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giovedì 16 marzo 2023

Resistiamo senza odio – Eliseo Reclus

Bakunin, in una lettera del 1875 ad Eliseo, scriveva: "Sì, tu hai ragione, la rivoluzione, per il momento, è rientrata nel suo letto, noi ricaschiamo nel periodo delle evoluzioni, ossia in quello delle rivoluzioni sotterranee, invisibili e spesso persino impercettibili". E Reclus stesso sottolinea questa idea nella prefazione della Conquista del Pane: "Certamente l'imminente rivoluzione, importante quanto può esserlo nel progresso dell'umanità, non differirà dalle rivoluzioni precedenti compiendo un brusco salto: la natura non ne fa. Ma si può dire che, per mille fenomeni, per mille modificazioni profonde, la società anarchica è già da lungo tempo in piena crescita". Nel suo unico libro politico (oltre agli opuscoli), L'evoluzione, la rivoluzione l'ideale anarchico, pubblicato nel 1897, Reclus spiega il suo punto di vista: "Bisogna diffidare non solo del potere già costituito, ma anche di quello che è in germe". Sui tentativi comunitari: "S'era avuto il fermo proposito di trasformare il mondo e a conti fatti ci si trasforma in bottegai. Tuttavia gli anarchici seri e sinceri possono trarre un grande insegnamento da queste numerosissime cooperative". Il capitolo conclusivo è notevole per le sue sfumature: "Noi non c'illudiamo affatto: sappiamo che la vittoria finale ci costerà ancora moltissimo sangue, fatica e sofferenze. All'Internazionale degli oppressi si contrappone un'Internazionale degli oppressori". La lucidità di Reclus spiega la sua triplice posizione di pazienza, di etica e di tolleranza nei confronti della violenza rivoluzionaria: "Tra il difensore della giustizia e il complice del crimine non ci son vie di mezzo! In questo campo, come in tutte le altre questioni sociali, si pone il grande problema che si discute tra Tolstoi e gli altri anarchici, quello della non-resistenza o della resistenza al male. Da parte nostra, pensiamo che l'offeso che non resiste consegna in anticipo gli umili ed i miseri agli oppressori ed ai ricchi. Resistiamo senza odio, senza rancore né spirito di vendetta, con tutta la dolcezza serena del filosofo e la sua volontà intima in ciascuno dei suoi atti, ma resistiamo!" (...) "Dal punto di vista rivoluzionario, mi asterrò dal preconizzare la violenza e sono desolato quando degli amici trasportati dalla passione si lasciano andare all'idea della vendetta, tanto poco scientifica, sterile. Ma la difesa armata di un diritto non significa violenza" (...) "Quotidianamente si compiono tante ingiustizie, tante crudeltà individuali e collettive che non ci si stupirebbe di vedere nascere continuamente tutta una messe di odii... e l'odio è sempre cieco" (...) "Naturalmente, ammiro la nobile personalità di Ravachol, come si è andata rivelando persino durante gli interrogatorii di polizia. È pure superfluo aggiungere che considero ogni rivolta contro l'oppressione come un atto buono e giusto. "Contro l'iniquità la rivendicazione è eterna". Ma dire che "i mezzi violenti sono gli unici davvero efficaci", oh no, sarebbe come dire che la collera è il più efficace dei ragionamenti! Essa ha la sua ragion d'essere, ha il suo giorno e la sua ora, ma la lenta penetrazione della parola e dell'affetto nel pensiero ha tutt'altra potenza. Già per definizione, la violenza impulsiva non vede che lo scopo; sollecita la giustizia con l'ingiustizia; vede "rosso", ossia l'occhio ha perduto la sua chiarezza. Ciò non impedisce affatto che il personaggio di Ravachol, così come lo vedo io e come lo tramanderà la leggenda, non sia una figura grandissima".

