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Visualizzazione post con etichetta max stirner. Mostra tutti i post
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giovedì 27 novembre 2025

Rivoluzione e Ribellione

Rivoluzione e ribellione non vanno considerate sinonimi. la prima consiste in un rovesciamento dello status quo, dell'ordine costituito ed è quindi un atto politico e sociale. La seconda ha, sì, come inevitabile conseguenza, una trasformazione dello stato di cose esistente, ma non nasce di qui bensì dall'individuale scontento degli uomini; non è una rivolta armata ma un insorgere di individui, un ribellarsi, senza alcun pensiero delle conseguenze che ne potranno derivare. La rivoluzione mira ad una organizzazione nuova; la ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma ad organizzarci da soli come vogliamo, e non ripone fulgide speranze nelle istituzioni. Non è una lotta contro l'ordine costituito perché, se essa ha successo, l'ordine costituito crolla da sè. Se il mio scopo non è rovesciare un ordine costituito ma innalzarmi al di sopra di esso, il mio proposito e le mie azioni non sono politici e sociali ma egoistici. La rivoluzione ci comanda di creare istitituzioni nuove, la ribellione di sollevarci o di innalzarci.


giovedì 25 settembre 2025

LO STATO

Lo Stato non è pensabile senza il dominio e la schiavitù; deve dominare tutti coloro che ne fanno parte: questa si chiama appunto volontà dello Stato. Ecco perché ogni stato è dispotico, sia il despota uno solo oppure siano molti o addirittura tutti.

La volontà dominatrice dello Stato si realizza grazie all’universale identificazione nella legge, dato che questa non è più l’emanazione di un signore ma della volontà popolare. Ma l’alienazione statale riposa sull’astrazione dell’ideale umano. Lo Stato moderno cioè lo Stato al suo stato puro, si fonda proprio su questa pretesa di rappresentare istituzionalmente le ragioni dell’idea umana, dell’umanità.

Lo Stato come la Chiesa, non può essere riformato, ma solo abolito. Si tratta di un’abolizione radicale che non ammette deroghe o modifiche perché costituisce la premessa di ogni futuro discorso sulla positività sociale dell’unico: l’esistenza comunitaria di questi dipende dalla non esistenza dello Stato.

Per chiudere nessuno per lo Stato può avere una volontà propria e, se qualcuno dimostra di averla, esso deve escluderlo, rinchiuderlo o esiliarlo. Infatti, se tutti dimostrassero di avere tale volontà, lo Stato non esisterebbe.

giovedì 15 maggio 2025

L’individualismo

L'individualismo, va sottolineato, può essere inteso in almeno due modi. Il primo, il più comune, è la giustificazione ideologica dell'egoismo più rapace, l'idea che i rapporti tra gli esseri umani devono sottostare alla legge bruta della lotta per la vita. E il caso dell'economia liberale, che domina il mercato e difende il non intervento dello Stato negli affari delle imprese capitaliste, proprio a beneficio dei più forti. Quello che Emma Goldman chiamava «rude individualismo». L'altro - quello di Stirner e i suoi seguaci - è una corrente che, senza basarsi su dogmi o su una tradizione ereditata, fa appello solo alla coscienza individuale". Contro la morale dell'arrivismo e del dominio, questo individualismo rimanda a una rivoluzione interiore e dei sentimenti, a una maniera di stare al mondo che promuove la differenza e 'unicità delle persone, davanti alla dittatura del capitale. «La "libertà individuale"», scriveva Stirner,

che il liberalismo borghese vigila gelosamente, non significa affatto che io sono totalmente libero di autodeterminarmi liberamente, nel qual caso le azioni che compio diverrebbero davvero mie, ma indica semplicemente che io sono indipendente dalle persone. È libero individualmente chi non è responsabile di fronte a nessun uomo”. 

Tutto quel che non si vive direttamente, in prima persona - pensieri, azioni e rapporti umani - si trasforma in sacrificio, ideologia e sfruttamento. La vita autentica implica la rivolta permanente contro tutti i poteri separati.


giovedì 27 marzo 2025

DIRITTO E DOMINIO

Il diritto non è che la volontà del dominatore. Anche la società politicamente più dispotica è sempre alla ricerca del diritto. Tutti i tipi di governo partono dal principio che tutto il diritto e tutto il potere appartengono al popolo preso nella sua collettività. Nessuno di essi, infatti, tralascia di richiamarsi alla collettività e il despota agisce e comanda “in nome del popolo” esattamente come il presidente o qualsiasi aristocrazia. Il diritto è dunque la legittimazione del dominio. Non di questo o quel determinato dominio, ma del dominio in quanto tale. Esso si pone in modo estraneo rispetto all’unico, in quanto per sua natura il diritto mi “viene concesso”. Che sia la natura o Dio o la decisione popolare, ecc., a concedermi un diritto, si tratta sempre di un diritto estraneo, di un diritto che non sono io a concedermi o a prendermi. Non è perciò la fonte del diritto a decidere la sua intima valenza di ratifica del dominio, ma il fatto che comunque esso è sempre un’entità che si pone sopra l’individuo. Per cui non può mai esistere una completa coincidenza tra il diritto e la volontà individuale, dal momento che ogni diritto è, per intrinseca definizione, una categoria particolare e ipostatizzata che si fissa in dimensione universale, mentre l’individuo è una dimensione unica, in sé irripetibile. Diritto storico, diritto naturale o diritto divino o qualsiasi altro diritto; il diritto di per se stesso non è in grado di risolvere i problemi dell’unicità posti al singolo.



