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giovedì 21 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLIII

1937 

5 maggio - Vengono massacrati a Barcellona, da agenti stalinisti, gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri. Berneri, nato a Lodi nel 1897, si era rifiutato come insegnante di giurare fedeltà al duce; esule in Francia, era stato tra i primi ad accorrere in soccorso della repubblica spagnola attaccata da Franco. Promotore della prima colonna di volontari italiani, ha combattuto al Monte Pelato. Redigeva a Barcellona il giornale in lingua italiana "Guerra di classe". Stava scrivendo un opuscolo su Mussolini alle Baleari, sulla scorta di documenti trovati al consolato italiano di Barcellona che provano l'invio di aiuti sovietici (grano) all'Italia fascista che stava aggredendo l'Etiopia. L'ostilità degli stalinisti nei confronti di Berneri era aumentata dopo che l'anarchico italiano aveva scritto una lettera aperta a Federica Montseny, ministro della sanità nel governo centrale, in cui esprimeva il dissenso della base alle scelte della CNT. 

Giugno - Vengono arrestati i capi del POUM in Spagna. La persecuzione contro i militanti del POUM (definiti trotzkisti anche se Trotzki non è sulle loro posizioni) culmina nell'uccisione di Andrés Nin compiuto da agenti della NKVD, la polizia segreta sovietica. Nin, che era stato uno dei segretari di Trotzki, si era allontanato dal vecchio capo bolscevico, e aveva fondato il POUM, partito minoritario di rivoluzionari intransigenti nella difesa della democrazia operaia, che conta oltre 40 000 aderenti e ha al fronte una divisione di volontari antifranchisti. Scrive lo storico inglese Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola (Torino 1963): «Nin era prigioniero di Orlov, capo della NKVD, a Alcalà. Si rifiutò di firmare qualsiasi documento che riconoscesse la colpevolezza sua e dei suoi amici. Orlov non sapeva più che fare... Alla fine Vittorio Vidali (Carlos Contreras) suggerì di fingere un attacco "nazista" per liberare Nin. Così, in una notte oscura, dieci tedeschi delle Brigate internazionali assaltarono l'edificio in cui Nin era rinchiuso, parlando con ostentazione in tedesco durante il finto attacco. Nin fu portato via in un furgone e assassinato». 

Agosto - Una circolare del governo repubblicano vieta qualsiasi critica da sinistra all'Unione Sovietica e al suo capo. Il 10 agosto viene sciolto il Consiglio di difesa d'Aragona, ultimo organo di potere rivoluzionario rimasto in Spagna. Il suo presidente Joaquin Ascaso (fratello di Francisco) viene arrestato. Il ministro stalinista Uribe manda l'undicesima divisione contro i comitati di villaggio aragonesi e scioglie i collettivi agricoli. - Il SIM (Servizio de Investigación Militar), controllato dai comunisti, costituisce nella Spagna repubblicana proprie prigioni e campi di concentramento che si riempiono di anarchici e «deviazionisti di sinistra». Il generale Lister in applicazione della legge Uribe va con le Brigate Internazionali a sciogliere le comuni agricole gestite dai contadini poveri. L'anno successivo rientreranno i grandi proprietari terrieri e il governo abrogherà definitivamente la collettivizzazione delle terre che verranno restituite ai padroni.

Nel contempo viene eliminato il controllo operaio nelle fabbriche della Catalogna. Si riprende a pagare i dividendi agli azionisti stranieri; la paga del soldato semplice è ribassata da 10 a 7 pesetas e lo stipendio degli ufficiali aumentato fino a 100 pesetas; l'oltraggio al superiore è di nuovo punito con la pena di morte. Vengono ripristinati gradi, saluto militare, divise e tutte le vecchie gerarchie, nella fabbrica, nell'esercito e nella società della Spagna repubblicana. La vera guerra civile termina cosi, quasi due anni prima della fine ufficiale delle operazioni militari tra Franco e Negrin. - Ricostruendo la storia a posteriori, la rassegna della stampa "Inprecor" edita a Mosca scrive che "La Batalla" (organo del POUM) aveva ordinato alle sue truppe di lasciare il fronte facendo cosi il gioco di Franco. Si tratta di una ennesima menzogna che ha lo scopo di calunniare le forze della sinistra spagnola: in realtà sia il POUM sia i trotzkisti (bolscevico-leninisti) avevano appoggiato gli operai di Barcellona ma li avevano invitati a non sospendere lo sforzo bellico diretto contro il franchismo. "La Batalla" del 6 maggio ha pubblicato infatti l'ordine che nessun contingente di truppe doveva abbandonare il fronte, assieme all’adesione dei dirigenti del POUM al proclama degli «Amici di Durruti» che chiedeva la formazione di un consiglio rivoluzionario, la  fucilazione dei responsabili dell'attacco alla centrale telefonica, il disarmo della Guardia civil. Durante i combattimenti un volantino diffuso dai trotzkisti il 4 maggio diceva: «Tutti alle  barricate! Sciopero generale di tutte le industrie, meno quelle della produzione bellica». Era esattamente quello che il proletariato di Barcellona stava facendo. La stampa stalinista inventa un complotto «anarco-trotzkista» per spiegare le barricate erette dagli operaidi Barcellona in maggio a difesa delle loro posizioni attaccate dal tentativo premeditato di infrangere il potere della CNT in una sola volta. Che si tratti di questo lo prova il fatto che due giorni dopo l'assalto alla Telefònica di Barcellona è avvenuta l'occupazione del palazzo dei telefoni a Tarragona da parte delle forze di polizia su ordine della Generalidad, e come a Barcellona in varie parti della città squadre di Guardie civil e 115 militanti del PSUC occuparono, non appena scoppiati gli scontri, gli edifici situati in posizioni strategiche. Mentre la stampa stalinista si scatena a rappresentare i fatti di Barcellona come un'insurrezione di «anarchici e trotzkisti traditori che pugnalavano il governo spagnolo alla schiena», il giornale dei vertici CNT "Solidaridad Obrera" continua a condannare le barricate. Ma i dirigenti della CNT non traggono alcun profitto dalla loro condotta rinunciataria: lodati per la loro fedeltà, vengono tuttavia estromessi  dal governo e dalla Generalidad alla prima occasione. 



giovedì 14 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLII

1937 

Termina, in corte di cassazione, il cosiddetto processo di Bordeaux a carico di un gruppo di giovani anarchici che si erano sottoposti a vasectomia nell'intento di non avere figli «per non fornire carne da cannone ai capitalisti ». Mancando in Francia una legislazione in proposito, la vasectomia viene assimilata a «coups et flessure volontaires», ferite auto-inferte. Le pene detentive sono piuttosto leggere. Viene però colpito d'espulsione l'unico medico del gruppo, il dottor Bartoseck, austriaco. In seguito sarà vietata in Francia la sterilizzazione per contraccezione, salvo motivi di salute clinicamente accertati, esattamente come l'aborto terapeutico. Il processo costituisce un precedente di controllo delle nascite sull'uomo anziché sulla donna, e anticipa le polemiche che si avranno col  processo di Bobigny nel 1973 sull’aborto, e che porteranno alla legge «liberale» del 1975 in materia di anti-fecondazione. Gli anarchici ribadiscono in tale circostanza la loro opposizione alla riproduzione incosciente, riprendendo i temi del neo-malthusianesimo. 

Febbraio, marzo - La base della CNT-FAI si oppone alla politica compromissoria e collaboraziosistica della direzione. L'opposizione rivoluzionaria all'interno dell'anarchismo spagnolo (gli «Amici di Durruti») provvede alla stampa di una propria pubblicazione: "El Amigo del Pueblo". 

27 aprile - Assemblea alla sede del gruppo Malatesta di Barcellona di anarchici reduci dal fronte che intendono confermare a Berneri e agli altri leader quanto siano fondate le voci sulle intenzioni governative di disarmare le milizie e il proletariato barcellonese per ripristinare anche in Catalogna il potere dell'esercito e della polizia. In sordina, comincia l'ultimo atto della «guerra civile all'interno della guerra civile». Forze di polizia e operai cercano di assicurarsi il controllo della città e di disarmarsi a vicenda. Mentre la Catalogna non riceve dalla Russia le armi promesse, forze governative armate   perfettamente, che avrebbero potuto occupare Saragozza con Durruti, restano a Barcellona pronte a sostenere la provocazione comunista contro gli anarchici e le forze di base. 

