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giovedì 29 giugno 2023

La costruzione di un mondo rinnovato

Il fascino della proposta di Ctcheglow, era l’idea che la costruzione di un mondo rinnovato non dovesse partire da una nuova forma di architettura, intesa come tecnica costruttiva, ma da un inedito sentimento del tempo e dello spazio; rompere le abitudini, i condizionamenti della vita quotidiana; esplorare i quartieri per vedere che effetto fanno sui nostri sentimenti, frequentare gli spazi pubblici dove gli incontri sono possibili: in attesa di poter costruire le "città del sogno", dove le passioni si libereranno, bisognava nel frattempo stravolgere ed appassionare quelle esistenti. Per lunghi anni i situazionisti lottarono così per dimostrare concretamente che "l’idea borghese di felicità" era letale, che il capitalismo stava barattando "la garanzia di non morire più di fame con la certezza di morire di noia", come scrissero un anno prima dell’esplosione del maggio 1968, riproponendo la questione già posta così quindici anni prima da Chtcheglov quando aveva sottolineato che "tra l’amore e lo svuota-rifiuti automatico la gioventù di tutti i paesi ha scelto e preferisce lo svuota-rifiuti". All’inizio degli anni Sessanta, dopo qualche tentativo fallito di costruzione di ambienti e città, i situazionisti si resero conto che il condizionamento del potere correva troppo veloce per i tempi di un progetto simile. Da quel momento si dedicarono all’analisi spietata di quella che Guy Debord chiamerà la "società dello spettacolo", per offrire alle persone le armi della critica con cui comprendere e insorgere contro l’intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo.

Da quella analisi di cui oggi tutti celebrano la lucidità e la lungimiranza, verranno le scintille per le barricate del maggio francese e tanto altro.


MA LA PATAFICA COS’È?

«La patafisica è contro ogni convenzione e ideologia; le ideologie passano, la Patafisica resta. Non è un comitato di salute pubblica e non si propone di salvare il mondo; è inclusiva, universale, antidogmatica. E' un invito a riflettere sulle nostre contraddizioni, a non credere alle verità assolute, a tollerare le nostre incoerenze come risultato delle incoerenze del mondo, in nome della immaginazione e della libertà». Patafisica. Un nome curioso per designare una dottrina certamente curiosa: la «scienza delle soluzioni immaginarie». La Patafisica viene definita come «scienza del particolare», studia «le leggi che presiedono le eccezioni» ed il suo campo d'azione va al di là della metafisica, così come la metafisica va al di là della fisica. La scienza di tutte le scienze, o la scienza dell'inesistente, o se volete, una non-scienza. Vi sentite disorientati di fronte a simili affermazioni? Benvenuti nel regno della Patafisica! Il simbolo della Patafisica può essere considerato un'enorme riproduzione fatta di luci al neon colorate che appariva all'ingresso della mostra: un uomo in bicicletta che pedala verso mete sconosciute. Quell'uomo è Alfred Jarry, l'inventore della Patafisica, o meglio, colui che la rivelò al mondo (perché essa è sempre esistita!). La parola «Patafisica» appare scritta per la prima volta nell'atto primo, scena seconda, dell'opera teatrale «Ubu cornuto», scritta da Jarry nel 1897, dove si legge: «La Patafisica è la scienza che noi abbiamo inventato perché ve ne era un gran bisogno». Alfred Jarry, nato in Francia, a Lavai, nel 1873 e morto alcolizzato giovanissimo (34 anni), nel 1907, fu certamente un personaggio bizzarro, amò sempre stupire, dissacrare, provocare: sul suo letto di morte, quando gli chiesero se voleva un «curé» (un prete), rispose che voleva un «curédentes», cioè uno stuzzicadenti. Fu saggista, romanziere, amico di pittori, pittore a sua volta (fu il primo ad esaltare il giallo di van Gogh) e incisore. La sua opera più famosa fu «Ubu re», un'opera teatrale rappresentata per la prima volta nel 1896 che suscitò un grande scandalo. Ubu è una specie di macchina-mostro che dileggia dittatori, re e generali della vita quotidiana. Incarna tutto il lato grottesco del mondo, la stupidità del potere e delle convenzioni sociali: «Gettate i nobili nella botola», «Nella botola i magistrati», «Nella botola i finanzieri». Un tratto che caratterizza tutti i patafisici è quello di spaziare nell'arte, nella letteratura, pittura, cinema, scienza. Da Queneau, pittore, matematico e romanziere a Marcel Duchamp, pittore dada e abile giocatore di scacchi. Nel 1963 viene fondato a Milano l'Istituto Patafisico Milanese (tra i suoi fondatori Enrico Baj e Arturo Schwarz). Il simbolo adottato come segno di riconoscimento è una spirale o giduglia. I seguaci della Patafisica sono generalemente volontari, ma molti vengono insigniti «ad honorem» come patafisici involontari (Leonardo da Vinci è uno di questi). I più noti patafisici sono: Raymond Queneau, Jacques Prévert (chi l'avrebbe mai detto?), Max Ernst, Eugène Jonesco, i fratelli Marx (a proposito: l'unico marxismo riconosciuto dai patafisici è quello dei fratelli Marx!), Boris Vian, Man Ray, C. M. Escher, Juan Mirò. Come già detto una scienza, anzi una non-scienza, curiosa, dissacratoria e anti-dogmatica, all'apparenza molto poco lontana dall'anarchismo. E non obiettate che la Patafisica è una cosa inutile, incomprensibile, una masturbazione cerebrale di pochi intellettuali: fareste il loro gioco. Il risultato sarebbe quello di sentirsi rispondere che dovremmo essere un po' più antidogmatici e un po' più patafisici!