 

giovedì 7 gennaio 2021

Alle origini dell’anarchia – Parte Ventitreesima

1891 

Gli anarchici non sono invitati al congresso socialista di Bruxelles. L'avvocato Merlino riesce a entrare, ma il secondo giorno viene arrestato dalla polizia belga ed espulso dal paese. (Gli  anarchici accuseranno poi i marxisti di avere informato la polizia della   presenza dell'anarchico italiano). Sempre al secondo giorno il congresso espelle gli anarchici spagnoli. Agli anarchici belgi i socialisti vietano l'ingresso sin dall'inizio. Può restare in sala soltanto Nieuwenhuis, che tra le continue interruzioni dei marxisti cerca di mettere all'ordine del giorno gli scottanti problemi del parlamentarismo e del suffragio universale. Nieuwenhuis è il primo a porre con vigore anche il problema dell'atteggiamento da tenere in caso di guerra (comincia a delinearsi infatti il pericolo di un conflitto europeo). Egli propone uno sciopero generale da scatenare se gli Stati dichiarano guerra. La proposta viene respinta dalla maggioranza marxista, la quale si fa forte anche dell'appoggio del vecchio Engels, ormai irretito dalla socialdemocrazia tedesca. Questa sostiene che l'operaio tedesco è ormai un cittadino rappresentato al Reichstag (parlamento) e ha verso la Germania certi doveri che devono anteporsi a quelli verso la propria classe. Ed Engels, che ha allevato il capo dei «revisionisti» socialdemocratici tedeschi, l'ex operaio metallurgico Eduard Bernstein, non ha la fermezza di ribadire il fondamento del Manifesto comunista, secondo cui «il proletariato non ha patria»; dichiara anzi che i socialdemocratici tedeschi devono approvare lo stanziamento di crediti per la guerra in caso di attacco russo. Esce a Boston il romanzo The Anarchists: A Picture of Society at the Close of the Nineteenth Century di John Henry Mackay, ricco scozzese (era nato a Greenock) naturalizzato tedesco. L'anno precedente aveva incontrato a Londra Marie Dahnhardt,  la vedova di Johann Caspar Schmidt (Max Stirner), e aveva   scritto una biografia del teorico dell'individualismo deceduto nel 1856. Contemporaneamente alla riscoperta di Stirner, i «giovani» socialisti espulsi dal partito  socialdemocratico tedesco, formano, l'8 novembre 1891, un'organizzazione  indipendente (i Localisti) che Gustav Landauer porta rapidamente su posizioni anarchiche e di cui dal 1893 dirige il giornale "Der Sozialist". 

1892 

11 luglio. A Montbrison, condannato a morte per una serie di delitti di natura non sempre politica, il tintore trentatreenne Koenigstein detto Ravachol affronta con coraggio il supplizio cantando una vecchia canzone anticlericale. 23 luglio. In appoggio alla lotta degli operai di Homestead, il giovane anarchico di origine russa Aleksandr  Berkman spara, ferendolo, al magnate delle acciaierie Henry Clay Frick. Frick  aveva fatto uccidere diversi scioperanti dai «pistoleros» della Pinkerton. Berkman sarà condannato a 21 anni di carcere. 