3 maggio - Cominciano gli scontri armati nelle strade di Barcellona tra i vari corpi di pubblica sicurezza legati ai comunisti e al governo, e gli anarchici. Mentre è vivissimo nei ceti operai il risentimento per il crescente contrasto tra ricchezza e povertà, e s'accentua la sensazione che la rivoluzione venga ormai apertamente sabotata e che il provvedimento di disarmo degli anarchici preluda alla confisca e alla riprivatizzazione delle fabbriche, il governo decide di cominciare la prova di forza con la conquista della Telefonica. La Centrale telefonica dallo scoppio della guerra funziona per l'autogestione degli operai, in prevalenza aderenti alla CNT. Il pretesto ufficiale è l'insufficienza del servizio e l'insinuazione che le comunicazioni governative vengano controllate. Il capo della polizia Salas manda tre autocarri di Guardie civil a occupare l'edificio, mentre le strade adiacenti vengono sgombrate dalla polizia armata e in abiti civili. Contemporaneamente altri drappelli della Guardia civil occupano diversi edifici nei punti strategici. E il segnale dell'attacco finale contro la CNT da parte della Guardia civil e del PSUC (Partito Socialista Unificato di Catalogna, controllato dai comunisti). Il lavoro s'interrompe, squadre di anarchici armati scendono nelle strade. Nel corso della notte e l'indomani sorgono barricate in tutta la città. I combattimenti durano fino al 6 maggio. Le forze  della CNT-FAI e del POUM controllano i sobborghi operai; le forze di polizia e del PSUC occupano le zone centrali. Il 6 maggio un breve armistizio viene interrotto dal tentativo della Guardia civil di disarmare gli operai cenetisti. Fino alla sera del 5 maggio la CNT ha la meglio; durante la giornata gli «Amici di Durruti» distribuiscono volantini che incitano alla lotta in difesa della rivoluzione attaccata dalla polizia e dagli stalinisti. Forti contingenti della Guardia civil si arrendono agli anarchici. Ma ecco i dirigenti della CNT, che fin dall'inizio hanno sconfessato l'autodifesa armata intrapresa spontaneamente e che sono ancora rappresentati nel governo,  cadere nella trappola e unirsi a quelli della UGT per scongiurare gli operai di tornare al lavoro nell'interesse della produzione bellica. Il pomeriggio del 7 la situazione sembra tornata normale: ma quella stessa sera 6000 guardie d'assalto, mandate per mare da Valencia dal governo centrale, occupano la città. Il governo ordina la consegna di tutte le armi. In realtà vengono disarmate solo le forze ormai vinte della FAI e del POUM, perché il PSUC conserva le sue armi. Viene così schiacciata la rivoluzione di Barcellona, con 500 morti e un migliaio di feriti. Tra gli anarchici massacrati sono un nipote del pedagogista Ferrer e un fratello di Ascaso, Domingo. Nonostante l'atteggiamento conciliante dei vertici della CNT (che dichiara per bocca di García Oliver: «Non possiamo   far altro che attendere gli eventi e adattarci nel modo migliore»), la campagna contro gli «anarco-trotzkisti» non perde di intensità. Il conflitto offre l'opportunità al governo centrale (riparato a Valencia) di controllare direttamente la Catalogna. I comunisti considerano il primo ministro Cabalero troppo a sinistra e vogliono sostituirlo col socialdemocratico Negrín, nemico dichiarato della collettivizzazione e paladino della proprietà privata. La CNT è ridotta in pratica a una sopravvivenza fantomatica, mentre la FAI viene dichiarata organizzazione illegale; il ministro comunista Uribe chiede la messa fuori legge del POUM, aprendo la crisi che porta alla caduta di Largo Caballero. 



giovedì 7 novembre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XLI

1936 

Il 4 novembre - quattro rappresentanti della CNT entrano in qualità di ministri nel nuovo ministero presieduto da Francisco Largo Caballero: Juan Garcia Oliver alla Giustizia, Juan Peirò all'Industria, Juan Lopez Sànchez al Commercio e Federica Montseny Mané alla Sanità. In realtà sono due i ministeri concessi alla CNT: Industria e Commercio sono la stessa cosa, e la Sanità è soltanto una direzione generale. L'importanza delle posizioni tenute da socialisti, comunisti e altre forze legate al Frente Popular è molto superiore a  quella della Giustizia e dell'Industria e Commercio. La stampa cenetista esalta comunque l'evento, e "Solidaridad Obrera" di Barcellona parla dell'entrata della CNT nel governo centrale come di uno dei fatti «più trascendentali della storia politica spagnola» (4 novembre). Si tratta in verità di una vittoria della coalizione antifascista, a scapito della chiarezza della linea di classe. Ma tutto si svolge sotto l'assillo dell'offensiva franchista. Il 6 novembre il governo abbandona Madrid. La gente grida: «Viva Madrid senza governo» e il 13 applaude freneticamente  l'affranta, stanchissima   colonna Durruti che  prende posizione davanti alle truppe marocchine di Franco alla plaza de la Moncloa e al Parque del Oeste. La repubblica, cioè il generale Miaja, non gli concede neppure una notte di riposo. Comincia cosi una lotta disperata che va dal 13 al 19 novembre, giorno della morte di Durruti. Quel pomeriggio si reca a ispezionare le linee del suo settore alla città universitaria, davanti a Madrid. Dopo aver parlato con un gruppo di miliziani, nel risalire in auto cade riverso sui sedili senza dire una parola, il petto trapassato da una pallottola. L'agonia dura fino alle 4 dell'indomani. L'emozione in tutta la Spagna è enorme. Vengono fatte diverse ipotesi per spiegare la morte di Durruti. Ai suoi funerali - che si svolgono imponenti a Barcellona il 23 novembre – uno striscione anarchico dice: «Chi ha ucciso Durruti?». Mezzo milione di persone accompagna la salma al cimitero di Montjuich. I comunisti

parlano di una pallottola di un cecchino fascista; i fascisti sostengono che hanno ucciso il loro comandante gli stessi anarchici, fanatici individualisti infastiditi dal ferreo rigore organizzativo di Durruti. Gli uomini della sua colonna, che lo adoravano, accusano i comunisti. Pare che la verità sia più semplice, e cioè che un colpo di fucile sia sfuggito incidentalmente dal fucile stesso di  Durruti. Ma i libertari più intransigenti diffidano ormai di tutti - anche della CNT al governo. (Fonderanno il gruppo «Gli amici di Durruti» nell'intento di salvare la rivoluzione spagnola dai compromessi con la borghesia antifascista e con i comunisti succubi della politica ambigua di Stalin.) Ricardo Sanz prende il posto di Durruti a capo della colonna, che però viene smembrata; i comunisti hanno fretta di monopolizzare la condotta della guerra e non tollerano più intralci: esaltano Durruti a parole ma ne eliminano coi fatti ogni influenza postuma. La manovra giova oggettivamente ai giochi di Mosca. Nella Spagna antifascista le terre collettivizzate saranno restituite ai latifondisti, le fabbriche tolte agli operai e consegnate ai proprietari di ieri. Tutto ciò toglie entusiasmo alla lotta popolare contro l'esercito di Franco, che si avvia a una lenta, contrastata ma ormai sicura vittoria militare. Alla sconfitta sociale del proletariato provvederanno le forze congiunte della diplomazia sovietica, del fascismo internazionale, delle democrazie occidentali, della coalizione repubblicana di Madrid. Durruti non può più fermare l'avanzata della reazione. Ma dopo la sua morte migliaia di altri spagnoli con le sue idee e il suo coraggio cadono nella lotta sul duplice fronte. Perché Durruti, tipico castigliano nelle doti positive e nei difetti, nella bontà come nella violenza e nel coraggio necessari per imporre il rispetto delle proprie idee, non è un duce, un generale, ma un uomo come tanti, uno spagnolo-simbolo che assolve a una funzione, come il Che Guevara ai nostri giorni. È rimasto fino alla fine un operaio: alla sua morte, non trovano neppure un vestito per l'ultimo viaggio; l'uomo che ha avuto tra le mani tanti milioni, non ha mai tenuto un soldo per sé. 

1° dicembre - Violenti scontri tra anarchici e stalinisti. Con la scomparsa di Durruti il partito comunista sa di poter accelerare ilsuo  controllo sul governo repubblicano. La CNT è ormai su posizioni difensive, e paga i compromessi del passato. 

15 dicembre - Ricattato dalla offerta condizionata di aiuti dall'URSS, il governo aderisce a ogni richiesta comunista: il Consiglio supremo di sicurezza centralizza la polizia politica, che passa nelle mani di «specialisti» giunti da Mosca. 

