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Visualizzazione post con etichetta urbanesimo. Mostra tutti i post
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giovedì 25 giugno 2026

L'urbanismo unitario

L’urbanismo unitario prevedeva un utilizzo del territorio come pratica di resistenza ed opposizione alle strategie di pianificazione dell’urbanismo razionalista considerato colpevole, agli occhi dei situazionisti, di costruire città alienanti per l’individuo e la società. L’urbanismo unitario era un vero e proprio programma di guerriglia, estetica, funzionale e politica, che coinvolgeva e sconvolgeva il tessuto urbano.

Rispetto ad un fare tecnocratico, di manipolazione degli esseri umani come cose, realizzato dalla pianificazione degli urbanisti razionalisti che guardavano e progettavano strategicamente la città “dal di fuori”, i situazionisti lavoravano sulla città tatticamente “dall’interno”.

I situazionisti negavano i valori pratici dell’urbanistica razionalista (gli spazi progettati come pre-determinati all’uso) a favore di una valorizzazione ludica, di libero gioco e di libero utilizzo della città preferendo gli spazi d’uso semi-determinati e informali. Questa valorizzazione portava ad un congiungimento del soggetto con il suo oggetto di valore che dava luogo, a sua volta, ad una valorizzazione utopica degli spazi urbani, ovvero ad una costruzione di una nuova società attraverso l’unione realizzata tra città e abitanti: da qui il termine urbanismo unitario. Tale unione avrebbe dovuto portare ad un cambiamento radicale e irreversibile della loro identità comune. Come diceva un celebre slogan situazionista scritto sui muri di Parigi durante i giorni del Maggio francese: “niente sarebbe stato più come prima”.

Gli studi sul nomadismo e sugli accampamenti degli zingari furono un preludio fondamentale sia alla nascita stessa dell’Internazionale Situazionista, sia al progetto di New Babylon, la città situazionista progettata da Constant.

New Babylon era per i situazioni la realizzazioni di un nuovo modello di città, la concretizzazione delle loro teorie sull’urbanismo unitario. New Babylon, nelle intenzioni dei situazionisti sarebbe stata una città composta da parti mobili, modulari, ricombinabili. Una sorta di enorme sovrastruttura abitativa, una enorme rete, un rizoma, che avrebbe ricoperto l’intera sfera terrestre con delle megastrutture ludiche. Si trattava, per Costant e per i situazionisti, di creare un labirinto dinamico in perpetua trasformazione.



giovedì 25 dicembre 2025

Una comunità di lotta in difesa del territorio

Una società libera sarà principalmente una società contadina: la conurbazione è una conformazione sociale strettamente capitalista, incompatibile con l’avvento della libertà e irrealizzabile in economie senza mercato. Queste due verità ci portano a considerare il cambiamento rivoluzionario da prospettive completamente nuove. Per questo motivo quando si parla di agricoltura biologica, sovranità alimentare o autosufficienza, cioè del lato positivo dell’anti-industrialismo, vale la pena specificare l’ambito in cui tutto ciò avviene, la situazione concreta del territorio. In una società in via di urbanizzazione totale, il territorio si trasforma in uno spazio vuoto a disposizione: una riserva generale di spazio alla mercé dei centri decisionali metropolitani. Nella nuova fase dello sviluppo capitalista l’oppressione ha soppresso il tempo e si è spazializzata: lo spazio sociale è una creazione del capitale e obbedisce alla sua logica. Lo sfruttamento del territorio gioca lo stesso ruolo dello sfruttamento del lavoro nella fase precedente; però, affinché questo avvenga in modo ottimale non solo c’è bisogno di riempire i luoghi di merci ma sono altresì necessari alcuni cambiamenti formali che adeguino la specificità territoriale all’economia e non blocchino l’espansione illimitata dei nuclei urbani. Cambiamenti che, oltre a banalizzare la vita in campagna, incentivino la de-industrializzazione, l’abbandono dell’agricoltura e la suburbanizzazione. Questa, diciamo, ultima campagna di razionalizzazione sociale si dota dei relativi strumenti giuridici: leggi che favoriscono l’attività urbanistica, quote agrarie, legislazioni sui suoli, riforme delle amministrazioni locali, normative per gli espropri, ordinamenti generali, pianificazione delle infrastrutture, ecc. Dall’altro lato la globalizzazione modella una nuova classe dirigente legata più alla gestione politica, finanziaria e imprenditoriale dello spazio che alla proprietà privata dei mezzi di produzione: una classe nata dalla trasformazione della borghesia in seguito alla sconfitta del movimento operaio e alla decomposizione delle classi tradizionali. Si tratta di una classe effimera, in perenne movimento, che si muove all’interno della divisione internazionale del lavoro e provoca un riordino territoriale globale o, detto in altri termini, che è responsabile di costringere il territorio a sottomettersi ai capricci del mercato mondiale. Dal suo punto di vista, qualsiasi resistenza al mercato costituisce un “arretramento” e ogni adattamento il “progresso”. In questo senso l’esistenza di una classe contadina autonoma rappresenterebbe la quintessenza dell’arretratezza, e la sua estinzione il massimo del progressismo. 

