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giovedì 19 gennaio 2023

GUERRILLA OPEN ACCESS MANIFESTO – Aaron Swartz

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e che invece il loro lavoro sia pubblicato su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufulerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

(Aaron Swartz. – Avvicinatosi precocemente al mondo dell’informatica grazie al padre, fondatore di una società di software, all’età di 14 anni è stato il coautore della prima versione del formato RSS (Really simple syndication) per la pubblicazione di documenti sui siti web in linguaggio XML. Agli stessi anni risalgono l’intensa attività di programmazione per il progetto di licenze Creative Commons, finalizzato ad ampliare l’accesso alle creazioni artistiche oggetto di diritto d’autore e copyright, la creazione della piattaforma Infogami e la collaborazione con il sito statunitense di social news Reddit. Tra gli ideatori nel 2007 della biblioteca digitale universale Open Library, all’instancabile attività di coder e di startupper Swartz ha affiancato accese battaglie sul piano dei diritti civili, impegnandosi attivamente per l’open access e contro ogni forma di censura: autore nel 2008 del celebre manifesto per la difesa dei diritti civili nel Web Guerrilla Open Access, cofondatore nel 2010 dell’organizzazione per la libertà in internet Demand Progress, l’anno successivo si è battuto contro il contestato disegno di legge per impedire la diffusione di contenuti protetti denominato Stop Online Piracy Act. Accusato nel 2011 di aver hackerato, allo scopo di renderli pubblici, milioni di articoli di riviste accademiche dalla libreria digitale JSTOR del Massachusetts Institute of Technology, alla vigilia del processo - che, in caso di condanna, gli avrebbe comminato un’ammenda fino a 1 milione di dollari e una detenzione fino a 35 anni di carcere. L’undici gennaio del 2013 si è tolto la vita).


giovedì 15 settembre 2022

Parliamo ancora del no copyright

La cultura del software libero non ha niente a che fare con le pratiche del sabotaggio, e solo parzialmente con le rivendicazioni sindacali nell’ambito del lavoro. Era stata coltivata e stava iniziando a fiorire, dapprima negli Usa, e di li a poco in Italia, negli ambienti di un certo marxismo radicale, ma aveva attecchito tra i ragazzini, tra gli impiegati, tra gli hippie e gli amanti del fai da te. Nel suo dna vi era la voglia di liberarsi da una cultura della produzione legata alla proprietà privata, ma non esprimeva il conflitto attraverso l’antagonismo e lo scontro frontale con il modello da cui si voleva differenziare, bensì allontanandosene, separandosene, per dare forma a un nuovo modello basato sul dono e la cooperazione. E parte di un processo di sviluppo delle culture cosiddette dell’underground, ma in particolar modo delle culture del DIY, delle autoproduzioni e della controinformazione che negli anni Sessanta e Settanta hanno avuto una particolare esplosione. Tale cultura, figlia dunque del Sessantotto, ma, in generale, di un percorso comunitario millenario, stava, in senso proprio, facendosi movimento e andava per questo stroncata sul nascere. La narrazione che ha voluto tratteggiare gli hacker come criminali, se non luddisti, ha voluto annullare le pretese di un movimento, in parte, spontaneo, che rischiava di mettere in discussione il paradigma della proprietà privata nella produzione dei saperi. Purtroppo la potenza di fuoco immaginativa dell’apparato mediale statunitense, e dei suoi addentellati nostrani, e in grado di rendere colpa il sentimento di gioia che ti rende prossimo all’altro. Una colpa che richiede regole ferree. Ogni qual volta si doveva invocare una nuova legge che riportasse le nuove tecnologie nei binari della proprietà privata, come per magia, nell’agenda dei media apparivano giovani criminali del computer che avrebbero potuto far crollare la società, la civiltà, se non fosse stato imbrigliato il loro agire all’interno di regole precise che, guarda caso, riguardavano sempre, e in primo luogo, la difesa del copyright, in seconda battuta la privacy. Un diritto privato. Un diritto, privato. Dove privato e un verbo che indica ciò che giornalmente ci viene negato: un diritto; il diritto di essere prossimi l’uno con l’altro, di amarsi e rispettarsi. Questa e la regola del diritto privato nella società moderna. La regola e una legge che priva le persone del loro diritto fondamentale. Purtroppo le questioni retoriche poco interessano a chi perde il lavoro e a chi perde la possibilità di sentirsi rispettato nella società. Nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (15,54-58) si legge “il pungiglione della morte e il peccato e la forza del peccato e la Legge”. Laddove san Paolo voleva criticare i Farisei che, attraverso le loro leggi avevano dato al peccato la possibilità di esprimersi, la critica che si vuole muovere al capitalismo e quella di avere creato delle leggi, come quella sul copyright, che rendono l’uomo peccatore nel momento in cui cerca di essere umano.