Lo stato protettore e la medicina


Nelle epoche in cui un migliaio di persone non valevano un chiodo di una bara, la reputazione del medico non superava quella del barbiere, del ciarlatano e del boia. E' stato necessario che la morale sparagnina dello sviluppo capitalista considerasse l'essere umano con l'attenzione prestata a una moneta di piccolo taglio perchè il guaritore, fregiatosi di un gergo universitario, si elevasse allo status di tecnico in  efficacia laboriosa, diventando, su domanda di una industrializzazione accelerata, l'esperto del corpo al lavoro. Mentre il plusvalore strappato ai ghetti operai stipendia il progresso delle ricerche, appare chiaro che l'oggetto di elezione delle scienze più rispettabili è, in generale, la macchina e, in particolare, la meccanica dell'uomo che la prolunga così utilmente. Considerate la popolarità raggiunta della medicina quando la macchina produttiva si è sdoppiata in una macchina consumistica, quando l'industria farmaceutica, avendo scoperto del proletariato un vasto mercato potenziale, ha democratizzato l'uso delle cure sanitarie. Il medico era solo un uomo di prestigio, diventa indispensabile. la sua funzione si burocratizza, per il benessere di tutti, la sua missione non è più caritativa ma socialista. Milita in un organismo sanitario che, sotto il nome di Servizio sanitario, vigila per non lasciare senza rimedi quelli che lavorano ogni giorno a morire un po' di più. Ciononostante il declino si annuncia. La routine burocratica, il potere dei monopoli farmaceutici, la frammentazione delle terapie specialistiche, coincide con una sovra-protezione della salute che contrasta con il malessere nella civiltà. La diffidenza si accentua al contatto di una farmacopea che guarisce lo stomaco rovinando i reni ed è parte della stessa potenza industriale che snatura la terra e l'uomo in nome della felicità. Aggiungeteci il fallimento dello Stato protettore, ormai incapace di garantire una protezione sociale che il proletariato delle società mercantili avanzate metteva nel novero delle sue conquiste e delle sue acquisizioni durature. In breve, una crescente abulia invade il mercato della morte e della malattia, e l'opinione in bilico tra la preoccupazione e il sollievo di vederlo scomparire, come un convalescente a cui si assicura che può camminare senza stampelle e che non osa crederci.


giovedì 22 giugno 2023

Anarchia e governamentalità

Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – utilizzando un approccio di tipo anarchico e non quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità ricorriamo a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare” [Scritti, v. 1, p. 123]. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere (...) un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava” (L’anarchia, corsivo mio). Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di  oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.

 

STO MODELLANDO LE TUE LABBRA – Pedro Salinas Y Serrano

Sto modellando la tua ombra.

Le ho già tolto le labbra,

rosse e dure: bruciavano.

Te le avrei baciate ancora molte volte.

Ti fermo poi le braccia,

…lunghe, nervose, rapide.

Mi offrivano la via

perchè io ti stringessi.

Ti strappo il colore, la forma.

Ti uccido il passo. Venivi

dritta verso di me. Ciò che più

mi ha fatto soffrire,

quando l’ ho messa a tacere,

è la tua voce. Densa, calda,

più palpabile del tuo corpo.

Ma stava ormai per tradirci.

Così il mio amore è libero, affrancato,

con la tua ombra spoglia di carne.

