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sabato 25 aprile 2026

TORINO 25 APRILE 1945

Nell’aprile 1945 a Torino si respira un clima intriso di sangue e tensione: operai e militanti sono arrestati, torturati e uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI. Di fronte al rifiuto operaio di appoggiare il fascismo sostenitore della guerra e al servizio dei tedeschi, la repressione colpisce duramente. Di contro, il movimento antifascista reagisce con imboscate, attacchi e agitazioni. Maturano lentamente le condizioni per una prova generale che ripeta, su scala più ampia, quanto avvenuto il 1 marzo 1944. Le forze antifasciste preparano lo sciopero del 18 aprile come un atto politico unitario, mirando a coinvolgere, oltre alle fabbriche, anche le altre categorie di lavoratori. Fascisti e tedeschi non stanno a guardare e cercano di opporsi, impartendo disposizioni atte a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso”. La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara all’agitazione: gli operai e i sappisti, coadiuvati da unità partigiane armate, affiggono volantini e manifesti inneggianti alla protesta. La mattina del 18 aprile si fermano tutti gli apparati produttivi: le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici. Di fronte a questa situazione la repressione colpisce soltanto la Fiat Fonderie Ghisa e la Grandi Motori, mentre alla Fiat Mirafiori è impedita l’uscita agli operai, che restano in sciopero all’interno delle officine. Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appare lampante: Torino è pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945. 

Testimonianze 

La mattina del 18 aprile 1945 inizia lo sciopero generale voluto dal Comitato di Liberazione Nazionale di Torino come prova generale dell’insurrezione. Si fermano per primi gli operai di Borgo San Paolo e di Regio Parco, ma a metà mattina l’intera città è paralizzata.

"18 aprile. La strada è piena di iscrizioni, manifestini inneggianti allo sciopero, alla rivolta: anche per le zone periferiche che attraverso, Regio Parco, Barriera di Milano, è altrettanto. Verso le 9.30 cominciano a circolare le prime notizie di scioperi in Borgo S. Paolo: nel giro di neppure mezz’ora tutte le industrie sono ferme.”



giovedì 24 aprile 2025

PARLANO LE DONNE PARTIGIANE

Staffette

Durante il periodo della lotta clandestina, condotta nella nostra città dalle forze antifasciste, vivo e attivo è stato l’apporto dato da alcune donne. Compagne vere di ogni azione e rischio. Esse sono state utilizzate principalmente per i necessari collegamenti tra gli organi direttivi e quelli periferici, sia durante il periodo preparatorio sia durante la lotta in città. Che alcune donne abbiano preso parte attiva per la cacciata può forse far fuggire sulla bocca di alcuni eroi dell’ultima ora che hanno valorosamente resistito per mesi rinchiusi nelle loro più segrete stanze, magari una frase ironica, se non imbecillemente sapida. Ma noi che abbiamo conosciuto che cosa volesse dire la cospirazione e l’azione che questo pericolo – pur conoscendolo – lo abbiamo affrontato, noi che non nelle nostre cantine, ma in campo aperto, abbiamo lottato e combattuto, noi tutti possiamo riconoscere appieno il loro sacrificio. Ragazze che alla vita casalinga e a balletti cicalecci hanno volontariamente anteposto lotta di rischio e di fatica; ragazze che magari, con il cuore in tumulto e il sorriso sulle labbra portavano le armi che avrebbero abbattuto i nazifascisti; ragazze che ritornando dal mercato avevano strane spese di pomodori che nascondevano gli ordigni più vari; ragazze che incuranti della stanchezza presente e delle fatiche successive mai hanno rifiutato un incarico, mai si sono rifiutate. Cosi sono state le nostre compagne. 

Collaboratrici 

Accanto al gruppo di donne che hanno combattuto assieme ai partigiani sta una più grande schiera di compagne che – non potendosi accingere a tale rischio quotidiano – ha pur tuttavia rappresentato un sicuro aiuto per l’organizzazione dei Partigiani. Il patriota decide, nel sicuro del suo cuore, di salire alla montagna e abbracciati babbo e mamma, fratelli e fidanzata si unisce ai partigiani. Ed è da questo momento che inizia il lavoro umile, paziente, faticoso, segreto delle donne per i figli, fidanzati e compagni. È un lavoro segreto nella sua organizzazione e perciò tanto difficile. Difficoltà nella ricerca dei materiali, difficoltà nella propaganda, difficoltà ancor più grandi nella raccolta e nell’invio. Gli occhi della spia sono attenti giorno e notte; una sola parola può perdere tutto, ma la volontà delle Compagne ha saputo comprimere il battito del cuore, ha saputo superare, mai trepidando, le varie situazioni e nell’assoluta certezza ha compiuto sempre il proprio dovere. Ogni punto al fazzoletto rosso, alla fondina per la rivoltella è stato seguito dallo sguardo dell’amore più puro, ogni parola scritta per essi è stata dettata dal profondo dell’animo, ogni momento della giornata è stato un ricordo e un augurio continuo per il partigiano. E quando, con il 4 agosto, i nostri più cari Compagni sono entrati a Firenze, il lavoro delle Compagne ha potuto finalmente svolgersi apertamente, quanto esse hanno potuto fare lo hanno fatto nulla hanno negato; dall’indumento scucito alla camicia che di tale indumento aveva solo più il nome, dai piedi doloranti a tutte le altre necessità, per tutto hanno dato, spontaneamente, con il cuore, con gioia, con gli occhi brillanti di amore o amicizia. E l’abbraccio del partigiano è stato il premio più caro ai sacrifici e alle privazioni e per il partigiano caduto ogni donna ha eletto nel proprio cuore a figli e fidanzati imperituri tutti i Garibaldini di Firenze, della Toscana, dell’Italia intera.


giovedì 17 aprile 2025

25 APRILE - Italo Calvino

Forse non farò

cose importanti,

ma la storia

è fatta di piccoli gesti anonimi,

forse domani morirò,

magari prima

di quel tedesco,

ma tutte le cose che farò

prima di morire

e la mia morte stessa

saranno pezzetti di storia,

e tutti i pensieri

che sto facendo adesso

influiscono

sulla mia storia di domani,

sulla storia di domani

del genere umano.



giovedì 25 aprile 2024

Gli Anarchici e la resistenza

• 25 aprile 1945. I partigiani delle brigate anarchiche «Bruzzi-Malatesta» occupano la sede della RAI, allora EIAR, in corso Sempione a Milano. La Resistenza si fa Liberazione. O quantomeno così si pensa.

