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giovedì 20 marzo 2025

L’Anarchia nel XX secolo – Parte LXX

1957 

Luglio - Nasce a Cosio d'Arroscia (Cuneo) l'Internazionale Situazionista, dalla fusione del «Movimento per un Bauhaus Immaginista», del «Comitato pisco-geografico di Londra» e dell'Internazionale Lettrista (sorta nel 1952 dalla rottura dell'ala radicale del Lettrismo nei confronti del fondatore Isidore Isou; si era espressa nella rivista "Potlatch"). Confluiscono pertanto nell'Internazionale Situazionista la ricerca sperimentale di Constant, Pinot-Gallizio e Jorn (tesa verso forme di realizzazione sempre più  estranee all'attività artistica tradizionale); l'indagine psicogeografica di A. Khatib, anticipata dalle osservazioni di Gilles Ivain (pseudonimo di Ivan Chtcheglov), che oppone al funzionalismo architettonico e urbanistico l'esperienza dello spazio urbano vissuto;  nonché la rimeditazione critica delle avanguardie (dadaista, surrealista, lettrista) operata da Guy Debord e Michèle Bernstein, che sfocia in un rifiuto del «mercato artistico», per un superamento dell'arte in direzione rivoluzionaria. In questa fase i situazionisti attaccano il mercato culturale della borghesia, che utilizza tutti i prodotti dell'arte, anche d'avanguardia, e li trasforma in merci. Viene contestata a Bruxelles l'assemblea generale dei critici d'arte  internazionali. Anche il surrealismo deve essere superato, ma per fare ciò si devono superare le condizioni alienate in cui si vive. L'immaginazione si scontra con la realtà organizzata. L'ispirazione  tecnico-scientifica  dell'IS si esprime in Constant e Pinot-Gallizio, che ipotizzano una nuova società post-economica e sur-poetica. Si tratta della copertura ideologica della fase espansiva del cosiddetto neo-capitalismo, che in quel momento ha bisogno di una dilatazione delle attività del tempo libero. Più rivoluzionaria la posizione di Guy Debord che afferma: «Io ritengo il capitalismo incapace di dominare e d'impiegare pienamente le sue forze produttive, incapace di abolire la realtà fondamentale dello sfruttamento, dunque incapace di lasciare il posto pacificamente alle forme superiori di vita evocate dal suo stesso sviluppo materiale» (IS, n. III). La posizione tecnico-scientifica non si discosta troppo da quella dei partiti riformisti, che anzi finiranno per adottarla adattandola alle esigenze produttivistiche del capitale europeo. Debord invece ipotizza un cambiamento della qualità della vita che è incompatibile con lo stato presente, sia esso capitalistico o neo-capitalistico che è poi la stessa cosa, ma implica un risveglio della rivolta proletaria. In questo modo Debord si colloca in una zona politica assai prossima    all'anarchismo e ai filoni dissidenti del comunismo (trotzkismo, luxemburghismo, comunismo dei consigli, posizioni del giovane Lukàcs, di Pannekoek, Korsch, Gorter), integrata da un'analisi della vita quotidiana che risente dell'opera, appena pubblicata, del « neo-marxista» Henri Lefebvre, Critique de la vie quotidienne. Infatti le organizzazioni storiche della classe, i grandi partiti operanti alla fine degli anni cinquanta (partiti socialisti e comunisti) non hanno saputo  fornire alcuna indicazione rivoluzionaria alle masse durante le crisi, per esempio, dello Stato francese. La totale mancanza di una risposta rivoluzionaria da parte della sinistra parlamentare e dei sindacati a essa collegati, nel maggio 1958, ha consentito la presa del potere da parte di De Gaulle, dimostrando il grado di putrefazione raggiunto da tutta una generazione di militanti e teorici social-comunisti. Cosi, il proletariato francese è rimasto senza un programma, una teoria, una guida capace di sostenere e indirizzare uno sciopero insurrezionale. Ciò dimostra che la rivoluzione «non può trarre la sua poesia dal passato, ma solo dal futuro».