E posso vivere in te senza temere

ciò che desideravo di più,

il tuo bacio, i tuoi abbracci.

Non pensare ormai ad altro

che alle labbra, alla voce, al corpo,

che io stesso ti ho sottratto

per potere, senza di loro infine, amarti.

Io, che li amavo tanto.

E stringere all’ infinito, senza pena

– mentre se ne va inafferrabile,

e dietro a lei il mio grande amore,

la carne per il suo cammino -

il tuo solo corpo possibile:

il tuo dolce corpo pensato.


L’uomo delle discipline di Gilles Deleuze

L'uomo delle discipline era un produttore discontinuo di energia, mentre l'uomo del controllo è piuttosto ondulatorio, messo in orbita su un fascio continuo. Perciò il surf ha già rimpiazzato i vecchi sport. È facile far corrispondere a ciascuna società dei tipi di macchine, non perché le macchine siano determinanti, ma perché esprimono le forme sociali in grado di dar loro vita e di servirsene. Le vecchie società di sovranità maneggiavano delle macchine semplici, leve, pulegge, orologi; mentre le più recenti società disciplinari avevano per equipaggiamento delle macchine energetiche, con il rischio passivo dell'entropia e il pericolo attivo del sabotaggio; le società del controllo operano per macchine di terzo tipo, macchine informatiche e computer, il cui pericolo passivo è l'annebbiamento e quello attivo il pirataggio e l'introduzione di virus. Non si tratta di una evoluzione tecnologica senza che sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell'operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all'impresa. La famiglia, la scuola, l'esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient'altro che gestori. Anche l'arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'"anima" dell'impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un'anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l'uomo non è più l'uomo recluso, ma l'uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l'estrema miseria di tre quarti dell'umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.


giovedì 15 giugno 2023

Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace

La crescente impotenza dell’individuo a decidere da solo incide sulla stessa struttura delle sue aspettative. Mentre una volta gli uomini si disputavano risorse realmente scarse, oggi reclamano un meccanismo distributore per colmare una carenza che è solo illusoria. Gli individui, che hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni, come a reclamare i propri diritti, divengono preda del sistema che definisce in vece loro le loro esigenze e rivendicazioni. La persona non può più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace. Le regole del senso comune che permettevano alla gente di unire e scambiarsi le proprie esperienze sono distrutte. Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l’uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone. La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze. Riponendo la propria fede nell’esperto, l’uomo si spoglia prima della sua competenza giuridica e poi di quella politica. La fiducia nell’onnipotere della scienza induce i governi e i loro amministrati a cullarsi nell’illusione di poter eliminare i conflitti suscitati da un’evidente rarefazione dell’acqua, dell’aria o dell’energia, a credere ciecamente agli oracoli degli esperti che promettono miracolose moltiplicazioni. Nutrita del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di fissare i limiti dello sviluppo. Una simile delega di potere distrugge l’intero funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose sostituisce l’obbedienza a un mito, e alla fine legittima in un certo senso anche la conduzione di esperimenti sull’uomo. L’esperto non rappresenta il cittadino, fa parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un sapere non comunicabile; ma questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna particolare attitudine a definire i confini dell’equilibrio della vita. L’esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana: è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è inalienabile.


CHI SONO? – Aldo Palazzeschi

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

“follia”.

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

“malinconia”.

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

“nostalgia”.

Son dunque... che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.


Un irriducibile della Colonna di ferro: José Pellicer

José Pellicer nasce nel 1912 in una famiglia benestante, ma già molto giovane mostra un forte senso di giustizia che lo porta a rinunciare agli agii borghesi e ad aderire, a soli diciotto anni, alla CNT e alla FAI. Naturalista e vegetariano, lettore vorace con una vastissima cultura, è un sostenitore dell’insurrezione proletaria e delle associazioni dei lavoratori. Dopo una prima esperienza come segretario dell’Ateneo de Divulgación Anarquista e del Comité Regional della FAI, partecipa a due scioperi insurrezionali, fa diversi “soggiorni” in carcere e un precoce esilio, e infine torna all’azione diretta nel Sindacato delle costruzioni, di cui è delegato al Congresso di Zaragoza. Dopo il golpe fascista del 18 luglio 1936, il gruppo “Nosotros”, formato da Segarra, Cortés, Rodilla, Bergae e Pellicer, diventa, non per coincidenza, il principale motore della Colonna di ferro, insieme ad altre persone rilevanti dal punto di vista etico e rivoluzionario come Rafael Marti (“Pancho Villa”), Francisco Mares, Diego Navarro e Pedro Pellicer, fratello di José. La colonna diventa rapidamente il punto di riferimento per coloro che credono che la rivoluzione debba essere portata fino alle sue ultime conseguenze, sia al fronte che nelle retroguardie. Non a caso Pellicer è stato il più grande avversario della militarizzazione delle colonne, lottando strenuamente contro la burocratizzazione delle organizzazioni libertarie. José Pellicer ha rappresentato compiutamente lo spirito intransigente che lega l’anarchismo ai suoi principi etici, prendendo tra l’altro, fin dall’inizio della rivoluzione, una posizione netta contro la violenza gratuita e contro il concetto di vendetta rivoluzionaria. Combatté fino alla fine della guerra civile, rifiutando di lasciare la penisola iberica anche quando era ormai imminente la sconfitta. Catturato, processato e condannato a morte, viene ucciso insieme a suo fratello Pedro l’8 giugno 1942.