• Gli anarchici e la Resistenza. C’entrano, dunque? C’entrano eccome! C’entrano da molto prima della guerriglia partigiana del ’43-’45. C’entrano fin dal 1920, prima ancora che lo squadrismo si facesse governo e poi regime. Gli anarchici erano, all’epoca, una componente importante del movimento operaio. Il loro quotidiano, «Umanità Nova», tirava cinquantamila copie, non molto meno del socialista «l’Avanti» e del «Corriere della Sera». Influenzavano in modo determinante l’Unione Sindacale Italiana, che aveva centinaia di migliaia di iscritti ed il cui segretario era per l’appunto un anarchico, Armando Borghi. E anarchici erano molti leader sindacali dei marittimi, dei ferrovieri, dei metalmeccanici, dei braccianti.

• Nulla da stupirsi se gli anarchici hanno resistito o, meglio, se si sono attivamente opposti al fascismo fin dalle sue prime manifestazioni. Erano incompatibili. Libertari per definizione gli anarchici. Autoritario il fascismo. Egualitari gli anarchici, disegualitario e gerarchico il fascismo. Rivoluzionari gli anarchici, contro-rivoluzionario il fascismo. Gli anarchici: «Né servi né padroni». Il fascismo strumento di vecchi e nuovi padroni, ideologia di una servitù di massa.

• Gli anarchici resistono anche con le armi in pugno alla resistibile ascesa del fascismo. Gli Arditi del Popolo, ex combattenti organizzati per l’autodifesa popolare, sono essenzialmente appoggiati da anarchici e socialisti «massimalisti» e osteggiati ufficialmente dai partiti socialista e comunista. Gli Arditi si oppongono al terrorismo squadrista, spesso spalleggiato dai carabinieri. E più di una volta mettono in fuga carabinieri e fascisti. Come a Sarzana nel ’21. Come, sempre nel ’21, a Parma. A Parma l’insurrezione popolare contro i fascisti alza le barricate. Su una barricata, tenuta dagli anarchici, c’è anche un giovanotto di Carrara, Ugo Mazzucchelli, che ritroveremo vent’anni dopo a capo di una delle formazioni partigiane anarchiche. Non è l’unico nome che ritorna, in questa storia.

• Durante il ventennio continua senza tregua la lotta antifascista degli anarchici. Sia in Italia sia all’estero, in Francia soprattutto, dove emigrano a migliaia, per sfuggire alla repressione. In Italia testimonia della resistenza anarchica il numero dei loro confinati, ben superiore ai dati ufficiali perchè i tribunali fascisti tendono a etichettare gli anarchici come «comunisti».I libertari sono stati da un quarto ad un terzo di tutti gli antifascisti passati per il confino. Significativamente, gli anarchici non vennero mai ufficialmente liberati dal confino. Neanche dal governo Badoglio. Dal confino vennero dapprima liberati, nel luglio ’43, i «moderati», poi i socialisti e i comunisti. I più cattivi, gli anarchici, per lo più segregati nell’isola di Ventotene, vengono trasferiti nel campo di concentramento di Renicci d’Anghiari, in provincia di Arezzo, dove erano rinchiusi i prigionieri di guerra slavi e albanesi. L’otto settembre, tuttavia, i carcerieri se la squagliano e anche gli anarchici sono liberi. Direttore delle guardie a Ventotene è un certo Marcello Guida. Un’altro nome che ritorna. Nel dicembre 1969 è questore di Milano. È lui che, mentendo, dichiara suicida il defenestrato Giuseppe Pinelli.

• Testimonianza della lotta antifascista degli anarchici in Italia è anche la serie di attentati – purtroppo falliti – al «Duce». Anteo Zamboni, Michele Schirru, Angelo Sbardellotto, Gino Lucetti… Tutti uccisi. Lucetti era un giovane carrarino. Da lui prese nome la prima formazione partigiana libertaria attiva a Carrara.

• Anche nell’esilio i «fuoriusciti» anarchici continuano la lotta contro il fascismo, soprattutto a sostegno finanziario e logistico della resistenza interna. Ma è anche di straordinario rilievo la partecipazione di centinaia di esuli libertari italiani alla Guerra Civile spagnola del 1936. Tra i primi, con la colonna Rosselli, ad accorrere al richiamo della Rivoluzione sociale e della solidarietà internazionale antifascista.


giovedì 27 aprile 2023

A proposito del 25 aprile

Per gli anarchici il 25 aprile era iniziato più di vent’anni prima. L’anarchismo e il fascismo d’altronde sono sempre stati in pessimi rapporti. Da un lato l’aspirazione alla libertà, dall’altro un sistema di dominio che pretendeva di inquadrare l’individuo in tutto quello che i libertari hanno sempre combattuto: Dio, Patria e Famiglia. Non c’è da stupirsi dunque se gli anarchici sono sin 1921 tra gli entusiasti sostenitori degli Arditi del Popolo e si battono nelle loro file in tutta la penisola e sulle barricate di Parma del 1922. A questo proposito, si può affermare che l’unica componente proletaria che sostenne attivamente l’arditismo popolare fu proprio quella libertaria. Dopo la Marcia su Roma, migliaia di anarchici furono costretti ad andare in esilio, dove cercarono di rendere la vita impossibile ai rappresentanti del fascismo all’estero con ogni mezzo necessario – dai giornali alla propaganda, dalla creazione di reti di mutuo soccorso a veri propri attentati contro uomini e istituzioni del regime. Diversi furono inoltre i tentativi di eliminare Mussolini, come quelli di Gino Lucetti (1926), Michele Schirru (1931) e Angelo Sbardellotto (1932). Gli anarchici di lingua italiana, così come i loro compagni provenienti da tutto il mondo combatterono poi nel corso della rivoluzione spagnola. Nel settembre 1943, se alcuni rifiutarono di partecipare a una guerra tra imperialismi, molti anarchici invece decisero di prendere parte alla lotta armata contro il nazifascismo. Di questo impegno sono prova le numerose formazioni che si vennero a creare come le brigate “Bruzzi-Malatesta”, i battaglioni “Lucetti” e Schirru”, solo per citarne alcune. Fino ad arrivare al 25 aprile. Un 25 aprile “lungo”, dunque, più di vent’anni e non ristretto solo all’Italia. Ma la Liberazione sembra essere un processo tutt’altro che finito. Nuovi fascismi, nuove forme di dominio, sempre più diffuse e ambigue, segnano il nostro esistente. Per questo ha senso riandare alle parole dei/lle partigiane che lottarono in quei tormentati anni, riascoltare le loro voci e fare in modo che quelle non rimangano mero feticcio storico, ma lasciti, per continuare a cercare di costruire una società libera e solidale.


