Translate

Visualizzazione post con etichetta psicogeografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicogeografia. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2025

I Situazionisti e l’alcool

Che l’alcol abbia avuto una qualche importanza per i situazionisti è fuori di dubbio; la loro predilezione per questa sostanza psicoattiva – e non altre – è fuori discussione. Delle foto giovanili di Debord e compagnia una buona parte lo ritraggono con il bicchiere in mano; le derive psicogeografiche erano abbondantemente veicolate dagli alcolici e contemplavano frequenti e ripetute visite di caffè e bistrò; Debord ha bevuto abbondantemente per tutta la vita.

Ben pochi, però, per non dire nessuno, ha mai analizzato le idee situazioniste guardandole attraverso il fondo di un bicchiere. Anche Debord lo notava lamentandosi per un unico caso in cui veniva tacciato di essere un ubriacone da un gruppo di “giovani drogati”: «D’altra parte sono un po’ sorpreso, io che ho dovuto leggere così spesso, al mio riguardo, le più stravaganti calunnie o critiche molto ingiuste, di costatare che circa trent’anni, e più, sono passati senza che mai un malcontento abbia denunciato la mia ubriachezza come un argomento, almeno implicito, contro le mie idee scandalose; con un’unica eccezione, peraltro tardiva, di uno scritto di alcuni giovani drogati in Inghilterra, che intorno al 1980 diceva che oramai ero abbruttito dall’alcol, e che pertanto avevo smesso di nuocere». 

Una sorpresa , quella di Debord, probabilmente dovuta alla lontananza e l’incomprensione dei ”giovani drogati” per qualità della sua ubriachezza: «Dapprima ho amato, come tutti, l’effetto di leggera ebbrezza, poi ben presto ho amato quel che è aldilà dell’ebbrezza violenta, quando si è superato questo stadio: una pace magnifica e terribile, il vero sapore del passaggio del tempo» e della sua valenza creativa: «Si capisce che (il bere) mi ha lasciato ben poco tempo per scrivere, ed è proprio quel che conviene: la scrittura deve restare rara, prima di trovare l’eccellenza bisogna aver bevuto a lungo». Quanto a lungo, per andare “al di la dell’ebrezza violenta… per gustare il vero sapore del passaggio del tempo”? Può darci qualche indicazione un annotazione dello stesso Guy Debord, sul retro di una busta, in cui ha scrupolosamente annotato tutto quanto ha bevuto il 9 maggio 1962 tra le 14 h e le 6 h dell’indomani mattina. Miscuglio permanente di vino (rosé), di birra e di alcol (Calvados, Cognac) per una somma finale di tre litri di vino, due litri di birra e sei bicchieri di alcol (cioè mezzo litro). Ossia 5,5 litri di alcol in sedici ore. Ossia come media costante, circa 33 cl di alcol per ora.


giovedì 30 giugno 2022

Il Camminatore lento e vagabondo

Secondo Walter Benjamin attraverso una immersione percettiva e sensoriale-emozionale nei percorsi cittadini, il “camminatore lento e vagabondo” ( il flaneur) è testimone di un incontro tra pensiero e città che porta a più intima conoscenza delle diverse dimensioni urbane. L’arte della “camminata di quartiere” è diventata nel tempo una tecnica ricorrente degli etno-antropologi e degli urban planners. Le metropoli moderne sono delle reti dove perdersi non solo è facile, ma anche affascinante. Dimentichi per un attimo del nostro percorso pedonale quotidiano, immaginiamo una giornata in cui, invece di proseguire verso l’abituale luogo di lavoro, scendiamo ad una fermata a caso, e iniziamo a vagabondare per la città. Iniziamo a perderci. Camminare non per arrivare a destinazione, ma per il gusto di farlo, per il gusto di scoprire angoli mai visti. La letteratura, di questi “vagabondi urbani”, ne ha fatto una figura tipica: il flaneur. Il flaneur compare per la prima volta a metà del secolo XIX a Parigi. E’ il passante, una sorta di incrocio tra il bohème e il vagabondo, che cammina senza meta per le strade della città, fermandosi ogni tanto a guardare. Nel suo ruolo di osservatore il flaneur stabilisce una relazione particolare con la città, abitandola come se fosse la propria casa. Il suo percorso non coincide con il resto della moltitudine; quello che per il passante è un cammino predeterminato – il percorso del mercato, direbbe Walter Benjamin – per lui è un labirinto che cambia forma ad
ogni passo: si lascia guidare dal colore di una facciata, l’inquietante uniformità di alcune finestre, lo sguardo di una mulatta. Baudelaire vede nel flaneur l’archetipo dell’artista moderno (che doveva avere “qualcosa del flaneur, qualcosa del dandy e qualcosa del bambino”), l’unico capace di rappresentare la liquidità della vita moderna. Nel novecento l’arte del passeggio praticata dal flaneur è sostituita dalla pratica surrealista della deambulazione, che consisteva nel passare da un contesto urbano all’altro, vagando per la città in cerca di associazioni mentali stimolate dal montaggio psichico dei frammenti urbani assaggiati. Al Surrealismo fa eco negli anni ’50 il Situazionismo, che con Guy Debord riprende la pratica del vagabondaggio urbano chiamandolo deriva psicogeografica. La Psicogeografia è un gioco e allo stesso tempo un metodo efficace per determinare le forme più adatte di decostruzione di una particolare zona metropolitana. Così la definisce Debord: “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che SAPETE, ma in base a ciò che VEDETE intorno. Dovete essere STRANIATI e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’ARCHITETTURA e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.” Se vogliamo continuare a giocare, a rintracciare le varie reincarnazioni moderne del mito del flaneur nella nostra societa’, possiamo chiudere il cerchio con i writer metropolitani, quei fantasmi che attraversano di notte le nostre metropoli lasciando una traccia grafica del proprio passaggio, e a volte anche sottili messaggi. Il senso ultimo di tutte queste forme di nomadismo urbano in fondo è quello di attribuire a luoghi asettici della metropoli altri significati, cercare di collegare gli spazi della geografia urbana a qualche significato che non sia soltanto funzionale, ma anche sociale.