giovedì 8 giugno 2023

Parliamo di ecologia sociale

L'ecologia sociale è il prodotto della solida tradizione organicista presente nella filosofia occidentale, da Eraclito alla dialettica quasi evoluzionistica di Aristotele e di Hegel, fino allo straordinario approccio critico della famosa Scuola di Francoforte - con particolare riguardo alla spietata critica del positivismo logico (che affiora ripetutamente in Naess) e del misticismo primitivista di Heidegger (che emerge a ogni passo negli scritti sull'"ecologia profonda"). Da un punto di vista sociale, l'ecologia sociale è rivoluzionaria, non semplicemente "radicale". Descrive minuziosamente e critica lo sviluppo delle gerarchie in tutte le sue forme, dall'elitarismo neo-malthusiano alla brutalità ecologica di un David Foreman, dall'anti-umanismo di un David Ehrenfeld al razzismo latente, all'arroganza da Primo Mondo, al nichilismo yuppie dello spiritualismo post-modernistico. L'ecologia sociale si rifà alle profonde analisi eco-anarchiche di Piotr Kropotkin, alle teorie economiche radicali di Karl Marx, alle promesse emancipatorie dell'illuminismo rivoluzionario formulate dal grande enciclopedista Denis Diderot, agli Enragés della Rivoluzione Francese, agli ideali femministi rivoluzionari di Louise Michel e di Emma Goldman, agli ideali comunitari di Paul Goodman e di E. A. Gutkind e ai vari manifesti eco-rivoluzionari dei primi anni '60. Politicamente parlando, l'ecologia sociale è Verde - radicalmente Verde. È vicina all'ala sinistra dei Verdi tedeschi; ai movimenti extra-parlamentari europei; all'emergente movimento eco-femminista radicale americano; alle richieste di una nuova politica fondata sulle iniziative dei cittadini, sulle assemblee di quartiere e sulle assemblee municipali secondo la tradizione della Nuova Inghilterra; ai movimenti non-allineati e anti-imperialisti in patria e all'estero; alle lotte dei popoli di colore contro la dominazione dei bianchi privilegiati e contro le superpotenze da una parte e dall'altra della cortina di ferro. Sotto il profilo morale, l'ecologia sociale è dichiaratamente umanistica, nel senso più alto che questo termine aveva nel rinascimento. L'umanesimo ha significato, da sempre, uno spostamento della visione dal cielo alla terra, un passaggio dalla superstizione alla ragione, dalle divinità agli esseri umani - che sono il prodotto dell'evoluzione naturale non meno di quanto lo siano gli orsi grizzly e le balene. L'ecologia sociale rifiuta il "biocentrismo", che fondamentalmente nega o degrada l'unicità degli esseri umani, la loro soggettività, la razionalità, la sensibilità estetica e le potenzialità etiche di questa specie straordinaria. Ma alla stessa stregua, l'ecologia sociale rifiuta l'"antropocentrismo", che conferisce a una minoranza privilegiata il diritto di sfruttare il mondo della vita, ivi compresi i giovani, le donne, i poveri e i non privilegiati. Di fatto, l'ecologia sociale rifiuta qualsiasi forma di "centralità", nuovo sinonimo di gerarchia e di dominazione - sia dominazione della natura da parte di un "Uomo" mistico, sia dominazione degli uomini da parte di una "Natura" altrettanto mistica. Per l'ecologia sociale, natura è sinonimo di evoluzione naturale. L'evoluzione naturale è la natura, nel senso - quanto mai reale - che consiste di atomi e molecole evolutisi in aminoacidi, proteine, organismi intercellulari, codici genetici, invertebrati e vertebrati, anfibi, rettili, mammiferi, primati ed esseri umani - e tutto ciò in una spinta cumulativa verso una sempre maggiore complessità, una sempre maggiore soggettività e infine una mente sempre più grande, capace di pensiero concettuale, dalla più sofisticata comunicazione simbolica e dell'auto-coscienza, nella quale l'evoluzione naturale conosce risolutamente e deliberatamente se stessa. Di fatto, la specie umana è il prodotto dell'evoluzione naturale, non meno di quanto lo siano le alghe azzurre. Svilire questa specie in nome dell'"antiumanesimo", negare ai suoi membri il carattere unico di esseri pensanti, dotati di una facoltà senza precedenti come quella del pensiero concettuale, significa negare la ricca fecondità della stessa evoluzione naturale. Separare gli esseri umani e la società dalla natura significa dualizzare e mozzare la natura stessa, diminuire il significato e la portata dell'evoluzione naturale in nome di un "biocentrismo" che passa più tempo trastullandosi con mantra, divinità e cose sovrannaturali, invece che occuparsi delle realtà della biosfera e del ruolo della società nei problemi ecologici. Così l'ecologia sociale non cela dietro metafora il proprio impegno critico e ricostruttivo. Dà alla società "tecnologico-industriale" il nome di capitalismo - un termine che attribuisce la responsabilità dei nostri problemi ecologici alle fonti vive e ai rapporti sociali che danno loro origine, e non all'allestimento di una "Terza Ondata" che confonde queste fonti con la tecnica, con una "mentalità" tecnica o addirittura con i tecnici che lavorano alle macchine. Infine, l'ecologia sociale non ignora le classi sociali, le differenze etniche, l'imperialismo e l'oppressione, creando semplicemente un contenitore universale detto "Umanità", contrapposto a una "Natura" mistificata, privata di ogni sviluppo.