giovedì 20 aprile 2023

Gli Anarchici e la Resistenza

Fieramente ribelli anche al confino

L'8 novembre 1926 fu pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" il decreto che istituiva il "Tribunale Speciale per la difesa dello Stato" e le "Commissioni provinciali per l'assegnazione al Confino di Polizia". Ma fin da prima di quel decreto molti anarchici furono relegati su quelle isole sperdute nel Mediterraneo che già erano state utilizzate alla fine del secolo scorso per tenervi raccolti (ed isolati dal mondo esterno) i sovversivi. Al confino, gli anarchici costituirono sempre un gruppo compatto e battagliero, e seppero combattere la dittatura fascista anche in quelle dure condizioni. Basti pensare alle condanne al carcere subite da 152 confinati politici che nel 1933 organizzarono a Ponza le proteste contro i continui soprusi della direzione della Colonia; numerosi fra questi condannati gli anarchici (Failla, Grossuti, Bidoli, Dettori, ecc.). L'anno successivo l'anarchico Messinese, confinato ad Ustica, prese a schiaffi il direttore della Colonia che voleva obbligarlo a fare il saluto romano. La ribellione contro simili soprusi si estese progressivamente ad altre isole, in particolare a Ventotene ed a Tremiti, portando a nuove condanne contro compagni nostri. Uniti da stretti vincoli di solidarietà, gli anarchici riuscirono a far giungere e circolare clandestinamente fra i compagni alcuni testi anarchici e sostennero nel contempo vivaci polemiche con gli altri confinati. Particolarmente tesi furono sempre i rapporti fra confinati comunisti ed anarchici poiché i primi, ligi alle direttive politiche provenienti dal Partito e da Mosca, fecero sempre di tutto per ostacolare l'attività politica dei libertari. Ad acutizzare questa polemica giunsero, a partire dal 1936, le notizie dal fronte spagnolo, che, seppur senza precisione, riferivano di scontri armati fra anarchici e stalinisti. Ribelli ad ogni autorità, gli anarchici tennero costantemente un comportamento fiero e deciso, e furono sempre ritenuti i più pericolosi e sediziosi dalle autorità del confino; questa pessima (e meritata) fama presso le alte gerarchie fasciste fu causa di nuove persecuzioni e condanne e spesso dell'allungamento della pena di confino senza neppure una parvenza di processo. Accadde così che alcuni compagni, pur condannati inizialmente a pochi anni, dovettero restare sulle isole fino al 1943, quando, con la caduta del fascismo in luglio, esse furono "smobilitate". Significativa al riguardo la liquidazione del confino di Ventotene, dov'era stato concentrato un numero elevato di anarchici. Quando giunse la notizia della caduta del fascismo i primi ad esser liberati furono i militanti di "Giustizia e Libertà", cattolici, repubblicani e testimoni di Geova; per cui in un primo tempo rimasero a Ventotene solo comunisti, socialisti ed anarchici. Quando però il maresciallo Badoglio chiamò al governo Roveda per i comunisti e Buozzi per i socialisti, questi pretesero ed ottennero la liberazione dei carcerati comunisti e socialisti, trascurando gli anarchici ed i nazionalisti sloveni. Si ruppe così quel vincolo di solidarietà che, al di là delle accese polemiche, aveva pur sempre legato le varie comunità politiche di confinati di fronte al comune

nemico fascista. Nonostante alcuni militanti dei partiti di sinistra cercassero di rifiutarsi di partire per non lasciar soli gli anarchici, il grosso dei confinati se ne andò libero, noncurante di quelli che erano costretti a restare sull'isola. Gli anarchici, dopo una decina di giorni dalla partenza degli altri, furono trasportati, per nave e poi in treno, fino al campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Durante questo lungo viaggio di trasferimento molti compagni cercarono di fuggire, eludendo la stretta vigilanza di poliziotti e carabinieri, ma solo uno riuscì nel suo intento. Appena giunti nel campo gli anarchici ebbero a scontrarsi con le autorità e due compagni nostri furono immediatamente segregati in cella; questo diede l'avvio alle proteste ed alla continua agitazione degli anarchici (fra i quali ricordiamo Alfonso Failla) che giunsero a scontrarsi violentemente con le forze dell'ordine del campo. Successivamente, comunque, alcuni riuscirono a fuggire ed andarono a costituire le prime bande partigiane delle zone circostanti. Solo nel settembre le guardie se la squagliarono ed i compagni lasciarono il campo, appena prima che arrivassero i tedeschi.


Gli anarchici contro il fascismo


Nel '20 gli anarchici in Italia erano una forza rivoluzionaria con cui si dovevano fare i conti, una forza con cui dovevano fare i conti padroni, governo e fascisti. Essi avevano un quotidiano, Umanità Nova, che tirava cinquantamila copie e numerosi periodici. L'U.S.I., il sindacato rivoluzionario influenzato dagli anarchici (segretario ne era l'anarchico Armando Borghi), contava centinaia di migliaia di iscritti. Dopo il fallimento dell'occupazione delle fabbriche, gli anarchici riconoscendo nel fascismo la "contro-rivoluzione preventiva" (come la definì bene Luigi Fabbri) con cui i padroni avrebbero cercato di impedire il ripetersi di una situazione pre-rivoluzionaria, gettarono tutte le loro energie nella mischia contro il giovane ma già robusto figlio bastardo del capitalismo. La volontà ed il coraggio degli anarchici non potevano però bastare di fronte allo squadrismo, potentemente dotato di mezzi e di armi e spalleggiato dagli organi repressivi dello stato. Tanto più che anarchici ed anarcosindacalisti erano presenti in modo determinante solo in alcune località ed in alcuni settori produttivi. Soltanto una analoga scelta di scontro frontale da parte del Partito Socialista e della Confederazione Generale del Lavoro avrebbe potuto fermare il fascismo. Purtroppo la politica disfattista, capitolarda del Partito e del sindacato riformisti, che già aveva ostacolato lo sviluppo rivoluzionario e dunque contribuito al fallimento dell'occupazione delle fabbriche, seminò confusione ed incertezza nel movimento operaio in un momento che già era per molti aspetti di riflusso delle lotte. E questo proprio di fronte al moltiplicarsi ed aggravarsi delle violenze fasciste, soprattutto dopo il '21. Ovunque in Italia le squadracce di Mussolini assaltavano le sedi politiche, le redazioni, i militanti più attivi, tutto quanto "puzzasse" di "sovversivo". Lo stato liberale fu diretto complice sia delle attività criminali sia dell'intera strategia politica del fascismo nella comune lotta contro la combattività dei lavoratori. Pur essendo essi stessi vittime delle violenze squadriste, i socialisti si limitarono a denunciare le "illegalità" fasciste, senza dedicare tutte le loro energie alla lotta popolare rivoluzionaria contro il terrorismo padronale. Non solo, ma il PSI giunse al punto di stipulare con i fascisti un Patto di Pacificazione (agosto 1921) che contribuì a disarmare il movimento operaio sia psicologicamente sia materialmente, nel momento stesso in cui si intensificavano le violenze squadriste (che continuarono a crescere... in barba al patto!). Quello che ci interessa sottolineare è che, mentre i vertici politici sindacali invitavano alla "calma" e alla non violenza, furono gli stessi lavoratori, organizzatisi autonomamente, a dare alcune storiche lezioni ai fascisti. Le insurrezioni di Sarzana (luglio '21) e di Parma (agosto '22) sono due esempi della validità della linea politica sostenuta dagli anarchici, allora, sulla stampa e nelle lotte: contro il disfattismo delle burocrazie riformiste, gli anarchici sostenevano infatti l'urgente necessità di battere con la lotta il movimento fascista, stimolando la combattività dei lavoratori. Coerentemente con questo programma gli anarchici si batterono sino in fondo senza quei tentennamenti e quella ricerca di compromessi che caratterizzarono l'attività dei socialisti. Significativa al riguardo la differente posizione assunta da socialisti e comunisti da una parte ed anarchici dall'altra, di fronte al movimento degli Arditi del Popolo.