giovedì 18 agosto 2016

RAVACHOL E L’ ASSASSINIO DELLE SIGNORE MARCOU

Presidente “Un mese dopo l'assassinio dell'eremita di Chambles, il 29 Luglio 1891 le signore Marcou negozianti in chicaglierie erano assassinate nella loro bottega della Rue Roannè a Saint-Etienne dove eravate voi quel giorno ?”
Ravachol: “Non ve lo dico.”
Presidente: “V'aggrava.”
Ravachol: “So come andrà a finire e vi assicuro che la reticenza non mi può' più' aggravare. Anche lo potesse non m'importerebbe nulla. M'importa invece non aggravar le persone generose e fidate che in quei giorni sapendomi ricercato per assassinio, sapendomi candidato alla ghigliottina, mi hanno dischiuso la porta della casa, offerto sicura ed incorruttibile l'ospitalità.”
Presidente: “Tuttavia quando alla fine del Luglio ultimo vi siete stabilito a Saint Denis avete detto a Chaumartin che venivate da Saint-Etienne.”
Ravachol: “E da Saint-Etienne venivo.”
Presidente: “Vi è di più. Chaumartin verrà a deporre che l'assassino delle Signore Marcou siete voi.”
Ravachol: “Se verrà qui a sciorinar menzogne con tanta faccia questo vostro Chaumartin, vorrà dire soltanto che le vostre minacce o le vostre lusinghe l'hanno irremissibilmente sciupato.”
Presidente: “Ma vi sono dettagli che Chaumartin non poteva sognare, come dalle Signore Marcon siete entrato con un complice nel momento che esse stavano chiudendo il magazzino. che avete contrattato un martello e mentre la più vecchia andava a cercar il resto di un biglietto di cinquanta franchi avete steso morta con un terribile colpo di martello la più giovane ed al sopraggiungere della vecchia voi l'avete a sua volta atterrata allo stesso modo rapido silenzioso ed inesorabile con una martellata. Questi dettagli concordano esattamente con la scena del delitto, e Chaumartin non li poteva inventare.” 
Ravachol: “Non ve n'era bisogno. Glie li ha suggeriti il vostro giudice istruttore che poteva metter d'accordo così, senza che facessero una grinza, e la ricostruzione del delitto secondo la sua fantasia e le concordi deposizioni di Chaumartin. Voi avete ragione  come ci sarebbe arrivato da solo questo disgraziato?”
Presidente: “Un vicino di bottega ha udito l'uomo che era entrato dalle Signore Marcou contrattare un martello volete gli estremi, proprio? Vi hanno visto avanti la bottega. Siete stato riconosciuto.” 
Ravachol: “Fermamente, non ero a Saint-Etienne nel giorno in cui le Marcou sono state assassinate; ve lo dico io che non mi sono mai ricusato a fornirvi sul conto mio, anche non richieste, anche dense di responsabilità inesorabili, tutte le circostanze della mia vita; ve lo ripeto io che ho la coscienza lucida sicura irremissibile dell'epilogo che il processo avrà, che non aggraverei quindi in nessun modo la mia situazione addossandomi la responsabilità dei delitti di La Varizelle e di Saint-Etienn e, perché il boia non mi può ghigliottinare due volte; non ero a Saint-Etienne il giorno in cui le Signore Marcou sono state assassinate. Ora voi mi promettete il miracolo, mi annunziate i testimoni che a Saint E-tienne mi hanno veduto e riconosciuto? E fate il miracolo ! Nel miracolo ha poca fiducia anche il presidente perché non insiste oltre.”

giovedì 25 ottobre 2012

RAVACHOL A PARIGI


Il primo maggio 1891, a Clichy scoppia un tafferuglio tra anarchici e gendarmi. Gli anarchici Decamps, Dardare e Levillé sono arrestati, pestati a sangue e condannati a severe pene detentive. Il Tribunale era presieduto dal consigliere Benoit, il procuratore generale si chiamava Bulot. Due nomi che gli anarchici non dimenticheranno.
Qualche mese dopo in un piccolo appartamento di Saint-Denis, un gruppetto di libertari ascolta attentamente un anarchico che viene dalla provincia e si fa chiamare Léon Léger. Sono presenti alla riunione i coniugi Chaumartin, il monello Simon, detto il Biscuit, il quale non sogna altro che risse, un certo Béala e la sua amica Mariette Soubert.
Leon Lèger fa presente che tocca a loro passare all’azione. Bisogna punire severamente Benoit e Bulot. Per l’anarchia il tempo dei discorsi è finito: la parola alla dinamite.
Leon Léger che altro non è che Ravachol ha preso una camera a Saint-Denis, sul quai de la Marine. Molto curato, non esce che in redingote (è il nome in lingua francese di un capo di abbigliamento fra il mantello ed il cappotto) e il cilindro. Ogni tanto lo si vede rientrare carico di pacchettini. Nella sua camera, ha installato un piccolo laboratorio dove accumula glicerina, acido nitrico e solforico. Ravachol incrementa considerevolmente le sue scorte organizzando il furto con scasso di un deposito di dinamite, a Soisy-sous-Etiolles. 
L'armamentario dell'officina di Ravachol
Ben presto Ravachol è pronto con la sua prima bomba destinata al presidente Benoit. 
L’11 marzo , al calar della notte, Ravachol, Chaumartin, Biscuit, Béala e Mariette Saubert lasciano Saint-Denis. Passando davanti al dazio, alla porta della Chapelle, Mariette nasconde la bomba sotto la veste; poi rende l’ordigno a Ravachol e torna indietro con Chaumartin. I tre rimasti proseguono il loro cammino fino al numero 136 del boulevard Saint-Germain. Il trio si ferma e Biscuit va in avanscoperta dove riscontra che l’unico pericolo vista l’ora è la portinaia del palazzo.
Ravachol vestito im modo elegante entra nel palazzo dalla porta principale con passo tranquillo, passando tocca il cilindro con le dita; la portinaia non interroga un signore così distinto. L’anarchico sale due piani, accende la miccia, posa l’ordigno in terra e raggiunge i complici. Si allontanano leggermente dal palazzo per non farsi notare ed aspettano l’esplosione. Non devono attendere molto: una detonazione secca e violenta fa tremare tutti i vetri del quartiere.
Dopo aver creduto per qualche istante, che l’esplosione fosse dovuta ad una fuga di gas, la polizia ha scoperto le tracce d’una bomba. La stampa è esplicita: è un attentato anarchico.

