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giovedì 21 novembre 2019

COLIN WARD e L’esperienza di «Anarchy»

Il mio primo contributo alla stampa anarchica l’ho scritto nel 1943 quando ero un coscritto dell’esercito britannico di stanza nelle Isole Orkney, a nord della Scozia, dove molte delle persone con cui condividevo la mia permanenza erano coscritti dell’esercito italiano presi prigionieri in Nord Africa. Questi prigionieri avevano la mia stessa età e venivano quasi tutti dal Sud Italia e dalle isole. Tornarono a casa nel 1947 e così feci anch’io. Proprio in quell’anno ero stato invitato ad unirmi al gruppo editoriale che pubblicava il settimanale anarchico «Freedom». Alla fine degli anni ’50 ebbi l’impressione che fossero emersi nuovi potenziali lettori sensibili ad una propaganda anarchica, in particolare per l’enorme espansione dell’istruzione superiore, ambito in cui l’attività politica per decenni era sembrata dover essere automaticamente dominata dal marxismo. (Penso che la situazione italiana fosse molto simile a quella della Gran Bretagna). In quell’epoca cominciai a sostenere che, piuttosto che usare tutte le nostre energie per produrre un settimanale senza che ci rimanesse tempo né per far circolare il giornale in modo efficace, né per consentirci di fermarci a pensare, avremmo dovuto produrre un mensile in un formato che in quei giorni si chiamava in-quarto (ora formato A4). Scrissi parecchi articoli su «Freedom» spiegando le ragioni per le quali pensavo che un cambiamento «ci avrebbe permesso di esprimere in modo più comprensibile e chiaro il pensiero anarchico sulla  realtà sociale del mondo contemporaneo», dandogli «una maggiore
incisività e un maggior impatto propagandistico» («Freedom», 10 dicembre 1960). E rincalzavo la dose scrivendo che «se mai ci fossimo proposti di effettuare la transizione da setta a forza sociale», avremmo avuto bisogno di rivitalizzare «Freedom», e questo «perché non eravamo riusciti a formulare alternative anarchiche nei più importanti campi della vita. Ed era proprio questa la ragione per cui la maggior parte di quanti avrebbero potuto portare nuova vita alle nostre attività non ci potevano prendere sul serio» («Freedom», 3 dicembre 1960).
I miei colleghi del gruppo editoriale Freedom Press risposero con una apertura mentale estrema e in effetti dissero: lasciamo che coloro che vogliono produrre un settimanale lo facciano, e che coloro che vogliono produrre un mensile facciano altrettanto. Fu allora deciso che nella prima settimana di ogni mese sarebbe apparsa la rivista mensile invece del settimanale e che avrebbe dovuto avere non il formato in-quarto che mi ero immaginato per un «Freedom» mensile, ma una pagina in-ottavo (l’attuale A5). Mi misi a pensare ad un nome per la nuova testata e selezionai «Autonomy», completato dal sottotitolo giornale di idee anarchiche. Era questo il titolo di uno dei primi giornali anarchici pubblicati in Gran Bretagna. Tuttavia ebbi molte pressioni per modificare il titolo in «Anarchy», il che rese il sottotitolo piuttosto superfluo sebbene sia stato mantenuto sino al ventisettesimo numero; dopodiché scomparì, ma non per decisione mia bensì dell’eccellente disegnatore che si occupava delle copertine: Rufus Segar.
Mi ero immaginato un «Freedom» mensile e invece mi ritrovai a produrre un giornale completamente diverso del quale io ero l’unico redattore. E una volta che l’impostazione di base era stata definita, mi fu data un’autonomia totale: nessuno discuteva quello che veniva pubblicato su
«Anarchy». Altre persone del gruppo intrapresero i nuovi complicati incarichi amministrativi – gli abbonamenti solo per «Freedom», gli abbonamenti solo per «Anarchy» e gli
abbonamenti cumulativi che noi tutti speravamo i nuovi lettori avrebbero scelto - così come tutta la massa di lavoro necessaria per evadere gli ordini e occuparsi della spedizione. Menziono tutti questi particolari della produzione perché penso che  anche in altri Paesi i piccoli gruppi di persone interessate al giornalismo anarchico abbiano affrontato problemi simili.
Nel 1970 comunicai ai miei colleghi, con sei mesi di preavviso, la mia intenzione di smetterla di fare il redattore.
Era mia opinione che dieci anni di lavoro redazionale fossero troppi per chiunque, anche per il più formidabile dei redattori: routine e formule automatiche cominciano a imporsi. E sebbene la gente spesso mi dica ancor’oggi che «Anarchy» negli anni Sessanta affrontava argomenti che sono stati poi percepiti come importanti solo negli anni Settanta e Ottanta, ci stavamo comunque muovendo verso un decennio differente. Sono diventato uno scrittore di libri, soprattutto sull’abitare, l’educazione e sugli usi popolari o non ufficiali dell’ambiente, rimanendo in parte anche un giornalista semplicemente perché i venticinque libri che ho scritto o curato nei successivi venticinque anni mi hanno fatto guadagnare molto poco. Tutti quanti, però, hanno proposto un approccio anarchico ad un pubblico di lettori che non avrei raggiunto altrimenti.
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venerdì 6 luglio 2018