giovedì 10 giugno 2021

L’UNICO E LA SUA PROPRIETÀ – Max Stirner

L’unico e la sua proprietà è un testo che affonda le sue radici nel clima culturale della filosofia hegeliana. In particolare si può dire che esso rappresenti l’espressione forse più radicale delle istanze anti-universalistiche e anti-idealistiche di tutta la Sinistra hegeliana, tanto che la sua critica è rivolta non solo alla filosofia di Hegel, ma si estende addirittura a quella degli stessi esponenti della Sinistra hegeliana cui egli in qualche modo apparteneva. Secondo Stirner infatti il nuovo sapere antropologico di Feuerbach, così come anche il pensiero socialista e liberalista, non sono altro che nuove religioni, nuovi idealismi, con la sola differenza formale per cui al posto di Dio si ha ora l’Umanità, piuttosto che la Società o la Razionalità, vale a dire sempre degli ideali, delle divinità, per dirla con Stirner, che in quanto tali si pongono al di sopra della realtà di ogni singolo individuo e che dunque – e questo è il punto che interessa a Stirner – configurano una condizione di dipendenza da parte degli individui rispetto a tali esseri superiori. Si tratterebbe quindi di una nuova forma di alienazione, in quanto ogni ideale, religioso o meno, si contrappone inevitabilmente a un reale concreto, determinando una situazione di tensione tra quello che è l’individuo reale in carne e ossa e una sua presunta essenza superiore, cioè quell’ideale verso il quale sente di doversi conformare e che per forza di cose lo mantiene in una condizione di inadeguatezza, dato che nessun ideale, per definizione, è realizzabile. Ecco che nel denunciare questa nuova forma di alienazione, in realtà Stirner denuncia un intero paradigma esistenziale, che è sì il paradigma idealista, ma che allo stesso tempo è però un paradigma di natura gerarchica, che esprime cioè un ordine di dipendenza per il quale i singoli individui si vedono costretti a sacrificare se stessi e tutta la loro vita a un interesse ritenuto superiore. Che questo interesse sia poi un vero e proprio Dio, piuttosto che la Nazione, la Società o persino l’Umanità nel suo insieme, non cambia nulla: il rapporto di dipendenza infatti resta immutato. Di qui, per Stirner, l’esigenza di quella che egli chiama rivolta, cosa ben diversa dalla rivoluzione: se la rivoluzione infatti si può definire come la semplice sostituzione di un determinato ordine con un altro ordine (ad esempio, rispetto all’ordine statale, il passaggio da una monarchia a una repubblica), la rivolta si configura invece come la negazione di ogni ordine, poiché consiste nella negazione radicale di qualsivoglia ideale, di qualsivoglia valore dalle pretese universali. L’unico valore che viene riconosciuto e salvaguardato è quello che fa riferimento non a qualche ideale astratto ma all’individuo in carne e ossa nella sua incommensurabile unicità, cioè nel suo essere assoluto nel vero senso del termine. Ecco allora che la rivolta invita non solo a negare tutto quanto possa porsi al di sopra degli individui, ma soprattutto, nella sua accezione positiva, invita ogni singolo individuo a prendere coscienza della propria unicità e quindi ad assumersi anche le responsabilità che tale consapevolezza comporta. E in questo consiste la nuova concezione di vita proposta da Stirner, in una concezione che egli stesso definisce di tipo egoistico e che si contrappone a quella di tipo idealistico.


giovedì 27 maggio 2021

VEREIN, l’organizzazione per Max Stirner

Max Stirner polemizza contro l'universalismo hegeliano e prende anche posizione contro  Feuerbach  e  Marx. Secondo Stirner l'individuo umano, corporeo, è l'unica realtà e l'unico valore. L'individuo è inteso come energia volitiva, pulsione egoistica ed egocentrica che non si inchina dinanzi a nessun idolo, non  riconosce che se stesso, e di tutto si serve come suo strumento. Ricercare al di fuori dell'individuo corporeo ed «egoista» una soluzione equivale, per Stirner, non solo a conservare la «religione» sotto forme nuove ma anche ad aumentare, di fatto, la servitù dell'uomo. L'io è l'unica legge, non esistono altri obblighi nei confronti di nessun codice, credo  o concezione filosofica. Per Stirner è il mondo ad essere contenuto nell'io libero, ribelle e creatore, e quest’io individuale si contrappone alla società e alle sue forze oppressive senza privilegiare mediazione alcuna.

L'umanità si sacrifica per certe idee fisse (la verità, la giustizia, il dovere ecc.) che considera come idealità. Bisogna distruggere le idee fisse; la mia causa non è né divina, né umana; non è né la bontà, né la giustizia, né la libertà.., non è una causa universale bensì unica come sono io. Nessuna cosa mi sta a cuore più di me stesso.