17 dicembre - A Mosca la "Pravda" annuncia in un articolo di fondo: « In Catalogna è già cominciata la pulizia dai trotzkisti e dagli anarco-sindacalisti. Essa verrà condotta con la stessa energia che nell'Unione Sovietica». È il preludio al massacro delle sinistre rivoluzionarie. 

24 dicembre - Il governo repubblicano spagnolo decreta il divieto di portare armi: è in pratica la fine di ogni forma di autodifesa popolare. 

27 dicembre - Il partito comunista scatena una violenta campagna di diffamazione ai danni del POUM (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista), piccolo partito di sinistra non allineato alle direttive di Mosca. Il POUM viene accusato di essere agli ordini di Franco. L'enormità delle calunnie provoca smarrimento, confusione e divisione nelle file dei combattenti anti-franchisti: si diffonde anche nella Spagna repubblicana, nelle città come nelle trincee, l'avvilente clima di «sospetto» tipico della dittatura staliniana. Comincia, in forme ancora  occulte, l'eliminazione alla spicciolata degli elementi dell'estrema sinistra. 



giovedì 31 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XL

1936 

Mentre le masse premono per la collettivizzazione, i capi dell'anarchia cominciano a vacillare, non credono più realizzabile il programma della vigilia. La spontaneità rivoluzionaria delle masse non trova sbocco organizzativo coerente. Durruti se ne rende conto. Gli dà fastidio il carattere burocratico del Comitato Centrale delle milizie. Capisce che li dentro la rivoluzione non si farà mai. Preferisce tornare a combattere. Forma la sua colonna, la colonna Durruti, e parte per il fronte d'Aragona, deciso a fermare l'offensiva fascista. "È il 24 luglio 1936. Una colonna di 3000 volontari, che man mano s'ingrossa. Sono nella maggioranza operai, armati solo di fucili. Emilienne insegue il marito su un camion. Durruti pensa soltanto al combattimento, è ossessionato dall'idea di liberare Saragozza, capitale dell'Aragona, caduta nelle mani dei fascisti. Un punto strategico, e una città carica di tradizioni libertarie. Per tenerla i franchisti impiegano i volontari più reazionari, i fanatici Réquetés di Navarra. Durruti vuole giungere in tempo per salvare la popolazione, ma la città è già un cimitero. Si accampa a venti chilometri, a Bujaraloz, sulla riva dell'Ebro. Avesse potuto occupare subito Saragozza, avrebbe raggiunto Bilbao sulla costa atlantica e la guerra sarebbe finita forse con la vittoria degli anarchici. Ma nessuno, da Madrid, lo aiuta. Come comandante Durruti si rivela cauto, attento ai consigli; non è un generale, ma un coraggioso combattente del popolo. Non è un sanguinario, non fa ammazzare alla cieca fascisti e preti. Cresciuto nella guerriglia urbana, deve adattarsi alle regole dell'organizzazione militare che controlla una vasta zona e ha di fronte a sé un fronte tenuto da militari di carriera. Durruti si batte contro l'improvvisazione e la demagogia, salva i parroci che la popolazione giudica innocenti, rimanda i volontari più esaltati:


e Qui non basta la forza fisica. Ci vuole un'organizzazione». 
La colonna Durruti è l'unica che avanza in direzione di Saragozza, ma ben presto resta isolata perché il governo non l'appoggia e non compie alcuna azione militare per alleggerire il sacrificio in vite umane, che è ingentissimo. Nel contempo si scatena sulla «colonna di ferro» di Durruti, leggendaria tra gli anarchici, tutto l'odio e la diffamazione dei fascisti e dei moderati. Più cauti, i comunisti esaltano la comune azione antifascista. Solo i sovietici si concedono qualche sfottitura: Durruti è dipinto nelle corrispondenze piene di menzogne del russo ll'ja Erenburg come un ingenuo a oltranza. Ma nell'autunno del 1936 la CNT conta nelle proprie file i tre quarti dei lavoratori catalani, è una forza che non si può ignorare. I capi della CNT  e della FAI sono operai onesti e preparati; la diffamazione nei loro confronti risulterebbe controproducente. Meglio cercare di legarli a un impegno puramente antifascista, meglio dire che Durruti vuole l'unità con i comunisti e i repubblicani. E quello che il Fronte popolare riesce a far credere. Intanto il nome della colonna Durruti è diventato comodo paravento per scaricare sugli anarchici la responsabilità di tutto quanto di spiacevole una guerra comporta. Violenze, requisizioni, prepotenze commesse da qualsiasi formazione antifranchista vengono addebitate alla colonna Durruti, che è invece l'unica il cui comandante abbia fatto drasticamente cessare ogni forma di abuso nei confronti della popolazione civile. Durruti tiene fino a venti comizi al giorno per spiegare alle milizie i motivi della lotta antifranchista  e galvanizzare gli animi. La colonna, attrezzata di sanità e cucine, dispone di una tipografia da campo portatile e un settimanale proprio, "Frente" e di una potente stazione radio che diffonde notizie e commenti ed è conosciuta in tutta Europa; da tutto il mondo giungono i volontari attratti dalla fama di questi anarchici; si arruola nella colonna  Durruti anche la scrittrice francese Simone Weil. Quando  i fascisti si avvicinano a Madrid, Durruti decide di accorrere in sua difesa. Se Madrid cade il prestigio dei franchisti sale alle stelle. Durruti si batte per scongiurare il pericolo. Ma sa benissimo che la vittoria sul fascismo non chiuderà   la partita; afferma: «Forse, un giorno, il nostro governo tornerà ad aver bisogno dei militari ribelli, per schiacciare il movimento operaio. Per la pace e la tranquillità dell'Unione Sovietica Stalin ha abbandonato i lavoratori tedeschi e cinesi alla barbarie fascista. A Hitler e Mussolini rompiamo più le scatole oggi noi, con la nostra rivoluzione, di tutta l'armata rossa. Mostriamo col nostro esempio alla classe operaia tedesca e italiana come ci si deve comportare col fascismo. Non mi aspetto nessun sostegno, da parte di nessun governo del mondo, per una rivoluzione del comunismo libertario». 



giovedì 24 ottobre 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXXIX

1936 

Garcia Oliver, Francisco Ascaso, Antonio Ortiz e foyer guidano le operarazioni contro i militari filo-franchisti ritiratisi al Paralelo; bersagliato da cannonieri improvvisati, l'orgoglioso Goded deve arrendersi. I fascisti resistono soltanto in plaza de Cataluna, al palazzo dei telefoni. Li snida Durruti, che entra per primo nell'atrio della Telefonica; l'edificio viene rastrellato piano per piano. Il 20 luglio Durruti attacca la fortezza delle Atarazanas. E ferito alla testa e al petto, di striscio, da una fucilata. Viene portato dietro una barricata e medicato. Francisco Ascaso, fiancheggiato dai fratelli Domingo e Joaquin, si batte anche per lui. Vuol eliminare un nido di mitragliatrici che da una finestra del baluardo franchista delle Atarazanas fanno strage di anarchici. Francisco è convinto di poter centrare con un colpo di pistola il franchista appostato. Si lancia, cade in ginocchio, mira e spara. Ma mentre sta per rialzarsi una palla lo  colpisce alla fronte. Altri anarchici fanno tacere la mitraglia nemica. Ricardo Sana e Antonio Ortiz recuperano la salma di Francisco Ascaso. La sua morte segna anche la fine del vecchio gruppo, i cui membri saranno divisi dalle vicende della guerra civile. Bambini, donne, operai d'ogni età hanno partecipato, a Barcellona come a Madrid, agli scontri al fianco degli anarchici. Terminati i combattimenti, il 20 luglio, Durruti si reca al palazzo vescovile e salva la vita al vescovo di Barcellona che la folla voleva linciare; i tesori del palazzo li consegna interamente alla Generalidad. Cosi Durruti paga il suo debito con l'arcivescovo, che aveva sottoscritto una domanda di grazia per lui e Pérez Farvas, condannati a morte dopo la fallita rivolta di Saragozza (ottobre 1934). Da Barcellona sono sparite le divise, nessuno osa più parlare con arroganza ai sottoposti; anche i borghesi indossano per mimetizzarsi la tuta blu dell'operaio. Durruti ha gli occhi pieni di lacrime: la gioia della vittoria si vela del dolore per la morte di Ascaso, il compagno di tante battaglie, la lucida mente di tante imprese temerarie. Ma c'è ancora da fare. La folla incendia le chiese; Durruti riesce a salvare la cattedrale.