L’anarchia è come i semi sotto la neve

Colin Ward usava dire che l’anarchia è come i semi sotto la neve, che appariranno in tutto il loro splendore di fiori in seguito al disgelo. Una metafora bellissima, che vuole significare di agire per creare situazioni che permettano alle potenzialità libertarie presenti (i semi nascosti sotto la neve) di essere i fiori che potenzialmente sono e mostrare tutta la loro bellezza. Landauer suggeriva di fare il possibile e desiderare l’impossibile, costruendo nell’immediato col massimo di coerenza, con la consapevolezza e la volontà di preparare la strada per un domani dove ci sarà ciò che oggi è pensato impossibile. Sosteneva inoltre che l’anarchia non è cosa del futuro ma del presente, che non è fatta di rivendicazioni ma di vita. Buber riprendeva il concetto di comunità, intendendola luogo di solidarietà condivisione reciprocità e scambio; diceva di andare oltre la modernità con gli stessi mezzi che la modernità offre, cercando di fare una comunità di comunità. Sono idee e visioni del mondo che aprono degli spiragli e fanno respirare con ampiezza. Danno lo spunto per affrontare i problemi che abbiamo di fronte da angolature differenti da quelle cui siamo abituati. Mi offrono una stupenda occasione per dire qual è per me la possibile strada del disgelo, da dove bisogna partire per cominciare a identificare cosa bisognerebbe fare.
Nell’immediato bisognerebbe adoperarsi per sganciarsi il più possibile dalla cappa plumbea di questo dominio finanziario, tentare con tutte le forze di uscire dal grigiore mentale della filosofia di vita che siamo costretti ad accettare quotidianamente, proprio per respirare a pieni polmoni un’aria nuova. Innanzitutto dobbiamo smettere di accettare mentalmente e culturalmente che una piccola parte della società si appropri sistematicamente di tutto, impedendo a tutti gli altri di usufruirne.
Con serio impegno dovremmo cercare il modo di ribellarci radicalmente all’imposizione per cui soltanto l’economia, in particolare quella capitalistico/finanziaria, sia l’unica parte attorno a cui e in funzione della quale ruota tutto il resto della società. Se un insieme sociale, con tutte le sue funzioni e i suoi addentellati, si costringe a vivere per favorire esclusivamente un’unica sua componente, in questo caso quella economica, si condanna a una disarmonia che a lungo andare non può che essere autodistruttiva, fino a un nichilismo totalizzante.
In particolare oggi stiamo vivendo in funzione di un’economia non reale ma virtuale. Un’assurdità che ci sovrasta, ci obbliga, ci impaurisce, ci distrugge, ci schiavizza. Non si riesce neppure più a combattere il padrone, sfruttatore e oppressore in carne e ossa, perché non è più l’oppressore fondamentale. Il nemico che ci opprime è difficilmente identificabile. Come dicevo più sopra, si tratta di una rete extra-strutturale di interessi che incombono e condizionano pesantemente, per favorire un’area elitaria che non ha bisogno di comandarci direttamente perché è riuscita a rendere assolutamente potente la virtualità attraverso le sofisticazioni tecnologiche. Sta a noi uscire dalla neve ...

