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giovedì 18 settembre 2025

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XCII

1975 

2 ottobre - A Pisa, il processo per il caso Serantini si conclude con la condanna a sei mesi e dieci giorni di reclusione del capitano Amerigo Albini e della guardia Giovanni Colantuoni. Il pubblico ministero aveva  invece chiesto l'assoluzione dell'Albini per insufficienza di prove. Il pretore li ha ritenuti entrambi colpevoli di false dichiarazioni al giudice istruttore che condusse le indagini sulla morte dell'anarchico. Scrive il  "Corriere della sera" del 3 ottobre 1975: «Per il pubblico ministero, invece, le false dichiarazioni del capitano Albini non ebbero rilevanza nell'inchiesta conclusasi con un proscioglimento generale in quanto rimasero ignoti gli autori del pestaggio; mentre una  diversa valutazione doveva essere data alle dichiarazioni della guardia Colantuoni. «Il pubblico ministero dott. Cariello era stato tre anni fa, vale a dire il 5 maggio 1972,  difensore d'ufficio, sia pure per poche ore, di Franco Serantini, arrestato e interrogato in carcere già agonizzante. «Ai due condannati sono stati concessi i  benefici della condizionale e della non iscrizione». Il 7 luglio 1972, alcuni mesi dopo la morte di Franco Serantini, il giovane anarchico Giovanni Marini veniva arrestato a Salerno sotto l'accusa di essersi difeso usando un coltello dall'aggressione di alcuni fascisti, provocando la morte di uno di questi.  Marini viene condannato,  nonostante l'incertezza delle prove, a 13 anni di carcere «duro». 


1976
 

10 maggio - Muore nel carcere di Stammheim la rivoluzionaria Ulrike Meinhof, ivi detenuta in attesa di processo. Le autorità parlano di suicidio. Il collegio di difesa accusa le autorità di avere commesso  un «delitto di stato». 

fine


giovedì 31 luglio 2025

L’Anarchia nel XX secolo – Parte LXXXIX

1972 

5 maggio - A Pisa, in uno scontro tra giovani extraparlamentari e forze di polizia, viene ridotto in fin di vita il giovane anarchico Franco Serantini. Il ragazzo, orfano dei genitori, era cresciuto nella miseria e nella brutalità delle pubbliche istituzioni; soltanto in un raggruppamento anarchico, cui si era accostato di recente, aveva trovato amicizia e calore umano. Arrestato e interrogato in carcere alla presenza del difensore d'ufficio dott. Cariello, viene praticamente lasciato  morire nella cella nonostante lamenti dolori alla testa e implori un medico. Svanito il tentativo di sotterrarlo di nascosto, scoppia, per interessamento delle sinistre extraparlamentari di Pisa, il “caso Serantini”.  Le forze di polizia verranno accusate di avere massacrato il giovane anarchico; la magistratura e l'autorità carceraria, di non avere  provveduto al suo ricovero  in ospedale nonostante le palesi gravissime condizioni. 


 

giovedì 2 giugno 2022

Franco Serantini – Cinquant’anni fa (5)