RAIN AND TEARS – Aphrodite’ s Child

Pioggia e lacrime sembrano uguali

ma quando sei alla luce del sole

dovrai mostrarle per quel che sono

Se piangi d’inverno

puoi anche fare finta

che sia solo pioggia


Quante volte ho visto scendere

dai tuoi occhi tristi le lacrime

pioggia e lacrime sembrano uguali

ma quando sei alla luce del sole

dovrai mostrarle per quel che sono


Ora dammi una risposta d’amore

ho bisogno di una risposta d’amore


Pioggia e lacrime fuori, nel sole

ma dentro te, dentro al tuo cuore

hai le onde dell’arcobaleno


Pioggia e lacrime, io evito entrambe

perché nel mio cuore non ci sarà mai il sole

pioggia e lacrime sembrano uguali

ma quando sei alla luce del sole

dovrai mostrarle per quel che sono”.


L’UNIONE SINDACALE ITALIANA – parte seconda

Durante il biennio rosso (1919-1920) l’USI è presente nelle prime occupazioni delle fabbriche, da Sestri Ponente a Napoli a Torino. Dopo la serrata dell’Alfa Romeo del 31 agosto 1920 a Milano, la repressione statale decapita la dirigenza dell’USI con l’arresto di Borghi, Giovannetti, Meschi e Di Vittorio. Con l’avvento del fascismo l’USI subisce una repressione violenta, la devastazione delle sedi, la carcerazione e l’uccisione di molti militanti. L’USI, che durante il biennio rosso era riuscita a contare quasi 500.000 iscritti, viene soppressa con decreto del Prefetto di Milano il 7 gennaio 1925; la sede nazionale dell’USI è devastata e i suoi ultimi militanti costretti ad abbandonare l’Italia. Nonostante tutto, l’USI riesce a operare dall’esilio tramite una segreteria e un comitato di emigrazione voluto da Armando Borghi. È comunque la situazione spagnola degli anni Trenta a far intravedere all’USI uno sbocco rivoluzionario e, fin dal 1934, attivisti dell’USI partecipano alle sollevazioni popolari. Dopo il golpe militare di Francisco Franco il 17 luglio 1936, l’organizzazione anarcosindacalista CNT, anch’essa federata all’AIT come l’USI, passa al contrattacco e il 19 luglio le sue milizie, guidate da Buenaventura Durruti, liberano Barcelona e danno inizio alla rivoluzione libertaria. L’USI partecipa, insieme alle altre sezioni dell’AIT, a un’attiva mobilitazione e tantissimi sono i suoi militanti, in particolare quelli esiliati in Francia, che raggiungono la Spagna ed entrano nelle storiche colonne della CNT, quali la Ascaso, la Durruti, la Tierra y Libertad, la Ortiz. Con la sconfitta del proletariato rivoluzionario spagnolo anche il progetto anarcosindacalista si ridimensiona, riprendendo vigore solo durante gli anni della resistenza quando i militanti dell’USI si ritrovano a combattere nelle formazioni partigiane dei maquis in Francia e in quelle di matrice anarchica e anarcosindacalista che operano soprattutto in Liguria, Toscana e Lombardia. Nel dopoguerra i vecchi militanti dell’USI sostengono il mito dell’unità sindacale, confluendo nella CGIL, cosicché l’USI non si ricostituisce se non nel 1950 al Congresso di Piombino, quando una nuova leva di militanti, memore della necessità di distinguersi da una fittizia unità dei lavoratori, riattiva la sigla storica del sindacalismo libertario in Italia. Nel corso degli ultimi trent’anni, attraverso numerose vicende organizzative e politiche, l’USI è stata faticosamente riattivata. Oggi l’USI-AIT si presenta come un sindacato autogestionario che si caratterizza per la struttura libertaria e federalista, per l’impegno a favore dell’autorganizzazione dei lavoratori, per la prospettiva in cui si muove, che rimane quella della costruzione di una società socialista e libertaria. Tra i suoi obiettivi principali figurano l’uguaglianza sostanziale di tutte le lavoratrici e i lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro a parità salariale, un reddito minimo garantito per i disoccupati, la difesa della sanità, dell’istruzione e della previdenza pubblica, la smilitarizzazione del Paese, la solidarietà e l’internazionalismo.