L'«unico» deve farla finita con tutte le ipocrisie della società e non deve riconoscere alcuna norma oggettiva, in  quanto:

Vero è ciò che è unico, falso ciò che non mi appartiene e falsi sono la società e lo stato, a cui tu dai la tua forza e da cui sei sfruttato

Per Stirner lo stato «popolare» che vuole spingere il liberalismo alle sue estreme conseguenze, non può che affermarsi a spese del singolo; anch'esso ha quel vizio capitale che è il voler addestrare l'uomo, invece di lasciarlo sviluppare liberamente. Reazionari e rivoluzionari si appellano entrambi ad un «diritto», gli uni a quello tradizionale, gli altri a quello naturale: ma, in entrambi i casi, è un diritto che ha di mira soltanto l'universale, non il singolo. Pur chiamando «unico» il suo personaggio, Stirner non pensa che l'uomo possa vivere da solo: la società, secondo lui, è il nostro stato naturale. Occorre però fare una distinzione fra quella che si eredita e si subisce, e quella alla quale si aderisce volontariamente in quanto soddisfa maggiormente i nostri bisogni. Questa organizzazione nuova, che Stirner chiama «Verein», l'unione, non è affatto il regno della libertà assoluta: voler dare al «Verein» siffatta interpretazione è per Stirner folle manifestazione di fanatismo religioso. Ciò che differenzia il «Verein» dallo stato è l'atteggiamento spirituale di chi ne fa parte: lo stato è qualcosa che sta al di sopra di me, che mi impone umiltà, il «Verein» è una mia creazione; posso esercitare una critica continua contro le sue massime, perché non le ho ceduto l'anima, e posso anche sciogliermi da essa, perché non mi sono impegnato per il futuro. Per quanto riguarda la proprietà, Stirner   attacca violentemente sia la concezione sacra di essa, tipica della mentalità  borghese, sia le soluzioni alla Proudhon, dell'uomo come possessore di un bene che appartiene alla società. 

La questione della proprietà non si potrà risolvere cosi pacificamente come sognano i socialisti e persino i comunisti. Potrà essere risolta soltanto dalla guerra di tutti contro tutti. I poveri diventeranno liberi e proprietari soltanto se si ribelleranno, si  vorranno innalzare, si solleveranno. Regalate loro tutto quello che vi pare, vorranno avere sempre di più: essi vogliono, infatti, nientemeno che questo, che nulla venga più regalato.


giovedì 20 maggio 2021

Ciò che si definisce Stato – Max Stirner

Ciò che si definisce  come Stato è simile a un intreccio e una tessitura congiunta da legami e da adesioni, una proprietà comune dove tutti coloro che fanno causa comune si accomodano gli uni con gli altri, e dipendono gli uni dagli altri. Lo Stato è l'ordinamento di questa dipendenza reciproca. Tende a scomparire il re che conferisce l'autorità a tutti, dall'alto in basso, per giungere fino all'aiutante del  boia, l'ordine non sarebbe perciò meno difeso contro il disordine delle forze istintive da tutti coloro che hanno il senso dell'ordine profondamente radicato nella loro coscienza. Poiché se vincesse il disordine, questa eventualità sarebbe la fine dello Stato. Ma questo sentimento ideale di adattarsi reciprocamente, di fare causa comune e di dipendere gli uni dagli altri, può forse veramente convincerci? Sotto questo punto di vista lo Stato sarebbe la realizzazione stessa dell'amore dove ciascuno esisterebbe per gli altri e vivrebbe per gli altri. Ma il senso dell'ordine non sta forse mettendo in pericolo la personalità? Non bisogna  forse accontentarsi di garantire l'ordine con la forza di modo che niente e nessuno «schiacci i piedi al vicino» oppure che la truppa sia opportunamente incolonnata o schierata? Ogni cosa allora va nel migliore dei modi, nel massimo ordine ed è questo un ordine ideale, ma è lo Stato. Le nostre società e i nostri Stati esistono senza che noi li creiamo; essi si sono formati senza il nostro consenso, essi sono prestabiliti, godono di un'esistenza propria, indipendente; essi sono contro noi individualisti che viviamo  in modo irrepetibile. Il mondo d'oggi  è, come si dice, in lotta contro «lo stato di cose esistente». Tuttavia ci si inganna in genere sul significato di questa lotta, come se non  si trattasse che di cambiare  ciò che  esiste attualmente con un nuovo ordine  che sarebbe migliore. È piuttosto a ogni ordine esistente, vale a dire allo Stato che la guerra dovrebbe essere dichiarata, non a uno Stato in particolare, ancora meno alla forma attuale dello Stato. L'obiettivo da raggiungere non è un altro Stato ma l'associazione, modo di associarsi  sempre mutevole e rinnovato di tutto ciò che esiste. Lo  Stato è presente anche senza la mia partecipazione. Io vi nasco, vi sono  educato, ho verso di lui i miei doveri, io gli devo «fedeltà e omaggio». Egli mi prende sotto la sua ala protettrice e io vivo della sua grazia. L'esistenza indipendente dello Stato è il fondamento della mia mancanza d'indipendenza. La sua
crescita naturale, la sua vita come organismo esigono che la mia natura non si sviluppi per me liberamente, ma che sia ritagliata sulla misura. Perché lo Stato possa espandersi naturalmente, esso mi fa passare sotto le forbici della  «cultura». L'educazione e l'istruzione ch'esso mi dà sono basate sulla sua misura e non sulla  mia. Esso m'insegna per  esempio a rispettare le leggi, ad astenermi dal portare minacce alla  proprietà dello Stato (vale a dire alla proprietà privata), a venerare una maestà divina e terrestre. In una parola esso m'insegna ad essere irreprensibile, sacrificando la mia individualità sull'altare della «santità » (è santa qualsiasi cosa, per esempio la proprietà, la vita d'altri, ecc.). Tale è la qualità della cultura e dell'istruzione che lo Stato è pronto a darmi. Esso mi conduce a diventare uno «strumento utile», un «membro utile della società». Questo è ciò che deve fare ogni Stato sia esso «uno Stato popolare» assoluto o costituzionale. Esso sarà uno Stato fino a che noi saremo cascati nell'errore di credere che esso sia «un individuo» e come tale una «persona » morale, mistica o pubblica.