giovedì 16 giugno 2022

Il diritto alla città intesa come opera d’arte collettiva

Henri Lefebvre (1901-1991) non ha bisogno di presentazioni, poiché è un assai noto, poliedrico studioso e intellettuale, geografo, urbanista e filosofo, di quel lungo «secolo breve», che egli attraversa quasi per intero, soprattutto nella sua culla centrale, in rapporto vitale e polemico, come fare altrimenti del resto, con quei rissosi visionari dell’Internazionale Situazionista di Guy Debord & co. Perché, dopo la fuga dal Partito Comunista Francese (1958), è con loro, tra bar, attraversamenti, derive e «situazioni» metropolitane, che Lefebvre percepisce la vitalità da recuperare nelle città, a partire da una «comune» rilettura della Comune parigina della primavera 1871. E così dobbiamo ad Henri Lefebvre (La Proclamation de la Commune, la descrizione della Comune parigina come festa permanente, anzi così recitava la seconda delle quattordici tesi contenute nel volantino dell’IS del febbraio 1963, Nelle pattumiere della storia:

La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo. Alla base di essa si trova la convinzione degli insorti di essere divenuti padroni della loro propria storia, non tanto al livello della decisione politica «governativa», quanto invece a livello della vita quotidiana, in quella primavera del 1871 (per esempio il gioco di tutti con le armi; il che significa giocare con il potere). È anche in tal senso che bisogna capire Marx: «la più grande misura sociale della Comune è stata la sua esistenza in atto».

La figura della Comune torna centrale, come potenza dispiegata nella vita quotidiana per la riappropriazione di spazi, autogoverno, festa, da parte di quelle classi operose e pericolose espulse dal centro vitale di una città svuotata e neutralizzata dalla rendita fondiaria e finanziaria:

La Comune di Parigi può essere interpretata alla luce delle contraddizioni dello spazio, e non solo a partire dalle contraddizioni del tempo storico (patriottismo delle masse e disfattismo delle classi dirigenti). Fu una risposta popolare alla strategia di Haussmann. Gli operai, cacciati verso i quartieri e i comuni periferici, si riappropriarono dello spazio da cui il bonapartismo e la strategia del potere politico li aveva esclusi. Tentarono di riprenderne possesso, in una atmosfera di festa guerriera, ma radiosa.

Qui Lefebvre, si lega alla successiva capacità del capitalismo finanziario di mobilitare la ricchezza fondiaria e immobiliare. «Questo tipo di processo viene ora accelerato e diventa proprietà capitalistica dello spazio intero», in una dimensione urbana dove la nuda terra, il terreno, sempre meno edificabile in prossimità di centri cittadini già troppo edificati, è sfruttato dalla rendita immobiliare e finanziaria in una rincorsa tra speculazione e nuova, artificiale, «economia della scarsità» di tutti quei beni e risorse un tempo abbondanti e comuni: terra e spazio, appunto, ma anche aria, acqua, e perfino la luce. Il fallimento dell’urbanistica intesa come pianificazione inclusiva in favore delle cittadinanze, dinanzi alla mercificazione dello spazio pubblico e al vertiginoso consumo di suolo. Processo rispetto al quale è forse necessario tornare a scandagliare le quotidiane buone pratiche emancipatrici diffuse nei territori per l’affermazione di un «diritto alla città» inteso come progetto utopico e quindi possibile, perché, nota ancora Lefebvre, «chiamo utopico, opponendolo a utopistico, ciò che non è possibile oggi, ma che potrebbe esserlo domani», ma è già in atto nella vita quotidiana di porzioni magari piccole e minoritarie di una società complessa e frammentata. È la scommessa di pensare e praticare il diritto alla/della città non tanto come nuovo diritto amministrativo «partecipato», in un’ottica sussidiaria tra alto e basso, società e istituzioni, centro statuale e periferie locali, ma come occasione per ripensare la dimensione spaziale di autogoverno delle cittadinanze in modo scalare, valorizzando quella che da sempre sosteniamo sia l’essenza della cultura urbana, cioè la possibilità di agire insieme senza dover essere necessariamente identici. Immaginare quindi la città come stratificata opera d’arte, per rendere possibile l’impresa collettiva e intergenerazionale di invenzione artistica di un’altra città, come ci è capitato di scrivere, con la mente e il cuore alle possibilità sopite di una ennesima rinascenza urbana: spazio politico dove tornare a sperimentare progetti comuni di libertà, solidarietà e condivisione tra i molti.



giovedì 20 dicembre 2018

Giocare un ruolo

Nella vita quotidiana, come sui palcoscenici più in vista, gli esseri umani si comportano quasi sempre come mistificatori, che gongolano la loro importanza e pervengono, in questo modo, appunto, a «giocare un ruolo». Il gioco è a volte grossolano, a volte di un'estrema finezza; e d'altronde un tale gioco impegna, compromette; è serio. I ruoli debbono essere conservati sino alla fine; non sono ruoli puri, che l'attore può abbandonare quando ne è stanco o quando avverte di recitare male. Il ruolo prolunga la realtà, ed è pertanto reale; il giuoco esplora il possibile; la commedia non esclude, in astratto, la sincerità; di più, la suppone e le aggiunge anche qualcosa; qualcosa di reale: la coscienza d'una situazione, di un'azione, d'un effetto da ottenere.
E' precisamente così che la vita quotidiana somiglia a un teatro, e che il teatro può riassumere, condensare, «rappresentare» la vita per degli spettatori reali.  (Henri Lefebvre)

giovedì 23 luglio 2015

Quale città?