giovedì 21 aprile 2022

Gli arditi del popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all'altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n'era una tenuta dagli anarchici. Completamente diverso fu l'atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d' I. giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fu imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato alla televisione il comunista Umberto Terraccini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi noi, come già cinquant'anni fa i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa dura critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che - anche se su posizioni da noi molto differenti - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo. Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente. 


giovedì 22 aprile 2021

25 APRILE - Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna)


Dalle belle città date al nemico

fuggimmo un dì su per l'aride montagne,

cercando libertà tra rupe e rupe,

contro la schiavitù del suol tradito.

Lasciammo case, scuole ed officine,

mutammo in caserme le vecchie cascine,

armammo le mani di bombe e mitraglia,

temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.


Siamo i ribelli della montagna,

viviam di stenti e di patimenti,

ma quella fede che ci accompagna

sarà la legge dell'avvenir.

Ma quella legge che ci accompagna

sarà la fede dell'avvenir.


Di giustizia è la nostra disciplina,

libertà è l'idea che ci avvicina,

rosso sangue è il color della bandiera,

partigian della folta e ardente schiera. 

Sulle strade dal nemico assediate

lasciammo talvolta le carni straziate.

sentimmo l'ardor per la grande riscossa,

sentimmo l'amor per la patria nostra.


(Di giustizia è la nostra disciplina

Comunismo l'idea che ci avvicina

Rosso sangue il color della bandiera

Partigiana la nostra ardente schiera.


Per le strade dal nemico assediate

Lasciammo assai spesso le carni straziate

Sentimmo l'ardor per la grande riscossa

Sentimmo l'amor per la bandiera rossa.)*


Siamo i ribelli della montagna,

viviam di stenti e di patimenti,

ma quella fede che ci accompagna

sarà la legge dell'avvenir.

Ma quella legge che ci accompagna

sarà la fede dell'avvenir.

*(variazione della seconda strofa più comunista)


Il canto viene creato nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla con il comandante Emilio Casalini "Cini". Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti i giovani dela nostra generazione, esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l'iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all'ingresso della "caserma", che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e sugerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa. In distaccamento c'è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi”. [testimonianza diretta di Carlo De Menech, allora diciottenne commissario politico del distaccamento].

Anarchici antifascisti a Torino

Dopo l’occupazione delle fabbriche a Torino nell’autunno del 1920, l’offensiva fascista diventerà sistematica e coordinata, comandati dal famigerato Pietro Brandimarte i fascisti a Torino assalirono la Camera del Lavoro il 18 dicembre 1922; successivamente protetti e sostenuti dagli ufficiali del regio esercito e dalla polizia, incendiarono e devastarono il circolo dei ferrovieri, il circolo “Calo Marx” e la sede dell’"Ordine Nuovo”. Fra il 18 e 19 dicembre, 22 militanti anarchici, socialisti e comunisti furono uccisi dagli assassini in camicia nera. L’anarchico Pietro Ferrero, legato per i piedi a testa in giù dietro un autocarro, fu trascinato per ore lungo alcuni viali di Torino. Gli assassini abbandonarono poi il suo corpo martoriato nei pressi della Camera del Lavoro. Con l’avvento del fascismo gli anarchici torinesi, costretti alla clandestinità e alla cospirazione, cercarono di ricomporre le fila del Movimento contando solo sulle forze genuinamente anarchiche ancora disponibili alla lotta. Già nell’agosto del 1930 una relazione della Divisione Polizia Politica poteva fare il punto della situazione: secondo la polizia fascista esistevano a Torino tre gruppi anarchici denominati: “ Barriera Nizza, Barriera di Milano, Campidoglio”. Il gruppo “Barriera di Milano” era composto quasi esclusivamente da immigrati toscani, per lo più piombinesi e pisani che, - continua il rapporto – avevano abbandonato “il loro paese nativo allo scopo di sottrarsi ad eventuali misure di polizia, perché noti colà come sovversivi”. Del gruppo facevano parte: Settimo Guerrieri, piombinese (indicato dalla polizia come anarchico da arrestare, irreperibile e come organizzatore di espatri clandestini); Dario Franci, piombinese, anarchico da arrestare, muratore e cultore della lingua esperanto; Arduilio D’Angina, Dante Armanetti, i fratelli Giacomelli, Mario Carpini, i fratelli Vindice e Muzio Tosi, anch’essi piombinesi, anarchici da arrestare. Il gruppo “Barriera di Nizza” era forse il più numeroso, anche se nel rapporto di polizia erano segnalati solo i compagni più esposti, quelli di cui “l’informatore” era venuto a conoscenza. Ne facevano parte: Cesare Sobrito, dal rapporto “elemento molto quotato fra i suoi, perché da diversi anni milita nelle file anarchiche, è in relazione con il noto anarchico Luigi Bertoni di Ginevra ed invia periodicamente corrispondenze sotto lo pseudonimo di Germinal, ai giornali anarchici: Il Risveglio di Ginevra e L’Adunata dei Refrattari di New York”. Emilio Bernasconi, elemento “veramente pericoloso e ritenuto capace di atti inconsulti”. Eugenio Martinelli, “descritto dagli stessi anarchici, come compagno fidato e autorevole”; Michele Candela “incaricato a distribuire sussidi alle famiglie dei detenuti politici”; e Vittorio Levis. La relazione della Divisione Polizia Politica non conteneva nessuna notizia sul gruppo Campidoglio, che evidentemente non aveva nessun infiltrato al suo interno. Il rapporto di polizia prosegue narrando come, per mantenere i contatti tra di loro, gli anarchici dei tre gruppi ricorressero alla compagna Teresa Barattero, venditrice di giornali, con un chiosco posto in corso Dante.   