giovedì 13 maggio 2021

I Falsi Principi della Nostra Educazione - Max Stirner

Una volta conquistata la libertà di pensiero, esiste uno sforzo nel nostro tempo per perfezionarla, con lo scopo di trasformarla in libera volontà, principio di una nuova epoca. In tal modo lo scopo finale dell'educazione non può più essere il sapere, ma il volere nato da questo sapere. In breve l'educazione tenderà a creare un individuo personale e libero. Che cos'è la verità se non la rivelazione  di chi siamo  noi? Si tratta di scoprire noi stessi, di liberarci da tutto quello che ci è estraneo, di sottrarci o di sbarazzarci di ogni autorità, di riconquistare la spontaneità. La scuola non forma degli uomini così assolutamente autentici. Se ne esiste qualcuno, ciò avviene  malgrado la scuola. Questa senza dubbio ci rende padroni delle cose e anche al limite padroni della nostra stessa natura. Ma essa non crea in noi dei caratteri liberi. In effetti  nessun tipo di cultura, fosse anche approfondita ed estesa, e nessuno spirito acuto e sagace e nemmeno nessuna abilità dialettica possono premunirci contro la bassezza del pensiero e della  volontà. Tutti i tipi di vanità e di sete di guadagno, d'arrivismo e di zelo servile e di doppiezza ecc. si accompagnano molto bene sia con un'ampia cultura, sia con un'elegante formazione classica e tutto questo fardello scolastico che non esercita nessun'influenza sul nostro comportamento morale, noi lo dimentichiamo spesso; tanto più facilmente in quanto non ci serve a nulla. Ci si scrolla via la polvere della scuola non appena la si lascia. Perché? Perché l'educazione consiste unicamente nella forma o nel contenuto, al massimo in una mescolanza di entrambi, ma nient'affatto nella verità, nella formazione dell'uomo vero. Come certi altri campi, il campo pedagogico fa parte di quegli ambiti in cui ci si sforza di non lasciare  passare la libertà, di non tollerare il dissenso: quello che si vuole ottenere è la sottomissione. Non si mira ad altro che a un addestramento puramente formale e materiale. Dalle formazioni degli umanisti non escono che dei sapienti, da quelle dei materialisti che dei «cittadini utili». Il nostro buon vecchio carattere  fondamentale di «cattiveria» è represso con molta energia e perciò avviene il rinnegamento della cultura in una volontà libera. In tal modo la vita scolastica forma essa stessa dei filistei. Nella stessa misura in cui da bambini ci veniva insegnato ad accettare tutto quello che ci veniva imposto, noi più tardi ci siamo accomodati in una vita positiva; noi ci pieghiamo, a nostra volta, noi ne diventiamo i servi, e i pretesi «buoni cittadini».


giovedì 6 maggio 2021

Max Stirner in birreria

Max Stirner era il suo nome di battaglia, in realtà il suo vero nome era Johann Kaspar Schmidt, nato il  25 ottobre 1806 a Bayreuth. Il suo pseudonimo di Stirner è un soprannome dovuto alla sua fronte pronunciata  (Stirn in tedesco). Nome conservato per L’unico e la sua proprietà e le sue altre  produzioni. Max amava frequentare il  famoso gruppo del circolo berlinese  dei « Liberati ». Un particolare gruppo davvero questo circolo o federazione che teneva le sue riunioni  presso un certo Hippel, barista famoso per la buona qualità delle bevande ch'egli preparava e la cui casa era situata in una delle vie più frequentate della Berlino di  allora. Senza statuto, senza presidente si disprezzavano tutte le correnti critiche e ci si faceva beffe di ogni tipo di censura. Qui si svolgevano discussioni molto appassionate in mezzo al fumo che emanavano le lunghe pipe di maiolica ben conosciute da coloro che hanno frequentato le birrerie al di là del Reno; si discuteva vuotando molti gotti di birra. Qui s'incontravano e si affiancavano svariati tipi umani, i frequentatori fissi e il circolo intimo, fedeli al loro posto per degli  anni, infine c'erano degli ospiti saltuari che venivano, se ne andavano, tornavano, sparivano. Per comprendere bene la storia di questo gruppo, che è fino a un certo punto anche il  luogo di nascita de L’Unico e la sua proprietà, bisognerebbe mettersi nei panni del  mondo intellettuale  tedesco dal 1830 al  1850. La Germania era allora sconvolta da cima a fondo, sia dalla critica della religione — la Vita di Gesù di Strauss è di questo periodo — sia dalle aspirazioni verso la libertà politica che dovevano concludersi con la rivoluzione tedesca del 1848. Presso i «Liberati» si  discuteva  di tutto e  su tutto: su la politica, sul socialismo (nella sua forma comunista), sull'antisemitismo (che cominciava ad affermarsi), sulla teologia, sul concetto di autorità. Dei teologi come Bruno Bauer si frequentavano con dei giornalisti liberali, dei poeti, degli scrittori, degli studenti felici di sfuggire all'insegnamento accademico e persino  qualche ufficiale capace  di parlare di  altri argomenti oltre che di cavalli e di donne e dotato d'abbastanza tatto per lasciare arroganza e frustino sulla porta. Si scorgeva anche qualche donna del bel mondo. Marx ed Engels lo frequentarono, ma non vi si trattennero. Scioperati e iconoclasti  com'erano, i «Liberati» non ebbero mai buona stampa, né buona fama. Si è insinuato  che presso Hippel  si svolgessero sempre delle vere e proprie  orge alla tedesca. Uno dei loro visitatori occasionali, Arnold Ruge gridò loro un giorno: «voi volete essere dei liberati e non notate nemmeno la melma puzzolente dove vi siete tuffati.  Non è  con delle sconcezze che si liberano gli uomini e i popoli. Purificate voi stessi  prima di accingervi  a un tale compito». Max Stirner frequentò per dieci anni i « Liberati ». Egli vi portava il suo sorriso ironico, lo sguardo  sognatore  e  penetrante che emettevano, dietro gli occhiali d'acciaio, i suoi  occhi blu.  