Le istanze locali dovrebbero costituire il primo anello verso la deregulation degli usi del territorio, la terziarizzazione dell’economia e, di conseguenza, verso la rapida mondializzazione delle risorse locali. I cambiamenti vengono sovvenzionati soprattutto grazie alle eccedenze prodotte dalla speculazione immobiliare: dunque, il trasferimento di capitali dall’industria, dall’agricoltura e dall’industria mineraria verso i servizi si baserebbe principalmente sulla costruzione di alloggi, strade e grandi infrastrutture. La campagna ha smesso di essere la dispensa di alimenti ed è diventata una cava di estrazione dei materiali, spalancando le porte alla concentrazione della popolazione, all’agricoltura industriale e alla “riconversione ambientale”, con risultati sempre più catastrofici per il territorio e i suoi abitanti. La terra non è più il crogiolo in cui si fonde l’identità tra gli individui e la loro comunità.

Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.


giovedì 13 giugno 2024

LA CARTOGRAFIA

«L'infallibile compasso degli eserciti»

Alla formazione della cartografia militare di Stato si sono da sempre accompagnati tutta una serie di vincoli sul territorio, di servitù militari appunto. Cartografare un territorio ha significato controllarlo capillarmente, non solo perché finalmente il potere disponeva delle conoscenze necessarie ma già perché la rappresentazione cartografica - che non è copia della realtà ma interpretazione per certi fini - è specchio del potere, è il territorio dominato, militarizzato. Che la cartografia sia immagine trasparente del potere e non del territorio nella sua realtà oggettiva come continuano a credere i geografi, i militari l'hanno  sempre saputo. Storicamente il controllo sulla rappresentazione del territorio (o cartografia) è stata la stessa cosa del controllo militare sullo spazio. Un viaggiatore tedesco che - siamo ancora nel XVII secolo - si fermò a lungo in Liguria scriveva nel suo Newes Itinerarium Italiae (Jena 1627): «Savona, fortezza ...il viaggiatore stia attento a non far mostra di materiali di scrittura e di disegno se non vuole  rischiare la pena capitale, perché ciò facendo cade in sospetto e rischia d'essere senz'altro arrestato come spione» (J. Furttembach). Si sbaglierebbe chi ritenesse che questo tipo di vincoli su cose e persone siano storicamente legati ad un'epoca ormai superata in cui l'assolutismo degli Stati la faceva da padrone. Al contrario, in questa lontana epoca noi vediamo solo emergere un potere, che, pur cambiando forme e modi, è di fatto diventato sempre più esteso e forte, anche in epoche più "democratiche". In tempi molto vicini a noi, nell'Italia liberale dell'inizio secolo scorso, una guida turistica di grande diffusione prodotta dal Touring Club Italiano, riportava queste istruzioni in calce a un itinerario nelle Alpi Marittime: “Al Colle  di Nava sarebbe vietato portare macchine fotografiche, anzi il divieto  comincerebbe da Ormea, così pure al Colle di Nava è vietato introdursi nelle strade militari che partono dalla provinciale ed è anche consigliabile per evitare eventuali noie di non fermarsi con carte topografiche ad osservare il panorama (Guida  itineraria del T.C.I. sulle strade di grande comunicazione  dell'Italia, Italia Settentrionale, Milano 1901). In seguito, neppure lo Stato liberale rinuncerà ad utilizzare le capacità militari di controllo sociale e territoriale, che, soprattutto come