giovedì 1 giugno 2023

Rovesciare la prospettiva

Rovesciare la prospettiva vuol dire cessare di vedere con gli occhi della comunità, dell’ideologia, della famiglia, degli altri. È impadronirsi saldamente di se stessi, scegliersi come punto di partenza e come centro. Fondare tutto sulla soggettività e seguire la propria volontà soggettiva di essere tutto. Sulla linea di mira del mio insaziabile desiderio di vivere, la totalità del potere non è che un bersaglio particolare in un orizzonte più vasto. Il suo spiegamento di forze non mi ostruisce la vista, io lo individuo, ne valuto il pericolo, studio le risposte. Per povera che sia, la mia creatività è per me una guida più sicura di tutte le conoscenze acquisite per costrizione. Nella notte del potere, il suo piccolo chiarore tiene lontane le forze ostili: condizionamento culturale, specializzazioni d’ogni genere, Weltanschauungen inevitabilmente totalitarie. Ciascuno è in tal modo detentore dell'arma assoluta. Bisogna, tuttavia, come succede per certe forme di fascino, sapersene servire. Se si entra in contatto con la creatività per la via traversa della menzogna e dell’oppressione, a ritroso, essa si riduce a una pietosa buffonata: una consacrazione artistica. I gesti che distruggono il potere e quelli che costruiscono la libera volontà individuale sono gli stessi ma la loro portata è differente. Come in strategia, la preparazione di un’azione difensiva differisce evidentemente dalla preparazione dell’offensiva. Non abbiamo scelto il rovesciamento di prospettiva per chissà quale volontarismo, è il rovesciamento di prospettiva che ha scelto noi. Coinvolti come siamo nella fase storica del NULLA, il passo successivo non può essere altro che un cambiamento del TUTTO. La coscienza di una rivoluzione totale, della sua necessità, e il nostro ultimo modo di essere storico, la nostra ultima possibilità di disfare la storia in certe condizioni. Il gioco in cui entriamo è il gioco della nostra creatività. Le sue regole sono radicalmente opposte alle regole e alle leggi che reggono la nostra società. E un gioco a chi-perde-vince: quel che e taciuto e più importante di quel che e detto, ciò che è vissuto è più importante di quel che è rappresentato sul piano delle apparenze. Questo gioco bisogna giocarlo ?no in fondo. Come potrebbe colui che ha sentito l'oppressione al punto che le sue ossa non la sopportano più, non gettarsi verso la volontà di vivere senza riserve, come verso il suo ultimo appiglio? Sventura a colui che abbandona per strada la propria violenza e le proprie esigenze radicali. Le verità uccise diventano velenose, ha detto Nietzsche. Se non rovesciamo la prospettiva, è la prospettiva del potere che completerà l'opera di rivolgerci definitivamente contro noi stessi. Il fascismo tedesco è nato nel sangue di Spartaco. In ogni rinuncia quotidiana, la reazione non prepara nient'altro che la nostra morte totale. (Raoul Vaneigem)