giovedì 5 novembre 2020

Alle origini dell’anarchia - parte quattordicesima

 

1856 

Muore quasi completamente dimenticato Johann Caspar Schmidt, intellettuale tedesco che nel 1844, col nome di Max Stimer, aveva pubblicato il manifesto dell'anarchismo individualista ed “egoista”: L'Unico e la sua proprietà. Nato nel 1806 a Bayreuth (Baviera), di famiglia poverissima, sposa nel '37 una ragazza che muore subito di parto; discepolo di Hegel, membro del gruppo dei Liberi a Berlino negli anni 40 con i fratelli Bruno e Edgar Bauer, Marx ed Engels, si risposa stile bohéme nel '43; viene abbandonato nel '47 dalla moglie, scrive una mediocre Storia della reazione per guadagnare qualche soldo; l'uomo che Nietzsche chiamerà l'intelletto più fertile dell'epoca muore in miseria e solitudine.  

1858 

17 novembre - Muore a Newton, sua città natale, l'utopista gallese Robert Owen. Nato nel 1771 da famiglia di artigiani, divenne industriale, si lanciò nelle riforme sociali verso il 1800, ridusse la durata della giornata lavorativa ai suoi operai e appoggiò la costituzione di una cassa mutua e di una cooperativa di consumo nella fabbrica di New Lanark, in Scozia. Lottò contro il bestiale sfruttamento dei bambini nelle fabbriche e nelle miniere: sensibilizzati al problema alcuni parlamentari, stese in collaborazione con Robert Peel nel 1815 il primo progetto di legge operaia che, tra l'altro, vietava le assunzioni di persone al di sotto di dieci anni. Il problema non era con ciò risolto, perché la miseria della condizione operaia spingeva molti bambini in cerca di lavoro a dichiarare in complicità con i padroni un'età superiore. La reazione industriale procrastinò l'adozione della legge fino al 1819 e ne snaturò poi per lungo tempo le principali disposizioni. Owen si dedica allora alla creazione di comunità autonome di lavoratori, associati nello sforzo produttivo industriale e agricolo per combattere il pauperismo. Rimasto senza finanziamenti, raggiunge gli Stati Uniti, ove fonda nel 1825 la comunità di New Harmony. Tornato in Inghilterra, è attivo nel movimento cooperativo e sindacale di cui accetta l'impostazione classista; cerca di mettere in piedi un sistema di produzione e distribuzione di tipo socialista, ma i suoi sforzi generosi sono segnati ancora una volta dall'insuccesso, anche se le sue proposte non mancano di suscitare ampia risonanza nella classe operaia britannica. Aveva esposto la sua  “utopia” cooperativistica, solidaristica, comunitaria, nell'opera The Book of the new Moral World (1836-1844). 

1862 

Muore in un borgo non lontano da Ginevra, in circostanze non chiarite, e forse tragiche, il giovane medico anarchico Ernest Coeurderoy, nato in Francia nel 1825. Medico dei poveri, rivoluzionario, peregrinò per Svizzera e Inghilterra, Spagna, Savoia e Piemonte. Nel 1854 pubblica a Londra Jours d'exil, Trois lettres au journal "L'Homme”, organe de la démagogie francaise à l'étranger e, in ottobre, il più controverso Hurrah! ou la Révolution par les Cosaques, in cui, vista l'impotenza  popolare, si augura la catastrofe di una guerra distruttrice, o più esattamente di un'invasione dei cosacchi, i nuovi barbari che avrebbero la funzione, come gli antichi con Roma, di eliminare una società decadente e corrotta. Nel dicembre 1855 pubblica la sua ultima opera, la seconda parte di Jours d'exil, poi da Londra va a Ginevra e non si sa più nulla di lui. Aveva annunciato la continuazione di Hurrah!  con Les Braconniers ou la Révolution par l'Individu, in cui voleva rappresentare la distruzione dell'autorità probabilmente per mezzo della guerriglia anti-autoritaria. Immaginifico, generoso, eccessivo. Coeurderoy non poteva più vivere in una società troppo arretrata. Il suo pensiero ha influenzato dopo un secolo l'Internazionale Situazionista: in esso ha trovato molti spunti per avviare un discorso sul “superamento del bolscevismo” per esempio Raoul Vaneigem, che ha anche curato una edizione francese di scritti di Coeurderoy con l'introduzione intitolata Terrorisme ou révolution e pubblicato Banaltés de base (1962) e Avis aux civilisés relativement à l’autogestion  généralisée (1969) sulla rivista "Internazionale Situazionista". 