giovedì 10 agosto 2017

Debord e la Critica della geografia urbana

Di tante storie a cui partecipiamo, con più o meno interesse, la ricerca frammentaria di un nuovo stile di vita resta il solo aspetto interessante. Va da sé il più grande distacco nei confronti di alcune discipline, estetiche o altre, la cui insufficienza a questo riguardo è profondamente verificabile. Occorrerebbe dunque definire alcuni terreni d’osservazione provvisori. E, fra essi, l’osservazione di certi processi del casuale e del prevedibile nelle strade. Il termine psicogeografia, proposto da un cabilo illetterato per indicare l’insieme dei fenomeni che preoccupavano alcuni di noi verso l’estate del 1953, non è ingiustificato. Non esce dalla prospettiva materialista del condizionamento della vita e del pensiero da parte della natura oggettiva.
La geografia, per esempio, rende conto dell’azione determinante di forze naturali generali, come la composizione dei suoli o i regimi climatici, sulle formazioni economiche di una società e, per questa via, sulla concezione che essa può farsi del mondo. La psicogeografia si proporrebbe lo studio delle leggi esatte e degli effetti precisi dell’ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui. L’aggettivo psicogeografico, conservando una vaghezza assai simpatica, può dunque applicarsi a dati accertati da questo genere di investigazioni, ai risultati del loro influsso sui sentimenti umani, e anche più in generale a ogni situazione o ogni comportamento che sembrano partecipare allo stesso spirito di scoperta.              

giovedì 6 marzo 2014

La psicogeografia come esplorazione dello spazio sociale

La psicogeografia è un’esplorazione dello spazio sociale e dei suoi modi d’uso. Essa è guidata dallo studio che l’intelligenza sensibile fa degli effetti precisi dell’ambiente geografico – naturale o complessivamente reificato dal dominio della merce come è oggi il caso – sul comportamento affettivo degli individui e conseguentemente sul loro comportamento sociale; essa riguarda, di fatto, l’insieme dei fenomeni che influenzano i sentimenti e favorisce la critica degli effetti perversi che il produttivismo riversa sulla comunità umana.
Questo compito esplorativo riguarda la pratica e si assolve piuttosto passeggiando nella vita, lasciandosi andare alla deriva nella geografia sociale del vissuto ben più che leggendo e commentando libri ponderosi di presunte verità calate dal cielo dell’ideologia.
La caratteristica più radicale della psicogeografia è comunque, la sua evidente incompatibilità con ogni ideologia politica o religiosa così come con qualunque propaganda pubblicitaria di cui essa è il nemico naturale. Il suo savoir-faire può aiutarci a cogliere ogni senso anticipato di un’artificialità del vivente operata dalla scienza della manipolazione pubblicitaria indaffarata a bloccare sul nascere la minima resistenza all’addomesticamento.
La psicogeografia ci insegna a rinnovare il legame spontaneo tra l’umano e la natura che la civiltà del lavoro ha ridotto male e a questo scopo non può che esortare al superamento di ogni conflittualità di classe o di genere, fino a rendere risibile e insopportabile il vecchio fantasma patriarcale di un dominio crescente dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.
Mentre dei grattacieli crollano e la penuria s’insinua nell’abbondanza di miserie, l’umanità dell’uomo si riavvicina alla terra come a un ultimo territorio sconosciuto da riscoprire.
Gli antichi esploratori avevano conosciuto un tasso elevato di perdite al prezzo delle quali si è arrivati alla conoscenza di una geografia obiettiva. Si tratta, ora, tramite la psicogeografia, di riscoprire la realtà dei nostri desideri manipolati e pervertiti, in modo da reinventare l’universo interiore ed esteriore di una felicità obiettivamente possibile. Tra i compiti che la psicogeografia si dà per soddisfare la volontà di cambiare, c’è quello di cartografare le terrae incognitae emergenti, abbozzando soprattutto i contorni effimeri dei territori immaginari ancora nascosti nell’intimità rimossa degli individui e dei gruppi.   

