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Visualizzazione post con etichetta Pedro Garcìa Olivo. Mostra tutti i post
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giovedì 7 settembre 2023

Cos’è che tanto temiamo della Catastrofe?

C’è chi resiste ad accettare la convenienza della Catastrofe; e, non potendo credere nella capacità di ammenda del capitalismo —capacità di porsi dei limiti, di porre il freno, di “smettere di essere sé stesso”—, appoggia una “eco-tirannia”, una “eco-dittatura”: obbligare gli uomini a comportarsi bene, nella loro relazione con l’ambiente, come devono comportarsi per assicurare semplicemente la sussistenza della specie umana; obbligarli a vivere come è necessario per schivare quella catastrofe. Si tratterebbe, senz’altro, della più filantropica delle dittature, una tirannia veramente “umanitaria”. A questa “eco-dittatura” si riferiva Hans Jonas quando aggiungeva che, se deve esistere un’umanità sulla Terra, bisognerà rinunciare ai lussi della libertà; e, tra altri, le ha dedicato molte pagine Rudolf Bahro, nella sua Logica della Salvazione. Secondo quest’autore, «il governo della salvazione sarà totalitario, o eco-dittatoriale, o come si voglia chiamarlo, fino a quando gli individui non avranno il minimo proposito di porsi per convinzione propria all’altezza della sfida storica: assicurare la sussistenza della specie umana sulla Terra, per il quale scopo porre termine agli orientamenti economici e alle pratiche politiche “sterminatrici” oggi dominanti». Certo che risulta peripatetica quest’idea di una “santa tirannia”, di una “dittatura filantropica”; certo che è scomodo accettare la postulazione di una catastrofe imminente (“imminente” è un termine relativo: vuol dire “immediatamente”, in un pugno d’anni o in pochi secoli). Ma, possiamo credere ancora nella volontà di “auto-correzione” del produttivismo? Possiamo fidarci del fatto che sarà riveduta e neutralizzata la logica di crescita, di produzione e consumo inarrestabile, che caratterizza il capitalismo e che pure ha fatto estinguere il Socialismo? È possibile immaginare formule di organizzazione politico-economica che, appartandosi dal produttivismo, e recuperando gli elementi positivi delle tradizioni collettiviste, cooperativiste, agrarie, ecc., istituiscano modelli di società infinitamente meno dannosi per la Natura che quello attuale e, in questo modo, garantiscano la non-estinzione degli esseri umani. La tradizione libertaria sa molto su questa possibilità: storicamente è stata fatta un’incursione per vie poco transitate che permetterebbero all’uomo di sorteggiare “santi dispotismi” e “catastrofi annunciate”. Però ci sono uomini (o sarà possibile averli) disposti ad accettare un cambio così drastico nelle loro abitudini politiche ed economiche; capaci di assumere che sono stati formati ed educati in una farsa sanguinosa, e che hanno investito tutta la loro vita nell’errore più stupido e nel concimare la perdizione dell’umanità? Se si potesse rispondere affermativamente a questa domanda rimarrebbe ancora uno spiraglio di speranza. Se la risposta è negativa, rimane solo una questione da esporre: cos’è quello che temiamo della Catastrofe? Che temiamo della Catastrofe quando la maggior parte dei nostri simili già vive nel suo seno (catastrofe di morire di fame, di veder morire i suoi figli nell’infanzia, di sapersi indifeso e alla mercè delle malattie, di non poter scappare dal terrore politico,...)? Non sarà che l’unica cosa che non ci sembra buona di quest’infortunio quotidiano, nel cui cuore vivono già milioni di persone, l’unica cosa che ci inquieta e ci scuote, è che domani potrebbe toccare anche a noi, gli occidentali, gli uomini e le donne che durante gli ultimi secoli abbiamo fatto tutto il possibile perché la catastrofe sia il destino degli altri e adesso retrocediamo spaventati davanti al sospetto, se non alla certezza, che dovrà essere anche il nostro?