TITANE – Julia Ducournau

Alexia, da quando da bambina è stata vittima di un incidente d’auto, vive con una placca di titanio nel cranio e ha sviluppato una strana parafilia per le macchine. Ora, ormai trentenne, la ritroviamo che lavora come ‘pole dancer’ in una convention per appassionati di motori. Nel frattempo è anche diventata una serial killer  prediligendo come arma dei suoi delitti un fermacapelli e come vittime le persone che vorrebbero avere rapporti sessuali con lei, siano essi uomini o donne. Ciò ovviamente non le impedisce di trovare il tempo di far sesso con il cambio di una Cadillac e di rimanere incinta. Tra gli spasimanti di Alexia si presenta anche Justine, sua collega notata dalla stessa Alexia per via di vistosi piercing sul seno. Durante una festa privata, Alexia mette in atto una strage, trucidando Justine e svariati altri invitati, lasciando tuttavia una di loro fuggire e a dare l'allarme. Prima che la polizia possa braccarla, Alexia dà fuoco alla sua casa e vi chiude i suoi genitori dentro affinché questi muoiano. Sfuggirà alla polizia spacciandosi per un ragazzo scomparso da un decennio. Una tagliata ai capelli, un naso rotto, una fasciatura per contenere il seno et voilà: il padre dello scomparso, un capitano dei 
pompieri in lutto, con il culto per i muscoli e problemi di dipendenza sarà disposto ad accettare di accoglierla come un figlio e farla diventare parte della sua caserma. Lei cerca un rifugio, perché nel frattempo ha scoperto di essere incinta, lui ha un disperato bisogno di credere che sia davvero il figlio scomparso. Tra i due nascerà un legame inaspettato e profondo. Col passare dei mesi, il suo corpo non riesce sostenere gli effetti della gravidanza. La sua pancia si gonfia,
la sua pelle si spezza per rivelare una versione in titanio di uno scheletro sottostante. Dai suoi seni e dai genitali inizia a scorrere una sorta di olio per motori. E tutto questo accade davanti a Vincent, che non riesce più a credere che si tratti di suo figlio scomparso. Nella scena finale Alexia rivela la sua femminilità esibendosi sulla camionetta dei pompieri per il resto della squadra e Vincent, rimasto inizialmente scioccato dalla rivelazione, decide di aiutarla a partorire e l’accetta definitivamente come sua figlia. Il titanio del titolo – un metallo estremamente resistente a caldo e corrosione ampiamente impiegato negli impianti chirurgici – è qui sinonimo di forza ma anche di modernità: due attributi che la cineasta francese vuole associare alla nuova consapevolezza che caratterizza i movimenti femministi e LGBTQI. Il termine “cinema di genere” può essere inteso in due modi diversi in Titane: come Genere e come Gender. Non ha senso considerare il film di Julia Ducournau come un nuovo avatar del cinema fantastico francofono, tanto Titane si affranca da tutte le regole. Ci sono certamente elementi presi in prestito dal “body horror”, ma questa deviazione attraverso il “gore” consente alla regista di mettere in discussione l’identità fisica e sessuale dei suoi personaggi, che si evolve nel corso del film. La metamorfosi, tema centrale del cinema sin dalle sue origini, viene reinterpretata in Titane in chiave molto contemporanea, attraverso il prisma della fluidità sessuale, e del superamento dei limiti corporei. in termini di racconto e rappresentazione. Titane è una fiammeggiante manifestazione di film-mutante, la cui forma è in perenne evoluzione, proprio come quella dei suoi due protagonisti. In un film che mostra il corpo in tutti i suoi stati, le numerose sequenze di danza esprimono una forma di gioia e piacere, a differenza del dolore causato da droghe, cambiamenti fisici e violenza. Il cuore di Titane non riguarda il rapporto donna-macchina, o umano-auto, che è piuttosto un punto di partenza, ma l’incontro tra una donna-bambina psicopatica e un padre surrogato, a sua volta perseguitato dal fantasma di un figlio scomparso. È lo shock di due follie, di due solitudini e la nascita dell’amore, ciò che il film racconta. Al di là della sua oscurità, Titane è la storia di un tortuoso viaggio verso la riconciliazione e la libertà. La cui conclusione suggerisce la possibilità di un’utopia sentimentale e familiare, segnata dall’abolizione delle leggi sociali e morali e dei confini corporei e sessuali. La gravidanza è il cambiamento, la sostituzione d’identità la sessualità fluida, il fuoco è la rabbia, il titanio è un rafforzamento mai indolore, la paternità è l’accettazione del nuovo, la nascita è l’alba di un mondo diverso.