PISA, 10 maggio

Il funerale di Franco apparteneva solo ai suoi compagni di lotta . E per questo non abbiamo dato retta a quanti ci accusavano che noi volevamo fare sempre e solo di testa nostra e che ci avevano detto che volevamo speculare anche sulla morte di Franco. Per i burocrati Franco era stato la vittima casuale della situazione, senza portare responsabilità di quello che era accaduto. Si era trovato per caso coinvolto negli incidenti di piazza e la violenZa l'aveva travolto, i calci del fucile della polizia l'avevano massacrato. Ma noi non volevamo nasconderci, volevamo ribadire la nostra e la sua responsabile presenza nelle strade di Pisa, venerdì. la sua, di compagno anarchico che ha ancora la forza, dopo essere stato massacrato durante gli scontri e poi in questura, di rispondere all'ipocrisia di un giudice che cerca di lavarsi la coscienza, che lui in piazza c'era perché ci credeva, ci credeva perché era un anarchico. Se le idee politiche erano diverse, la logica sua era la nostra. Il suo corpo ci apparteneva. Inconcepibile che l'abbiano dato al direttore dell'istituto Thouar, che poi non abbiano nemmeno acconsentito all'allestimento della camera ardente nell'istituto come i compagni di Franco richiedevano. Quando nella tarda mattinata di martedì è arrìvata improvvisa la notizia che i funerali avrebbero avuto  avuto luogo lo stesso giorno, nel primo pomeriggio, a partire dall'istituto di medicina legale, i compagni hanno deciso di non cambiare la loro decisione: di partire da piazza S. Silvestro, allineati dietro ai compagni di Franco dell'Istituto Thouar. Il corteo che abbiamo cominciato in 3.000 si è ingrossato lungo le strade cittadine per arrivare in 5000 davanti all’Istituto di medicina legale . La bara è stata sorretta a turno dai compagni di Franco dell'istituto e da compagni anarchici. Accanto alle facce note, ne vedevamo molte altre: alcune, di compagni di base del PCI, del PSIUP, persino del PSI ci facevano piacere. Altre, che in genere stavano ai bordi della strada, ci piacevano meno. Che ci stavano a fare il sindaco, gli onorevoli del PCI, i burocrati del 
sindacato in un corteo come questo? Dinanzi al cimitero migliaia di compagni hanno alzato il pugno e poi hanno cantato l'inno degli anarchici “Figli dell'officina, figli della terra, già l'ora s'avvicina della più giusta guerra”. (Lotta Continua del 1
1 maggio 1972)  Ai funerali del ventenne anarchico partecipa

una folla di pisani — non soltanto quelli che lo avevano conosciuto ed apprezzato — oltre ai compagni in libertà che gli avevano voluto bene e che ne piansero la perdita. Il magistrato Funaioli emetterà avviso di reato per omicidio colposo nei confronti del  medico del carcere, e si darà da fare per l'individuazione e l'incriminazione dei massacratori. Ma a Firenze c'è il Procuratore generale Calamari che, in coincidenza con questi fatti, chiede l'allontanamento dalle loro funzioni di ben cinque magistrati, evidentemente  scomodi, tra i quali il Funaioli. Anche la Corte d'Appello  di Milano, in quel momento, tende a sbarazzarsi di altri giudici egualmente indesiderati. Che si voglia affossare il procedimento contro gli assassini di Franco sembra indubbio; ma non  si tratta solamente di questo. Un clima poliziesco investe tutte le istituzioni e gli organi dello Stato, e tutti coloro che sono integrati nel potere fanno a gara nel mettere il morso alle libertà democratiche ancora permesse. Un disegno di  legge governativo prevede  l'attivazione del fermo  di polizia e più ampi poteri discrezionali alla magistratura, mentre le questure si danno particolarmente da fare per reprimere qualunque iniziativa di contestazione popolare, soprattutto da parte di studenti e di operai; il caso di Torino è emblematico: in un sol colpo ne sono indiziati di reato ben 807! È, del resto, il clima politico nel quale fioriscono i Restivo, i Guida, i De Peppo, gli Amati, gli Occorsio, i Cudillo, gli Allegra, i Catenacci, (ma anche quel Nicolò Amato, ineffabile P.M. al processo contro l'editore Savelli, reo di aver pubblicato "Strage di Stato"), ecc.: lo stesso clima nel quale "Umanità Nova", per merito di alcuni di questi vigili e fedeli servitori dello Stato, o di loro compari, accumula  denunce, processi e condanne per "diffusione di notizie false e tendenziose", per "calunnia", per "diffamazione", per "vilipendio" (ovviamente, soprattutto, per aver smascherato precise macchinazioni, mosso circostanziate denunce, prospettato ipotesi realistiche o formulato deduzioni logiche con l'unico difetto di non essere conformi alle corrispondenti verità di Stato).



giovedì 26 maggio 2022

Franco Serantini – Cinquant’anni fa (4)

Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia. Franco Serantini è immobile, solo - un segno del destino - all'angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle. In carcere Franco avrebbe bisogno di cure mediche serie: non ha un osso sano, dalla testa ai piedi. Pare quasi in coma. Ma nessuno, nessuno fa nulla… Lo interroga un sostituto procuratore di nome Giovanni Sellaroli. Difensore d’ufficio è l’avvocato Antonio Cariello. Gli domandano se ha lanciato contro la polizia delle pietre o altro materiale. Franco risponde che non ricorda bene quanto è avvenuto. Gli chiedono perché abbia partecipato alla manifestazione contro Niccolai. Risponde: «Ci andai perché ci si crede». Gli chiedono in che cosa creda: «Sono anarchico», replica sarcasticamente. Prosegue il verbale nel riportare le parole di Franco: «Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti dolori al capo ancora attualmente. Non credo di aver insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato porco, ma non credo di averlo fatto, perché non è la mia frase abituale. Non credo di aver avuto tra le mani pietre o bottiglie incendiarie ieri sera; anche perché persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarli». Sta sempre più male Franco, non riesce neanche a tenere la testa su. Al magistrato risponde col capo chino sul tavolo. Lo ricacciano in cella di isolamento, la cella numero 7. Non riesce a mangiare e non se la sente di uscire nelle ore d’aria. Gli unici che capiscono che il ragazzo sta davvero male sono gli scopini. Ma nessuno li ascolta… Franco viene completamente abbandonato al suo destino: la morte di lì a poche ore. Alle 8.30 del 7 Maggio, il giorno delle votazioni, Franco Serantini peggiora sempre più: lo trasportano al pronto soccorso del carcere. In sala operatoria gli somministrano ossigeno e gli viene fatta la respirazione artificiale. Ma tutto ormai è inutile, il giovane sta morendo. Alle 9.45 Franco muore. Il certificato medico del dottor Alberto Mammoli parla di “emorragia cerebrale“. La notizia della sua morte si diffonde presto: anche il PCI, dopo un primo sbandamento, manda a Pisa Pajetta e Cossutta per gestire la difficile situazione creatasi. I carcerieri tentato anche di dargli sepoltura “saltando” qualche norma, per evitare che si scopra che quella morte non è “naturale“, ma provocata da polizia e carcere. Per nascondere, insomma, un omicidio: è un trovatello, in fondo, chi può venirne a reclamare la salma? Ma non tutte le ciambelle riescono col buco… Alle 16.30 del 7 Maggio un funzionario della direzione del carcere si presenta al Comune di Pisa: consegna una denuncia di morte e richiede l’autorizzazione a trasportare il cadavere. Ma sul certificato di morte manca il necessario nulla osta della Procura della Repubblica e non sono passate quelle 24 ore che la Legge prevede per l’inumazione. L’impiegato comunale si rifiuta di accettare quel documento e tutto il meccanismo di occultamento della verità salta come un castello. Un castello di carta…



giovedì 19 maggio 2022

Franco Serantini – Cinquant'anni fa (3)

La città sembra in stato d'assedio. Da Roma è arrivato il primo Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Franco e gli anarchici accolgono l’invito di Lotta Continua e partecipano alla contestazione del comizio fascista. In piazza i missini urlano «Italia, Italia». Saranno circa duecento. Il deputato Niccolai parla per un’ora e mezzo. Ma non è un comizio tranquillo il suo: una cittadina, Morena Morelli, va sotto il palco, lo sbeffeggia, lo ridicolizza e poi gli dà apertamente del fascista. Risultato: viene arrestata. Franco è insieme ai suoi compagni: contestano a viva voce il comiziante, non gli danno tregua. Intonano l’Internazionale e Bandiera rossa e cercano di pararsi dalle prime cariche della polizia. Volano persino dei candelotti lacrimogeni verso le vetrate del palazzo comunale, tanto che il sindaco esce a protestare vivacemente con il questore. La polizia comincia a caricare pesantemente i manifestanti: li picchia ripetutamente e cerca di disperdere la folla, per permettere al fascista Niccolai di terminare il suo sproloquio. In pochi attimi la città si trasforma in una caccia al “comunista“: camionette della polizia si scagliano contro i manifestanti. 5.000 a 'Pisa tra PS e baschi neri per la chiusura della campagna elettorale . Alle 18,30 gli sbirri cominciano: stavolta non fanno la carica, ma attaccano immediatamente con i caroselli, portando lo scompiglio tra i compagni. Anche nell'ottobre '68 avevano tentato la provocazione, fascisti italiani e greci insieme, sulla strada che poi porterà alla strage di stato. La risposta erano state due giornate di battaglia. Anche allora Pisa si era riempita di baschi neri: quello che hanno fatto di diverso questa volta è stato di scatenare senza più freni una violenza cieca, assassina. Tutta Pisa ne parla stamattina: i caroselli di 30 jeep a corsa sfrenata, dalle quali sparavano i candelotti a non più di un metro di distanza;  iI ragazzo a cui hanno sparato in bocca, quell'altro che è in fin di vita colpito alla testa. I compagni , i proletari hanno resistito fino alle 10 di sera, sul lungarno alla chiesa della Spina, dove c'erano le barricate, hanno risposto più volte alle cariche degli assassini. Un altro punto di resistenza era via S. Martino. 30 sono i fermati, 3 gli arrestati. Tra questi una donna che è andata fin sotto il palco di Niccolai a gridare “fascista” L'hanno picchiata e portata nel carcere di Lucca . Se volevano ottenere che il PCI in nome della pace elettorale sconfessasse i compagni di base che hanno combattuto in piazza, in questo sì, hanno ottenuto piena soddisfazione. Questo manifesto il PCI l’ha attaccato sui muri di Pisa un'ora e mezza dopo gli scontri. " Pisa ieri. I protagonisti del disordine. A Pisa già il primo maggio c'è stato il preavviso, poi ieri la violenza, freddamente calcolata a tavolino da qualche stratega che dirige i fascisti calati a Pisa con le loro lugubri e vigliacche squadracce e degli avventurieri . Ancora una volta i protagonisti del disordine sono i fascisti, gruppetti pagati per recitare la parte dei rossi, gli uffici dove si organizzavano queste vergognose parate di violenza. La DC al centro oggi della trama nera della connessione con i fascisti e con i gruppetti pagati per fare le controfigure”.(Lotta Continua del 07 maggio 1972) Alcune testimonianze sui fatti accaduti a Pisa il
5 Maggio 1972. Falcucci Fabrizio, Via Buontalenti, 58 – Livorno:”Mi trovavo verso le 18 in Banchi. Ad un certo momento ho visto sparare molti candelotti lacrimogeni e allora mi sono messo a correre verso la chiesa del Carmine. Eravamo una quindicina e abbiamo chiesto rifugio al prete. Il prete ci ha chiuso la porta in faccia. Allora io e altri due ci siamo accucciati nell'angolo di un negozio... Alla terza camionetta ho visto un poliziotto ritto sul sedile posteriore che si abbassava la visiera dell'elmetto e mi prendeva di mira. Era alla distanza di 4 o 5 metri da me. Istintivamente ho voltato di scatto la testa cercando di ripararmi con le mani. II candelotto lacrimogeno mi ha colpito in bocca. Ho perso 6 denti e le labbra mi sono state maciullate”. Matteoni, Via Pietro Gori, 3 – Pisa: “Erano appena passate le 18. Mi stavo recando in via Kinzica. Arrivato all'imbocco della via mi sono visto venire incontro una persona anziana che gridava che in un portone c'era un ferito grave. Subito dopo gli sono corso dietro. Ho cercato di entrare dentro, ma non ci sono riuscito perché c'era un tale fumo, che toglieva il respiro e bruciava la faccia. Allora ho chiamato in aiuto alcuni passanti e insieme abbiamo formato con le mani una specie di cordata. Solo così sono riuscito a tastoni a sentire il corpo del ferito. L'ho agguantato per i pantaloni e l'ho trascinato fuori. Nessuno aveva il coraggio di prenderlo in braccio da tanto che faceva impressione. Aveva la faccia sfigurata e completamente rossa di sangue. A me, poco dopo, un po' per il fumo, un po' per la rabbia che mi era venuta nel vedere quello scempio, mi é preso una crisi nervosa. Dopo essermi ripreso, mi sono accorto di avere perso i soldi e sono ritornato nel portone. Lì dentro mi sono trovato di fronte ad una vecchia, credo quasi settantenne e che abita in quel palazzo. Si lamentava molto perché diceva che i poliziotti gli avevano rotto un braccio su per le scale, gli stessi che avevano quasi ammazzato quel ragazzo. Gli stessi che prima di venir via dal portone, ci avevano sparato dentro tre bombe lacrimogene. Ancora pochi minuti e quel ragazzo sarebbe certamente morto”.




giovedì 12 maggio 2022

Franco Serantini – cinquant’anni fa (2)

Pisa è una città difficile da prendere politicamente, ma Franco comincia ad avvicinarsi ai gruppi extraparlamentari. Il PCI è in difficoltà, tanto che la sezione del centro viene sciolta per una dissidenza “da sinistra“, mentre le motivazioni della Federazione provinciale parlano di esigenze amministrative. Forte è l’attività di Potere Operaio i cui leader sono Luciano Della Mea, Adriano Sofri, Gian Mario Cazzaniga e Romano Luperini. E il 1968 è l’anno proprio di Potere Operaio: gli studenti dell’università sono vicini alle posizioni estreme di Sofri e Cazzaniga, si lanciano in proteste accese che vengono represse anche con processi molto duri. L’accusa che parte verso Potere Operaio, da vari settori di sinistra, è quella di esercitare un estremismo infantile, di avventurismo, velleitarismo, di tecnica della provocazione. Un fervido dibattito interno trasformerà poi questa formazione in un’altra: “Lotta continua per il Comunismo“. Franco, mentre si succedono questi eventi, prende la licenza media, finalmente mostra amore per lo studio, anzi: per la conoscenza. Diviene esuberante: un ragazzo che avrebbe bisogno d’aiuto come lui lo porge invece agli altri. È un ragazzo come tutti, ma certamente più serio della sua età. Su un quaderno dalla copertina nera, come il colore dell’anarchia, incolla articoli di giornali, scrive pensieri propri e quando alla FGCI e alla FGSI (le federazioni giovanili del PCI e del PSI) insiste per parlare di Valpreda e della strage di Stato, si infuria perché lo mettono a tacere. Entra così a far parte del nucleo di militanti di Lotta Continua, in via Palestro. Uno dei primi giovani compagni che conosce è Sauro Ceccanti, fratello di quel Soriano ferito alla “Bussola“. Passa delle buone giornate con Sauro e gli altri: trova un lavoro presso una ditta che ha un appalto di perforazione schede. Con Lotta Continua partecipa all'esperienza del mercato rosso al Cep, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa. Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un'economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. La mattina va a scuola e al pomeriggio studia. Guadagna cinque lire a scheda perforata. È attento, preciso e non delude il principale. Si compera anche un motorino, un “Ciao” usato di colore blu e la sua passione per i libri aumenta: vorrebbe avere quasi tutti quelli che vede. Legge Salvemini, i testi anarchici del principe russo Kroptkin, di Cafiero e di Malatesta. Il suo passaggio da Lotta Continua agli anarchici è di questo periodo: vede nei militanti di LC una voglia “egemonica” e non la tollera. Anarchia, dunque. L’ultima svolta prima del tragico epilogo della sua vita. L’ambiente anarchico è l’ideale per Franco, si sente a suo agio davvero:
forse per la prima volta nella sua esistenza. Poiché non conosce molto del pensiero anarchico sviluppato da Bakunin e da Proudhon, ne legge le opere e studia anche a fondo la Rivoluzione d’Ottobre. La sede della FAI (Federazione Anarchica Italiana) è in via San Martino. Vi sono pochi giovani: Enrico, Rita e Massimo. C’è anche un anziano anarchico di ottantotto anni, si chiama Nilo. La sua presenza offre ai ragazzi anarchici un segno di sicurezza paterna. Il gruppo in cui milita Franco è intitolato al povero Pinelli. Siamo nel 1972. Con i compagni stila molti volantini che, con parole semplici, esprimono però la profonda umanità dell’anarchismo: all’oppressione dello Stato contrappongono l’autogestione sociale, inneggiando alla rivoluzione proletaria, alla lotta di tutti gli sfruttati. Arrivano i mesi di intensa attività per la campagna elettorale che si concluderà nei primi di Maggio: la Democrazia Cristiana inneggia alla difesa dell’ordine pubblico, facendo concorrenza al Movimento Sociale Italiano, mentre il Partito Comunista Italiano non mostra un atteggiamento di frontale contrapposizione alla DC. Il clima politico si incendia il Primo Maggio quando una manifestazione di Lotta Continua viene ostacolata dalle istituzioni e, quindi, proibita. Si scatena una specie di “caccia alle streghe” che porta alla perquisizione di case dove si cercano armi… e la tensione si alimenta e cresce esponenzialmente. Il 7 Maggio si vota e Pisa è coinvolta come non mai in questa tornata elettorale: giovedì 4 Maggio si svolgono comizi elettorali della DC, del PSI, de “il manifesto” con Lucio Magri, del PRI e del PCI. C’è una nenia cattiva che aleggia per la città: si temono scontri per la giornata di chiusura della campagna elettorale: in largo Ciro Menotti sono previsti due comizi. Uno dell’onorevole Meucci alle nove di sera e uno del missino Giuseppe Niccolai alle sei di sera. Lotta Continua vuole impedire che il fascista Niccolai parli a Pisa. Esce un comunicato trasformato anche in manifesto pubblico: “Il ducetto Giuseppe Niccolai, protetto dagli industriali, pagato e imbottigliato dal ‘barone nero’ Ostini, padrone dell’acqua d’Uliveto, si è piccato di parlare a Pisa. Cascasse il mondo su un fico il fascista Niccolai a Pisa non parlerà. Venerdì, ore 16 tutti in piazza Garibaldi“.


giovedì 5 maggio 2022

Franco Serantini – cinquant’anni fa (1)

Franco Serantini è uno di quei “figli di nessuno“, cantati dagli anarchici di inizio secolo e nella lotta partigiana, che sono divenuti dopo la loro morte figli di tutte le donne che lo hanno pianto, ricordato e a cui hanno voluto bene. La sua vita è segnata come tutte dal caso, dal “fato“, ma su di lui il fato si accanisce con la forza brutale di tutti quegli apparati dello Stato che dovrebbero essere volti alla sicurezza del cittadino e che, invece, molto spesso divengono avamposto di repressione. È un giovane libero Serantini, è un giovane che conserva in se stesso un codice genetico libertario anche nel proprio nome: quando lo devono registrare allo Stato civile di Cagliari (dove nasce il 16 Luglio del 1951) è un maresciallo dei carabinieri a chiamarlo pressappoco come uno scrittore di cui stava leggendo una novella, tale romagnolo Francesco Serantini. Prende vita così il cammino di vita di Franco Serantini: abbandonato al brefotrofio, vi resta per due anni: viene infatti dato in affidamento a due coniugi siciliani: Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Il suo passare di casa in casa non è ancora finito: non ha ancora dieci anni quando è trasferito all’istituto “Buon Pastore“, nella periferia di Cagliari. Termina le scuole elementari assistito dalle suore che lo mandano poi alla scuola media “Giuseppe Manno“. Tutti dicono che sia un ragazzo chiuso in se stesso, taciturno, infelice. Ma nessuno valuta l’ambiente che circonda Serantini: un ambiente clericale, ostile alla sua mente già vivida di libertà, di spazi aperti, di forti sensazioni di amore per il prossimo, per quel popolo che ha già cominciato a conoscere nella miseria comune. Comincia infatti ora a dare segni di insofferenza: non vuole studiare, marina la scuola e si mostra ribelle con le suore. Si scontra anche con i coetanei e non dà alcun credito alle prediche dei presidi che gli ridondano nella testa, con voce da“pater familias“, cosa debbano rappresentare le suore per un trovatello come lui… Non ci sta Franco, sembra ribellarsi persino alla sua stessa sorte e, alla fine, lo farà fino all’estremo punto di non ritorno. La sua ribellione continua al punto che le suore del “Buon Pastore” si rivolgono al Tribunale per i minorenni: «Non possiamo più tenerlo» dicono al giudice. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.
L'Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all'Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L'équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70. Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. In questa sua vita tormentata, dislocata in famiglie improvvisate, istituti in cui è lui a doversi totalmente adattare al tutto, sempre, Franco sviluppa una grande solidarietà umana: i ragazzi di Pisa lo stimano perché è sempre disponibile verso tutti e verso tutto, ma è anche pieno d’orgoglio, fiero e questo non gli attira le simpatie dei superiori. Pisa è un contesto di effervescenza sociale: è una città anzitutto di tradizione mazziniana, anticlericale e tendenzialmente vicina all’anarchismo. Nel 1968 Rossana Rossanda scrive: «Pisa parte da una rielaborazione della tematica classica del movimento operaio, che infatti collocherà il movimento pisano all’interno o a cavallo di formazioni politiche esterne, dal PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) a una certa dissidenza comunista, alcuni gruppi marxisti-leninisti, i “Quaderni rossi“, ed i comunisti stessi».