risposta allo sviluppo del movimento operaio organizzato, continueranno ad affinarsi e potenziarsi anche prima della prova generale della guerra e dell'involuzione fascista. La storia del sapere geografico – quello strategico, necessario cioè per dare ordine alla società civile o per trasformarla radicalmente (e con essa lo stato) - costituirà una prima conferma. Una cosa è certa infatti: la Vasta Mappa continua a stendere la sua tela paziente sull'intero territorio e lo studio di queste Discipline Geografiche continua ad essere in auge. Considerata finita nel 1921 la Carta d'Italia al 100.000 (con rilevamenti al 50.000 e al 25.000) impiantata nel 1872, durante la seconda guerra mondiale, l'Istituto Geografico Militare propone la costruzione di una nuova "carta fondamentale dello Stato nella scala 1:5.000". Con queste motivazioni: “Nel secolo XX, col rapido evolversi dei procedimenti militari e delle attività civili, anche il 25.000 si è rivelato insufficiente. È fuor di dubbio la tendenza generale a procurarsi una maggiore abbondanza di particolari e una precisa definizione - geometrica ed altimetrica. Così per le zone adiacenti alle frontiere, per la fascia costiera, per le isole grandi e piccole, per i grandi centri urbani, per i complessi ferroviari e stradali, per gli obbiettivi più soggetti all'offesa area, per l'impianto aeronautico, per la rete delle trasmissioni, per la rappresentazione esatta del sistema alpino  dove la carta deve poter fornire tutti i dati di percorribilità, di sosta, di manovra, sfruttamento, ecc. dal fondo valle alle cime più alte, per i laghi, zone lacustri, lagune, ecc., dove la rete dei canali, le barene, i passaggi, i fondali devono risultare precisi per le acque correnti e sorgive il cui regime deve essere geograficamente rappresentato, per le colture, per l'assetto forestale, per l'insediamento umano, che esige la pronta identificazione dei singoli fabbricati e quartieri urbani, la indicazione degli impianti industriali: un panorama  vastissimo, insomma, che tutto interessa profondamente ed essenzialmente la difesa del Regno, la competenza strategica, tattica, logistica, addestrativa delle Forze Armate” (da «L'Universo» - Rivista dell'Istituto Geografico Militare,  giugno 1942, n. 5).


giovedì 23 novembre 2023

SMART CITY, la città intelligente

La storia del capitalismo e la storia dell’urbanizzazione del mondo, dal momento che esso ha trovato nella città moderna il luogo fondamentale dell’organizzazione dei propri bisogni. In essa si modellano utilitaristicamente le forme di vita e l’esperienza dello spazio-tempo collettivo. A ogni tappa della rivoluzione industriale che si sviluppa da ormai due secoli e mezzo e corrisposta una trasformazione radicale e costante dello spazio urbano. Da una decina di anni, l’aggettivo smart e la quintessenza della quarta rivoluzione industriale che il capitalismo propaganda come una necessita ineluttabile del progresso e della propria stessa sopravvivenza. Un’espressione fondamentale di questa “intelligenza”, riassuntiva di tutte le altre, dovrebbero essere quelle smart cities che hanno conquistato l’immaginario e plasmato il lavoro di urbanisti, politici e manager. La smart city e la visione utopica di una vita urbana resa intellegibile e gestita autonomamente dall’Intelligenza Artificiale e dall’automazione, dall’Internet delle cose e dalle infrastrutture digitali, dal Machine Learning e dai flussi di Big Data.