Ogni progetto di riforma urbanistica mette in discussione le strutture, quelle della società esistente, quelle dei rapporti immediati (individuali) e quotidiani, ma anche quelle che si pretende d’imporre, attraverso le costrizioni e le istituzioni, a ciò che resta della realtà urbana. In sé stessa riformista, la strategia di rinnovamento urbano diventa forzatamente rivoluzionario, non per forza di cose, ma contro le cose stabilite. La strategia urbana fondata sulla scienza della città, ha necessità di un supporto sociale e di forze politiche per diventare operante.
Ciò significa che conviene elaborare una serie di proposte:
a) un programma politico di riforma urbanistica, riforma non definita dai quadri e dalle possibilità della società attuale, non assoggettata al realismo anche se basata sullo studio della realtà (in altre parole: la riforma così concepita non si limita al riformismo).
b) Progetti urbanistici molto avanzati, comprendenti modelli di forme spaziali e di tempi urbani senza preoccuparsi del loro carattere più o meno utopico o realizzabile (cioè a dire lucidamente utopici). Non sembra che questi modelli possano risultare né da un semplice studio delle città e dei tipi urbani esistenti, né da una semplice combinazione di elementi. Le forme spaziotemporali saranno - salvo esperienza contraria - inventate e proposte dalla prassi. L’immaginazione deve manifestarsi; non l’immaginario che permette la fuga e l’evasione, che trasporta ideologie, ma l’immaginario che si investe nell’appropriazione (del tempo, dello spazio, della vita fisiologica, del desiderio). Perché non opporre alla città eterna città effimere e centralità mobili ai centri stabili? Tutte le audacie sono permesse. Perché limitare queste proposte alla sola morfologia dello spazio e del tempo? Non è escluso che certe proposte riguardino lo stile di vita, il modo di vivere la città, lo sviluppo dell’urbano su questo piano. In queste due serie di proposte alcune saranno a breve, alcune a medio e a lungo termine, queste ultime costituiranno la strategia urbana propriamente detta.

giovedì 30 ottobre 2014

IL DIRITTO ALLA CITTÀ

Il diritto alla città non può concepirsi come un semplice diritto di visita o di ritorno verso le città industriali. Non può formularsi che come diritto alla vita urbana, trasformata, rinnovata.
Qui all’interno di queste scenografie noi abitiamo. Siamo gli attori mai protagonisti. Siamo gli oggetti di città resi merci, costruite su necessità e organigrammi estranee alla necessità e alle richieste di chi abita la città. Lo spazio metropolitano è ambito estensivo per territorializzazioni e continue deterritorializzazioni, per prassi di sfruttamento e speculazioni stabilite dunque oltre le dinamiche di vita comunitaria. In questa realtà contemporanea il concetto lefebvriano di diritto alla città scopre nuove e più agguerrite rilevanze. Diviene motto o piuttosto si trasforma in azione operativa e funzionale per la rivendicazione del concreto e dell’organico diritto alla vita urbana. Un abitare attivo quindi che per Lefebvre deve rendersi incisivo attraverso l’appropriazione diretta di tempo e spazio, perché l’inalienabile diritto all’uso del territorio della città è relativo alle necessità collettive di partecipazione alla vita quotidiana. Tramite la riattivazione, o meglio la corretta interpretazione, di tale evidente e necessaria istanza si costruisce lo strumento odierno di lotta e opposizione di consistenza contro il potere della globalizzazione neoliberale che sostituisce al valore d’uso il valore economico di mercato che minimizza, quando non elimina, la funzione sociale dello spazio urbano.
Reclamiamo ed esercitiamo il diretto fare uso del territorio urbano attraverso dunque strategie di intromissione che si traducono in effetti di ricreazione dello spazio esistente per definire e concretamente produrre nuove configurazioni di socialità, si costruiscono forme di guerriglia urbana che sin dagli anni ottanta hanno attivato processi di ri-appropriazione e modificazione di architetture e settori ormai inattivi dei nostri quartieri.