giovedì 23 aprile 2020

IIª BRIGATA MALATESTA

Nel gennaio 1944 in S. Cristina, presso le costruzioni meccaniche Fratelli Guidetti, è stato costituito il Iº Comitato di agitazione antifascista. Nello stesso tempo venivano organizzate delle squadre d’azione nella zona di Mede-Lomello e campagna. Furono quindi costituiti gruppi armati della IIª Brigata Malatesta in S. Cristina, Corteolona, Inverno, Monteleone, Miradolo, Bissone, Boscone e Calendasco. Furono aiutati prigionieri inglesi fornendo loro denaro e vestiti. Alcuni di essi furono accompagnati a Milano di dove poterono riparare in Svizzera. Furono stretti rapporti con gli slovacchi di Corteolona e di S. Cristina i quali hanno fornito armi e munizioni. Fra gli slovacchi stessi fu costituito un gruppo di patrioti. Questi gruppi erano inquadrati nelle Brigate Malatesta e Bruzzi di Milano che agivano alle dipendenze delle formazioni Matteotti.
Azioni importanti: - 15 aprile 1944. Operazione armata dei distaccamenti di Mede-Lomello contro la caserma dei CC.RR. e della G.N.R. di Pieve del Cairo. Bottino 12 moschetti, 5 rivoltelle e materiale vario. - 23 aprile 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco sul Po a Pieve del Cairo (il nemico perdeva un uomo). Disarmo di un sergente e di un maresciallo tedesco. - giugno 1944. Operazione armata contro la caserma di S. Giorgio Lomellina. Disarmo dei militi di presidio; bottino di armi e munizioni. - 24 luglio 1944.
Rastrellamento della Lomellina operato dalla 4ª Compagnia delle Brigate nere Alfieri (Villa Biscossa) durante il quale venne catturato il patriota Gatti Carlo di S.Nazzaro (Pavia), il quale fu poi deportato in Germania da dove fece ritorno solo nel maggio 1945. - 26 luglio 1944. Operazione di disarmo contro due militi della B.n. di Mede (Guardamagna Orazio e Serafino Scarroni). In seguito a tale operazione fu catturato dalle B.n. per rappresaglia il volontario patriota Bernini Piero il quale, condotto alla sede della B.n., venne seviziato e quindi consegnato alla Muti di Milano. Di questo volontario non si è potuto avere notizie; si suppone sia deceduto in seguito alle sevizie patite. - 5 agosto 1944. Azione armata contro il traghetto tedesco nella zona di Boscone Calendasco (Piacenza). Disarmo di alcuni soldati tedeschi. L’azione fu diretta dal comandante di quel distaccamento Rossi Luigi.
- 28 agosto 1944. Arresto di Gaiulli Giuseppe organizzatore della zona di Mede-Lomello dalla B.n. Alfieri. - gennaio 1945. Azione di sabotaggio contro gli impianti dell’organizzazione TODT sul Po presso Torre Beretti. - 2 marzo 1945. Arresto a Milano del comandante di Brigata Pietropaolo Antonio unitamente ad altri membri del comando della formazione. - 1 aprile 1945. Azione armata contro il presidio di Lomello della G.N.R.; la bandiera della formazione fu issata sulla piazza del comune dalle 7 alle 11,30. Due militari tedeschi furono disarmati. Contemporaneamente al bivio della strada Lomello-Mortara-Pavia avveniva il disarmo di quattro militari della Wermacht; il nemico ebbe due feriti. - 31 marzo 1945. Da tempo erano stati stretti rapporti con elementi del  distaccamento di S. Cristina e gli slovacchi del presidio a Corteolona, i quali fornirono armi e munizioni. Nella notte dal 31 marzo al 1 aprile, alcuni slovacchi esperti nel maneggio delle armi automatiche unitamente a Saracchi e Castiglioni operano il rafforzamento del posto di blocco sulla strada
Vigentina portando un carico di armi automatiche con munizioni a Milano per rafforzare la Iª Brigata Bruzzi operante nella zona in vista delle azioni insurrezionali. - 24 aprile 1945. Occupazione della caserma della G.N.R. completa del nemico. Attacco di un’autocorriera carica di militi della B.n. sulla strada Mede-Lomello; nel combattimento cadde il patriota Camussoni Angelo. - 25 aprile 1945. Zona Pavese occidentale: i patrioti del distaccamento di S. Cristina-Corteolona-Belgioioso occupavano le strade della zona e prendevano contatto con i militari slovacchi, i quali passavano in massa con noi portando con essi tutto l’armamento (cinquanta fucili ed alcuni mitragliatori). Rinforzi venivano inviati alla Brigata Garibaldina Stella Rossa impegnata in combattimento con duecento marinai nei pressi di Alberoni. Attaccati e disarmati, i marinai tedeschi vennero inviati al Comando di S. Colombano. Nello stesso tempo tre autocarri tedeschi che si dirigevano verso Corteolona furono attaccati e bloccati a Belgioioso. Zona della Lomellina: - 25 aprile 1945. Occupazione della caserma e del municipio di Mede. Vennero fatti prigionieri numerosi militi della B.n. e militari della Wermacht. - 26 aprile 1945. Nel pomeriggio i nostri reparti venivano minacciati da una colonna fascista forte di ottomila uomini proveniente dal cuneense. Data la superiorità del nemico e dato l’atteggiamento della Brigata Fachiro che già da cinque ore si era ritirata, i nostri operavano lo sganciamento, disturbando il nemico con colpi di mano isolati. - 27 aprile 1945. Azione di disarmo nei pressi di Sartirana di elementi isolati della colonna. - 28 aprile 1945. Attacco dei presidi nemici di Sartirana. - 29 aprile 1945. Nella notte collegamento con le altre Brigate partigiane affluite nella zona. Si creava uno sbarramento di mortai e mitragliatrici pesanti con mezzi tolti al nemico che veniva così limitato in una zona di accerchiamento. Alle ore 23,30 veniva intimata la resa alla colonna accerchiata. - 30 aprile 1945. Resa completa del nemico.

