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giovedì 26 maggio 2022

Errico Malatesta - Pluralismo anarchico e L’organizzazione

Tra gli anarchici vi sono i rivoluzionari, i quali credono che bisogna colla forza abbattere la forza che mantiene l'ordine presente per creare un ambiente in cui sia possibile la libera evoluzione degli individui e delle collettività - e vi sono gli educazionisti i quali pensano che si possa arrivare alla trasformazione sociale solamente trasformando prima gli individui per mezzo dell'educazione e della propaganda. Vi sono i partigiani della non-resistenza, o della resistenza passiva che rifuggono dalla violenza anche quando serva a respingere la violenza, e vi sono quelli che ammettono la necessità della violenza, i quali sono poi a loro volta divisi in quanto alla natura, alla portata ed ai limiti della violenza lecita. Vi sono dissensi riguardanti l'attitudine degli anarchici di fronte al movimento sindacale; dissensi sull'organizzazione, o non organizzazione, propria degli anarchici; dissensi permanenti, o occasionali, sui rapporti tra gli anarchici e gli altri partiti sovversivi. È su queste ed altre questioni del genere che bisogna cercare di intenderci; o se, come pare, l'intesa non è possibile, bisogna sapersi tollerare: lavorare insieme quando si è d'accordo, e quando no, lasciare che ognuno faccia come crede senza ostacolarsi l'un l'altro. Poiché, tutto ben considerato, nessuno può esser assolutamente sicuro di aver ragione, e nessuno ha sempre ragione. (E. Malatesta da Pensiero e Volontà - 1 aprile 1926) Un'organizzazione anarchica deve essere fondata secondo me... (sulle seguenti basi).Piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità, degli individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gli impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia. Così i congressi in un'organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che ho fatto notare, sono esenti da ogni autoritarismo perché non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie o sui mezzi di azione, a far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l'azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica - e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gli interessati, e non diventando impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finché le accettano. Gli organi amministrativi che si nominano - Commissione di corrispondenza, ecc. - non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità per imporre le proprie vedute, che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppo di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell'organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne può servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che sono d'accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, o di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti. In un'organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all'attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei. Certo la durata, la permanenza di una organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d'altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitivamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinità spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilità delle sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia. (E. Malatesta da Il Risveglio, 1-15 ottobre 1927)



giovedì 21 aprile 2022

Errico Malatesta – parte seconda

Il pensiero di Malatesta si presenta come una "sintesi" dei diversi indirizzi teorici sviluppatisi nel movimento anarchico in tutto l'arco temporale della sua vita.

pluralismo e relativismo

Abbiamo detto che ci interessa mettere in risalto, in questa introduzione al pensiero malatestiano, soprattutto la sua attualità dal punto di vista del metodo anarchico, come "modo generale" di affrontare i problemi e risolverli. Noi pensiamo che questo "modo generale" sia consistito per Malatesta in un atteggiamento intellettuale proteso verso la continua ricerca teorica aliena da sistemazioni definitive, da apriorismi dogmatici, da sterili formazioni "scientifiche" unidimensionali. In tutti i suoi scritti si può facilmente riscontrare questa "impostazione aperta" verso ogni prospettiva operativa nel senso che essa viene "armonizzata" con altre di diverso orientamento. In questo modo Malatesta si pone in un piano critico capace di "depurare" ogni atteggiamento intellettuale estremistico e settario. Pur conservando rigorosamente alcune posizioni proprie che non muterà mai, egli era profondamente convinto che ognuna di esse era suscettibile di ulteriori modificazioni secondo i tempi, i modi e i luoghi della loro applicazione. Ovviamente tale metodologia doveva venire estesa, secondo Malatesta, a tutti gli indirizzi teorico-pratici dell'anarchismo. In questo modo la "sintesi" malatestiana approdava ad alcune considerazioni teoriche di importanza fondamentale per lo sviluppo del pensiero anarchico: presa singolarmente ogni sentenza risultava insufficiente ad esprimere la ricchezza dell'universo sociale e della problematica rivoluzionaria. Per cogliere sempre più compiutamente questa inesauribile complessità occorreva evidentemente sviluppare contemporaneamente più indirizzi e tendenze, secondo la pratica storica dell'anarchismo. Dall'impossibilità, da parte di ogni indirizzo preso singolarmente, di rappresentare questa complessità, Malatesta deduceva un'altra considerazione teorica di grande valore: quando qualsiasi tendenza si fosse "cristallizzata", "istituzionalizzata", avrebbe perso anche la capacità di esprimere quella parte o aspetto della realtà sociale che prima rappresentava. Un esempio, Malatesta, fu tra i primi in Italia ad operare affinché il movimento anarchico organizzasse le "leghe di resistenza" o sindacati all'interno della classe operaia e bracciantile. Quando però la tendenza anarcosindacalista ebbe la pretesa di risolvere ogni problema rivoluzionario e sociale fino a volersi sostituire al movimento anarchico (pretendendo che quest'ultimo si "confondesse" con la classe operaia) Malatesta anticipò la sua futura "cristallizzazione" e "istituzionalizzazione" nel senso che abbiamo spiegato sopra. Il "sindacalismo puro" si dimostrò un'illusione non solo in Francia ma anche in Italia ed i suoi esponenti finirono quasi tutti nelle file nazionaliste e fasciste. La straordinaria funzione rivoluzionaria esercitata in Italia dall'anarcosindacalismo dal 1912 al 1921, fu dovuta al fatto che all'interno dell'USI operavano anarchici in stretto collegamento con il movimento specifico. Dell'istituzionalizzazione dei sindacati riformisti, poi è oggi superfluo parlare. Se dunque Malatesta fu in grado di anticipare tanti errori, sia tattici sia strategici, per la sua eccezionale esperienza, è proprio a quest'ultima che dobbiamo risalire se vogliamo comprendere il significato del pluralismo presente nel suo pensiero. Attraverso la pratica storica dell'anarchismo e del movimento operaio socialista, Malatesta potè verificare la validità e l'insufficienza di ogni proposta operativa, formulando così compiutamente la teorizzazione della dipendenza dei mezzi rispetto al fine.

Questa considerazione ampiamente presente nel pensiero anarchico, trovò nel pluralismo e relativismo malatestiano la sua verifica sperimentale. Malatesta infatti poté verificare il grado di efficacia dei mezzi rispetto al fine proprio alla luce di una gamma di esperienze socialiste e popolari diversissime: dall'insurrezionalismo al parlamentarismo, dall'individualismo al comunismo, dall'educazionismo all'anarcosindacalismo, dall'antimilitarismo alla non violenza, ecc. Questa continua e progressiva ricerca dell'identità tra principio proclamato e pratica storica, identità che solo il movimento anarchico, a nostro avviso, ha volutamente cercato e sviluppato, è stata completamente recepita ed espressa da Malatesta. Ed è proprio qui che nasce la considerazione relativistica del pensiero malatestiano, nel senso che egli vedeva ogni tendenza o indirizzo sempre legati a precisi momenti storici o a determinati aspetti della lotta sociale. Vediamo comunque ora, sempre dal punto di vista metodologico, le posizioni qualificanti del pensiero malatestiano, dal momento che alcune di esse furono immutabilmente presenti per tutto l'arco della sua attività rivoluzionaria.