 


L’UNIONE SINDACALE ITALIANA – parte prima

L’Unione sindacale italiana compie 90 anni. La sua storia attraversa quella dell’Italia e del movimento di emancipazione dei lavoratori, sviluppandosi nella sua coerenza libertaria e autogestionaria. I temi organizzativi e strategici dell’USI rimangono nella sua lunga storia, in certa misura, immutati in tutta la loro importanza. Tra di essi ricordiamo: la critica a un’unità sindacale fittizia, nel 1912, nel 1950, ma anche nei più recenti anni di disgregazione del sindacalismo di Stato; lo spirito antimilitarista, che porterà l’USI a espellere gli interventisti nella prima guerra mondiale, ma che porterà anche a proclamare lo sciopero contro la partecipazione dell’Italia alla Guerra del Golfo e a tutte le altre aberranti “missioni di pace”; l’antifascismo, che determinò lo scioglimento dell’USI da parte del regime mussoliniano, ma che si conservò nei suoi militanti in esilio in Francia, nella Spagna del 1936 e di nuovo in Italia durante la Resistenza; la lotta al capitale e allo Stato, dalle occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso all’opposizione all’economia globale; lo spirito egualitario e autogestionario che, attraverso la lotta sindacale, vuole essere diffuso in tutta la società. L’Unione sindacale italiana nasce a Modena al Congresso nazionale dell’Azione Diretta dove il 23, 24 e 25 novembre 1912 si ritrovano riuniti i rappresentanti degli oltre 77.000 aderenti al Comitato di resistenza interno alla CGL, nata sei anni prima. Il dibattito si incentra sulla questione dei rapporti interni alla CGL e i congressisti discutono se entrare in massa nella confederazione per conquistarla dall’interno o se provocare una scissione e creare un secondo sindacato che raccolga tutte le organizzazioni di tendenza sindacalista rivoluzionaria. Prevale la mozione di Alceste De Ambris, favorevole alla scissione e alla creazione di un nuovo sindacato che costituisca una concreta alternativa di classe, organizzata in modo federalista e libertario. Viene approvato lo statuto dell’Unione sindacale italiana, si fissa a Parma la prima sede nazionale e si decide che il periodico l’organo ufficiale del sindacato. Nella relazione di accompagnamento allo statuto si legge come l’USI propugni il sindacalismo rivoluzionario concepito come forza di trasformazione radicale della società; sia un sindacato autenticamente federalista e libertario; favorisca l’autonomia dei sindacati che vi aderiscono e non l’accentramento organizzativo; non voglia essere mai esecutore di volontà politiche e si batta attraverso l’azione diretta contro il sindacalismo riformista e la burocrazia sindacale; abbia infine come scopo l’emancipazione di tutti i lavoratori attraverso la lotta e la solidarietà di classe contro il corporativismo, il potere statale e quello padronale. L’importanza che assume immediatamente l’USI viene dimostrata dalle lotte organizzate dai suoi attivisti nelle campagne e nelle città. Nel 1913 vengono sostenuti scioperi agricoli nel ferrarese e in Puglia, scioperi generali dei metallurgici e dei gasisti a Milano, nonché a Carrara tra i lavoratori del marmo. Quando l’Italia entra in guerra nel 1915, segretario dell’USI è l’anarchico antimilitarista Armando Borghi. La sede nazionale passa a Bologna e il nuovo organo dell’USI è “Guerra di Classe”, indicando così quale è l’unica risposta rivoluzionaria alla chiamata alle armi del proletariato di tutte le nazioni. Alla fine della guerra l’USI si ritrova al suo III Congresso nel 1919 a Parma, che accoglie i delegati di oltre 300.000 iscritti. La Rivoluzione di ottobre pone quindi quali temi all’ordine del giorno i consigli di fabbrica e i soviet. A livello sindacale l’USI promuove il movimento dei consigli, partecipa alla loro costituzione sul modello dei soviet russi e garantisce con la sua presenza questa prima forma di autorganizzazione proletaria in cui tutti i lavoratori delle città e delle campagne possono riconoscersi perché fondata sull’azione diretta, sull’assemblearismo e sull’autogestione. In questo periodo l’USI aderisce all’AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori), cui è affiliata la maggior parte delle organizzazioni anarcosindacaliste.