Nessun progetto di utilizzo della tecnologia e delle macchine potrà portare a una liberazione dell’umanità fino a quando una rivoluzione della vita quotidiana basata sulla sperimentazione di un nuovo sentimento ludico e anti-utilitarista del tempo e dello spazio non avra estirpato il cancro del produttivismo dal mondo. Le citta sperimentali della deriva che i situazionisti volevano cominciare a costruire – visibili in nuce soltanto nel micro-complesso auto costruito da Jorn ad Albisola Marina – avrebbero dovuto servire proprio a questo, a inventare una nuova idea di felicita che scalzasse quella alienante e totalitaria della “società dello spettacolo”. Purtroppo e significativamente, la New Babylon che doveva incarnare quel modello e che Constant continuo a progettare ben oltre la sua uscita dall’Internazionale situazionista – uscita dovuta proprio alla sua eccessiva fiducia post-marxista nei poteri dell’automazione – assomiglia oggi in molti tratti alla smart city della Aiken: un’utopia che il capitalismo e pronto a saccheggiare per i propri interessi. Non si possono cambiare le citta senza cambiare il mondo alle sue radici. Non può esistere una citta intelligente per l’umanità finche l’intelligenza rimane quella del capitalismo. Fino ad allora, nella meno catastrofica delle ipotesi, avremo un aggiornamento del baratto tra la garanzia di non morire di fame e la certezza di morire di una noia aumentata, cibernetica e transumana. 


giovedì 26 ottobre 2023

Lo spazio urbano come festival della vita quotidiana

Lo spazio urbano va riducendosi a pura facciata, ora il motore ideologico della trasformazione urbana è l’immagine che si promuove – il marchio. Orientato sulle direttrici dell’interesse privato, l’agglomerato post-moderno si rivolge all’esterno per attrarre quanti più investimenti, e turisti, possibile. Deve impressionare il visitatore ignaro e fare colpo sugli uomini d’affari con un’immagine appariscente. Per questo l’équipe dirigente intraprende, in modo congiunto con le imprese private e i pezzi grossi della politica, operazioni di valorizzazione del patrimonio culturale e monumentale, creando una scenografia roboante (museificazione dei centri storici, promozioni immobiliari esclusive, strade commerciali pacchiane, complessi monumentali “d’autore”, edifici singolari, zone verdi desertificate), e trasformando in festival la vita quotidiana con eventi promozionali, “performances”, congressi di ogni genere e fiere commerciali. In questo modo s’imprime rapidamente un marchio su uno spazio segmentato e freddo, asettico, trasparente, disseminato di frammenti fittizi, paesaggi simulati e architettura petulante, come fosse un parco tematico o uno studio cinematografico. Uno spazio-franchigia privo di tensioni, disciplinato, profilattico, inumano, la cui sostanza è una miscela di falsità, voracità e cattivo gusto. Un arredo volgare che impedisce la liberazione di ciò che è latente nella vita quotidiana, in cui la servitù è volontaria e il ballo della rassegnazione conta un pubblico assiduo e numeroso. Lo scenario ideale per chi trae i benefici della globalizzazione. L’isolamento sociale e spaziale che deriva da un urbanesimo adattato alla necessità di crescita dell’economia coincide con il progresso della digitalizzazione, vale a dire al progresso stesso. Non c’era bisogno di una crisi sanitaria per impoverire ancor più le relazioni sociali, dato che il confinamento non è stato mai una novità. Strumenti di separazione come l’automobile, la televisione e il computer ai loro tempi, o i tablet e i telefonini oggi, hanno un ruolo importante nella distruzione dei vincoli affettivi e dei costumi sociali, per non parlare di ciò che provocano in quanto a meccanizzazione dei comportamenti delle persone. Il ricavo di plusvalore prospera tanto sull’adattamento della natura umana alle esigenze tecnologiche e alla degradazione ambientale, quanto sulla scomparsa della comunicazione diretta, delle radici locali e della socialità comune. Eppure, l’utopia barbara del tardo capitalismo non ha ancora trionfato. Molte contraddizioni la rendono irrealizzabile e la conducono all’auto-annichilimento. Non ha futuro. Ad ogni modo, i contro-progetti di resistenza dovranno sgombrare e ripulire molto terreno affinché l’urbanesimo della sottomissione, della robotizzazione e della nevrosi vada irrimediabilmente in rovina e si apra la strada a uno spazio di libertà, autonomia e rivolta. Il fatto che i rivoltosi di oggi si preoccupino di abbozzare un modello di città conseguente, contribuirà molto più di quanto si possa pensare a configurare questo spazio. (Miguel Amorós)


giovedì 3 novembre 2022

Una urbanizzazione veramente socialista – David Harvey


«Globalmente, abbiamo ceduto ai proprietari terrieri, ai padroni di casa, ai costruttori edili, ai capitalisti della finanza e allo Stato il nostro diritto individuale di creare una città conforme ai nostri desideri. Sono questi i principali attori che, prima di noi e al nostro posto, danno forma alle nostre città e, tramite queste, danno forma anche a noi stessi. Abbiamo rinunciato a questo diritto di darci forma da noi stessi, a vantaggio dei diritti del capitale a darci una forma.» Ora, sottolinea il geografo inglese con ironia, «i risultati non sono affatto soddisfacenti.» Ma secondo lui non basta più «capire dove e come siamo stati trasformati.» Pena lo sprofondare nella dilettazione morosa, antidoto irrisorio allo sconforto nato dall'impotenza, bisognerà anche cercare di «capire dove potremmo andare e ciò a cui potremmo aspirare collettivamente.» Tutto questo porta a riproporre ancora una volta l'eterna questione di cosa potrebbe essere «lo spazio urbano dopo il capitalismo». Domanda che era già stata posta, da Lefebvre. Tuttavia la risposta che dà quest'ultimo non soddisfa Harvey, che interpreta come una scappatoia il rifiuto di Lefebvre di «costruire un progetto utopico esplicitamente spazio-temporale», detto in altri termini di affrontare il problema della materializzazione di questo spazio alternativo, preferendo lasciare aperta la porta alla possibilità di sperimentare un'infinità di forme spaziali. Harvey sostiene che Lefebvre e quelli che l'hanno seguito hanno in tal modo «lasciato il concetto di utopia allo stadio di puro significato, privo di qualunque riferimento materiale al mondo reale.»; la risposta di Harvey è che «senza una visione dell'utopia, non c'è alcun modo di definire la destinazione verso cui ci vogliamo imbarcare.» Eppure neanche Harvey indica quale via seguire. Lungo tutti i suoi scritti ha ribadito che «un movimento che lotta per il socialismo senza porsi la questione dell'urbanizzazione del capitale è condannato fin dall'inizio al fallimento.» Giungerà a dire che «la costruzione di una forma di urbanizzazione veramente socialista è tanto necessaria a questa transizione verso il socialismo quanto lo fu la nascita della città capitalista per la sopravvivenza del capitalismo.» Ciononostante, non dice nulla circa cosa intenda concretamente e, se così si può dire, “sul terreno”, con questa “forma di urbanizzazione veramente socialista”. È logico che «pensare alle vie che conducono all'urbanizzazione socialista equivale a formulare le condizioni per l'alternativa socialista in sé.» Ma concludere che «è l'obiettivo che deve darsi la pratica rivoluzionaria» ci sembra nonostante tutto un po' poco. Assomiglia più a uno slogan che a un asse di ricerca. Forse è tempo di ripensare di nuovo, in ambito urbano come in quello della società nel suo insieme, a come potrebbe essere un'alternativa simile.


giovedì 7 luglio 2022

Una comunità di lotta

Il cittadinismo è l’ideologia che meglio si adatta alle conurbazioni, dato che non ha realmente bisogno di uno spazio pubblico per riprodursi, ma di qualcosa che gli assomigli, una sorta di spazio formale e simbolico in cui rappresentare un dibattito apparente. Affinché possa aver luogo un dibattito reale deve esistere un pubblico reale, una comunità di lotta; ma una comunità di questo tipo – un soggetto collettivo – è tutto il contrario di un’assemblea cittadinista, aggregazione volatile di individualità mutilate che imita i gesti della discussione diretta senza per questo andare a finire nella direzione richiesta, dato che evita accuratamente il rischio sfuggendo il combattimento. Le sue battaglie non sono che semplice chiasso e il suo eroismo nient’altro che una posa. Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.


giovedì 16 giugno 2022

Il diritto alla città intesa come opera d’arte collettiva

Henri Lefebvre (1901-1991) non ha bisogno di presentazioni, poiché è un assai noto, poliedrico studioso e intellettuale, geografo, urbanista e filosofo, di quel lungo «secolo breve», che egli attraversa quasi per intero, soprattutto nella sua culla centrale, in rapporto vitale e polemico, come fare altrimenti del resto, con quei rissosi visionari dell’Internazionale Situazionista di Guy Debord & co. Perché, dopo la fuga dal Partito Comunista Francese (1958), è con loro, tra bar, attraversamenti, derive e «situazioni» metropolitane, che Lefebvre percepisce la vitalità da recuperare nelle città, a partire da una «comune» rilettura della Comune parigina della primavera 1871. E così dobbiamo ad Henri Lefebvre (La Proclamation de la Commune, la descrizione della Comune parigina come festa permanente, anzi così recitava la seconda delle quattordici tesi contenute nel volantino dell’IS del febbraio 1963, Nelle pattumiere della storia:

La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo. Alla base di essa si trova la convinzione degli insorti di essere divenuti padroni della loro propria storia, non tanto al livello della decisione politica «governativa», quanto invece a livello della vita quotidiana, in quella primavera del 1871 (per esempio il gioco di tutti con le armi; il che significa giocare con il potere). È anche in tal senso che bisogna capire Marx: «la più grande misura sociale della Comune è stata la sua esistenza in atto».

La figura della Comune torna centrale, come potenza dispiegata nella vita quotidiana per la riappropriazione di spazi, autogoverno, festa, da parte di quelle classi operose e pericolose espulse dal centro vitale di una città svuotata e neutralizzata dalla rendita fondiaria e finanziaria:

La Comune di Parigi può essere interpretata alla luce delle contraddizioni dello spazio, e non solo a partire dalle contraddizioni del tempo storico (patriottismo delle masse e disfattismo delle classi dirigenti). Fu una risposta popolare alla strategia di Haussmann. Gli operai, cacciati verso i quartieri e i comuni periferici, si riappropriarono dello spazio da cui il bonapartismo e la strategia del potere politico li aveva esclusi. Tentarono di riprenderne possesso, in una atmosfera di festa guerriera, ma radiosa.