ILIO BARONI

Ilio Baroni, nome di battaglia «Il Moro», muore nell’aprile 1945, durante la liberazione di Torino, nel corso di una azione della VIIa Brigata SAP, di cui è comandante.
Baroni è un anarchico di Piombino, dove è nato il 25.5.1902, che ha conosciuto tutta la trafila antifascista dell’epoca. Nel 1922 si scontra ripetutamente con le squadracce fasciste e, perseguitato, deve trasferirsi a Torino, dove lavora alle Ferriere Piemontesi. Nel 1937, dopo un tentativo non riuscito l’anno precedente, decide di partire per la Spagna, ma giunto a Parigi viene convinto dagli anarchici italiani lì rifugiati a tornare a Torino per mantenere i collegamenti con gli operai delle Ferriere e del quartiere Barriera di Milano dove è molto conosciuto e ascoltato. Tornato in Italia, poco dopo viene però nuovamente arrestato e inviato al confino fino al dicembre 1942. Rilasciato, rientra nuovamente a Torino e alle Ferriere, dove svolge un’intensa attività sindacale. Proprio all’interno delle Ferriere nasce la VII° Brigata SAP.
Testimonianza di Aldo Demi, volontario nelle brigate internazionali in Spagna e cognato di Baroni: "Alle Ferriere c’erano parecchi antifascisti, tant’è vero che quando nel ’35 volevano farci iscrivere al sindacato fascista noi dicemmo di no. In tutto il reparto laminatoi, dove lavorava Ilio, vi furono soltanto pochissimi - si contavano sulle dita - che si iscrissero. C’erano diversi anarchici. Ilio era conosciuto come anarchico: ci sapeva fare. Alle Ferriere c’erano dentro i tedeschi. Però il direttore era molto «legato» a mio cognato, perché la FIAT teneva il piede in due staffe. Erano stati minati i treni e Ilio - non so se da solo o con altri - li sminò, mettendo a rischio la propria esistenza perché potevano saltare da un momento all’altro. Ed è per quello che la FIAT in seguito era sicuramente a conoscenza della squadra SAP attiva nelle Ferriere: uscivano ed entravano dalle Ferriere quando volevano, il direttore sapeva tutto".
Testimonianza di Mario Trombetta, partigiano VIIa brigata SAP e attuale presidente della sezione ANPI «Ilio Baroni » di Torino: "Baroni era comandante di brigata e mio padre era vice-comandante. C’era una squadra di manovra che viveva alle Ferriere e quando era il caso venivano anche i GAP e un po’ tutti i partigiani che rientravano dalle montagne. Con questa squadra di manovra un giorno sì e un giorno no si facevano i disarmi: si andava fuori, si prendevano isolatamente le brigate nere, la X Mas o la Ettore Muti, e si procedeva al disarmo. Baroni era veramente un uomo d’azione, un anarchico. Certo non poteva fare un’eccessiva propaganda anarchica perché aveva ben altri compiti da svolgere. Era diventato comandante della VIIa brigata SAP ma era già stato attivo prima nella difesa sindacale all’interno della fabbrica. Era molto conosciuto, era un punto di forza del movimento operaio. Quando è morto, Baroni era con «Lucio» (Giulio Oberti), comandante di distaccamento. In corso Giulio Cesare hanno attaccato un nostro camion, i nostri sono prigionieri dietro al camion e ci sono i cecchini sul corso Giulio Cesare angolo via Novara. Partiamo io, «Lucio» e Baroni con un motocarro: sopra c’è la «crava», un fucile mitragliatore. Mentre stiamo per andare sentiamo sparare: i nostri compagni hanno attaccato un treno di tedeschi. Allora scendiamo e attacchiamo anche noi il treno per una buona mezz’ora finché i tedeschi non si arrendono. Esaurita questa operazione, torno indietro e cerco Baroni, ma mi dicono che è già andato via con Lucio. Torno indietro e arriva la notizia:«Hanno sparato a Moro»".
(Testimonianze raccolte da Tobia Imperato Tobia Imperato)

giovedì 20 aprile 2017

Corbari Iris e Otello tornano sui monti

E' il 23 maggio 1944 sono le 7.30 di sera, Silvio Corbari, Iris Versari e Adriano Otello si consegnano al console Marabini comandante in capo della Guardia Nazionale Repubblicana di Forlì. Il console stringe loro la mano e li invita a salire sulla sua auto per rientrare subito a Forlì. Lasciando di conseguenza gli intermediari a piedi, che proseguiranno a bordo degli altri mezzi. Sono circa le 20 quando la Lancia Augusta oltrepassa gli autocarri in sosta sulla strada, suscitando gli sguardi stupefatti e trionfanti di ufficiali e soldati. Molti di loro avevano scommesso sull'impossibilità di un simile epilogo. Evidentemente, gli uomini di azione finiscono sempre per intendersi, a dispetto degli odi e degli ideali, sentimenti poco profondi in chi subisce il fascino della bella morte. Il console si volta indietro e Corbari gli sorride, con un'espressione di malcelata complicità. Ebbene si, conferma a se stesso Marabini, ricambiando il sorriso: oggi ho ottenuto una doppia vittoria, dissolvere la più pericolosa banda che infesta la Romagna, e arruolare un valoroso combattente. 
L'autista accelera, dirigendosi verso Forlì. Gli autocarri sono più lenti, e ben presto vengono distanziati.
"Stia tranquillo, non c'è alcun pericolo in questa zona", lo rassicura il console. A 6 chilometri da Predappio, l'autista comincia avvertire una crescente inquietudine: non gli piace la situazione che si è creata preferisce farsi raggiungere dalla scorta. E finge un guasto meccanico per fermarsi sul bordo della strada. Corbari, disarmato, fa un cenno ad Iris. Lei gli passa la pistola che teneva nascosta sotto la camicia. 
"Ehi console..." dice puntandola alla testa di Marabini.
"Ma ci hai creduto davvero? Sei stato così fesso da illuderti che ci saremmo arresi? Guardami negli occhi: ti sembro uno capace di passare dalla tua parte, di tradire i compagni?"
Il console è impietrito. Fissa il vuoto davanti a se, e non ha neppure il tempo di riflettere sulla propria ingenuità. 
Corbari gli spara un colpo alla nuca.
L'autista viene rilasciato con la raccomandazione di raggiungere l'abitato e raccontare cosa sia veramente accaduto.
Corbari Iris e Otello tornano sui monti.
(tratto da Ribelli di Pino Cacucci)  