giovedì 15 ottobre 2020

Alle origini dell’anarchia - parte undicesima



Si calcola che a questa data oltre quaranta gruppi si siano creati in America per costituire falansteri fourieristi. Gli Stati Uniti. con le loro immense terre disabitate, diventano un grande vivaio di esperimenti comunitari. Robert Owen si era recato in America nel 1824 e vi aveva iniziato il movimento owenista che conta ben presto almeno dodici comunità, la più nota delle quali è New Harmony nell'Indiana. Albert Brisbane ha portato da Parigi il fourierismo, che si afferma contemporaneamente con il grande risveglio religioso della metà del secolo. Si calcola che il numero dei membri di queste comunità sia di oltre 1500, forse di più, “addirittura centinaia di migliaia di componenti” (Morris Hillquit, History of American Socialism). Le comunità oweniste e fourieriste da sole occupano circa cinquantamila acri di terreno. Alcune  sono esclusivamente americane, altre, come quella degli icariani francesi (seguaci di Etienne Cabet, autore di Voyage en Icarie, uscito qualche anno prima), giunti a New Orleans nel mano 1848, e come i gruppi religiosi germanici, sono costituite interamente da immigrati. Alcune sono credenti, altre atee. In certe comunità si pratica la castità totale, in altre vige il libero amore; altre ancora sono vegetariane. Talune mirano al comunismo integrale della proprietà e degli utili, mentre le falangi fourieriste sono organizzate come società per azioni; ci sono comunità che hanno abolito il denaro e vivono di scambi in natura. Prospera a Long Island (New York) il villaggio di Modern Times fondato da Josiah Warren sul principio della sovranità  individuale che esclude ogni potere delegato e regolamento. 

1840-1850 

Aleksandr Herzen diffonde le idee di Proudhon nei gruppi rivoluzionari di Mosca. Herzen salda la tradizione democratico-radicale russa che risale ai decabristi, alla polemica anarchica contro il socialismo autoritario.

1843 

Il socialista tedesco Moses Hess espone in Die Philosophic der Tat la  sua «anarchia» individualista, rispettosa degli impulsi dell'uomo ma che non esclude, tra gli strumenti politici, il suffragio universale e la creazione di laboratori nazionali. 

1844 

Giugno - Scoppia la rivolta spontanea dei lavoratori tessili della Slesia, occupati a domicilio  ma soggetti a una forma di sfruttamento brutale come quella della fabbrica e forse di più. La rivolta viene soffocata dall'esercito prussiano dopo durissimi scontri. Novembre - Pubblicazione dell'opera L'unico e la sua proprietà del filosofo individualista tedesco Max Stirner, giovane ribelle bohème del gruppo berlinese: I Liberi. 

1845 

Un discepolo spagnolo di Proudhon, Ramòn de la Sagra, pubblica in Galizia, a Coruna, uno dei primi giornali anarchici, "El Porvenir", subito proibito dalla polizia 

1847-1879 

Comunità di Oneida (New York), fondata da John Humphrey Noyes, un religioso perfezionista che vuole liberare l'uomo dal “peccato originale”. Noyes elabora una pratica anticoncezionale. Per lui infatti l'idea del godimento sessuale deve essere dissociata da quella del peccato: i rapporti sessuali devono essere liberi e felici, non condizionati dall'obbligo della riproduzione. Sul piano economico la comunità adotta un socialismo produttivo che si realizza non solo nell'agricoltura ma anche nell'industria. Una di queste imprese (Community Plate) sopravvive fino al secolo ventesimo.



lunedì 27 luglio 2020

L’EGOISMO – Max Stirner


L’egoismo cui fa riferimento Stirner, tuttavia, non va inteso nel senso più comune e basso del termine, ma proprio nel senso di una nuova consapevolezza individuale: la consapevolezza di essere padroni di se stessi e di poter disporre liberamente delle proprie facoltà e potenzialità, senza dover rendere conto a qualche presunto valore universale che abbia la pretesa di porsi come ideale verso cui gli individui dovrebbero aspirare. Inoltre, la consapevolezza dell’egoismo, che consiste poi nella consapevolezza della propria unicità, del proprio essere in-fondati, del non avere un’essenza umana da realizzare, una volta generalizzata, porterebbe secondo Stirner a una condizione che definisce di uguale disuguaglianza, dove ogni singolo individuo, oltre a essere consapevole della propria unicità, è consapevole anche dell’unicità di ogni altro singolo individuo, di modo che si arriverebbe a riconoscere a tutti gli individui un uguale valore assoluto. In questo senso, l’egoismo di Stirner si configura quale nuovo paradigma esistenziale alternativo a quello idealistico; un paradigma per il quale i rapporti tra individui non saranno più di tipo gerarchico, cioè rapporti obbligati di sfruttamento, ma saranno rapporti caratterizzati dal reciproco interesse, dalla libera scelta, rapporti diretti, cioè non mediati da alcuna presunta idea superiore, prima fra tutte l’idea di Dio e dello Stato. Solo in questo modo, secondo Stirner, potranno darsi le condizioni affinché ogni singolo individuo possa sviluppare le proprie potenzialità e si raggiungeranno i presupposti per una vita che non sia più di tipo rinunciatario, alle dipendenze di un qualsiasi ideale, ma che sia invece libera e gioiosa. Rispetto a quest’ultimo punto, anche se non mancano alcune indicazioni, Stirner non fornisce istruzioni concrete su come dovrà configurarsi tale nuovo modello di vita, e non lo fa proprio perché non si ha a che fare con un modello: il suo infatti non è un progetto politico né una nuova utopia, ma tematizza solamente un diverso modo di intendere le relazioni tra individui, vale a dire in modo appunto non più gerarchico ma orizzontale, di reciprocità. In questo senso il valore ancora del tutto attuale di quest’opera risiede nel fatto che la sua critica al sistema idealistico, cioè a un sistema di valori ritenuti fondamento dell’esistenza, può benissimo essere applicata a qualsivoglia ordinamento politico e sociale, con tutte le implicazioni che tale critica comporta. e inoltre, allo stesso tempo, quest’opera suggerisce la possibilità di un’alternativa, un’alternativa tutta da costruire, ma che a ogni modo può sempre fungere da orizzonte, in modo da orientare le nostre scelte.