giovedì 12 aprile 2018

L'alternativa anarchica è quella che propone la diversità al posto dell'unità

L'anarchismo contemporaneo capovolge l'interpretazione classica secondo cui la società anarchica è una meta, un fine, un utopia, a favore  di una lettura anarchica del presente.
"Lo stato non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, un rapporto fra gli esseri umani, un modo di comportarsi. Può essere distrutto contraendo altri rapporti, comportandosi in modo diverso." 
Nella vita quotidiana le società possono andare avanti esclusivamente grazie a due fenomeni spontanei, ovvero l'associazione volontaria e il mutuo soccorso: "Gli anarchici derivano una filosofia sociale e politica dalla tendenza naturale e spontanea degli esseri umani a raggrupparsi per il beneficio comune." L'anarchia è dunque una teoria dell'organizzazione basata non tanto su di un idea predefinita di natura umana, o su postulati dogmatici e immutabili, quanto sulla convinzione che esiste una spontanea capacità, tra gli esseri umani, di darsi un ordine e un organizzazione: "Dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l'improvvisazione e l'esperienza, di sviluppare le condizioni per il suo ordinato soddisfacimento; e l'ordine cui si approda per questa via è di gran lunga più duraturo, e funzionale a quel bisogno, di qualsiasi altro imposto da un'autorità esterna".
Lo scontro costante nella storia dell'umanità è tra chi sostiene la soluzione autoritaria e chi auspica e pratica quella libertaria rispetto a ogni problema che la società si trova ad affrontare. Lo scopo, in ossequio a una visione pluralista delle caratteristiche umane e in vista di una grande valorizzazione delle diversità naturali, è quello di pensare una società auto-organizzata in continua autotrasformazione: "L'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, quella che propone, insomma, una massa di società e non una società di massa."

giovedì 17 aprile 2014

L’Anarchia di Colin Ward

"L’anarchia è uno spazio politico attuale, da estendere e da utilizzare come testa d’ariete contro la resistenza, coatta, del potere gerarchico. Perché sapere che esistono progetti, in giro per il mondo, che da Linux come comunità basata sul dono, fino ai tentativi come quello dell’'isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj, nome ufficiale Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose fu il nome dato ad una piattaforma artificiale di 400 m², occupata da liberi pensatori, che sorgeva nel mare Adriatico al largo delle coste dell'allora provincia di Forlì a 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane), dimostrano che l’anarchia non solo è possibile, ma è anche attualizzabile in varie forme, serve proprio a rendere il nostro essere anarchici una forma di resistenza al potere costituito. Base morale del pensiero anarchico, è che non siamo responsabili soltanto di ciò che facciamo ma anche di ciò che avremmo potuto fare e abbiamo scelto coscienziosamente di non fare..."

"Dobbiamo smetterla di continuare a chiederci quali siano le reali possibilità dell’anarchia altrimenti, facciamo il gioco degli stessi detrattori dell’anarchia. L’anarchia è qui, intorno a noi, ogni giorno; ogni volta che qualcuno fa del bene senza che gli venga imposto da un principio esterno. Ho definito questo concetto “seme sotto la neve”, perché basta sapersi guardare attorno e questa utopia è in realtà già nascosta tra il peso del quotidiano. Quello che bisogna fare, e smetterla di pensare se l’anarchia è possibile e invece vivere, direttamente, delle possibilità che oggi ci vengono offerte: cooperazione e mutuo appoggio sono la cifra del pensiero anarchico ma si ottengono solo attraverso il ricorso all’azione diretta che va organizzata in modo libero. La mia idea è: se l’anarchia è un seme sotto la neve ciò che bisogna fare è far crescere questo seme e fargli strada. Il resto verrà da sé..."

"Il motivo per cui ho messo il bambino al centro delle mie critiche anarchiche è che è nella sua essenza rendere espliciti certi principi morali a passeggio per le nostre città.
Divulgare anarchia tra costruzioni come le carceri o i macelli, piuttosto che in città che assumono sempre più la struttura di un immenso Panopticon, è davvero complesso, per questo ripensare il nostro modello di vita significa anche ripensare gli spazi che costruiamo e in cui, ovviamente, questo stesso modello dovrebbe svilupparsi.
La mia idea è che la città debba essere uno spazio che estende i principi della natura umana; luogo dove bambini e adulti socializzano e scoprono nuovi modelli di esistenza e sopravvivenza, perché nessuna città è governabile se i cittadini non la sentono propria..."

(Colin Ward (Londra, 14 agosto 1924 - Ipswich, 11 febbraio 2010) è stato uno dei maggiori pensatori anarchici della seconda metà del XX secolo. Ha cominciato a lavorare come architetto prima, come insegnante poi. Per oltre vent'anni è stato scrittore e giornalista free-lance. Gran parte delle sue ricerche si occupano dei modi "non ufficiali" con cui la gente usa l'ambiente urbano e rurale, rimodellandolo secondo i propri bisogni. Ha così scritto una ventina di libri su temi sociologici e urbanistici come il vandalismo e gli orti urbani, l'occupazione di case e l'autocostruzione. Si è inoltre occupato della condizione dei bambini in situazioni urbane e rurali.)