Pedro Garcìa Olivo


giovedì 14 novembre 2019

Il fallimento del capitalismo liberale

Il Capitalismo è fallito anche nel suo rapporto con la Natura, che ha preteso di dominare come una sposa e trasformare in pura e semplice merce. La sua logica interna produttivista, implacabile, che lo spinge a produrre e consumare ininterrottamente, la sua pretesa di una crescita senza limiti e quasi senza una meta, si scontra con il limite di una Natura che non obbedisce a tali parametri di sussistenza e che oramai sopra del problema di ristabilire la propria salute. Per molti la distruzione dell'ambiente, l'inquinamento dell'aria dell'acqua, la deforestazione eccetera, ferite irreversibili che la Natura sta subendo sotto l'egemonia del Capitalismo, sono il segno più evidente del fatto che questo sistema è stato sconfitto a causa della sua stessa attività, della sfida che ha lanciato, visto che ha finito per rendersi la vita letteralmente impossibile. Non è possibile prorogare ancora a lungo il modo di produzione capitalista senza che ciò significhi la fine di tutto - e, dunque, la sua stessa fine.  Un capitalismo globalizzato, assolutamente mondializzato, suggerisce l'idea di un capitalismo che conosce per la prima volta la coercizione dei limiti insormontabili, un capitalismo irrigidito, stagnante, spossato, che ormai può incanalare la propria dinamica di crescita (e di distruzione) solo verso l'interno, divorando le proprie basi, il proprio nutrimento: la Natura. La logica dell'espansione sarà sostituita da una necrologica della putrefazione, conseguenza di questa specie di suicidio dovuto all'impossibilità di fermarsi. E' chiaro che questo momento non è ancora arrivato e che al capitalismo rimane ancora a corda.
Ma va in questa direzione e se l'uomo con le proprie mani non si sbarazza della natura (e al tempo stesso di se stesso), sarà la natura a sbarazzarsi dell'uomo

giovedì 16 maggio 2019

Fascismo democratico o demo-fascismo

Il fascismo, sotto nuove sembianze,  è il destino della Democrazia, la sua verità e il suo futuro, ciò a cui mira. il luogo a cui ci conduce, la sua essenza spostata è posticipata.
La democrazia rappresentativa conduce a un fascismo di nuovo conio e, globalizzandosi  come formula di organizzazione politica, ai giorni nostri si mondializzato anche questo neo-fascismo in quanto conclusione dell'Umanità .
Stabilita questa affinità di fondo tra fascismo e democrazia, niente esclude che il primo possa succedere alla seconda - o, meglio, sovrapporsi - soprattutto se si adopera un concetto ampio, poco limitativo, dello stesso. Nell'elaborazione di questo concetto ampio di fascismo, che ammetterebbe una diversificazione considerevole nelle sue manifestazioni e legittimerebbe l'idea di un fascismo di nuovo conio - con un formato diverso da quello antico, pur identificandosi nelle sue caratteristiche fondamentali che l'hanno generato -. 
L'assenza di resistenza interna (assenza di opposizione degna di nota, di critica, di contestazione; Ovvero docilità della popolazione) e l'espansionismo  verso l'esterno (belligeranza, brama di universalizzazione) costituirebbero le due caratteristiche principali che definiscono il fascismo come fenomeno socio-politico insieme alla volontà di sterminare la Differenza (differenza culturale, psicologica, politica economica...).
Queste tre caratteristiche accomunano le esperienze tedesca italiana di fascismo - i cosiddetti fascismi storici -  ai modelli di formazione dello spazio sociale (norme per il governo delle popolazioni,  modalità di gestione socio-politica) che tendono a caratterizzare i regimi demo-liberali.
Si potrebbe parlare così di un neo-fascismo sovrapposto, in grado maggiore o minore, all'apparato politico della democrazia (elezioni, parlamento, partiti. Etc); un neo fascismo delle e nelle democrazie -  fascismo democratico o demo-fascismo - non so se venturo ho già installato nella nostra società.