giovedì 14 maggio 2020

La Ribellione come avversità ad ogni dominio

Ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. «Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. 
La ribellione, però, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione perché è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico, anche se, contemporaneamente, indica I'impossibilità per sé di auto-determinarsi in quanto negazione metafisica dell'onticità stessa del dominio.
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione
spinge a sollevarsi, a insorgere. 
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia). 

giovedì 22 giugno 2017

Tutti sono unici

Io fondato la mia causa su nulla. Che cosa non deve essere mai la mia causa! Innanzi tutto la buona causa, poi la causa di Dio, la causa dell'umanità, della verità, della libertà, della filantropia, della giustizia; inoltre la causa del mio popolo, del mio principe, della mia patria; infine, addirittura la causa dello spirito e mille altre cause ancora. Soltanto la mia causa non deve essere mai la mia causa. "Che vergogna l'egoista che pensa soltanto a se". Il divino è la causa di Dio, l'umano la causa dell'uomo. La mia causa non è né il divino né l'umano, non è ciò che è vero, buono, giusto, libero, ecc., bensì solo ciò che è mio, e non è un causa generale, ma unica, così come io stesso sono unico. Non c'è nulla che mi importi più di me stesso.

l'Unico a parer suo, non può essere oggetto di pensiero. L'Unico non è un fatto, ma un fare, un creare, un prodursi, un farsi. L'Io stirneriano è puro divenire e il divenire come tale è inintelligibile. La sola comprensione che possiamo averne è quella che emerge quando il soggetto che pensa si sia identificato con il suo stesso pensiero. Ma come abbiamo visto, il pensiero che pensa non è definibile se non mediante altro pensiero.

Poichè anche l'Unico è fondato su nulla ed è Unico perché la piena e definitiva consapevolezza di essere non fondato, allora l'Unico è pure, per intrinseca definizione, un non-centro. Esso non rivendica di essere il centro assoluto, ma un centro. Certo, in questo centro egli è assoluto, ma assoluto nella sua esistenza, cioè nella sua unicità-fattualità, per cui egli è l'Unico di se stesso mentre è nulla di ogni altro. Ne deriva che tutti sono unici, ma se tutti sono unici viene meno ogni dimensione assolutizzante. 

giovedì 14 gennaio 2016

La libertà dello Stato di Max Stirner

Tutta la libertà moderna si riassume nella libertà dello Stato, che risulta l’unico signore politico. Nel realizzare l’uguaglianza dei diritti, la borghesia ha dunque portato a compimento il principio di autorità attraverso l’emancipazione politica. L’uguaglianza giuridica, realizzando tale conquista, ha dato piena libertà allo Stato, nel senso, appunto, che da un lato esso si invera nell’universalizzazione democratica dei cittadini, dall’altro, pero, questa universalità pone in essere la libertà assoluta dello stesso dominio statale. La libertà politica consiste precisamente nel diretto rapporto tra cittadini e Stato, nel fatto che proprio in questo protestantesimo politico l’istituzione statale amplia la sua libertà totale, dal momento che nessun altro ente limita il suo potere. Non deriva, per Stirner, che tra lo Stato e l’individuo c’è una incompatibilità irriducibile. “Quella libertà non è mia, ma di una potenza che mi domina e mi tiranneggia; essa significa che uno dei miei tiranni, come Stato, religione, coscienza, è libero. Lo Stato, la religione, la coscienza, questi tiranni, mi rendono schiavo e la loro libertà è la mia schiavitù”.
La libertà dello Stato si configura come libertà di mediazione tra persona e persona. Infatti solo lo Stato, in virtù del suo assoluto monopolio di potere, può mettere i cittadini in contatto tra di loro. Ma in questa socialità politicamente realizzata va a compimento l’autentica vocazione alienante del potere, delle stesse ragioni del dominio: il comando per il comando. “Lo Stato lascia gli individui il più possibile liberi di giocare come vogliono, basta che non facciano sul serio e che non lo dimentichino. Non è permesso avere rapporti liberi, spontanei, con gli altri: occorre la sorveglianza e la mediazione di un’istanza superiore”. “Lo Stato non può sopportare che la persona abbia un rapporto diretto con un'altra persona: vuole fare da mediatore, deve – intervenire. Lo Stato è diventato ciò che un tempo fu Cristo, ciò che furono i Santi e la Chiesa: un mediatore. Esso divide la persona dalla persona. Il carattere coercitivo dello Stato non deriva dunque da una specifica forma istituzionale, ma dal fatto che esso è l’unica realtà politica esistente, la sola trama legittima valevole per tutti e per tutti, quindi, irreversibilmente onnipervasiva nella sua socialità totale. Ciò che si chiama Stato è un intreccio, una rete di dipendenze e di colleganze, è un appartenersi reciproco di persone che si tengono uniti e si adattano gli uni agli altri, insomma dipendono gli uni dagli altri: lo Stato è appunto l’ordine di questa dipendenza.   