Null'altro viene distrutto, salvo la sede della compagnia marittima italiana Cosulich, dove s'erano asserragliati tiratori scelti italiani: gli operai l'hanno assalita e data alle fiamme. Si  scatena l'odio a lungo represso della gente per i preti e la ricca borghesia catalana. Molti sacerdoti sono uccisi, e cosi proprietari, capireparto e direttori noti per il loro atteggiamento anti-operaio. Gli stranieri sono risparmiati, ma la stampa europea si scatena contro gli anarchici e i militanti del POUM, definiti «gangster». Il presidente della Generalidad, Companys, che è stato in galera con Durruti, è ora rappresentante della borghesia, e cerca di intervenire, ma le truppe e i poliziotti passano alla FAI. Nella mattinata del 20 anche a Madrid la congiura fascista è stata spezzata. In tutta la Catalogna il potere è nelle mani della CNT-FAI. Si esercita però, di fatto, il doppio potere, perché gli anarco-sindacalisti non distruggono l'apparato statale della Generalidad. Ciò impedisce uno sviluppo effettivo della rivoluzione libertaria. Ma è soprattutto la congiura stalino-socialdemocratica che provoca la tragedia della Catalogna. Di fronte alla rivoluzione, il partito comunista e quello socialdemocratico si fondono e danno vita al PSUC (Partito socialista unitario di Catalogna); rafforzano il sindacato socialista, l'UGT, che usano come rivale della CNT, ricostituiscono l'esercito regolare, isolano e diffamano anarchici e trotzkisti, rimettono in piedi l'economia privata. Durruti esige via libera alla rivoluzione proletaria, e  Companys non osa contrastarlo, ma prende tempo e si accorda segretamente con le sinistre moderate. Tratta col comitato regionale della CNT: Durruti, Garcia Oliver, Joaquin Ascaso, Ricardo  Sanz, Aurelio FernAndez, Gregorio Jover, Antonio Ortiz e Valencia». Riconosce loro il merito di avere sconfitto i fascisti, li lusinga, li induce a collaborare con gli altri partiti, fonda con essi il Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste. I franchisti resistono a Saragozza: bisogna intervenire. Cosi, per inesperienza di politica dei comitati, gli anarchici lasciano ad altri il potere governativo. Durruti, ancora lacero per la battaglia, si trova a trattare con borghesi in giacca e cravatta, abili comunisti, melliflui liberali, demagoghi socialdemocratici. Il problema del «comunismo libertario» viene rimandato a dopo la vittoria sui fascisti. Durruti è d'accordo con Garcia Oliver: una dittatura anarchica scatenerebbe contro Barcellona il governo di Madrid e le potenze straniere. Federica Montseny, Diego Abad de Santillan e altri sono contrari alla collaborazione col governo. Escorza propone la collettivizzazione della terra e la consegna delle fabbriche ai sindacati. Due mesi passano in discussioni, mentre il potere si rafforza in istituzioni statali in cui gli anarchici vengono a trovarsi in minoranza. Essi si rinchiudono nei sindacati, come se l'epoca consentisse una prassi normale. Non promuovono la costituzione dei Soviet, di consigli in cui sarebbero entrati tutti i lavoratori delle città e delle campagne, anche i più poveri che non avevano mai fatto parte di alcun sindacato, e che nei Soviet si sarebbero trovati sotto la guida dei lavoratori rivoluzionari più evoluti. In tal modo l'apparato statale si sarebbe rivelato inefficiente, e sarebbe scomparso. Invece prevale l'esigenza moralistica di non sporcarsi le mani con la politica, di rifugiarsi nei sindacati; si lasciano rimorchiare dai più esperti politicanti di professione, e finiscono per diventare un inutile alleato. Contrari a ogni dittatura, lasciano che il potere torni nelle mani dello Stato.   



 

giovedì 27 luglio 2023

El Colores) e Maganza banderilleros anarchici

La brutale persecuzione franchista contro tutto ciò che rappresentava l’“altra” Spagna fu uno dei presupposti fondamentali del golpe militare del luglio 1936. Migliaia di militanti libertari e di tutta la sinistra, anarco-sindacalisti della CNT o socialisti dell’UGT, insegnanti, intellettuali, operai e semplici contadini, furono imprigionati e trucidati. Non si trattò di una conseguenza dello scontro in atto, ma di un piano ben preciso. Gonzalo de Aguilera Munro, capo ufficio stampa di Franco, dichiarò al giornalista statunitense John T. Whitaker:  “il nostro programma consiste nello sterminare un terzo della popolazione maschile della Spagna. In questo modo si ripulirebbe il paese e ci disfaremmo del proletariato”. Come è noto, tra le vittime della ferocia franchista vi fu anche il poeta Federico García Lorca. Fino a pochi anni fa le circostanze della sua morte, compresa l’ubicazione del luogo della sua uccisione, erano ancora sconosciute. Ma la vicenda si è venuta via via dipanando fino a essere ripetutamente ripresa nei titoli dei giornali spagnoli ed europei. Da alcuni anni infatti da più parti viene fortemente messo in discussione quel pacto del olvido che fu sancito alla morte di Franco: transizione indolore alla democrazia in cambio del silenzio sui crimini franchisti. È in questo clima che è maturata l’approvazione della cosiddetta Ley de la Memoria Histórica così come la decisione del giudice Baltasar Garzón di permettere, appunto, la riapertura delle fosse comuni in cui giacciono ancora migliaia di sconosciute vittime antifasciste. E proprio la riesumazione dei resti del famoso poeta andaluso è stata al centro di una contesa legale, che ha visto protagonisti i familiari di Lorca e quelli delle altre persone che con lui furono fucilati. Quella notte del 17 agosto 1936 infatti, nella fattoria “Las Colonias”, García Lorca non aspettò la morte da solo. L’indomani fu condotto fino al bordo del burrone della località andalusa di Víznar legato ad altre tre persone. È lì che furono tutti e quattro fucilati ed è lì che ancora giacciono. Ma chi erano gli altri tre? Le loro biografie sono narrate in un libro pubblicato nel 2007 in Spagna, opera del giornalista Francisco Vigueras Roldán, Los paseados con Lorca: el maestro cojo y los dos banderilleros (Comunicación Social Ediciones y Publicaciones, Pedro Crespo Editor, 2007). Si chiamavano Dióscoro Galindo Gonzáles, Francisco Galadí Melgar (detto El Colores) e Joaquín Arcollas Cabezas (detto Maganza). Il primo era un maestro elementare repubblicano di sessant’anni originario della provincia di Valladolid ma che viveva e lavorava a Pulianas nella provincia di Granada; Galadí e Arcollas invece, entrambi di Granada, erano due banderilleros anarchici, sindacalisti della centrale libertaria CNT (nella tauromachia iberica il banderillero è il torero che conficca la lancia nella cervice del toro). Galadí per vivere lavorava anche come idraulico. Sia lui sia Arcollas erano molto conosciuti a Granada, specialmente nell’ambiente taurino, dove arrivarono a godere di una grande fama, tanto che ancora oggi sono ricordati in riviste spagnole dedicate alla tauromachia. Entrambi erano due “uomini d’azione” della CNT, impegnati anima e corpo nella difesa dei diritti dei lavoratori in un’epocain cui un padronato dispotico e violento rispondeva, nel migliore dei casi,col licenziamento di fronte a qualunque rivendicazione sindacale. Entrambi parteciparono alla resistenza antigolpista nello storico barrio granadino dell’Albaicín. Alla caduta del quartiere, prima di intraprendere la sortita che avevano organizzato per raggiungere le milizie antifranchiste, Galadí volle salutare il proprio bambino di dieci anni, con un incontro segreto. Ma una spiata permise ai franchisti di catturarlo assieme ad Arcollas, suo compagno inseparabile. Furono portati nel centro di Granada e lì picchiati selvaggiamente in pubblico, come ammonimento al resto della popolazione. Il principale responsabile della repressione, il comandante Valdés, li odiava in modo particolare, per lo spirito ribelle e di non sottomissione che avevano sempre mostrato. Dopo averli assassinati i falangisti perquisirono le loro abitazioni e diedero fuoco a quasi tutti i loro documenti e ricordi di famiglia. Rimasero solo alcune foto in abito da torero. Al di là delle vicende giudiziarie legate alla riapertura delle fosse comuni, c’è da augurarsi che le fino ad ora anonime vittime del franchismo non siano più utilizzate strumentalmente da una pesante gestione tutta istituzionale dei “martiri della democrazia” che non si domanda se per quei militanti antifranchisti era davvero questa democrazia il tipo di mondo nuovo a cui pensavano e per il quale si erano battuti fino a pagarne le conseguenze estreme. Una riparazione autentica sarebbe quella che più che agli ossari pensasse a ciò che di vivo c’era in quel passato soffocato nel sangue. Non solo la poesia di García Lorca. Perché Lorca non “es todos los muertos” come ha stupidamente titolato “El País”. Come se una volta riesumato e sepolto degnamente il poeta granadino si fosse resa giustizia a tutti i perseguitati. Ma, appunto, riparare significa anche ripensare alle idee e alle esperienze libertarie e anarcosindacaliste di autogestione e solidarietà. Quelle per cui uomini come Galadí e Arcollas hanno dato la vita. Ma il potere non ha certo interesse ad adoperarsi per qualcosa che, nel trarre ispirazione dalle idee e dalla vita dei nonni, portasse i nipoti a una pericolosa voglia di agire nel presente.


giovedì 15 giugno 2023

Un irriducibile della Colonna di ferro: José Pellicer

José Pellicer nasce nel 1912 in una famiglia benestante, ma già molto giovane mostra un forte senso di giustizia che lo porta a rinunciare agli agii borghesi e ad aderire, a soli diciotto anni, alla CNT e alla FAI. Naturalista e vegetariano, lettore vorace con una vastissima cultura, è un sostenitore dell’insurrezione proletaria e delle associazioni dei lavoratori. Dopo una prima esperienza come segretario dell’Ateneo de Divulgación Anarquista e del Comité Regional della FAI, partecipa a due scioperi insurrezionali, fa diversi “soggiorni” in carcere e un precoce esilio, e infine torna all’azione diretta nel Sindacato delle costruzioni, di cui è delegato al Congresso di Zaragoza. Dopo il golpe fascista del 18 luglio 1936, il gruppo “Nosotros”, formato da Segarra, Cortés, Rodilla, Bergae e Pellicer, diventa, non per coincidenza, il principale motore della Colonna di ferro, insieme ad altre persone rilevanti dal punto di vista etico e rivoluzionario come Rafael Marti (“Pancho Villa”), Francisco Mares, Diego Navarro e Pedro Pellicer, fratello di José. La colonna diventa rapidamente il punto di riferimento per coloro che credono che la rivoluzione debba essere portata fino alle sue ultime conseguenze, sia al fronte che nelle retroguardie. Non a caso Pellicer è stato il più grande avversario della militarizzazione delle colonne, lottando strenuamente contro la burocratizzazione delle organizzazioni libertarie. José Pellicer ha rappresentato compiutamente lo spirito intransigente che lega l’anarchismo ai suoi principi etici, prendendo tra l’altro, fin dall’inizio della rivoluzione, una posizione netta contro la violenza gratuita e contro il concetto di vendetta rivoluzionaria. Combatté fino alla fine della guerra civile, rifiutando di lasciare la penisola iberica anche quando era ormai imminente la sconfitta. Catturato, processato e condannato a morte, viene ucciso insieme a suo fratello Pedro l’8 giugno 1942.


giovedì 6 ottobre 2022

MILICIANOS SI, SOLDATO NUNCA

Il 4 novembre 1936 Buenaventura Durruti alle nove e mezza di sera, dalla radio della CNT-FAI di Barcellona, teneva un discorso in risposta alla promulgazione, da parte del governo di Madrid, del decreto di militarizzazione delle milizie rivoluzionarie, impegnate fin dal 19 luglio nella lotta contro Franco. Va ricordato che nel medesimo giorno del discorso tenuto dall’anarchico spagnolo la stampa annunciava l’entrata nel governo di Madrid di quattro esponenti del movimento anarchico: Federica Montseny, Juan García Oliver, Juan López e Joan Peiró. Durruti esprimeva nel discorso tutta la sua indignata protesta anche a nome dei miliziani del fronte di Aragona, per il pericoloso corso controrivoluzionario che le decisioni del governo di Madrid imprimevano alla conduzione della guerra, o meglio, della rivoluzione sociale spagnola. Durruti, a nome della colonna che comandava, prendeva una posizione decisamente contraria al decreto di militarizzazione delle milizie e alla costituzione dell’esercito regolare repubblicano. Nascita che significò, come è noto, l’inizio della fine della rivoluzione sociale in Spagna, con la messa fuori legge dei partiti rivoluzionari come il POUM e degli anarchici, e che portò alla dura resa dei conti con i comunisti stalinisti nelle famose giornate di maggio a Barcellona, dove venne assassinato tra gli altri, dai sicari di Stalin guidati dall’inviato di Mosca Palmiro Togliatti, Camillo Berneri. In relazione alle decisioni prese dal governo do Madrid, la “Milizia antifascista colonna Durruti, Quartier generale”, prepara un importante documento inviato dal fronte di Osera il 18 novembre 1936. Si tratta, in particolare, di un comunicato ufficiale indirizzato al consiglio della Generalitat catalana contro il decreto di militarizzazione delle milizie. Dopo un’appassionata discussione interna alla colonna Durruti veniva infatti deciso di non accettare il decreto in quanto non avrebbe migliorato le condizioni di lotta dei miliziani, ma al contrario le avrebbe svilite e non avrebbe risolto il vero problema di quel momento: la mancanza di rifornimento di armi. La colonna Durruti negava poi la necessità di una disciplina militare alla quale opponeva nei fatti la superiorità dell’autodisciplina rivoluzionaria: “Milicianos sí; soldados nunca”.


giovedì 20 gennaio 2022

La morte di Camillo Berneri

Il 3 maggio 1937 la situazione peggiorò, soprattutto quando a Barcellona le forze di polizia della Generalitat, alleata del Partito comunista catalano, cercarono di occupare uno dei punti chiave di Barcellona, il palazzo della Telefonica, trovando però gli anarchici a bloccare la loro azione. La  seconda battaglia durò dal mezzogiorno del 3 alle 6 di mattina del 7 maggio. Il 4 i comunisti si trovarono già assediati, ma i vertici della CNT-FAI, invece di lasciare convergere su  Barcellona una parte delle forze  dislocate in  Aragona per porre fine alla  tracotanza stalinista o quanto  meno per ridimensionarla, accorsero a  Barcellona per mediare. Portavoce di questa politica a Barcellona furono i ministri anarchici e Santillàn; quest'ultimo trattò la tregua: gli uomini assoldati da  Mosca si  sarebbero dovuti ritirare e la Catalogna avrebbe continuato a marciare al fianco del resto della Spagna antifranchista. La mattina dell'8 maggio apparvero chiaramente  le conseguenze  degli accordi stipulati dai vertici del CNT.  L'indomani si contarono centinaia di morti e migliaia di feriti e ci si accorse che la battaglia era servita agli agenti del Komintem anche per catturare e liquidare gli esponenti più in vista dell'opposizione di sinistra. Di questi due  vennero trovati assassinati nelle Ramblas: uno si chiamava Francesco Barbieri e l'altro Camillo  Berneri. Durissimo il giudizio di Luigi Di Lembo sulle responsabilità  del  PCI e  in particolare di Palmiro Togliatti: "Togliatti aveva utilizzato lo schema  interpretativo del 1935 ma con una notevole variante: invece di togliere all'anarchismo italiano la sua base di massa era giunto intanto a togliere di mezzo i leader stessi dell'anarchismo di massa, e in senso fisico". Dopo questi fatti, una parte degli italiani tornò in Francia, delusa e disgustata, mentre un'altra parte seguì la colonna Tierra y Libertad; altri aderirono alla  Divisione Durruti e altri ancora entrarono nella Brigata Internazionale Garibaldi. Quelli tornati in Francia volevano far sapere qual era la politica stalinista, anche perché la macchina della disinformazione sovietica era già all'opera e il 20 maggio "Il Grido del Popolo" di Parigi, organo del PCd'I, scriveva: Camillo  Berneri, uno dei dirigenti degli Amici di Durruti che, esautorato dalla direzione stessa  della FA Iberica, ha provocato il sanguinoso   sollevamento contro il governo del Fronte Popolare della Catalogna, è stato  giustiziato dalla Rivoluzione Democratica a  cui nessun antifascista  può negare il diritto alla legittima difesa'. Questa  rivendicazione venne poi negata dai comunisti italiani, arrivando a sostenere che Berneri era stato ucciso da agenti segreti di Mussolini. Nel 1950 Togliatti, rispondendo a Salvemini e  firmandosi Roderigo, disse che Berneri non era stato assassinato dai comunisti, e in qualunque caso della  morte di Camillo Berneri  sarebbero  stati allora responsabili anche tutti gli altri partiti antifascisti, perché a Barcellona erano tutti contro gli anarchici. Gli anarchici esuli in  Francia pubblicarono un articolo sull'argomento nel numero unico "La Società Nuova" dove, prendendo atto dell'isolamento degli anarchici, a proposito di Rosselli e di  GL scrivevano: "Giustizia e Libertà, pur piangendo la morte del nostro Berneri e degli altri  compagni, non ha osato dire che è  stato vilmente assassinato". GL, l'unica formazione che aveva elaborato    posizioni simili a quelle anarchiche, più che all'antifascismo rivoluzionario sembrava essersi ispirata alla Realpolitik. 