giovedì 26 gennaio 2012

No copyright - GIU' LE MANI DALLA RETE

Da sempre nella storia dell'uomo chi detiene l'informazione detiene il potere.
I grandi gruppi culturali e d'informazione coprono il mondo intero con satelliti e cavi. Ma possedere tutti i canali d'informazione del mondo ha senso solo se si possiede l'essenziale del contenuto, di cui il copyright costituisce la forma legale di proprietà. Il concetto di diritto d'autore diventa così uno strumento di controllo del bene comune intellettuale e creativo, nelle mani di un ristretto numero di imprese. Diritto fondamentale per le grandi corporation che applicano intensivamente lavoro cognitivo e che producono beni ad alto contenuto di sapere, come le industrie dell'informatica, della musica, del cinema, della farmacologia, della bioetica, è diventato sempre più difficile imporre il concetto di proprietà, devono quindi ricorrere alla repressione, alla violenza e al ricatto per poter imporre la privatizzazione di merce creativa, immateriale e replicante. 
Il copyright è diventato il pretesto per affermare il potere e il guadagno di quelle grandi organizzazioni, con il sostegno del potere politico che in molti paesi ha il controllo più o meno assoluto dell'informazione e che nelle democrazie, quando non riesce a impadronirsene, fa tutto il possibile per guadagnarne la benevolenza.
Possiamo quindi affermare che diritto d'autore, marchi, brevetti rappresentano spazi di recinzione immateriale, filo spinato al libero pensiero, mercificazione dell'alfabeto; rifiutiamo quindi la trasformazione di noi tutti in merce, diciamo no alle leggi di mercato, alla proprietà privata, nessun copyright, nessun notaio o contratto, ma gratuità, mutuo appoggio complicità e piacere. 

giovedì 14 luglio 2011

NO copyright

“Lorsignori vogliono una società dove si paghi un balzello anche quando si canta "Tanti auguri a te" alle feste di compleanno. Non è una boutade: la celeberrima canzone non è di pubblico dominio, i diritti per l'Italia sono
della Emi-Sugar.”

L’intelligenza collettiva non è semplicemente un modo di lavoro collettivo. E' anche una modalità operativa di conoscenza del mondo. Di fatto non sarebbe possibile ritenere l'enorme quantità di informazioni significative che ogni giorno, fin dalla nascita, percepiamo attraverso l'esperienza. Per fronteggiare questo problema l'umanità ha creato nel suo procedere storico un'enormità di artefatti cognitivi, disseminati negli oggetti, nei testi, nei comportamenti e nella lingua in generale. Ovverosia gli oggetti si danno alla nostra percezione fornendoci attraverso forma e sostanza le tracce inerenti al loro senso ed uso. In pratica il processo del nostro pensiero non si avvale esclusivamente degli input che emergono dall'interno, ma si appoggia a una parte della mente disseminata negli artefatti cognitivi di cui il mondo abbonda. Il nostro pensiero, funziona grazie ad una parte della nostra mente collettiva che risiede nelle cose che ci circondano e che sono il prodotto delle molteplici culture che si sono susseguite, mescolate e rielaborate.
Questo vuol dire che non possiamo fare a meno dell'intelligenza collettiva per elaborare pensieri sensati. Che, dunque, qualsiasi cosa prodotta da ognuno di noi è contemporaneamente anche il frutto dello sforzo del resto della collettività nello spazio e nel tempo.
E' difficile quindi pensare di poter assegnare ad alcuni il diritto di possedere una proprietà intellettuale esclusiva su qualcosa.
Il copyright, la «riserva del diritto d'autore sulla riproduzione di un'opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla. Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo "a nostra disposizione"; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell'editore.
Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro "sapere e la nostra "cultura", ma solo col conto in banca dei tanti bottegai. In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quanto altro.
Come ogni proprietà. esso è un furto