giovedì 29 marzo 2012

LA DERIVA PSICOGEOGRAFICA

L'Internazionale Lettrista sperimenta teorie architettoniche e comportamentali in base alle quali l'architettura influenza il comportamento di chi la abita ed essendo essa stessa l'espressione della classe dominante esercita una coercizione fisica, psichica, dei cittadini-sudditi. “I diversi quartieri di questa città potrebbero corrispondere all'intera gamma di umori che ognuno di noi incontra per caso nella vita di ogni giorno”. Questo concetto di urbanismo apriva inesorabilmente le porte alla Psicogeografia.
La Psicogeografia è un gioco e allo stesso tempo un metodo efficace per determinare le forme più adatte di decostruzione di una particolare zona metropolitana, le forme più adatte a far saltare il reseaux traiettoriale, "il moto-controllo delle forme di vita metropolitane" e a sabotare il Codice del Surluogo. Attraverso il gioco psicogeografico si prefigura un nuovo modo di vivere la città, ci si procura gli elementi per una critica radicale all'urbanistica funzionalista e razionalista delle società spettacolari. La tecnica dell'esplorazione psicogeografica è la Deriva, un passaggio improvviso attraverso ambienti diversi. Con la Deriva Lettrista apparve per la prima volta l'esigenza di azzerare lo spazio tramite un "bouleversement" psichico della città che permettesse la realizzazione della "creatività pura", la terra doveva far corpo senza organi con il nomade, non si trattava più di un automatismo psichico ma di un divertente gioco per indizi, di corrispondenze tra psiche e territorio, di infrazioni e nuove connessioni. La Deriva Lettrista consisteva dunque in una semplice passeggiata che favorisse l'ispirazione per la costruzione di una nuova città che avrebbe visto nascere il progetto di "Sconvolgimento dell'Architettura".
 Uno dei progetti-gioco più interessanti fu proposto dall’Internazionale Lettrista nel 1955 sulle pagine della loro rivista Potlatch: "Progetto di migliorie razionali della città di Parigi”. In questo progetto i Lettristi proposero di aprire i tetti della città al passeggio mediante la creazione di passerelle, di munire di interruttore tutti i lampioni delle strade, di distruggere totalmente le chiese riutilizzandone lo spazio, di amplificare le sonorità delle stazioni con la diffusione di registrazioni provenienti da altre stazioni e da porti, di sopprimere i cimiteri (distruggendo, senza lasciare alcun genere di tracce, i cadaveri), di abolire i musei e sistemare le opere d'arte nei bar, di aprire le prigioni per potervi fare soggiorni turistici chiaramente senza discriminazione tra visitatori e condannati, di spostare le statue cambiandone i titoli sia in senso politico che disorientante e di cambiare i nomi delle strade (specialmente quelli dei consiglieri municipali, il vocabolo "santo", i partecipanti alla Resistenza, ecc.) per porre fine al rimbecillimento della gente.
L'idea è quella di aprire la città, renderla accessibile a chiunque, andare oltre i limiti imposti dalle regole territoriali e sociali, rendere riscrivibili e reinterpretabili le aree depresse della città.

giovedì 17 novembre 2011

PSICOGEOGRAFIA

La psicogeografia ha cominciato col designare l'insieme dei fenomeni che influenzano i sentimenti umani sul terreno d'osservazione provvisorio costituito da certi processi del caso e del prevedibile incontrati per strada. 
E' lo studio degli effetti precisi dell'ambiente geografico, coscientemente ristrutturato o no, sul comportamento affettivo degli individui. Il suo obiettivo è quello di affinare le qualità di godimento del piacere soggettivo.
La psicogeografia si presenta come la fantascienza dell'urbanistica, dove si esprime la coscienza poetica del viaggiatore-viveur. Quest'ultimo può fissarvi l'itinerario della propria esplorazione, determinandovi le scelte e la valutazione delle proprie scoperte ed emozioni.
I mezzi della psicogeografia sono numerosi e vari. Il primo e il più solido è la deriva sperimentale. Gli altri mezzi, quali la lettura di vedute aeree e di piani, lo studio di statistiche, di grafici o di risultati d'inchieste sociologiche, sono teorici e non presentano quell'aspetto attivo e diretto proprio della deriva sperimentale. Tuttavia, grazie a loro, possiamo rappresentarci sommariamente l'ambiente da studiare. 
I risultati di questo studio potranno, in cambio, modificare queste rappresentazioni cartografiche e intellettuali nel
senso di una più grande complessità, di un arricchimento.