martedì 21 luglio 2020

Rosario Sànchez Mora, La Dinamitarda

Rosario Sànchez Mora è nata a Villarejo de Salvanés in Spagna nel 1919. Suo padre, Andrés Sánchez, ha un'officina dove ripara automobili, cucine e attrezzi agricoli mentre sua madre muore qualche anno prima dell’inizio della guerra civile. Rosario rimase a Villarejo de Salvanés fino all'età di 16 anni quando va a vivere a Madrid a casa di amici. Al suo arrivo a Madrid, diventa militante comunista e lavora come apprendista di sartoria in un circolo culturale della Gioventù Unificata Socialista. Sanchez diventa una delle prime donne a unirsi alle milizie repubblicane contro le forze nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco. Rosario si unì ai repubblicani all'età di 17 anni il 17 luglio 1936, lo stesso giorno in cui l'esercito spagnolo si ribellò per la prima volta contro la Seconda Repubblica Spagnola. Il 18 luglio 1936, Madrid aveva interrotto la rivolta militare iniziata il giorno prima nel protettorato spagnolo del Marocco, che si era diffuso come petrolio in tutta la penisola. Migliaia di lavoratori avevano aggredito la Caserma della Montagna, il fulcro principale dei ribelli, e si stavano preparando a difendere la città dall'autoproclamata Armata Nazionale, che stava avanzando da nord per impadronirsi dei bacini di Lozoya.
Dozzine di camion partirono la mattina del 19 per le montagne piene di giovani che si erano offerti volontari per combattere, convinti che nel giro di pochi giorni sarebbero tornati a casa. Tra quelli che viaggiavano su uno di quei camion, sulla strada per Buitrago, c'era una ragazza di diciassette anni, Rosario Sánchez Mora. Si era arruolata il pomeriggio precedente, senza dire nulla alla sua famiglia, nel centro culturale Aída Lafuente, che la Gioventù Unificata Socialista (JSU) aveva in 10 San Bernardino Street, a pochi isolati da casa sua.
Dopo due settimane di combattimenti, in cui riuscirono a contenere i ribelli, la guerra in montagna smise di essere una battaglia aperta e divenne una battaglia di posizioni. Rosario fu poi assegnato alla sezione dei dinamitri, che era sotto il comando del capitano Emilio González. González, un minatore trivellatore di Sama de Langreo (Asturie) specializzato nella gestione di esplosivi e dinamite. Il gruppo aveva sede in una casa abbandonata tra Buitrago e Gascones, a circa cinque chilometri dalla linea di fuoco, dove avevano una piccola polveriera in cui immagazzinavano gli esplosivi e costruivano bombe rudimentali. I manufatti in questione erano lattine di latte condensato che venivano riciclate in bombe a mano. Il processo era semplice: la lattina con chiodi, viti e vetro, veniva riempita con la dinamite. Il barattolo veniva poi chiuso con il suo coperchio e legato con spago e stracci in modo che il contenuto non si rovesciasse. Per la face d’innesco si occupava personalmente il capitano González.
La mattina del 15 settembre, Rosario e i suoi compagni si esercitavano con bastoncini di dinamite, molto più facili da maneggiare rispetto alle bombe in scatola. Durante l’esercitazione la cartuccia esplose nella mano destra di Rosario, riducendola in poltiglia.Gravemente ferita, è stata operata all'ospedale della Croce Rossa a La Cabrera, dove sono riusciti a salvarle la vita.
Rosario ritornò al fronte fu ricevuta come eroina e assegnata al Comitato di Agitazione e Propaganda. 
"La mia è stata una vita dura e coraggiosa, perché se non la avessi affrontata non saprei cosa sarebbe successo a me", dice Rosario settant'anni dopo quella mattina di luglio del 1936. Fino alla sua morte il 17 aprile 2008, a Madrid all’età di 88 anni, Rosario ha continuato ad essere una donna ribelle con un ricordo prodigioso, che si sforza di conservare i suoi ricordi scrivendoli in enormi quaderni ad anelli. "Lottare per la libertà", dice, "ne è valsa la pena."


giovedì 18 giugno 2020

Abel Paz il primo giorno della rivoluzione

Quando nella notte tra il 19 e il 20 di luglio del 1936, arrivai all’Ateneo Eclectico del quartiere del Clot, era già passata la mezzanotte, ma dall’attività febbrile che vi regnava non sembrava di essere già alle prime luci del nuovo giorno, il 20. Era un continuo andirivieni di gente che si muoveva in fretta per far fronte alle necessità dei posti di guardia sulle barricate, che durante il giorno erano state alzate vicino all’Ateneo, nella calle Industria e nella calle Padre Claret, allo sbocco della rambla Guinardó, accanto al distributore di benzina e di fronte alla clinica Victoria. Mi mossi tra i capannelli che commentavano i fatti del giorno e la rapidità della vittoria sui militari golpisti. Una vittoria che era stata ottenuta nelle strade in meno di dodici ore di scontri con la truppa. Per uno dei presenti il ballo era cominciato mentre si trovava nel Paralelo, di fronte al Molino, all’uscita del Sindacato del Legno nella calle Rosai.
Raccontava come in un batter d’occhio la strada era stata disselciata e si era alzata una barricata enorme; dietro quel riparo avevano aspettato a pie’ fermo la truppa che scendeva da plaza de España con l’obiettivo di occupare il porto. Avevano fatto fronte con armi di fortuna e con bombe a mano fatte in casa. La truppa aveva preso posizione agli ordini di un tenente, ma questi doveva aver perso la testa e aveva ordinato ai suoi di attaccare allo scoperto la barricata; i difensori avevano vissuto momenti di angoscia nel vedere la rapidità con cui sparivano le loro munizioni. Ma nel momento in cui il tenente, sempre più esaltato, gridava: “All’attacco!”,
un caporale aveva rivolto la sua arma verso l’ufficiale e con un colpo l’aveva steso. “Tutti potemmo vedere la scena”, continuò il compagno, e aggiunse: “Da quel momento i soldati smisero di sparare e cominciarono a venire verso di noi gridando entusiasti: Viva la Repubblica!”. Tutti fraternizzammo, i soldati cominciarono a liberarsi delle divise e ciascuno per conto proprio si mise a raccontarci come erano stati ingannati dai loro comandanti. Questi avevano detto loro che andavano a difendere la Repubblica minacciata da elementi che le si erano sollevati contro...”.
Il testimone continuò a raccontare quello che era successo dopo, ma io mi allontanai dal gruppo con l’intenzione di riposare almeno un po’, perché sentivo che il giorno che stava nascendo sarebbe stato duro. Finii per buttarmi su una coperta e lì mi sistemai per dormire. Impossibile. Ero sfinito, ma con i nervi a fior di pelle. Ero sovraeccitato. Chiudevo gli occhi e invece del sonno sopraggiungevano e si accavallavano le scene che avevo vissuto in quel giorno. Per me tutto era cominciato verso le nove della mattina del 19 luglio, molto vicino alla casa dove vivevo, nel quartiere del Clot. Qualcuno, appostato sul campanile della chiesa che avevo di fronte a casa, sparò sulla gente che si stava radunando nell’avenida Meridiana. Tra quelli che erano accorsi c’era un vecchio militante del sindacato Manifatturiero e Tessile, armato di un fucile da caccia. Imbracciò l’arma e sparò più volte contro il campanile, dopodiché non ci fu alcuna risposta. Chi aveva sparato? Rimase un mistero, perché malgrado in molti si facesse irruzione nella chiesa e si cercasse dovunque, non fu possibile trovare l’aggressore. Qualcuno disse che le chiese comunicavano l’un l’altra attraverso dei sotterranei, e che sicuramente il prete era sparito per quella via ma, per quanto si cercasse a lungo, non ci fu verso di scoprire il sotterraneo. La cosa più probabile è che il prete avesse indossato degli abiti civili e si fosse mescolato agli attaccanti per dileguarsi protetto dal travestimento.
(Da Abel Paz, “Spagna 1936. Un anarchico nella rivoluzione”.)