giovedì 19 settembre 2013

Il diritto e la legge sono sempre un dominio di Max Stirner

Non esiste una società senza diritto perché non esiste una società che non sia legittimata o che non tenda ad auto legittimare il dominio. Il diritto è lo spirito della società. se la società ha una volontà, questa è appunto il diritto: la società esiste solo grazie al diritto. Ma siccome esiste solo per il fatto che esercita un dominio sui singoli, il diritto non è che la volontà del dominatore. Anche la società politicamente più dispotica è sempre alla ricerca del diritto. Tutti i tipi di governo partono dal principio che tutto il diritto e tutto il potere appartengono al popolo preso nella sua collettività. Nessuno di essi, infatti, tralascia di richiamarsi alla collettività e il despota agisce e comanda “in nome del popolo” esattamente come il presidente o qualsiasi aristocrazia. Il diritto è una dimensione ineliminabile di ogni società umana, che si ritrova fondata su quel particolare rapporto di forza riassunto nella pre-potenza, cioè in un momento che esiste prima del costituirsi collettivo della società e in un ambito che sta fuori una volta che questa si è costituita.
Il diritto è dunque la legittimazione del dominio. Non di questo o quel determinato dominio, ma del dominio in quanto tale. Esso si pone in modo estraneo rispetto all’unico, in quanto per sua natura il diritto mi “viene concesso”. Che sia la natura o Dio o la decisione popolare, ecc., a concedermi un diritto, si tratta sempre di un diritto estraneo, di un diritto che non sono io a concedermi o a prendermi. Non è perciò la fonte del diritto a decidere la sua intima valenza di ratifica del dominio, ma il fatto che comunque esso è sempre un’entità che si pone sopra l’individuo. Per cui non può mai esistere una completa coincidenza tra il diritto e la volontà individuale, dal momento che ogni diritto è, per intrinseca definizione, una categoria particolare e ipostatizzata che si fissa in dimensione universale, mentre l’individuo è una dimensione unica, in sé irripetibile. Diritto storico, diritto naturale o diritto divino o qualsiasi altro diritto; il diritto di per se stesso non è in grado di risolvere i problemi dell’unicità posti al singolo.

giovedì 13 settembre 2012

Max Stirner e lo Stato


La radice dell’autorità non risiede in un particolare comandamento, ma nel comandamento stesso, nel fatto di comandare. Lo Stato è la forma suprema dell’autorità secolare, che realizza la volontà di potere dell’epoca moderna impersonificata nell’astrazione universalizzante del diritto, per cui questa istituzione dura solo fino a che esiste una volontà dominatrice che viene considerata identica alla propria volontà, cioè fino a che gli uomini acquisiti all’idea che la legge è uguale per tutti, considerano lo Stato una manifestazione del loro volere, tanto da identificarsi in esso e sottomettersi. Per lo Stato nessuno può avere una volontà propria e, se qualcuno dimostra di averla, esso deve escluderlo, rinchiuderlo o esiliarlo. Infatti, se tutti dimostrassero di avere tale volontà, lo Stato non esisterebbe. Lo Stato non è pensabile senza il dominio e la schiavitù; deve dominare tutti coloro che ne fanno parte: questa si chiama appunto volontà dello Stato. Ecco perché ogni stato è dispotico, sia il despota uno solo oppure siano molti o addirittura tutti.
La volontà dominatrice dello Stato si realizza grazie all’universale identificazione nella legge, dato che questa non è più l’emanazione di un signore ma della volontà popolare. Ma l’alienazione statale riposa sull’astrazione dell’ideale umano. Lo Stato moderno cioè lo Stato al suo stato puro, si fonda proprio su questa pretesa di rappresentare istituzionalmente le ragioni dell’idea umana, dell’umanità.
Lo Stato come la Chiesa, non può essere riformato, ma solo abolito. Si tratta di un’abolizione radicale che non ammette deroghe o modifiche perché costituisce la premessa di ogni futuro discorso sulla positività sociale dell’unico: l’esistenza comunitaria di questi dipende dalla non esistenza dello Stato.

giovedì 21 luglio 2011

LA RIBELLIONE di Max Stirner

La ribellione, però, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione perché è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico, anche se, contemporaneamente, indica I'impossibilità per sé di auto-determinarsi in quanto negazione metafisica dell'onticità stessa del dominio.
L'irrisolvibile anarchismo di Stimer è dunque,alla fine, l'irrisolvibilità dell'anarchismo medesimo, se inteso nella sua completa ontologia di negazione del dominio in quanto tale: concretamente, infatti, questo ultimo non esiste. Tuttavia, ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. «Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico.
Giacché sono indirizzate solo a me stesso e alla mia propria individualità.
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione
spinge a sollevarsi, a insorgere. 
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque
chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia).