva della sua presenza a Bologna, non conobbe quest'incidente che quando  Bakounine era già partito”.
(Da: "Bologna 1874-Bologna 1898" (Imola), numero unico del 19 settembre 1897)