giovedì 25 luglio 2019

Le tragiche giornate di maggio a Barcellona 1937

Il problema bellico: fascismo od antifascismo? – era subordinato, direi quasi paralizzato, da un altro problema assai più fondamentale: Rivoluzione o Conservazione sociale?
Da una parte il Governo del Fronte Popolare - dove gli anarco-sindacalisti erano poco più che comparse – sorretto dagli avanzi della borghesia e dai politicanti socialisti e comunisti; dall’altra il popolo lavoratore nella sua grande maggioranza, il quale si è salvato dal fascismo e dalla tirannia opponendogli la rivoluzione espropriatrice e libertaria.
L’attacco del 3 maggio. 
Dopo avere preparato il terreno con una serie ininterrotta di aggressioni, di massacri e di provocazioni in ogni parte della  Spagna, i politicanti del fronte contro-rivoluzionario e gli alabardieri del marxismo in funzione di agenti provocatori, pensarono che il momento opportuno per l'attacco fosse arrivato ai primi di Maggio. 
Ecco come descrive l'attacco il “Boletin de Informacion” di Barcellona organo moderato dell'anarcosindacalismo:
Da  parecchio tempo, esisteva in Catalogna una certa tensione tra le forze che compongono l'alleanza antifascista. 
L'ultima crisi della Generalità durata tre settimane, fu risolta grazie ai sacrifici fatti dalla C.N.T. e dalla F.A.I.. Le concessioni fatte dalla nostra organizzazione erano superiori a quelle che la situazione economica del proletariato consentiva; ma la C.N.T. non ha guardato a sacrifici pur di mantenere l'unità antifascista. 
Lo stesso non si può dire degli altri settori antifascisti. Alcuni
individui che coprono cariche di responsabilità hanno fatto tutto il possibile per provocare la classe lavoratrice. Esistono prove che fin dai primi d'aprile si preparava il colpo di mano per eliminare le nostre organizzazioni — la C.N.T. e la F.A.I. — dalle loro posizioni di responsabilità. 
Malgrado il nostro compagno Antonio Martin Alcade di Puigcera, fosse stato assassinato, pareva che le cose dovessero mettersi a posto. 
Se non che una nuova provocazione avvenne il 3 maggio. Rodriguez Salas, Commissario Generale per l'Ordine Pubblico in Catalogna, esorbitando dalle sue  mansioni, effettuò un colpo contro la Centrale Telefonica di Barcellona. Verso le  tre del pomeriggio, Rodriguez Salas mandava tre camion carichi di guardie coll'ordine di occupare l'edificio telefonico. 
Questa Centrale è gestita da un Delegatodel Governo della Generalità, e diretta, d'accordo con questo delegato, da un Comitato composto di rappresentanti della C.N.T. e della U.G.T.  Le forze di polizia incontrarono resistenza da parte degli operai che si trovavano nell'edificio. Vi furono scontri violenti. Questi avvenimenti produssero una profonda impressione nella città. Una grande quantità di gente si raccolse in Piazza Catalunya. Le masse operaie, temendo che si occupassero altri edifici e desiderando impedirlo, corsero ad armarsi mettendosi a disposizione dei Comitati locali. In un paio d'ore la città assunse un aspetto diverso. Durante la notte  aumentò la tensione. 
La C.N.T. e la FAI., una volta occorsi i fatti, si disposero a negoziare al fine di pacificare la situazione, proponendo che tutte le forze armate fossero ritirate. Ma nella mattinata di ieri la polizia tentò di nuovo di occupare la Telefonica. Vi furono scontri e la polizia riuscì ad occupare soltanto il piano inferiore dell'edificio. 
I negoziati furono interrotti. Nel corso della giornata vi furono scaramucce tra operai e agenti di polizia. 
Dalla sede della Prefettura di Polizia furono sparati colpi d'arma da fuoco contro la casa della C.N.T. - F.A.I., che si trova sulla medesima  strada. Nella maggior parte dei rioni la polizia ha fraternizzato col popolo rifiutando di ubbidire agli ordini di capi faziosi. 

giovedì 20 giugno 2019

BARBIERI FRANCESCO anarchico

Francesco Barbieri nasce a Briatico il 14 dicembre 1895. Di famiglia benestante, frequenta regolarmente le scuole elementari e poi si iscrive in un Istituto agrario conseguendo la qualifica di "agrimensore". Nel 1914 emigra in Argentina alla ricerca di lavoro. Il suo progetto è di recarsi in Patagonia presso una fattoria e lavorare come tecnico agrario. Difficoltà burocratiche e ritardi nella concessione delle autorizzazioni gliene impediscono la realizzazione. Partecipa come volontario alla prima guerra mondiale ricevendo anche una onorificenza al valor militare. Rientra in Calabria e si sistema a Zambrone, comune vicino Briatico; professa idee socialiste e anarchiche. Approfittando delle disposizioni a favore dei riservisti, ritorna, nell'aprile del 1922, in Argentina con l'intenzione di partire per la Patagonia. Si avvicina ai circoli politici italiani ed entra in contatto prima con i gruppi socialisti e poi con gli anarchici, in particolare con il Gruppo "L'Impulso" guidato da Nicola Recchi e Aldo Aguzzi. Grazie all'aiuto di questi connazionali riesce a trovare lavoro come manovale, poi come scaricatore al porto e infine in una tipografia come apprendista. Nel 1924 è tra gli organizzatori della contestazione contro la crociera della motonave Italia, che, attraccata nel porto di Buenos Aires, svolge aperta  propaganda a favore del regime fascista. La polizia argentina esegue numerosi arresti; Barbieri riesce a sfuggire alla cattura e inizia una vita da clandestino. Nello stesso anno conosce Severino Di Giovanni, i fratelli Alejandro e Paulino Scarfò, oriundi calabresi di Tropea, Silvio Astolfi, Umberto Lanciotti e il cileno Miguel Arcangel Roscigna, insieme ai quali forma un gruppo deciso a condurre con ogni mezzo la lotta contro il fascismo. Le prime azioni sono di natura dimostrativa, come la protesta inscenata al teatro Colon in occasione dei festeggiamenti per i 25 anni di regno di Vittorio Emanuele III; poi, durante la campagna a favore di Sacco e Vanzetti, si passa ad attentati dinamitardi contro obiettivi americani. Francesco, mettendo a frutto le conoscenze acquisite durante la guerra, si incarica di confezionare le bombe per gli attentati. Nel 1926, insieme al Di Giovanni collaborano attivamente con Buenaventura Durruti e
Francisco Ascaso, con i quali compiono una serie di rapine ai danni di banche e industrie anglo-argentine per finanziare l'attività del movimento. Quando il tre maggio del 1928 Di
Giovanni “piazza” una bomba presso il Consolato Italiano, provocando la morte di nove persone e più di trenta feriti, il movimento libertario argentino si spacca sull’accaduto.
Durissime sono le accuse del periodico “La Protesta”, organo ufficiale della F.O.R.A., nei confronti degli esecutori dell’attentato, accusati di fare il gioco della polizia. Anche il giornale “Antorcha”, tradizionalmente vicino alle tesi degli “espropriatori”, prende le distanze da un gesto di simili dimensioni.