giovedì 4 ottobre 2018

Il rispetto della differenza culturale è solo un postulato demagogico

Non c'è commentatore della Scuola che non sia d'accordo sul fatto che, tradizionalmente, a questa istituzione sia stata  assegnata una funzione di omogenizzazione sociale e culturale nello Stato moderno: moralizzare e civilizzare le classi pericolose e i popoli barbari. Diffondere i principi e i valori della "nostra" cultura; è questo il suo incarico. Ma anche qualcosa altro e più precisamente: diffondere una determinata selezione e ri-trascrizione dei materiali culturali disponibili - di per se eterogenei, ambivalenti, contraddittori. La cultura non è un tutto uniforme, compatto, indipendente dalle relazioni sociali  e politiche, che deve essere "trasferito" in quanto conoscenza, nella coscienza dei giovani; al contrario, è un insieme impari, eteroclito, polimorfo e problematico di formulazioni molto spesso antagoniste che, sovrapponendosi, specificandosi, contaminandosi, sezionandosi, emergono e circolano dentro ordini sociali diversi e che di frequente si scontrano. La Scuola seleziona tra questi materiali, tra queste molteplici  elaborazioni culturali, quelle componenti, di solito vincolate alle classi privilegiate, dominanti a livello economico e politico, che possono essere maggiormente utili al suo compito di favorire un integrazione non conflittuale della gioventù nell'ordine socio-politico vigente. Quella che circola nelle aule e impregna le menti degli studenti non è la Cultura, ma il risultato di una selezione, di una discriminazione, di un'inclusione e di un'esclusione e, ancor più, di una successiva rielaborazione pedagogica fino a una deformazione operata sul crogiolo variopinto delle conoscenze, delle esperienze e delle idee di un'epoca. Il criterio di questa selezione, di questa trasformazione della materia prima culturale in discorso scolastico, non è altro che quello di favorire l'adattamento della gioventù alle ingiunzioni dell'apparato produttivo e politico stabilito; cosa che esige la loro omogenizzazione psicologica e culturale.
La scuola tende a stroncare, smantellare, delegittimare e sgomberare come, ad esempio, quello del popolo gitano, o del sottoproletariato delle città, o quello che deve fronteggiare a causa dell'immigrazione mussulmana. Quindi la funzione principale del sistema di insegnamento è quella di imporre la legittimità di una determinata cultura e implicitamente di dichiarare il resto delle culture illegittime, inferiori, artificiali, indegne. Perciò il rispetto della "differenza culturale" è solo un postulato demagogico che nasconde lo sterminio dell'alterità ed l'uniformizzazione psichico-culturale delle popolazioni. 

giovedì 5 aprile 2018

La meravigliosa solitudine dei combattenti disperati

Questa tendenza a sopprimere (debilitare, soffocare) la Differenza si può notare anche nella sfera quotidiana, in ciò che concerne l'intimità di ogni individuo. E' come se esistesse una "polizia sociale anonima", una vigilanza su ciascuno da parte di tutti gli altri, che indaga sulle nostre decisioni, investiga sulle nostre azioni e preme affinché i nostri comportamenti si adattino sempre alla Norma, obbediscano ai dettami del "senso comune" e seguano la linea tracciata dalle abitudini. Una polizia sociale anonima che si sforza, senza lesinare risorse, di far si che non si osi essere differente, che non ci si permetta di disertare, non si rischi di guadagnarsi una cattiva fama, che non ci si senta sedotti da questa terribile e meravigliosa solitudine dei combattenti disperati; la solitudine di tutti gli uomini rari che concepiscono la loro vita come una opera e affrontano il futuro come lo scultore la pietra, cercando di fare arte con i loro giorni; solitudine degli uomini che resistono, coscienti perfino dell'inutilità della loro battaglia, che combattono senza aggrapparsi a nessuna Illusione, a nessuna Chimera, che lottano semplicemente perché percepiscono che in gioco c'è la cosa più preziosa, se non l'unica, che custodiscono: la loro dignità.
Non si  può dubitare della verità di questa "repressione anonima". Per esempio nei manicomi ci sono molti uomini che l'hanno affrontata per scelta o per fatalità. Questa "polizia degli occhi di tutti gli altri" lavora anche per fare si che la Differenza di dissolva in Diversità e gli irriducibili si consumino nella reclusione o nella marginalità.