giovedì 21 aprile 2016

CAGNO DARIO, per ricordare il 25 aprile

Nasce a Torino l’11 agosto 1899. Trascorre l’infanzia nella città natale, si trasferisce appena quattordicenne a Genova dove si imbarca su una nave mercantile, in qualità di panettiere, peregrinando per l’Europa e gli Stati Uniti. Rimpatriato coattivamente durante gli anni della Grande Guerra va a vivere a Roma. Nel 1918, viene condannato a tre anni di reclusione per reati contro la proprietà. Amnistiato nel 1919, l’anno successivo subisce una seconda condanna a tre anni di reclusione per diserzione e furto. Rientra a Torino alla Fiat, ma dura poco viene licenziato a causa del suo temperamento ribelle e refrattario a ogni forma di disciplina, decide di arruolarsi nella legione straniera in Francia, però abbandona dopo solo un anno. Nel 1925, entra in relazione con importanti esponenti dell’emigrazione antifascista – quali Sandro Pertini, Filiberto Smorti, Francesco Cicciotti e Alceste de Ambris – e del fuoriuscitismo anarchico, assumendosi l’incarico di fungere da corriere tra l’Italia e la Francia per mantenere i collegamenti tra i militanti attivi all’interno e quelli all’estero. Nel 1932 viene fermato a Ventimiglia da agenti della milizia confinaria e deferito in stato di arresto perché rimpatriato sprovvisto di passaporto. Dalla prefettura di Torino il Cagno risulta essere: “ozioso, vagabondo, proclive a commettere reati contro la proprietà, capace per i suoi sentimenti politici a commettere atti inconsulti, individuo socialmente pericoloso”. Per tutto l’anno entra e esce dalla galera cercando di espatriare. Rientra in Italia nel 1933 e viene subito arrestato. Durante questo periodo di detenzione viene denunciato da un compagno di cella che lo accusa di avergli confidato di essere venuto in Italia su incarico della Concentrazione antifascista, per preparare un attentato al Duce. Viene rilasciato nel marzo del 1934. Tradotto a Torino, è denunciato alla Commissione Provinciale che lo condanna per attività sovversiva a tre anni di confino da scontarsi a Ponza.  Nel febbraio del 1935, è tra quei confinati che restituiscono la carta obbligatoria di permanenza per protestare contro i nuovi provvedimenti restrittivi adottati dalla direzione.  Arrestato e denunciato al Tribunale di Napoli, viene condannato a 10 mesi di detenzione per essersi reso responsabile di contravvenzione agli obblighi di confino. La sua persistente insubordinazione e la sua ostinata tendenza ad associarsi agli elementi peggiori della Colonia, ne comportano un prolungamento del confino per altri cinque anni. Nell’ottobre del 1942 viene amnistiato. Con lo scoccare dell’8 settembre del 1943, Cagno è tra i primi a impegnarsi nell’organizzazione della lotta armata contro i nazifascisti. Sono infatti proprio lui e il giovane militante comunista Ateo Garemi fondatori del nucleo originario dei GAP torinesi, che la mattina del 25 ottobre 1943 procedono all’esecuzione di un maggiore della MVSN (milizia volontaria per la sicurezza nazionale o camice nere) freddandolo in pieno centro cittadino a colpi di rivoltella. Arrestato dopo due giorni in seguito a delazione, insieme a Garemi i due vengono processati dalla sezione di Torino del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che condanna entrambi alla pena capitale quali responsabili del reato di omicidio doppiamente aggravato. All’alba del 22 dicembre nel cortile della caserma Monte Grappa, Dario Cagno e Ateo Garemi vengono fucilati da un reparto della guardia nazionale confinaria.

venerdì 24 aprile 2015

Torino 24 aprile 1945

Il 24 aprile 1945 il compagno Ruju, partigiano della 23a Divisione autonoma “Sergio De Vitis”, fu inviato ad Avigliana alle porte di Torino, per organizzare la resistenza e la difesa di alcuni stabilimenti industriali.
Giunto sul posto, mentre cercava di contattare alcuni giovani antifascisti incrocia una pattuglia tedesca e approfittando di un attimo di disattenzione dei nazisti li cattura e li porta a Giaveno dove già si trovavano altri tedeschi arrestati.
Quando tornò ad Avigliana gli si fece incontro il parroco che lo implorò di restituire i tre prigionieri perché altrimenti la città sarebbe stata distrutta alle due del pomeriggio di quella stessa giornata.
Recatosi subito al comando tedesco accompagnato da due pubblici funzionari, il compagno Ruju ebbe modo di parlare con il comandante; questi lo pregò di liberare i tre soldati catturati perché, altrimenti, sarebbe stato costretto ad ordinare la distruzione della città secondo gli ordini ricevuti dalla 5a divisione Alpina. Il compagno Ruju gli fece notare che 10.000 partigiani circondavano il centro e che allo scadere di 30 minuti sarebbero passati all’attacco; non solo, ma gli eventuali tedeschi superstiti sarebbero stati considerati criminali di guerra e quindi passati per le armi.
Tutto ciò era un bluff, ed i 10.000 partigiani esistevano solo nella mente di Ruju. Ma il comandante gli credette e si arrese con i 500 uomini del suo presidio, consegnando tutte le armi ai partigiani.
Per questo episodio lo Stato democratico volle decorare Ruju con una croce al valor militare, ma il partigiano rifiutò l’inutile decorazione come fecero altri partigiani anarchici per testimoniare nuovamente la loro fede anarchica.

giovedì 23 aprile 2015

Gli Arditi del Popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all’altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; per citarne qualcuno basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n’era una tenuta dagli anarchici.
Completamente diverso fu l’atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d’Italia, giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fi imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato circa due anni fa alla televisione il comunista Umberto Terracini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi, come allora i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che – anche su posizioni molto differenti  - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo.
Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente.

giovedì 24 aprile 2014

I Fatti di Sarzana per un 25 aprile diverso

I fatti di Sarzana rappresentarono uno dei pochi episodi di resistenza armata all'ascesa del fascismo in Italia.
Il capo riconosciuto delle squadracce fasciste nello spezzino era Renato Ricci, ex-legionario e futuro onorevole: fra le altre imprese, fu lui a guidare personalmente una spedizione punitiva contro i centri di Pontremoli e di Sarzana (12 giugno 1921). La reazione popolare antifascista fu allora così decisa che gli squadristi furono costretti a ripiegare, e le autorità non poterono fare a meno di arrestare il Ricci e di rinchiuderlo nelle carceri di Sarzana.
Privati momentaneamente del loro capetto locale, i fascisti decisero di liberarlo, e soprattutto di dare una storica lezione alla popolazione di Sarzana, scelta come simbolo della lotta dei “sovversivi” contro la reazione padronale e fascista. Il mattino del 21 giugno 1921, gli squadristi guidati da Amerigo Dumini (uno dei più noti criminali fascisti, futuro correo nell'assassinio del deputato socialista Matteotti), calarono da molte province della Toscana nelle zone circostanti Sarzana, preparandosi ad attaccarla in forze. Prima di entrare in Sarzana, furono informati che nel paese di Arcola (La Spezia) un loro camerata, tal Procuranti, era stato ucciso, subito iniziarono la spedizione punitiva, compiendo violenze ed uccidendo un contadino a Santo Stefano Magra (La Spezia). Giunti a Sarzana, i fascisti si concentrarono alla stazione ferroviaria per inquadrarsi bene e per sferrare l'attacco; fu allora che accolsero sparando 7 carabinieri e 4 soldati, che, comandati dal capitano Jurgens si erano schierati per fermare la spedizione fascista.
Dopo il breve scontro a fuoco con le forze dell'ordine, i fascisti si trovarono a dover affrontare l'assalto armato da parte degli Arditi del Popolo che, organizzati dall'anarchico Ugo Boccardi detto “Ramella”, dettero per primi il benvenuto ai fascisti. Ma non furono i soli, poiché sopraggiunsero presto gli arsenalotti, cioè quei lavoratori che ogni mattina prendevano il treno da Sarzana a La Spezia per recarsi a lavorare all'arsenale spezzino. Quel treno quotidiano, infatti, quella mattina non era partito, nell'attesa del previsto attacco squadrista; l'intera popolazione partecipò alla sollevazione contro le camicie nere, che ebbero dei morti e furono costrette a cercar scampo nelle campagne circostanti. Ma anche qui non trovarono sorte migliore, anzi i contadini (anch'essi perlopiù anarchici, e comunque decisamente antifascisti), collaborarono con gli Arditi del Popolo alla cattura degli aggressori, molti dei quali furono uccisi. Si parlò allora di circa venti fascisti uccisi, e così afferma anche la storiografia ufficiale, ma da testimonianze pervenute da compagni che erano presenti ai fatti risulta che furono molti
di più. Ad ogni modo resta la realtà della grande vittoria popolare di Sarzana, che, con la collaborazione degli Arditi del Popolo prontamente giunti dai centri circostanti, segnò un duro colpo alla violenta protervia fascista. 
Pochi giorni dopo, però, firmando il Patto di Conciliazione con i fascisti su scala nazionale, i socialisti contribuiranno a disarmare il popolo, lasciandolo inerme vittima dello squadrismo fascista. La stessa responsabilità toccherà ai comunisti, da pochi mesi costituitisi in partito, che preferiranno ritirare i propri militanti dagli Arditi del Popolo pur di non collaborare con gli anarchici.

giovedì 25 aprile 2013

Teresa la camiciaia

Teresa, una data: 15 aprile 1919.
Teresa, una della nostra classe: operaia della roccaforte proletaria della Bovisa. Di lei, per oltre novant’anni, non ha parlato più nessuno. Dimenticata sino ai giorni nostri.
Teresa, una militante: affronta in piazza lo squadrismo fascista.
Teresa, fiore rosso reciso: prima vittima di sempre del fascismo.
Teresa, operaia cucitrice: è già schedata dalla polizia quando, in quel 15 aprile, va nella piazza occupata da fascisti e futuristi.
Milano, 15 aprile 1919. Socialisti e Camera del Lavoro proclamano uno sciopero generale con comizio all’Arena in protesta contro la repressione poliziesca avvenuta due giorni prima. Alle ore 16 circa, dopo che il comizio socialista si era sciolto, una parte della folla che ostentava bandiere rosse e nere si mise in marcia verso il centro della città. È chiaro che gli spartachisti e gli anarchici si erano messi d’accordo per organizzare una dimostrazione senza il concorso dei socialisti di destra e dei massimalisti. Tra via Mercanti e via Dante l’agguato. Trecento, forse quattrocento (nove su dieci sono
arditi – ufficiali studenti del Politecnico ed aderenti alle
associazioni tricolori, guidati dal federale Vecchi – uno su dieci è futurista, li guida Marinetti) provenienti dalla redazione de «Il Popolo d’Italia» di via Paolo da Cannobio armati di mazze ferrate, pugnali, pistole, bombe a mano, confluiscono verso il centro cercando ed ottenendo lo scontro coi manifestanti, mentre carabinieri e militari lasciano fare.
Galli Teresa di Alessandro, nata nel 1899, professione operaia cucitrice in bianco alla ditta Gioia di via Lepontina, residente a Milano in via Riparto Bovisa 83. Quel giorno è nel corteo di spartachisti e anarchici. I fascisti sparano. Un proiettile le attraversa la nuca, Teresa cade, è la prima vittima della bestiale violenza fascista. Colpendo un’operaia, una donna, la reazione in camicia nera mostra da subito quelli che saranno i suoi connotati: antiproletari, controrivoluzionari, sessisti. Le bestie fasciste, non contente, si dirigono alla sede de «L’Avanti» in via San Damiano devastando, incendiando ed uccidendo. Alla fine della giornata si conteranno quattro vittime.


martedì 19 aprile 2011

25 aprile per non dimenticare


Eravamo alle nostre case, ai nostri lavori, alla vita ordinaria. Siamo stati richiamati dalla piazza e dal rumore dei conflitti. Abbiamo udito, per troppo tempo individui disgustosi e immeritevoli fare sfregio della nostra Terra e monopolio del nome luminoso della Libertà. È giunto per noi il momento di serrare nuovamente tutte le fila, forti del nostro pensiero ideale e sicuri del nostro braccio di guerrieri e lavoratori. 
Il 18 dicembre 1922 a Torino le squadre di Pietro Brandimarte per vendicare la morte di due camerati, danno il via ad una feroce rappresaglia ancor oggi ricordata come “la strage di Torino”. Molti operai vengono aggrediti nelle loro case, bastonati di fronte ai loro familiari, altri vengono caricati sui camion e crivellati di colpi in riva al Po, nei prati della Barriera di Nizza, sulle strade della collina. Fra gli undici “sovversivi” trucidati dalle camicie nere ricordiamo l’anarchico Pietro Ferrero, che era stato due anni prima uno dei promotori e degli organizzatori dell’occupazione delle fabbriche a Torino nella sua qualità di segretario della F.I.O.M. torinese. Pietro Ferrero viene catturato e dopo essere stato colpito selvaggiamente, viene legato per i piedi ad un camion e trascinato a lungo per i viali di Torino; il suo corpo ormai irriconoscibile viene abbandonato ai piedi della statua di Vittorio Emanuele II ed è identificato grazie ad una tessera della Croce Verde. Miglior fortuna ebbe l’anarchico Probo Mari, attivista dell’U.S.I. torinese, portato in riva al Po dai fascisti che gli legarono le mani dietro alla schiena e lo gettarono nel fiume. Mari riuscì però a raggiungere la riva e a farsi ricoverare in ospedale.  
 Gli Arditi del Popolo, forti della loro autonomia e della loro determinazione, non facendo mistero dell’intenzione di contrastare e rispondere colpo su colpo al terrore fascista, capovolsero invece la mentalità perdente, legalitaria e pacifista ad oltranza che, pervadendo il movimento socialista, esponeva l’intera classe lavoratrice all’urto dell’aggressione fascista coi suoi inauditi livelli offensivi, esercitata da soggetti addestrati e psicologicamente abituati all’esercizio della violenza nonché pagati ed equipaggiati con le armi cospicuamente offerte dai depositi militari....Il fascismo non fu sempre irresistibile; ma s’impose grazie a connivenze, errori, sottovalutazioni che sarebbero stati pagati a duro prezzo per oltre vent’anni; prima che vecchi e nuovi arditi del popolo trovassero altre armi per un’altra liberazione, in quanto come osservato dallo storico inglese Deakin: “I partigiani del 1945 rappresentavano in un certo senso i vinti del 1922”.