Il gruppo di Di Giovanni si disperde per evitare ovvie ritorsioni poliziesche. Barbieri ripara prima in Uruguay poi in Brasile. Per caso la polizia scopre il laboratorio in cui “Chico” aveva preparato gli esplosivi e per questa ragione non può più rientrare a Buenos Aires. Grazie all’intervento di un avvocato vicino agli anarchici riesce a non essere estradato in Argentina e rientra in Calabria.
Da qui espatria clandestinamente a Marsiglia e raggiunge poi Tolone, dove prende subito contatto con i fuorusciti italiani. Nel marzo del 1931 viene condannato in contumacia dal pretore di Tropea a un anno e sei mesi per emigrazione clandestina e diramato un ordine di arresto come "pericoloso sovversivo" e "anarchico avvezzo all'uso di esplosivi". Nel febbraio del 1932 sconta una condanna a otto mesi inflittagli dal Tribunale di Tolone per uso di passaporto falso e false generalità; uscito dal carcere si reca a Ginevra dove conosce Fosca Corsinovi, con la quale intreccia una relazione. La polizia fascista, che lo segue molto da vicino, gli attribuisce la partecipazione a una serie di attentati in Costa Azzurra e a Lione. Si sposta continuamente tra Ginevra e il sud della Francia, ma tutto questo continuo andirivieni è attentamente controllato dai fascisti, che lo segnalano alla polizia elvetica. Nel 1932 conosce Camillo Berneri che lo reputa un compagno coraggioso, indispensabile nella lotta armata. In una nota del giugno 1935, indirizzata ai Consolati italiani di Francia, Svizzera, Belgio, Spagna, Olanda e Germania, il direttore della polizia politica, sospetta che Barbieri sia una sorta di "consulente militare" degli anarchici e che nei suoi continui spostamenti assista i suoi compagni nella preparazione di esplosivi. Le continue pressioni sulla polizia svizzera sortiscono l'effetto desiderato: nell'ottobre del 1935 Barbieri viene espulso dal paese e si reca a Parigi da Berneri in cerca di appoggi. Ha così modo di partecipare, sia pure di sfuggita, alla Conferenza d'Intesa degli anarchici italiani, preparata da Berneri, Giglioli, Fantozzi e altri allo scopo di elaborare un programma insurrezionale. Per evitare di bruciarsi, Berneri gli consiglia di rifugiarsi in Spagna dove può contare sull'aiuto del gruppo italiano dell'Ufficio di Corrispondenza Libertario e sulle sue amicizie del periodo argentino. Si sistema a Palma di Maiorca con l'obiettivo di avviare un'attività di import/export di frutta e verdura. Durante uno dei suoi frequenti viaggi a Barcellona, su segnalazione degli agenti fascisti, nel febbraio del 1936, viene arrestato e incarcerato. Il Ministero degli Esteri italiano ne chiede subito l'estradizione o, in alternativa, l'espulsione verso il Portogallo da dove sarà più facile estradarlo in Italia. Dopo oltre due mesi di carcere duro, grazie a un'amnistia del Presidente Azafia, viene liberato e rientra clandestinamente in Svizzera. A fine luglio parte per la Spagna insieme con un gruppo di anarchici svizzeri e a Barcellona ritrova Berneri e tutti i compagni italiani esuli in Francia. Entra a far parte della
Sezione Italiana della Colonna  "Ascaso" alle dirette dipendenze di Berneri, che è il Commissario politico, il quale, completamente digiuno di tecniche militari, ne fa il suo "aiutante di campo". Dopo la battaglia di Monte Pelato, si trasferisce a Barcellona con Berneri e mentre questi con il giornale «Guerra di classe» diventa la voce degli anarchici italiani, Barbieri costruisce la rete di sussistenza per i miliziani. Procura fondi, armi, medicinali, ambulanze; tiene i contatti con i dirigenti spagnoli; fa il portaordini e l'ufficiale di collegamento. Allorquando  il Comitato Anarchico di Difesa, presieduto da Virgilio Gozzoli, decide di ripartire gli incarichi al suo interno, Barbieri, diviene un "battitore libero" senza compiti specifici. Secondo una serie di rapporti di polizia egli sarebbe una sorta di capo di una polizia politica anarchica, il corrispondente della CEKA dei comunisti sovietici, mentre, in altri documenti, è indicato come il capo della polizia di Barcellona, senza però altre precisazioni. Nelle giornate di maggio 1937 l'appartamento abitato da Berneri, Barbieri, Tosca Tantini e Fosca Corsinovi viene, più volte, visitato e perquisito da miliziani comunisti e della UGT. Nel pomeriggio del 5 maggio, verso l'imbrunire, un manipolo, formato da una quindicina di persone, fa irruzione, pistola in pugno, nell'appartamento e, dopo un alterco abbastanza violento, preleva gli anarchici sotto gli occhi atterriti delle due donne, e li conduce verso la centralissima plaza de Cataluna. L'indomani il corpo di Barbieri, che presenta ferite da arma da fuoco, viene trovato sulle Ramblas. 
I funerali si svolgono l’11 maggio in una Barcellona tetra e impietrita dal dolore. Cinque carri trasportano i feretri di Camillo Berneri, Adriano Ferrari, Lorenzo di Peretti, Pietro Macon e Francesco Barbieri: tutti italiani e tutti anarchici. È l’ultima grande, solenne e tragica manifestazione pubblica dell’Anarchia.

giovedì 12 gennaio 2017

Spagna ’36 di Carlo Rosselli

"Al termine di un immenso viale lussuoso e deserto, addossata alle colline che fanno da corona al Tibidabo, ecco Pedralbes, la grande caserma di fanteria di Barcellona. Da Pedralbes partì, il 19 luglio, la rivolta. Ma i soldati non ubbidirono e gli ufficiali sopravvissuti furono trasportati sull’Uruguay, prigione navigante. Oggi Predalbes è il centro di formazione delle milizie popolari, delle colonne anarchiche Ascaso, Aguiluchos, Rojo y Negro. Durruti è già partito. Sperava di entrare a Saragozza prima che la resistenza si organizzasse. Invece i primi reparti, attaccati sulla strada dall’aviazione, dovettero fermarsi. Non ha nulla della caserma, Predalbes, benché sia una caserma modello. È un immenso castello rococò, diviso in vari edifici e torrioni, che fa pensare a uno scenario di cartone e stucco.
Sarebbe orrendo, se non si adagiasse su questi colli, immerso nel sole allucinante e nell’azzurro mediterraneo.
Il terrazzo ed il portico d’ingresso brulicano di gioventù. Per chi sale a Predalbes coi ricordi di una grigia caserma piemontese, è il capogiro, il carnevale, tale è il tumulto di gente che va e viene, senza meta apparente.
Comunione non solo morale ma fisica. Si vive, ci si tocca, ci si urta, ci si sposta in gruppo. La vita del singolo resta inghiottita dalla moltitudine. Ma che vita. Anche lo scalone che a destra porta al comando rigurgita di umanità. Abiti civili, tute marroni, grigie, bleu; guerrieri col fucile, pistolone, pugnale; uomini fatti, ragazzi, miliziane, col fazzoletto rosso e nero al collo, e bandiera della FAI e CNT".
(Tratto dal diario di Carlo Rosselli in data 12 agosto 1936)

Carlo Rosselli, classe 1899, rampollo di una facoltosa famiglia ebraica, era scappato dal confino di Lipari nel luglio del ’29; giunto a Parigi aveva fondato il movimento Giustizia e Libertà.

giovedì 17 novembre 2016

Organizzazione della nuova società dopo l’evento rivoluzionario

Terminato il periodo violento della rivoluzione, vengono dichiarati aboliti: la proprietà privata, lo Stato, il principio di autorità e, conseguentemente, le classi che dividono gli uomini in sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori.
Socializzata la ricchezza, le organizzazioni dei produttori, ormai libere, si incaricheranno della amministrazione diretta della produzione e del consumo.
Stabilita in ogni località la Comune libertaria, porremo in essere il nuovo meccanismo sociale. I produttori di ogni ramo o mestiere, riuniti nei loro sindacati e nei posti di lavoro, determineranno liberamente la forma con la quale quest’ultimo deve essere organizzato.
La Comune libera requisirà tutto quello che deteneva la borghesia, ossia viveri, vestiti, calzature, materie prime, strumenti di lavoro, ecc. Questi utensili di lavoro e materie prime dovranno passare nelle mani dei produttori affinché essi li amministrino direttamente a beneficio della collettività.
Prima di tutto le Comuni si incaricheranno di alloggiare con il massimo delle comodità tutti gli abitanti di ogni località, assicurando assistenza agli ammalati ed educazione ai ragazzi.
In accordo con il principio fondamentale del Comunismo Libertario che prima abbiamo illustrato, tutti gli uomini validi si appresteranno a compiere il dovere volontario che diviene un vero diritto quando l’uomo lavora liberamente di concorrere alla vita della collettività in relazione alle loro forze e capacità mentre la Comune farà fronte alle loro necessità.
Naturalmente bisogna fin da ora comprendere che i primi tempi della rivoluzione non risulteranno facili e che sarà necessario che ognuno apporti il massimo di energie e consumi solo quello che le possibilità della produzione permettono. 
Ogni periodo costruttivo esige sacrificio ed accettazione individuale e collettiva di sforzi tendenti a superare le difficoltà e a non creare ostacoli all’opera di ricostruzione della società che di comune accordo realizzeremo.

(CNT 1936 – Concezione Confederale del Comunismo Libertario)