giovedì 15 marzo 2018

La scuola mondializzata dimora dell'abbruttimento

Che esista una repressione "popolare" (quotidiana, anonima, collettiva) della Differenza, ben al di là - o ben al di qua - delle strategie istituzionali e delle pratiche degli apparati, è un fatto che è stato  sottolineato da tradizioni teoriche molto diverse e che abbiamo tutti sperimentato nelle nostre vite.
Si tratta di una vigilanza spontanea dell'individuo, esercitata da "tutti gli altri", dalla comunità, alla maniera di una coscienza anonima armata di buonsenso e di proteofobia.  Questa repressione quotidiana della Differenza si accentua nelle scuole, agendo mediante la figura morale dell'educatore e dell'opinione cosciente incosciente degli studenti nel loro insieme. E' una repressione quotidiana, di ogni ora, esercitata dalla comunità degli studenti e dei professori. I comportamenti che sfuggono alla razionalità docente (o scolastica) vengono attaccati in due modi: con l'antipatia e l'emarginazione con cui il gruppo risponde all'individuo differente (quei bambini con cui nessuno vuole parlare, che non sono ammessi ai giochi, quegli studenti con cui nessuno vuole intavolare una amicizia, a cui non ci si rivolge mai) e attraverso un attitudine alla "correzione" da parte dell'educatore, che vede un problema e cerca di rimediarvi attraverso la normalizzazione di colui che né è colpito ("non ti isolare", "cerca di integrarti", "fai uno sforzo"). In molti casi, a causa di questa doppia azione - segregante/marginalizzante e normalizzante/integrante - l'individuo distinto si incammina, in misura variabile, verso un destino di auto-correzione, una deliberata identificazione con il gruppo,  il convergere con gli atteggiamenti e le manifestazioni della collettività; e si sforza di parlare come non gli piace, di giocare a ciò che non gli interessa, di ridurre la sfera della propria idiosincrasia che non era ben accetta dalla comunità.

giovedì 11 gennaio 2018

L'Occidente oggi è un moribondo che uccide

L'Occidente, la nostra civiltà, ormai si è sposato con la morte, oggi è un moribondo che uccide e la sua agonia sarà terribile - guerra sociale e guerra culturale. Tutte le civiltà sono strutture storiche, contingenti, con un principio e una fine. Nascono un giorno e muoiono un altro. Il capitalismo occidentale non farà eccezione. La decadenza di una civiltà di solita è accompagnata da turbolenze, drammi, conflitti. All'Occidente sta succedendo la stessa cosa.
I segnali della crisi del Capitalismo, della sua vecchiaia irreversibile sono clamorosi: la cosiddetta "cancellazione delle ideologia", una verità parziale e l'ascesa di uno scetticismo menomato, di un pragmatismo a-teorico con quel che comporta in termini di rinuncia al pensiero (non-pensiero), di prostrazione dell'immaginazione critica e dell'impulso creativo; l'esaurimento di tutte le arti e l'anemia della produzione culturale; l'astensionismo politico e un discredito della dinamica elettorale difficile da nascondere; l'invasione della povertà; la certezza di un collasso ecologico che può essere solo posticipato; eccetera. Negando l'evidenza di questa crisi, si direbbe che i pensatori ex-contestatori facciano propria, realmente, una prospettiva di fine della storia, come se la nostra civiltà fosse stata premiata con l'onorificenza dell'eternità e il nostro Sistema costituisse la realizzazione perfetta della Ragione, la meta verso cui, con ostinazione, si incammina l'Umanità; come se non sopravvivesse da nessuna parte il seme di una alternativa (anche se ciò fosse vero, non si potrebbe ricavarne un certificato di buona salute del capitalismo: le culture iniziano a morire prima che venga rivelato il volto del loro erede, prima che si profilino i contorni delle civiltà che le sostituiranno), come ci rimanesse solo un compito, un esercizio plausibile, una dedizione rispettosa: prenderci cura dell'esistente, ripararlo, aggiustarlo, universalizzarlo. Commettono, dunque, lo stesso errore in cui  incappò il Comunismo: immaginare di aver già attraversato la soglia del Paradiso e che finalmente sia giunta l'ora di abilitarlo e difenderlo; sognare che la storia, avendo dato il suo frutto (il liberalismo globalizzato), la smetta di procuraci dei fastidi, di darci degli scossoni.
Probabilmente stiamo arrivando davvero alla Fine; ma non alla "fine della storia", quanto ai rantoli di una civiltà incredibilmente presuntuosa, pateticamente innamorata di sé.