giovedì 23 febbraio 2012

RAVACHOL infanzia e adolescenza

Francois Claudius Koeningstein (Ravachol era il nome della madre) nacque a Saint-Chamond nel dipartimento della Loira, il 14 ottobre 1859 da madre francese e padre olandese. Il padre laminatore alle ferriere di Isieux, la madre filatrice di seta in una filanda. Il padre maltratta la madre e poi l’abbandona nella miseria più nera, sola con quattro figli, il più giovane dei quali di tre mesi.
Ravachol trascorre gli anni dell’adolescenza in campagna lavorando prima come pastore, poi come apprendista tintore. A diciotto anni la lettura de "L’ebreo errante" di Eugène Sue e alcune conferenze di militanti anarchici e collettivisti gli fanno perdere la fede e prendere coscienza dei problemi sociali. Nello stesso periodo Francois inizia a leggere i periodici anarchici come “La Révolte” e “Le Père Peinard”, che completano con indicazioni più ideologicamente precise, la sua formazione e le sue convinzioni politiche. Ai periodi di lavoro si alternano per Ravachol periodi sempre più lunghi di disoccupazione. Per non morire di fame la famiglia si adatta ad andare a rubare galline nelle campagne intorno a Saint-Chamond. Oltre a suonare la fisarmonica nelle balere per arrotondare il salario a Saint-Etienne dove si era trasferito con tutta la famiglia, Ravachol inizia la sua carriera di fuorilegge: contrabbandiere d’alcol, falsario e rapinatore.
La scelta dell’anarchico è basata sulla teoria di Max Stirner: “Solo attraverso il crimine l’individuo potrà distruggere la potenza dello stato”.
La sua prima vittima è un certo Jean-Marie Rivollier personaggio strano appartenente alla comunità cattolica dei “beghini”, ricco e avaro che aveva radunato una grossa fortuna vivendo di elemosine.
Due mesi dopo Ravachol si inventa un nuovo fantasioso colpo, rubare i gioielli della baronessa di Rochetaillée sepolti con lei sei mesi prima nel cimitero di Saint-jean-Bonnefond.

Dopo la profanazione della tomba della baronessa Ravachol viene arrestato per l’uccisione a scopo di rapina, di un vecchio eremita ricchissimo, ma riesce a fuggire mentre i gendarmi lo portano in prigione, correndo per diversi chilometri con le manette ai polsi. Per far perdere le sue tracce Ravachol inscena un finto suicidio, getta nel fiume Rodano i suoi vestiti e lascia in riva al fiume un biglietto con sopra scritto: “Compagni non volendo servire di trastullo alla giustizia borghese e stanco di veder perseguitare dei bravi compagni per causa mia, prendo la decisione di farla finita. Mio solo rammarico è di non aver potuto mettere al sicuro il denaro dell’eremita affinché altri potessero usarlo nell’interesse della causa”.
Ravachol si trasferisce a Parigi con una nuova identità: Léon Léger, ma questa è un’altra storia.