Qui Lefebvre, si lega alla successiva capacità del capitalismo finanziario di mobilitare la ricchezza fondiaria e immobiliare. «Questo tipo di processo viene ora accelerato e diventa proprietà capitalistica dello spazio intero», in una dimensione urbana dove la nuda terra, il terreno, sempre meno edificabile in prossimità di centri cittadini già troppo edificati, è sfruttato dalla rendita immobiliare e finanziaria in una rincorsa tra speculazione e nuova, artificiale, «economia della scarsità» di tutti quei beni e risorse un tempo abbondanti e comuni: terra e spazio, appunto, ma anche aria, acqua, e perfino la luce. Il fallimento dell’urbanistica intesa come pianificazione inclusiva in favore delle cittadinanze, dinanzi alla mercificazione dello spazio pubblico e al vertiginoso consumo di suolo. Processo rispetto al quale è forse necessario tornare a scandagliare le quotidiane buone pratiche emancipatrici diffuse nei territori per l’affermazione di un «diritto alla città» inteso come progetto utopico e quindi possibile, perché, nota ancora Lefebvre, «chiamo utopico, opponendolo a utopistico, ciò che non è possibile oggi, ma che potrebbe esserlo domani», ma è già in atto nella vita quotidiana di porzioni magari piccole e minoritarie di una società complessa e frammentata. È la scommessa di pensare e praticare il diritto alla/della città non tanto come nuovo diritto amministrativo «partecipato», in un’ottica sussidiaria tra alto e basso, società e istituzioni, centro statuale e periferie locali, ma come occasione per ripensare la dimensione spaziale di autogoverno delle cittadinanze in modo scalare, valorizzando quella che da sempre sosteniamo sia l’essenza della cultura urbana, cioè la possibilità di agire insieme senza dover essere necessariamente identici. Immaginare quindi la città come stratificata opera d’arte, per rendere possibile l’impresa collettiva e intergenerazionale di invenzione artistica di un’altra città, come ci è capitato di scrivere, con la mente e il cuore alle possibilità sopite di una ennesima rinascenza urbana: spazio politico dove tornare a sperimentare progetti comuni di libertà, solidarietà e condivisione tra i molti.



giovedì 14 aprile 2022

Utilizzo del territorio come pratica di resistenza

L’urbanismo unitario prevedeva un utilizzo del territorio come pratica di resistenza ed opposizione alle strategie di pianificazione dell’urbanismo razionalista considerato colpevole, agli occhi dei situazionisti, di costruire città alienanti per l’individuo e la società. L’urbanismo unitario era un vero e proprio programma di guerriglia, estetica, funzionale e politica, che coinvolgeva e sconvolgeva il tessuto urbano. Rispetto ad un fare tecnocratico, di manipolazione degli esseri umani come cose, realizzato dalla pianificazione degli urbanisti razionalisti che guardavano e progettavano strategicamente la città “dal di fuori”, i situazionisti lavoravano sulla città tatticamente “dall’interno”. I situazionisti negavano i valori pratici dell’urbanistica razionalista (gli spazi progettati come pre-determinati all’uso) a favore di una valorizzazione ludica, di libero gioco e di libero utilizzo della città preferendo gli spazi d’uso semi-determinati e informali. Questa valorizzazione portava ad un congiungimento del soggetto con il suo oggetto di valore che dava luogo, a sua volta, ad una valorizzazione utopica degli spazi urbani, ovvero ad una costruzione di una nuova società attraverso l’unione realizzata tra città e abitanti: da qui il termine urbanismo unitario. Tale unione avrebbe dovuto portare ad un cambiamento radicale e irreversibile della loro identità comune. Come diceva un celebre slogan situazionista scritto sui muri di Parigi durante i giorni del Maggio francese: “niente sarebbe stato più come prima”. Gli studi sul nomadismo e sugli accampamenti degli zingari furono un preludio fondamentale sia alla nascita stessa dell’Internazionale Situazionista, sia al progetto di New Babylon, la città situazionista progettata da Constant. New Babylon era per i situazioni la realizzazioni di un nuovo modello di città, la concretizzazione delle loro teorie sull’urbanismo unitario. New Babylon, nelle intenzioni dei situazionisti sarebbe stata una città composta da parti mobili, modulari, ricombinabili. Una sorta di enorme sovrastruttura abitativa, una enorme rete, un rizoma, che avrebbe ricoperto l’intera sfera terrestre con delle megastrutture ludiche. Si trattava, per Costant e per i situazionisti, di creare un labirinto dinamico in perpetua trasformazione.